Piante, tradizioni e racconti legati al territorio
Il sole era basso quando Elisa arrivò al casale. Aveva camminato per ore nei boschi con la macchina fotografica, seguendo sentieri che non conosceva prima dell'incendio; da quel giorno i boschi la chiamavano, e lei non sapeva spiegarlo meglio di così.
La porta era chiusa. Elisa tirò la corda della campana e restò ad aspettare mentre il suono si perdeva nel silenzio della sera. Se qualcuno fosse stato in casa e l'avesse invitata a restare per la notte avrebbe accettato senza esitare: non avrebbe mai osato chiederlo, ma tornare a casa con il sole ormai calante sarebbe stato pericoloso.
Agnese comparve dal noccioleto, sfregandosi le mani sporche di terra. La guardò avvicinandosi di qualche passo e le rivolse un cenno del capo.
"Marco sta controllando il bosco. Livia dovrebbe essere in casa, si starà lavando. È tornata coperta di fango."
Elisa restò ferma un istante. Non aveva mai sentito tante parole insieme dalla bocca di Agnese. Di solito erano cenni, monosillabi, silenzi che pesavano.
"Grazie, Agnese." Le rivolse uno dei suoi sorrisi timidi. "Ho fatto una passeggiata per fotografare. Dal giorno dell'incendio i boschi hanno una forza magnetica su di me."
Agnese la guardò a lungo, gli occhi che cercavano qualcosa nel viso di Elisa. Poi annuì e tornò verso il suo casale senza aggiungere altro.
Elisa rimase di fronte alla porta con la sensazione di essere stata letta; ogni volta che vedeva Agnese le sembrava che le leggesse dentro.
Un rumore di zoccoli venne dall'interno e la porta si aprì. Livia comparve sistemandosi la maglietta, i capelli legati in una coda.
"Elisa! Entra, stavo per preparare qualcosa da mangiare." Il volto le si aprì felice di quell'arrivo.
Si sedettero in cucina. Livia tagliò pane e formaggio, aprì una bottiglia di vino rosso. Parlarono di poco, del freddo arrivato presto, dei sentieri dopo le piogge, delle fotografie. Elisa mostrò alcune immagini sullo schermo della macchina: tronchi contorti, luce tra le foglie, un fungo cresciuto su una radice.
"Questa l'ho scattata vicino alla ferrovia vecchia," disse Elisa. "Dove ci avete trovati."
Livia guardò la foto. Un tratto di binario arrugginito, invaso dalla vegetazione. Niente di speciale, eppure qualcosa le strinse lo stomaco. "Ci torni spesso?"
"È la terza volta." Elisa abbassò lo sguardo. "Non so perché. Mi sembra di dover tornare."
Restarono in silenzio, mentre Livia versò altro vino. "Resta stanotte," disse. "La stanza al pian terreno è libera. Marco tornerà tardi."
Elisa annuì, sollevata. Non aveva dovuto chiedere.
Più tardi, quando Elisa fu già nella sua stanza, Marco rientrò. Livia era in cucina a lavare i piatti.
"C'è Elisa," disse senza voltarsi. "Dorme qui."
Marco si sedette, si sfilò gli scarponi. Era stanco; aveva camminato per ore. "L'ho vista arrivare dal sentiero," disse. "Il rosso del giaccone tra gli alberi." L'espressione si fece divertita. "Sembra che oltre alle magliette e alle felpe abbia anche i giacconi rossi."
Livia si asciugò le mani ridendo e si voltò, tornando lentamente seria. "Torna sempre alla ferrovia. Dove li abbiamo trovati."
Marco alzò lo sguardo. "Anche gli altri?"
"Non lo so. Lei sì."
Marco restò in silenzio. Poi disse: "Agnese mi ha detto una cosa strana oggi. Era nel noccioleto, stava toccando il tronco del nocciolo giovane, quello che abbiamo piantato dopo il fulmine."
Livia aspettò.
"Ha detto che alcuni fili non si spezzano mai. Si tendono e basta."
