Piante, tradizioni e racconti legati al territorio
La giornata dei Custodi della Soglia inizia presto, come quella di chiunque viva in campagna. Loro vivono nella Tuscia sutrina e custodiscono il sottile velo che separa i mondi, mantenendo gli equilibri della natura.
Nella giornata di Marco e Livia sono sempre presenti preparati di erbe. Non disdegnano il caffè e le bevande moderne, ma la loro conoscenza si perde nel tempo, in tradizioni dette e mai scritte, semplicemente passate verbalmente di generazione in generazione.
Ora, nel tempo moderno, usano anche gli strumenti offerti dallo sviluppo tecnologico per lasciare una traccia concreta per il futuro.
Curare i sentieri e sorvegliare le Soglie è faticoso per chiunque. Per questo accompagnano la loro giornata con particolari bevande. Capita anche che debbano medicarsi velocemente o conservare alcuni preparati.
In questa particolare occasione Marco e Livia hanno deciso di condividere con noi la loro giornata, ricordandoci che per le cure importanti è sempre fondamentale rivolgersi al proprio medico, umano o veterinario che sia.
Il mattino, per i Custodi della Soglia, è il momento in cui il corpo deve rimettersi in moto. Prima dei sentieri, prima dei controlli lungo i margini dei boschi, c'è sempre una tazza calda sul tavolo. Non sempre la stessa: dipende dalla stagione, da ciò che cresce nei campi, o semplicemente da ciò che serve quel giorno.
Una delle erbe più presenti è la mentuccia (Calamintha nepeta, talvolta Mentha pulegium). Nella Tuscia cresce spontanea e ha un profumo più ruvido della menta domestica. In infuso al mattino è un digestivo preventivo e un tonico leggero, con quel sapore pungente che risveglia senza appesantire.
Quando l'aria è fredda o il lavoro della giornata si annuncia lungo, Marco preferisce qualcosa di più deciso: rosmarino e salvia. È una combinazione antica della tradizione laziale, aromatica e resinosa, che stimola la circolazione e scalda il corpo. Nella macchia della Tuscia entrambe le piante crescono ovunque, quasi come se facessero parte del paesaggio da sempre.
Nei mesi più freddi compaiono spesso le bacche di rosa canina. Raccolte ai margini dei boschi e fatte essiccare, danno un infuso ricco di vitamina C, usato da generazioni come ricostituente invernale. Il gusto è leggermente acidulo, semplice e pulito.
A volte però serve qualcosa di più amaro. In questi casi entra in gioco il tarassaco, usato nelle foglie o nella radice. Nella tradizione contadina del Lazio è una delle piante più comuni per sostenere il fegato e rimettere in ordine la digestione al mattino. La radice, tostata, veniva anche usata come sostituto del caffè.
Quando lo stomaco ha bisogno solo di essere accompagnato con discrezione, bastano i semi di finocchio selvatico. Crescono nei campi incolti e lungo i bordi delle strade di campagna. L'infuso è carminativo e digestivo, una preparazione semplice ma molto diffusa nella tradizione dell'Italia centrale.
Con l'arrivo della primavera può comparire il sambuco. I suoi fiori essiccati venivano usati in infuso come depurativo stagionale e per sostenere le vie respiratorie. Anche nelle preparazioni delle monache benedettine di Orte questa pianta ha sempre avuto un posto.
Tra le erbe più umili, ma anche più utili, c'è l'ortica. Raccolta spontanea quasi ovunque, in infuso diventa un remineralizzante naturale e un sostegno nei periodi di stanchezza. Nelle campagne non è mai stata considerata una pianta povera, ma una risorsa.
Infine c'è la melissa, coltivata negli orti o cresciuta spontanea vicino alle case. La tisana del mattino è leggera, con un effetto equilibrante: calma senza rallentare, e per questo molti la preferiscono alla camomilla nelle prime ore della giornata.
Con queste erbe inizia spesso il lavoro dei Custodi della Soglia. Il giorno è appena cominciato, e prima che arrivi il pranzo c'è ancora molto da fare lungo i sentieri della Tuscia.
