🌿 Dal giardino alla Tuscia

Piante, tradizioni e racconti legati al territorio

I racconti dei Custodi fanno parte di una storia continua. Se è la prima volta che li leggi, inizia dal primo.

❄️ L'anno sta per finire

Lavori d'inverno al casale

Racconti fantasy
Data inserimento: 07/04/2026

❄️ Parte I — I segni dell'inverno

Marco e Livia sistemano i sentieri e riparano un muro a secco in inverno.

Il sole era alto per quanto potesse esserlo in inverno. Quest'anno non aveva ancora nevicato e probabilmente non lo avrebbe fatto, ma il freddo mordeva e l'aria restava ferma, tagliente.

Livia e Marco lavoravano da giorni: c'erano le colture da sistemare per la stagione successiva, i noccioleti da ripulire e i recinti da sistemare dove il legno aveva ceduto, ma soprattutto i sentieri, perché le piogge avevano smosso la terra, fatto affiorare pietre e scavato solchi che rendevano difficile il passaggio.

Marco sollevò un sasso grande quanto una testa e lo rotolò sul bordo del sentiero, con le mani intirizzite dal freddo nonostante i guanti e la schiena che protestava. Poco più avanti Livia lavorava china, sistemando la terra con una zappa corta e bloccando le pietre in un muro a secco: i capelli legati stretti in uno chignon, il viso sporco, il fiato che si faceva vapore nell'aria.

Agnese giunse dal casale con un cesto, camminando piano, con il passo di chi non aveva fretta e non ne aveva mai avuta. Lo posò su un muretto: pane, formaggio stagionato, una bottiglia di vino rosso. Un pranzo frugale, quello che serviva.

Il suo sguardo si spostò su Livia, poi su Marco, e il volto assunse un'espressione fintamente seria, quasi teatrale. "Oggi la vostra amica rossa non è venuta?"

Livia scoppiò a ridere, una risata vera, liberatoria, che ruppe il silenzio del bosco. "Elisa aveva degli impegni con il suo lavoro."

Agnese riprese la sua espressione tipica, quella che non rivelava nulla, e iniziò a distribuire il cibo: passò il pane a Marco, il formaggio a Livia, poi stappò il vino e li guardò mangiare per un momento, quindi disse, con il suo tono enigmatico, come se parlasse tra sé: "Spesso le persone che ci sono legate ci vengono portate via."

Livia smise di masticare e Marco alzò lo sguardo, ma Agnese aveva già posato il cesto a terra e si allontanava verso il casale, la schiena curva e il passo lento.

"Cosa intendeva?" chiese Marco.

Livia scosse la testa. "Non lo so."

Rimasero in silenzio, il pane in mano e il vino dimenticato, mentre le parole di Agnese restavano sospese nell'aria come qualcosa di incompiuto; più tardi, quando finirono di lavorare, il sole era ormai basso e la luce arancione tagliava obliqua tra i tronchi, allungando le ombre.

Tornarono al casale stanchi, sporchi, affamati. Marco entrò per primo in bagno, e l'acqua calda lavò via la terra mentre i muscoli si scioglievano.

Uscì con un asciugamano intorno ai fianchi, i capelli ancora bagnati, incrociando Livia nel corridoio, che reggeva un asciugamano che le copriva appena il tronco, il viso ancora sporco, striature di fango sul collo e sulle braccia, e si sfiorarono passando senza alcuna reazione, senza imbarazzo né sguardi che indugiassero.

"L'acqua?" chiese Livia.

"Calda."

"Ok."

Marco andò in cucina e iniziò a tirare fuori quello che c'era per cena, mentre Livia entrò in bagno, chiuse la porta e regolò la temperatura dell'acqua.

Sotto il getto caldo pensò alle parole di Agnese: le persone che ci sono legate ci vengono portate via.

Parlava di Elisa? Di qualcun altro? Di sé?