Livia pensò a Elisa, alla sua macchina fotografica, ai suoi ritorni. Al modo in cui Agnese l'aveva guardata. "Credi che parlasse di lei?"
"Non lo so." Marco si alzò e le passò accanto per andare in bagno. "Agnese non parla mai a caso."
La mattina dopo Elisa era già sveglia all'alba. Il cielo di novembre era basso, color cenere umida. Il sole era ancora nascosto e il freddo era pungente; sapeva che tra qualche ora il freddo intenso avrebbe ceduto il passo a un grigio uniforme.
Livia scese dal piano di sopra, già vestita, e si versò la tisana calda di rosmarino e salvia che trovò pronta, posata su un ripiano del camino per restare al caldo. Uscì in veranda con la tazza dove trovò Elisa con la sua tazza tra le mani, lo sguardo perso verso i noccioli.
"Ho dormito bene," disse Elisa sentendola aprire e chiudere la porta. "Meglio che a casa mia."
Livia si sedette accanto a lei. Il sole cominciava ad affacciarsi all'orizzonte; l'aria restava fresca.
"Sai che puoi tornare quando vuoi."
Elisa sorrise, quel sorriso timido, appena accennato.
"Grazie." Fece una pausa. "A volte ho la sensazione di dover stare qui. Non so spiegarlo. Come se qualcosa mi avesse legata a questo posto."
Livia non rispose. Pensò all'amuleto della nonna che Elisa le aveva dato. Lo teneva nel cassetto del laboratorio, avvolto in un panno.
Agnese passò davanti alla veranda, diretta all'orto. Si fermò un istante e guardò le due donne sedute insieme. Il suo sguardo si posò su Elisa, di nuovo quel secondo di troppo. Poi riprese a camminare, tornando alle sue faccende. Livia ed Elisa la salutarono con un cenno della mano; lei ricambiò con un lieve movimento del capo.
Elisa stirò le gambe, coperte dai pantaloni pesanti. "Non ho visto Marco."
La frase restò sospesa. Non era una domanda. La postura lasciava intuire che c'era altro dietro quell'osservazione.
Livia inarcò un sopracciglio, inclinando leggermente la testa verso di lei. "È uscito prestissimo con Vigil. Ha detto che voleva controllare il sentiero nord. Dopo le piogge qualcosa ha ceduto."
"Tra voi va tutto bene?"
"Le solite cose. Non litighiamo e lavoriamo in armonia. Direi che va tutto bene."
Elisa tenne la tazza tra le mani e la abbassò tra le gambe, come per trattenerne il calore residuo. "Non intendevo quello," disse con tono più timido.
"Allora cosa intendevi?" chiese Livia, con un tono scherzosamente serio.
"No, niente. Lascia stare."
Lo sguardo tornò verso il paesaggio, mentre il sole rendeva ormai evidente la propria presenza. Elisa si alzò con un movimento lento, fluido. "Vado a prendere la macchina fotografica. Questa luce è perfetta."
Livia annuì, alzandosi con energia. "Bene, io vado un attimo in laboratorio."
Rientrarono in casa ed Elisa rallentò un istante nel corridoio. La casa aveva un odore diverso al mattino, più denso, come se il legno trattenesse il freddo della notte. Si fermò davanti alla finestra che guardava verso il sentiero e restò lì qualche secondo, senza un motivo preciso. Poi si scosse e proseguì verso la stanza.
Livia rimase in cucina. Raccolse le tazze dal tavolo e le portò al lavello, sciacquandole senza fretta. Il rumore dell'acqua riempì lo spazio lasciato dalle parole non dette. Ripensò alla domanda di Elisa, al modo in cui l'aveva pronunciata. Non era semplice curiosità. Non solo.
Appoggiò le mani sul bordo del lavello e rimase immobile. Fuori, il sole era ormai salito abbastanza da illuminare il cortile. I noccioli gettavano ombre sottili e allungate. In casa tutto sembrava normale. Eppure qualcosa, appena percettibile, si era spostato.