Quando il sole è alto e il lavoro della mattina è ormai alle spalle, arriva il momento di fermarsi. Anche per i Custodi della Soglia il pranzo è una pausa necessaria. Prima di sedersi a tavola, però, capita spesso di preparare una piccola tisana amara: serve a preparare lo stomaco al pasto.
Una delle più efficaci è la genziana, usata soprattutto nella radice. Cresce nei prati e lungo i bordi boschivi dei rilievi della Tuscia, come i Cimini e i Vulsini. Il suo sapore è decisamente amaro, ma proprio per questo stimola la produzione dei succhi gastrici e prepara la digestione. Da secoli viene utilizzata anche come base per liquori digestivi, una tradizione che affonda nelle preparazioni monastiche medievali.
Un'alternativa più aromatica è l'achillea, molto comune nei prati incolti e lungo i margini dei campi. L'infuso delle sommità fiorite ha un gusto amaro ma profumato, tradizionalmente usato per stimolare l'appetito e prevenire il gonfiore. Anche questa pianta compare nelle preparazioni digestive delle monache benedettine di Orte.
A volte basta qualcosa di più semplice. Le foglie di salvia, diffuse ovunque nella macchia della Tuscia, danno un infuso tonico per lo stomaco e utile come carminativo preventivo. L'uso digestivo della salvia è molto antico: già Dioscoride la citava tra le piante utili per sostenere lo stomaco.
Dopo il pasto, invece, le tisane cambiano carattere. Non devono più preparare, ma aiutare il corpo a concludere la digestione.
Qui ritorna spesso la mentuccia, la stessa che al mattino apre la giornata. Il suo carattere selvatico la rende più carminativa della menta domestica e meno sedativa. Nella cucina della Tuscia è già presente in molti piatti tradizionali — dall'acquacotta ai funghi fino alla trippa — e berla in infuso dopo mangiato è quasi un prolungamento naturale del pasto.
La scelta più diffusa resta però il finocchio selvatico. I suoi semi essiccati, raccolti nei campi abbandonati o lungo le strade di campagna, sono da secoli la tisana digestiva per eccellenza. Riduce il gonfiore, scioglie i gas e chiude il pasto con un profumo familiare.
Quando la digestione richiede più calma entra in gioco la camomilla. Coltivata negli orti o raccolta spontanea, è antispasmodica e rilassante, utile quando lo stomaco è appesantito. Anche nelle preparazioni delle monache di Orte è una delle miscele più comuni.
Per chi preferisce un gusto più erbaceo e meno floreale c'è la melissa. Digestiva e leggermente calmante, accompagna il dopo pasto senza appesantire.
In alcune case della Tuscia si prepara anche una miscela di menta piperita e mentuccia. L'unione della menta domestica con quella selvatica crea una tisana fresca e molto digestiva, ancora usata nelle famiglie contadine quando il pranzo è stato particolarmente abbondante.
Dopo questa pausa il giorno riprende lentamente. I Custodi della Soglia tornano ai sentieri e ai margini dei boschi, mentre il pomeriggio si apre con ritmi diversi da quelli del mattino.
Il pomeriggio nella Tuscia ha un ritmo diverso. Il lavoro continua, ma senza la fretta del mattino. È il momento in cui i Custodi della Soglia si concedono una breve pausa, spesso all'ombra di un albero o vicino a una fonte lungo i sentieri. Le tisane di questa parte della giornata non devono stimolare troppo né portare sonnolenza: servono piuttosto a mantenere l'equilibrio.
Una delle più semplici è la malva, che cresce spontanea nei margini dei campi e degli orti. I fiori e le foglie danno un infuso delicato, emolliente e leggermente antinfiammatorio. Il gusto è neutro, quasi morbido, e per questo si adatta bene a qualsiasi momento del giorno senza influire sull'energia o sul sonno.