Livia lo guardò. Il nome era uscito così, naturale, come se lo conoscessero da sempre. Ma Agnese lo aveva pronunciato una volta sola, quella sera davanti al fuoco. Si chiamava Tito. Era morto prima che potessero finire.

"Forse."

"O forse parlava di Elisa."

Livia guardò di nuovo il polso e l'amuleto. Pensò al modo in cui Agnese guardava Elisa, quel secondo di troppo, quello sguardo che cercava qualcosa.

"Forse parlava di entrambi."

Marco annuì lentamente. "Agnese sa cose che non dice."

"Agnese sa cose che forse non può dire."

Silenzio. Fuori il buio era completo e il freddo premeva contro i vetri.

"Dovremmo chiederle," disse Marco.

"Non servirebbe. Parla quando vuole lei e dice solo quello che vuole dire."

Marco sapeva che aveva ragione. Agnese era così, un pozzo profondo di cui si vedeva solo la superficie dell'acqua, mai il fondo.

Lavarono insieme le stoviglie senza dire una parola, ognuno nei propri pensieri, poi si ritirarono nelle loro camere, ancora in silenzio.

La giornata era stata lunga.

❄️ Parte II — Serve spazio

Livia in poltrona prende appunti sul taccuino.

La mattina seguente il freddo era più sottile, ma l'aria restava immobile. Il cielo limpido lasciava entrare una luce chiara, quasi crudele.

Vigil era già sveglio quando Livia scese in cucina. Non venne incontro come faceva di solito. Era seduto vicino alla porta, il corpo teso, lo sguardo fisso verso l'esterno.

Marco se ne accorse mentre versava il caffè. "Che hai visto?" disse, senza aspettarsi risposta.

Il cane non si mosse.

Fecero colazione quasi in silenzio: il pane tostato, il vapore del caffè, il legno che crepitava nella stufa. Ogni tanto Vigil inclinava appena la testa, come se ascoltasse qualcosa che loro non sentivano.

Livia seguì la direzione del suo sguardo. "Guarda nella direzione del muretto."

Marco sospirò, ma si alzò. "Andiamo a vedere prima che mi abbatta la porta."

L'aria pungeva più del previsto e Vigil li precedette di qualche passo, rallentando in prossimità del muro sistemato il giorno prima, dove una sezione di circa un metro era crollata di nuovo. Le pietre non erano sparse in modo disordinato, ma sembravano spinte verso l'esterno, come se qualcosa avesse fatto pressione dall'interno.

Marco si chinò e raccolse una pietra. "Te l'avevo detto che lo fai troppo verticale."

"Il fondo l'hai fatto tu," rispose Livia.

Lei si inginocchiò e tastò la base. La terra era compatta. Nessun segno di pioggia, nessuno smottamento.

"Non è ceduto," disse. "È stato spinto."

Marco sbuffò. "Spinto da cosa?"

Livia non rispose e cominciò a rimettere le pietre al loro posto. Il lavoro fu rapido: le mani trovavano l'incastro giusto quasi da sole, mentre Marco sistemava la base con colpi brevi e decisi e lei ricomponeva il profilo superiore, controllando l'allineamento con lo sguardo.

Vigil restò a qualche metro di distanza. Non si avvicinò mai davvero al punto crollato.

"Se domani è di nuovo giù," disse Marco asciugandosi le mani sui pantaloni, "ti iscrivo a un corso di muretti a secco."

"E io ti iscrivo a uno di osservazione," ribatté lei.

Il muro, a fine lavoro, sembrava solido. Nulla lasciava intendere altro.

"Ciclamini." Marco indicò alcuni fiori sparsi ai piedi dei noccioli. "Sono parte di molte tradizioni."

Livia si abbassò, estraendo da un fodero un piccolo coltello rituale di foggia antica. "Ne prenderemo alcuni senza rovinare le loro radici."