Elisa uscì di casa con la macchina fotografica e uno zoom che copriva dal grandangolo al teleobiettivo. Era un obiettivo luminoso, adatto a lavorare con poca luce senza rinunciare alla versatilità dello zoom.
Si spostò subito verso il noccioleto antico per fotografare, con la luce ancora bassa, il vecchio nocciolo colpito dal fulmine. Trasportata dal soggetto, scattò da diverse angolazioni, alternando campi larghi a dettagli estremamente ravvicinati.
Il richiamo di una cornacchia la riportò alla realtà. Guardò lo schermo della macchina fotografica: oltre cento scatti, senza che se ne fosse accorta. Sorrise. Avrebbe avuto parecchio materiale su cui lavorare.
Tornò dal lato della veranda e iniziò a fotografare il paesaggio autunnale, un soggetto che l'aveva sempre colpita nel profondo. Forse per la sua predilezione per il rosso. Lentamente si spostò di qualche metro lungo il sentiero che costeggiava il campo e si fermò davanti a un cumulo di foglie cadute, dove si accovacciò, abbassò la macchina e ruotò leggermente lo zoom per isolare un dettaglio: una foglia ancora intatta, attraversata da venature scure come piccoli fiumi. Regolò rapidamente la messa a fuoco manuale, lasciando che il resto si dissolvesse in un morbido fuori campo.
Si sollevò di poco, cambiò angolazione per evitare il riflesso diretto del sole ormai più alto. Inclinò il corpo, cercando un equilibrio tra luce e ombra. Scattò ancora, poi arretrò di mezzo passo per includere una porzione di terreno umido, dove il rosso si mescolava al marrone scuro della terra.
Controllò l'esposizione, corresse di poco e scattò un'ultima volta prima di rialzarsi.
Nel laboratorio, intanto, Livia lavorava all'amuleto. Il locale era spazioso, con due tavoli da lavoro identici per forma, entrambi in perfetto ordine, con il necessario a portata di mano, disposto in contenitori o appeso a supporti metallici. Uno dei tavoli aveva degli strumenti per lavoro di precisione, adatti per il restauro, l'altro strumenti per l'erboristeria. Poco distante, a ridosso della parete, vicino a un pilastro portante, c'era un tavolo più piccolo con una sedia da ufficio con ruote, usato per sedersi davanti ai reperti minuti o per scrivere relazioni. Un ampio armadio occupava un'intera parete, costellato di cassetti di diverse dimensioni. Ricordava una vecchia cassettiera da erboristeria: un mobile antico, restaurato e restituito a un nuovo compito.
Si avvicinò a uno dei cassetti più piccoli. Inspirò a fondo, trattenne l'aria per qualche secondo e poi la lasciò uscire lentamente. Era un gesto abituale, quasi un rito, che precedeva i lavori a cui teneva di più. Con movimenti lenti e rispettosi aprì il cassetto e prese il panno che proteggeva il ciondolo che Elisa le aveva regalato.
Senza fretta lo dispose sul banco sotto la luce diretta e indossò i guanti sottili. Il ciondolo era in bronzo, coperto da una patina stabile, verde scuro con leggere variazioni brune. Non presentava fratture evidenti, solo microabrasioni compatibili con un uso prolungato.
Con un pennello a setole morbide rimosse i residui superficiali, lavorando per piccoli movimenti circolari, senza esercitare pressione. Evitò solventi aggressivi: la superficie non doveva essere alterata. Si limitò a consolidare i punti più fragili con una minima quantità di soluzione protettiva, applicata con la punta di un bastoncino.
Ruotò il ciondolo sotto la lampada orientabile. Una linea incisa, quasi nascosta dalla patina, emerse lungo il bordo interno. Non era decorativa. Era intenzionale. Seguiva l'andamento del metallo con una regolarità che escludeva l'usura casuale. Non richiamava motivi etruschi codificati: il tratto era più arcaico, essenziale, appartenente a una fase molto precedente. La fusione, la sintesi del segno, la profondità dell'incisione suggerivano un'origine anteriore all'etrusco maturo, forse villanoviana, forse ancora più antica.