Nei prati più soleggiati si trova invece l'iperico, conosciuto anche come erba di San Giovanni. Le sue sommità fiorite venivano raccolte tradizionalmente attorno al solstizio d'estate e usate in infuso nei momenti di stanchezza o nei cambi di stagione. Nella tradizione popolare era considerata una pianta "solare", capace di sostenere il tono dell'umore.
Un'altra presenza comune negli orti è la verbena. L'infuso delle foglie è digestivo e leggermente calmante, ma senza l'effetto sedativo delle piante più forti. Per questo, nella tradizione contadina dell'Italia centrale, era spesso la tisana di metà giornata, quella che accompagnava il riposo breve dopo i lavori più pesanti.
Durante l'estate ricompare anche la rosa canina, la stessa usata al mattino. Nel pomeriggio però viene spesso bevuta tiepida o lasciata raffreddare, diventando una bevanda dissetante e ricostituente. Nei periodi di lavoro agricolo intenso era una delle preparazioni più semplici per recuperare energie.
Dopo questa pausa il giorno comincia lentamente a piegarsi verso la sera. I Custodi della Soglia riprendono il cammino sapendo che, con il calare della luce, anche le erbe cambieranno carattere.
Quando la luce comincia a scendere sui campi della Tuscia, anche il lavoro dei Custodi della Soglia rallenta. I sentieri sono stati controllati, i margini dei boschi osservati, e il giorno si avvicina alla sua chiusura. Prima della cena, come accadeva nelle case contadine, capita ancora di bere qualcosa di amaro per preparare lo stomaco.
La genziana, nella sua radice, svolge lo stesso ruolo che aveva già a pranzo. Il decotto amaro era considerato il vero aperitivo della tradizione rurale: stimola i succhi gastrici e prepara alla digestione. Nella Tuscia e nell'Alto Lazio la radice essiccata è stata per secoli anche la base di liquori digestivi artigianali, bevuti proprio prima dei pasti serali.
A volte si preferisce qualcosa di più aromatico. L'infuso breve di salvia e rosmarino, già presente al mattino, torna anche in questa fascia della giornata. Le due piante stimolano la secrezione gastrica e preparano lo stomaco in modo più gentile. Nella tradizione contadina del centro Italia questa combinazione non è mai davvero scomparsa.
Un'altra possibilità è l'achillea, usata nello stesso modo del pre-pranzo. Le sommità fiorite danno un infuso amaro-aromatico che stimola l'appetito e prepara il corpo al pasto. La presenza di questa pianta nelle preparazioni delle monache benedettine di Orte testimonia quanto sia radicata nella tradizione erboristica locale.
Quando il pasto è finito, le tisane cambiano tono. Non servono più a preparare lo stomaco, ma ad accompagnare lentamente la digestione e la transizione verso la notte.
Una delle combinazioni più diffuse è finocchio e melissa. Il finocchio scioglie i gas e riduce il gonfiore, mentre la melissa porta una calma leggera senza sedare bruscamente. È una miscela molto presente nella tradizione popolare dell'Italia centrale e compare anche nelle preparazioni delle monache di Orte.
La mentuccia, già incontrata durante la giornata, torna anche qui. Il suo profilo digestivo resta lo stesso del dopo pranzo, ma in chiave di chiusura della giornata. Nella cucina povera della Tuscia la cena era spesso composta dagli stessi piatti del pranzo riscaldati, e la mentuccia accompagnava naturalmente entrambi i momenti.
Quando invece lo stomaco ha bisogno di maggiore delicatezza entra in gioco la malva, da sola o unita alla camomilla. È una tisana emolliente che calma le irritazioni di stomaco e intestino. Nelle preparazioni monastiche di Orte la combinazione di malva e camomilla veniva indicata proprio per i disturbi come gastrite o colite.
Con queste tisane la giornata dei Custodi della Soglia si avvicina alla quiete della sera. Ma prima che arrivi il sonno, ci sono ancora alcune piante che accompagnano l'ultima parte della notte.
Quando la sera scende davvero sulla Tuscia e i sentieri diventano silenziosi, anche i Custodi della Soglia smettono di muoversi. La giornata è finita, e prima del riposo resta ancora una tisana che aiuti il corpo a lasciarsi andare alla notte. Tuttavia non sempre la notte dei Custodi trascorre tranquilla.