Tornarono verso il casale. Dentro, l'odore del legno acceso era più forte. Livia prese un quaderno e iniziò a fare un elenco: letti da preparare, coperte da tirare fuori, stoviglie in più.

"Quanti saremo?" chiese Marco, spostando una sedia contro la parete.

Livia esitò un istante. "Elisa viene di sicuro. Nadia ha scritto ieri sera. Lorenzo ha detto che arriva nel pomeriggio della vigilia. Ruggero… credo che verrà."

Era il primo dicembre dopo l'incendio. Nessuno di loro sapeva davvero come sarebbe stato rivedersi tutti lì.

"Gianni?" chiese Marco.

"Con Sophia. Arianna forse li raggiunge il giorno dopo. Marco e Ilaria dipende dal lavoro. E poi qualche vicino."

Marco fece un rapido conto delle stanze. La casa non era grande e loro erano lì da meno di due anni. Alcune porte ancora non chiudevano bene, un paio di finestre lasciavano entrare spifferi che non avevano avuto tempo di sistemare. E c'era il rischio che l'umidità tornasse sulle pareti a nord.

"Chi viene da lontano si ferma," disse Livia. "Non li rimandiamo indietro di notte."

Salirono a controllare le camere. Livia aprì gli armadi delle loro camere, controllò le coperte, scosse via la polvere sottile che si era posata negli ultimi mesi. Marco sistemò una rete che scricchiolava, spostò un comodino, misurò con lo sguardo lo spazio per un eventuale materasso aggiunto nella sua camera.

C'erano altre due stanze che non avevano mai sistemato completamente. Dentro c'era ancora troppo: scatole, attrezzi, mobili smontati, oggetti accatastati. Cose da sistemare, da decidere, da affrontare.

"Lì non entra nessuno," disse Marco.

"Non ancora," rispose Livia.

"Se ci sono problemi con i bagni, possiamo fare una buca e usarla come vasca nordica," disse Marco ridendo.

Livia lo guardò di traverso, evitando di rispondere.

Non era ancora una casa abituata ad accogliere molti, ma si poteva adattare.

"Non possiamo farli mangiare fuori," disse Livia scendendo le scale. "Fa troppo freddo."

Marco osservò la cucina, il camino, il tavolo. "Allunghiamo questo. E mettiamo una tavola di traverso."

Vigil si muoveva tra loro senza farsi notare, avvicinandosi alla porta come in ascolto, per poi tornare verso il camino. Livia non se ne accorse e riprese il quaderno, aggiungendo due nomi, poi un terzo con grafia più incerta, quindi un quarto.

Livia aveva finito di sistemare i ciclamini in una bassa ciotola di terracotta, lasciando intatta la terra d'origine a protezione del cormo, ancora scura di sottobosco. La parte mancante l'aveva colmata con terra del noccioleto, compatta e asciutta. La ciotola era sul davanzale esterno, nella luce obliqua del pomeriggio.

Agnese si avvicinò e si fermò davanti ai fiori. Rimase in silenzio, come sempre. Poi ne sfiorò uno con la punta delle dita, con una delicatezza quasi innaturale, come se toccasse qualcosa di fragile e antico.

"Il panporcino sente la rete," disse, voltandosi verso Livia con uno sguardo sereno, appena sorridente.

Livia alzò gli occhi. "Come il nocciolo?" La sua voce tradiva perplessità.

"Non allo stesso modo. Il nocciolo collega. Il panporcino protegge e veglia sui passaggi, sui punti sottili." Fece una breve pausa, cercando le parole. "Cresce dove serve un guardiano che controlli chi entra e chi esce tra i regni. Non apre, non agisce. Protegge."

Livia restò in silenzio.

"Per questo lo associavano ai morti. Non perché porti morte, ma perché sta bene dove la terra conserva memoria. Qui è solo un fiore. Ma se lo trovi in un luogo che ti inquieta, fermati."