Rimase immobile qualche secondo, osservando. L'oggetto aveva un equilibrio che non apparteneva ai manufatti recenti. Non era una riproduzione. Era antico in modo netto, radicato.
Abbassò lo sguardo al legaccio. Fibra vegetale, consunta, annodata più volte. Non era originale. La torsione era moderna, irregolare. Probabilmente sostituito in ambito familiare, una nonna, forse una bisnonna. Non aveva rilevanza archeologica.
Rimosse il legaccio con attenzione, conservandolo comunque in una piccola busta numerata, da un cassetto prese un cordino di cuoio che aveva trattato anni prima con cere naturali e pigmenti per un lavoro mai completato. Il cuoio era invecchiato artificialmente, ma stabile.
Lo infilò nel foro dell'amuleto, verificò che la tensione fosse uniforme e lo chiuse con un nodo semplice e sicuro, per un attimo restò ferma, poi lo avvolse attorno al polso sinistro, fissandolo poco sopra la linea dove, a volte, compariva la sottile mezzaluna.
Non era qualcosa di tecnico, non era un esperimento, era qualcosa di necessario.
Fuori, nell'orto, Agnese lavorava già da un po' con un ritmo regolare della zappa. Elisa la osservò qualche istante con la macchina fotografica ancora in mano, ma la luce non era più quella giusta e insistere non avrebbe aggiunto nulla. Abbassò la macchina fotografica, si tolse la tracolla dal collo e la ripose nella borsa imbottita sotto la tettoia.
Restò un momento a mani vuote, guardando Agnese, poi si avvicinò. "Posso aiutare?"
Agnese la guardò un istante, poi le porse la zappa più piccola.
Elisa non era inesperta. A casa sua teneva galline e un orto modesto; conosceva il peso giusto della terra quando era umida. Si mise accanto alla fila successiva e iniziò a lavorare, riportando il terreno verso gli steli con movimenti regolari, senza fretta.
A un certo punto Agnese le toccò il polso, correggendo appena l'inclinazione della lama. Un gesto minimo, tecnico. Elisa annuì e riprese.
Lavorarono così per quasi un'ora. Il freddo era secco; il respiro si condensava nell'aria ferma. La terra si infilava sotto le unghie, nelle pieghe della pelle, lungo le cuciture dei pantaloni. Si fermarono all'ombra del noccioleto, i rami sopra di loro erano quasi nudi. Solo qualche foglia color ruggine resisteva.
Agnese si asciugò le mani sul grembiule e guardò l'albero giovane, quello piantato al posto di quello colpito dal fulmine.
"Come sta?" chiese Elisa.
"Attecchisce." Fece una pausa. "Lento, ma attecchisce."
Elisa avrebbe voluto chiedere altro, ma non lo fece; il modo di parlare lasciava trasparire una sorta di intimità che lei non comprendeva e non sapeva come affrontare.
Intanto, nel laboratorio, Livia si voltò verso il tavolo più piccolo, quello accanto al pilastro portante. Aprì il cassetto inferiore, chiuso a chiave, e ne estrasse il portatile. Lo aprì e lo schermo si illuminò nel silenzio della stanza.
Accedette alla rete del suo ex ufficio a Viterbo, ora lavorava come consulente da casa, ma gli archivi le erano ancora consentiti. Inserì le credenziali. Il sistema richiese il codice temporaneo sul telefono. Lo digitò. Poi l'impronta digitale e l'accesso si aprì.
Entrò negli archivi riservati. Cercò per area, per composizione del bronzo, per tipologia di incisione lineare. Scorrevano schede tecniche, immagini di reperti catalogati, note di scavo… e si fermò.
La corrispondenza non era perfetta, ma la profondità del segno, la sintesi della forma, l'assenza di decorazione narrativa: qualcosa coincideva. La datazione proposta non apparteneva all'etrusco maturo, era precedente.
Livia rimase immobile davanti allo schermo. Non stampò nulla. Non salvò. Chiuse il portatile lentamente e lo rimise nel cassetto. Non aveva ancora una certezza, ma sapeva che il ciondolo non era dove avrebbe dovuto essere.