Tra le piante più usate c'è il tiglio. I suoi fiori e le brattee, raccolti e lasciati essiccare, danno un infuso noto da secoli per il suo effetto calmante sul sistema nervoso. Nelle campagne italiane è forse la tisana serale più conosciuta. La tradizione monastica medievale lo ha utilizzato a lungo, e ancora oggi le monache benedettine di Orte lo includono nella loro Tisana Serenità.
Accanto al tiglio compare spesso il biancospino, arbusto comune nelle siepi e nei margini boschivi della zona. L'infuso delle sommità fiorite ha un'azione sedativa delicata, ma con una particolare affinità per il sistema cardiovascolare. Nella tradizione popolare veniva bevuto la sera quando il cuore restava accelerato per la stanchezza o per le tensioni della giornata. Anche questa pianta è presente nella stessa miscela serale preparata dalle monache di Orte.
Quando invece il sonno tarda ad arrivare entra in gioco una pianta più decisa: la valeriana. Cresce nei fossi umidi e nei bordi dei campi della Tuscia, e la sua radice essiccata è da sempre considerata una delle erbe del sonno per eccellenza nella tradizione europea. Il gusto è forte e poco gradevole, per questo viene spesso miscelata con piante più morbide come melissa o tiglio. Le sue proprietà calmanti erano già descritte nell'antichità da Dioscoride.
Più discreto è il luppolo, che cresce spontaneo nelle siepi umide e nei fossi. Gli strobili essiccati danno una tisana sedativa leggera, indicata soprattutto quando l'insonnia nasce da tensioni muscolari. Nella tradizione contadina del Lazio la pianta aveva anche un uso alimentare: i giovani germogli venivano raccolti in primavera, mentre i fiori maturi si conservavano per le tisane invernali.
Infine c'è la combinazione più semplice e diffusa: camomilla e tiglio. È forse la miscela notturna più tradizionale dell'Italia centrale. La camomilla rilassa lo stomaco e scioglie le tensioni, mentre il tiglio accompagna il sistema nervoso verso il riposo. Nella tradizione monastica — dalle monache di Orte ai monaci di Camaldoli — questa coppia è rimasta a lungo una delle preparazioni serali più comuni.
Con queste ultime erbe la giornata dei Custodi della Soglia si chiude. La notte copre i campi e i boschi della Tuscia, e anche le piante tornano al silenzio fino al mattino successivo.
La giornata dei Custodi della Soglia non è fatta solo di tisane. I sentieri della Tuscia sono pieni di rovi, pietre, spine e rami bassi. Tagli, piccole ferite o scottature capitano più spesso di quanto si pensi. Per questo Marco e Livia portano sempre con sé alcuni preparati semplici, quelli che nella tradizione delle campagne venivano tenuti in ogni casa.
Uno dei più antichi è l'oleolito di iperico, spesso chiamato anche olio di San Giovanni. I fiori freschi della pianta vengono lasciati macerare nell'olio extravergine d'oliva finché l'olio assume il caratteristico colore rosso scuro. È uno dei rimedi domestici più diffusi nell'Italia centrale: cicatrizzante, emolliente e utile sulle scottature leggere. La raccolta dell'iperico avveniva tradizionalmente attorno al 24 giugno, giorno di San Giovanni.
Simile nella preparazione è l'oleolito di calendula. I fiori, questa volta essiccati, rilasciano nell'olio proprietà lenitive e antinfiammatorie. È un rimedio delicato per irritazioni della pelle, piccole ferite o screpolature. La calendula cresce facilmente negli orti della Tuscia ed è stata per secoli una presenza costante negli orti dei semplici.
Quando invece serve qualcosa di immediato, spesso basta una pianta raccolta sul posto. La piantaggine, comunissima nei prati e lungo i margini dei campi, è uno dei rimedi più antichi. La foglia fresca, leggermente pestata o strofinata tra le mani, viene applicata direttamente sulla ferita o sulla puntura d'insetto. Nella tradizione contadina era considerata antibatterica e capace di fermare il sanguinamento.