Livia chiuse gli occhi e tenne la mano sospesa sopra i fiori. Sentiva qualcosa fluire, non la stessa forza che percepiva nei noccioli, ma più lieve, come una brezza che sfiora la pelle.

Aprì gli occhi quando avvertì la mano di Agnese sulla guancia.

"Non la pensavo come Sibilla," disse piano la donna. "Ma la sua scelta con te è stata giusta."

Livia stava per replicare, ma Agnese era già di spalle, diretta verso la sua dimora.

❄️ Parte III — Il muro

Marco e Livia seguono Vigil nel bosco.

La mattina dopo Livia scese in cucina come al solito, già vestita per tenersi al caldo. La notte era passata tranquilla, a parte qualche incubo sulla sistemazione della casa per le feste di fine anno: voleva qualcosa tra il moderno e l'antico, per non dimenticare le tradizioni.

Attraversando la stanza si fermò, lo sguardo vacuo come quando la rete la chiamava: c'era qualcosa che stava disturbando il territorio che le era affidato. Non era forte come al solito. Era qualcosa di più lieve, ma fuori posto.

Vigil era in piedi, vicino alla porta, come quando voleva essere seguito: fermo, irremovibile nelle sue intenzioni che non poteva esprimere a parole. Non era agitato, semplicemente era lì.

Marco lo osservò mentre versava il caffè; aveva già riavviato il camino e la fiamma era alta. Si massaggiò la tempia. "È sempre lì." Forse riferito a Vigil, o forse ad altro.

Livia annuì. Presero le giacche pesanti e uscirono senza dire altro. Vigil li precedeva, fiutando nell'oltre e portandoli al muro, che era crollato di nuovo. La stessa porzione. Le pietre spinte verso l'esterno, come se qualcosa avesse esercitato pressione dal lato del terreno che reggeva.

Vigil si avvicinò alla terra esposta, dando un leggero colpo con la zampa; il tartufo si muoveva preciso, come se disegnasse qualcosa.

Marco sentì una fitta dietro la nuca, ma non vide un cammino o una storia: vide un vuoto nebbioso.

Livia lo guardò, dandogli tempo.

"Non era una visione. Non c'era niente, solo oscurità e nebbia."

Livia annuì e si avvicinò al nocciolo più vecchio, posando la mano sul tronco. La rete si fuse con lei con maggiore forza, quando staccò la mano tornò verso Marco, ancora in parte immersa nella rete. "È una breccia, ma non è ancora completa. Forse per questo la tua visione era oscura."

Si inginocchiò vicino al muro caduto e rimosse lentamente lo strato superficiale di terra con le dita, rivelando una macchia nera, bruciata, grande poco più di una moneta da due euro.

"Eccola!"

Marco osservò la bruciatura. "Il muro ha preso l'urto della deformazione del velo ed è crollato."

"Non è ancora completamente aperta," aggiunse Livia. "L'abbiamo trovata prima che si manifestasse pienamente."

Marco fece un cenno verso il casale. "Andiamo a prendere quello che serve, così potrai chiuderla prima che faccia danni seri."

Vigil rimase vicino alla breccia, come a sorvegliarla o forse a seguirne l'origine.

Tornarono con il necessario: cenere fine, acqua, un bastone di nocciolo.

Livia tracciò un segno circolare attorno al punto, racchiudendo parte del sentiero e parte del terreno elevato. Posò la mano sulla macchia, chiuse gli occhi e si unì alla rete, lasciando andare senza trattenere.

Era piccola, ma la sentì prendere forma, poi retrocedere e chiudersi. Fu veloce, semplice. Non era stanca. Le rimase solo un vago ricordo di qualcosa di rosso, ma non gli diede peso.

Quando riaprì gli occhi, Vigil aveva fatto qualche passo indietro e Marco era pallido, come se avesse avuto una visione.

"Marco? Tutto bene? Hai visto qualcosa?"

Lui si scosse. "Non so cosa fosse. Sembrava tessuto rosso, ma è durato poco."