Quando Agnese si allontanò verso la casa, Elisa rimase ancora qualche minuto nell'orto. Si guardò le mani: la terra si era infilata sotto le unghie, lungo le pieghe della pelle. Non la infastidiva. Le piaceva sentirne il peso.
Raggiunse la tettoia e aprì la borsa con attenzione, ma prima di toccare la macchina prese dal vano laterale un paio di guanti leggeri in cotone, quelli che usava quando doveva cambiare obiettivo o lavorare a lungo senza lasciare impronte. Li infilò con calma, facendo aderire bene le dita. Solo allora prese la macchina fotografica.
Lasciò la tettoia e si fermò sul confine tra orto e noccioleto, dove la terra smossa incontrava le foglie cadute. Regolò lo zoom cercando un'inquadratura che tenesse insieme il solco appena sistemato e le radici affioranti del terreno più antico, poi abbassò leggermente il punto di ripresa perché la linea del solco conducesse l'occhio verso l'albero giovane.
Scattò una prima volta.
Si spostò di mezzo passo, cambiando angolo per comprimere la distanza tra il nocciolo giovane e il tronco bruciato poco più in là, finché nel mirino i due divennero quasi un unico asse verticale: uno segnato, l'altro ancora elastico.
Scattò di nuovo. Rimase immobile qualche secondo, osservando attraverso il mirino come per misurare la tenuta dell'immagine. Non controllò lo schermo, sapeva già cosa aveva preso.
Sollevò lo sguardo verso la casa. La finestra rifletteva il cielo di novembre, opaco, uniforme. Non si vedeva dentro e restò così qualche secondo, con la tracolla che le pesava sulle spalle e l'odore della terra ancora nell'aria.
Poi spense la macchina, non per mancanza di luce ma perché bastava.
La porta del laboratorio era chiusa, come sempre. Livia stava sistemando la tavola per il pranzo; il ciondolo era appena visibile al polso, solo quando scivolava fuori dalla manica. Si girò verso la porta quando sentì entrare Elisa.
"Mentre preparo qualcosa da mangiare, vai a darti una pulita: sembri uscita da una pila di terra bagnata."
Elisa posò la borsa della macchina fotografica su un ripiano, poi si guardò, sgranando gli occhi.
"Non mi ero resa conto di essere ridotta in questo stato. Non ho un cambio, e i tuoi vestiti non mi stanno."
Con un cenno del capo Livia indicò la scala. "Sali. In corridoio c'è una panca. Ci sono dei vestiti di Sibilla, dovrebbero andarti bene. Per quanto fosse anziana, vestiva in linea con i tempi… quando le andava."
Elisa tirò un sospiro di sollievo e salì di corsa.
Livia aveva preparato il solito pranzo veloce: pane fatto in casa tagliato a fette, salame nostrano, formaggio e vino del posto. Dall'alto arrivò un canticchiare che si avvicinava alla scala.
Elisa comparve poco dopo con gli abiti recuperati, che le stavano a meraviglia; mancava solo il rosso. Guardò la tavola passando la mano sullo stomaco, in un gesto eloquente.
"Nel pomeriggio devo andare a Sutri a ritirare del materiale che avevo ordinato dal ferramenta. Mi acc…"
"Sì, sì. Ti accompagno volentieri." Elisa rispose in fretta, prima che la domanda fosse finita.
Si sistemarono al tavolo, mangiando e parlando del più e del meno.
"Viene anche Marco?" esordì all'improvviso Elisa, con una certa aspettativa nel tono.
Livia quasi si soffocò con il vino. "No, ne avrà per tutto il giorno. Ma se vuoi lo chiamo e gli dico di venire."
"No, era solo per sapere… così potevo stare un po' con Vigil." Il volto le si fece rosso per la vergogna.
Sutri, a novembre, era silenziosa. I turisti erano finiti con l'estate. La ferramenta era grande e si trovava in una strada laterale, dove le macchine passavano con frequenza.