Anche la salvia, così abbondante negli orti e nella macchia della Tuscia, veniva usata direttamente sulla pelle. Le foglie fresche potevano essere applicate sulla ferita oppure utilizzate in un infuso concentrato per lavarla. Gli erbari monastici medievali la descrivono spesso come pianta cicatrizzante, non a caso la salvia era chiamata "la pianta che salva".
Per ferite che faticano a rimarginarsi entrava in gioco l'equiseto, conosciuto anche come coda cavallina. Il decotto concentrato veniva usato per lavaggi esterni di piaghe o ulcere, grazie alla sua azione emostatica e remineralizzante sui tessuti. La pianta cresce nei fossi umidi e lungo i corsi d'acqua della zona.
Il lavoro lungo i sentieri o nei campi lascia spesso segni più profondi delle piccole ferite. Contusioni, muscoli indolenziti o articolazioni affaticate fanno parte della vita quotidiana, e anche qui la tradizione contadina ha conservato alcuni rimedi semplici.
Ancora una volta compare l'oleolito di iperico. Oltre che sulle ferite, veniva usato come olio da massaggio per contusioni, dolori muscolari e nevralgie. Nelle campagne del Lazio era il rimedio più comune per le "botte e storte".
Un altro rimedio rustico è l'impacco di foglie di cavolo. Le foglie vengono leggermente scaldate e applicate sulle articolazioni dolenti, tenute ferme con un panno. È una pratica molto diffusa nella tradizione contadina del centro Italia e non richiede preparazioni particolari: basta l'orto.
Per frizioni e massaggi si usava spesso aceto di vino con rosmarino. Il rosmarino fresco lasciato macerare nell'aceto crea una soluzione stimolante per la circolazione e utile contro rigidità muscolari o dolori reumatici. Prima che l'alcol fosse facilmente disponibile, l'aceto era il solvente più comune per estrarre le proprietà delle erbe.
Quando invece la stanchezza si accumula nelle gambe, un rimedio semplice è un bagno caldo con salvia e rosmarino. Un infuso concentrato delle due piante veniva versato nell'acqua per pediluvi o bagni parziali dopo una giornata di lavoro.
Chi conosce le piante sa anche che molte di esse non si usano subito. Devono essere conservate per i mesi freddi o per i momenti in cui non è possibile raccoglierle. Nella tradizione della Tuscia esistono diversi modi semplici per farlo.
Il più antico è probabilmente la conservazione sotto sale. Strati di sale grosso alternati a erbe aromatiche — rosmarino, salvia, timo o alloro — venivano chiusi in barattoli di vetro. Il sale disidrata le piante mentre gli oli essenziali contribuiscono a mantenerle stabili. È una tecnica diffusa in tutta l'Italia contadina prima dell'arrivo del frigorifero.
Un altro metodo molto comune è la conservazione nell'olio. Rosmarino, salvia, alloro o ginepro possono essere immersi nell'olio extravergine d'oliva. L'olio conserva le piante e allo stesso tempo si arricchisce dei loro aromi, diventando utile sia in cucina sia nei preparati domestici.
Anche l'aceto aromatizzato con erbe era diffuso nelle case di campagna. Timo, maggiorana o alloro venivano lasciati macerare nell'aceto di vino, ottenendo un preparato che poteva servire sia come condimento sia come soluzione antisettica per piccoli usi domestici.
Infine c'è il miele con le erbe, uno dei metodi più antichi di conservazione medicinale. Infusi concentrati di salvia, timo o sambuco venivano incorporati nel miele, che grazie alle sue proprietà antibatteriche e igroscopiche mantiene il preparato stabile a lungo. Anche oggi le monache benedettine di Orte producono mieli aromatizzati seguendo questa stessa logica.
Con questi preparati si chiude il ciclo della giornata e delle stagioni. Le erbe non accompagnano solo le ore del giorno, ma restano pronte quando servono, lungo i sentieri, negli orti e nelle case della Tuscia.