Il rosso. Il colore di Elisa.

Non dissero niente, tornando verso casa. Livia si tormentava il polso dove teneva il ciondolo di Elisa. Avrebbe voluto piangere.

❄️ Parte IV — Pulizie di inverno

Marco, Livia ed Elisa sgombrano le stanze.

Quattro giorni dopo, il freddo era più netto. Il cielo limpido rendeva l'aria ancora più tagliente, ma la giornata si annunciava stabile.

Avevano passato le ultime giornate tra telefonate, messaggi, ordini da ritirare e liste da sistemare. La voce si era sparsa in fretta: le feste di fine anno sarebbero state al casale. Non solo una cena, ma qualcosa di più ampio. Un ritorno alle tradizioni, mescolate senza troppa rigidità a ciò che era diventato il presente.

Quella mattina tutto sembrava tranquillo. Vigil aveva mangiato e si era accomodato vicino al camino acceso, senza muoversi.

Elisa arrivò poco dopo le nove. Era tornata tardi la sera prima al suo casale e aveva dormito lì. Scese dal furgone con un cenno rapido della mano. Non indossava la giacca, ma un maglione caldo e aderente sotto uno più pesante, pratico, che non rischiava di impigliarsi tra chiodi o assi sporgenti.

"Buongiorno operai," disse entrando nel cortile.

Marco uscì dal portico con una cassetta degli attrezzi. "Hai portato il mostro?"

Elisa indicò il furgone. "Prestato. Cliente generoso. Lo riempiamo e porto via il superfluo. Poi faccio selezione con calma. Se serve, discarica."

Livia annuì. "Prima vediamo cosa si salva." Era in piedi, con le gambe leggermente divaricate e le mani appoggiate ai fianchi. Indossava abiti comodi, con i capelli raccolti alla meglio in uno chignon.

Salirono al piano superiore. Le due stanze erano rimaste chiuse per mesi. L'aria era fredda e polverosa, ma non stagnante. La luce entrava obliqua dalle finestre alte, rivelando strati di oggetti accatastati senza criterio. Aprirono le finestre per cambiare aria. Avrebbero sopportato il freddo.

Cominciarono a spostare scatole, vecchie coperte, tavole appoggiate al muro. Una pila cedette di lato e Marco dovette afferrarla al volo.

"Se muoio sotto una coperta anni '80 voglio che lo scriviate sulla lapide."

"Ti faremo un monumento in truciolato," rispose Elisa.

Sotto il primo strato emerse una rete solida, ancora robusta.

"Questa regge," disse Marco, sollevandola per controllare gli attacchi.

"La puliamo e la rimontiamo," rispose Livia. "Del resto faccio la restauratrice." Si passò la manica sul volto per togliere le ragnatele.

"Sì, restauratrice di vecchiume etrusco," ribatté Elisa.

"Beh, questa roba non è tanto più recente," aggiunse Marco, ridendo.

Mentre liberavano l'angolo più lontano, Livia inciampò contro qualcosa di rigido nascosto sotto una coperta spessa. Si piegò e sollevò il tessuto.

Non era una tavola. Era una struttura. "Aspetta."

Marco si avvicinò. Tolsero insieme gli oggetti sparsi sopra. Sotto, quasi incastrato nel pavimento, c'era un letto matrimoniale smontato a metà. Le traverse erano ancora fissate a un telaio basso, come se qualcuno avesse deciso di integrarlo alla stanza e poi se ne fosse dimenticato.

"Sembra parte del pavimento," disse Elisa.

"O una trappola," aggiunse Marco.

Per liberarlo dovettero svuotare mezzo muro. Quando finalmente sollevarono il telaio, la stanza si alleggerì di colpo.

"Questo è solido," disse Livia passando la mano sul legno. "Due posti veri."

"Chi ci dorme?" chiese Elisa, guardando prima Marco e poi Livia, con uno sguardo carico di sottintesi.