La donna dietro il lungo banco accolse Livia come se non la vedesse da settimane. "Allora, hai risolto con l'umidità della parete nord?"
"Per ora tiene."
"Dovrai rifare il rivestimento isolante la prossima primavera."
"Lo so. L'infiltrazione ci ha colti di sorpresa quest'anno. Ormai è tardi. Per ora abbiamo rattoppato e sembra reggere."
Lei spostò lo sguardo su Elisa, con la curiosità bonaria di chi conosce quasi tutti. "Chi è?"
Non c'era cattiveria nella voce, solo una domanda semplice.
"Elisa. Una nostra amica."
"Di Roma?"
"No, vive a mezz'ora da noi. Ha un piccolo casale con le galline e delle ottime uova. Oltre a essere una superba fotografa."
Lei annuì. "State attente sul sentiero a nord. Con le piogge ha ceduto qualcosa, non so ancora bene dove."
Livia ed Elisa si guardarono per un istante.
Tornarono al casale con il bagagliaio e i sedili posteriori carichi di sacchi. Il cielo si era abbassato ancora, violaceo verso Sutri. Elisa guardava il paesaggio dal finestrino; le colline spoglie, i boschi che facevano massa scura, qualche capannone agricolo con le luci accese.
"Lo sapevi?" chiese.
"Cosa?"
"Del sentiero. Che aveva ceduto qualcosa."
Livia teneva gli occhi sulla strada.
"Marco me lo aveva detto stamattina. Te ne avevo parlato."
Elisa tornò a guardare fuori.
"Ma lui è andato a controllare lo stesso."
"Sì."
Non aggiunsero altro.
Marco tornò quando il sole calante gettava ancora luce sul casale. Vigil entrò per primo, scuotendo il pelo ancora umido, e andò a sedersi vicino ai piedi di Elisa, come se quello fosse il suo posto.
Mangiarono intorno al tavolo, con il fuoco alto. Agnese aveva portato un tegame di fagioli che era rimasto sul fuoco tutto il pomeriggio. C'erano poi il pane di Livia, il pecorino, il vino di Renato. Niente di speciale. Tutto esatto.
Finito il pasto, Marco tirò fuori dal taschino un pezzetto di legno che da giorni portava con sé. Ogni tanto ci lavorava con un piccolo coltello, a gesti lenti. Elisa lo guardò.
"Cosa sarà?"
"Non lo so ancora," disse lui. "Viene da solo."
Elisa abbassò lo sguardo verso la borsa della macchina fotografica appoggiata sulla mensola. "Come le fotografie," disse.
Marco alzò gli occhi e, per un momento fugace, si fermò nei suoi. Un secondo soltanto. Poi annuì.
Dopo cena decisero di guardare con Elisa alcune foto sul display della macchina: il noccioleto spoglio, i muri bagnati di brina, le colline sotto il cielo grigio. Marco ne fermò una con un dito, il profilo di Sutri nella foschia, la luce che cancellava i contorni.
"Assomiglia a qualcosa che ho visto."
"Dove?"
"Non lo so." Rimise giù la macchina. "In un sogno, forse."
Elisa non chiese altro.
Si fece tardi e rimasero in tre davanti al fuoco. Parlarono poco, del tempo che sarebbe cambiato la settimana successiva, di un sentiero che Livia voleva riaprire prima delle prime gelate, di niente di preciso. Vigil dormiva con il muso tra le zampe, gli occhi dorati socchiusi come brace.
Quando Elisa andò a letto, dalla finestra sentì il vento tra i rami nudi dei noccioli: un suono secco, aperto, diverso dall'estate. Si addormentò pensando che l'indomani sarebbe dovuta tornare a casa. Pensò che lo avrebbe rimpianto. Pensò che sarebbe tornata.
Al mattino Vigil la accompagnò fino al recinto. Si fermò al confine della proprietà e la guardò andare — immobile, gli occhi dorati fermi.
Elisa si voltò una volta sola.
Poi imboccò il sentiero verso il bosco.
© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.