Marco ricambiò lo sguardo. "Io ho il mio letto e mi ci trovo bene."

Continuarono a scavare tra le cose accatastate. Nella seconda stanza trovarono altre due reti singole, nascoste dietro un armadio in buone, non ottime, condizioni.

"Cinque posti letto. Non improvvisati. Cinque veri." Marco intanto ispezionava l'armadio per capire se avrebbe retto allo spostamento.

Elisa guardò Livia di sbieco mentre Marco era chino a controllare le gambe.

"Non ti fa venire qualche pensiero quel posteriore?" disse piano.

"Alla peggio si stacca e l'armadio crolla." La risposta fu naturale.

"Non parlavo dell'armadio," replicò Elisa, falsamente scocciata.

Livia non rispose subito. "E di cosa parlavi?"

Elisa fece un gesto vago con la mano, come a dire "ma va".

In un angolo trovarono una cassettiera in buono stato, solo impolverata. Un paio di mobili bassi, con qualche graffio ma strutturalmente sani.

"Non sono brutti," commentò Elisa. "Con una passata tornano dignitosi."

Tre poltroncine datate erano accostate contro una parete. Il tessuto era da rifare, ma le strutture erano solide.

"Se non altro hanno carattere," disse Marco.

"Come certe persone," mormorò Elisa.

I lampadari pendevano ancora dal soffitto. Elisa salì su una scala e controllò i fili. "Funzionano. Miracolo."

A fine mattina avevano già liberato buona parte delle pareti e si vedevano i pavimenti e la forma delle stanze. La polvere si depositava sui maglioni, sulle mani, nei capelli. Livia si fermò un attimo vicino alla finestra aperta, respirando l'aria fredda.

Elisa le si avvicinò. "Stai bene?" chiese sottovoce.

"Sì."

"Non sei una che si ferma a guardare i muri."

Livia accennò un sorriso. "Sto solo prendendo aria."

"Solo prendendo aria?" Non insistette e tornò al lavoro.

Marco rientrò con due secchi d'acqua, lasciandoli vicino al camino per intiepidirsi.

Il lavoro proseguì per ore. Polvere sollevata, finestre spalancate, oggetti spostati, decisioni rapide: questo resta, questo scende, questo nel furgone.

Il cortile si riempì poco a poco di ciò che non serviva: tavole rotte, scatoloni inutili, sedie senza una gamba.

Elisa caricava con metodo, incastrando ogni cosa con precisione.

"Hai sempre avuto questa mania dell'incastro perfetto?" chiese Marco.

"No. Ho imparato lavorando con voi due."

"Siamo un pessimo esempio."

"Infatti mi sono adattata."

Verso il tardo pomeriggio la luce si fece più fredda. Le stanze, ormai svuotate, sembravano più grandi e pulite dopo un primo lavaggio. Non erano ancora pronte, ma respiravano.

Le tre reti singole erano allineate contro il muro di una stanza, il matrimoniale già rimontato a metà in un'altra, le poltroncine accostate in attesa di nuova stoffa.

Marco si appoggiò allo stipite. "Non pensavo di vedere il pavimento oggi."

"Non pensarci troppo," rispose Elisa, asciugandosi le mani sui jeans.

Livia restò qualche secondo sulla soglia, osservando lo spazio liberato. Non disse nulla, ma annuì appena.

Quando chiusero il portellone del furgone era quasi buio.

"È tardi," disse Marco.

Elisa guardò l'orologio. "Sì."

Un attimo di silenzio.

Marco fece un cenno verso la casa. "Resta."

Livia aggiunse: "Sì, resta. Mangiamo e facciamo qualche gioco di società, ne ho comprato uno nuovo."

Elisa non fece finta di esitare. "Va bene."

Rientrarono insieme in casa. Il freddo era aumentato, ma dentro il camino era acceso.

Le due stanze al piano superiore erano vuote.

Fuori, il noccioleto restava immobile nel gelo.


© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.