🌿 Dal giardino alla Tuscia

Piante, tradizioni e racconti legati al territorio

I racconti dei Custodi fanno parte di una storia continua. Se è la prima volta che li leggi, inizia dal primo.

Luce di Marzo

Tra Restauro e Carpenteria

Racconti fantasy
Data inserimento: 23/04/2026

Parte I – Ombre nella radura

Elisa da giorni fotografa punti precisi del bosco del casale dei Gelsi

Elisa lo riconosceva ogni anno nello stesso punto, appena oltre la staccionata: al mattino la linea scura del bosco non arrivava più fino al legno. A marzo succedeva sempre. La luce arrivava prima e restava più a lungo, e senza che nulla cambiasse davvero era quel limite a spostarsi.

Aveva già acceso la stufa quando sentì passi sul sentiero. Non erano frettolosi. Si avvicinavano con il ritmo di chi sapeva dove stava andando e viveva ogni tratto del percorso. Marco comparve tra i noccioli, con calzoni cargo e una giacca sportiva che copriva in parte una maglietta scura. Dietro di lui, Livia, a poca distanza, con una borsa a tracolla e il passo deciso. Era fatta così: jeans aderenti ma non troppo e una felpa scura a collo alto. Usare abiti scuri nascondeva meglio lo sporco ed evitava di diventare un punto visibile da lontano.

"Vi siete alzati presto questa mattina?" disse Elisa senza smettere di sistemare la macchina sul cavalletto, ferma in quel punto da giorni.

"Sei tu ad alzarti tardi, noi siamo in piedi da un pezzo," rispose Livia, sorridendo. Si fermò a guardare la direzione della macchina fotografica, spostando la testa prima da un lato e poi dall'altro. Elisa stava inquadrando il bordo del bosco e, in particolare, un grosso tronco poco oltre la staccionata; lo schermo mostrava una porzione della corteccia.

"Cosa stai facendo?" chiese, il tono curioso, la mano ferma sulla borsa a tracolla.

"Sto aspettando che il sole passi sul tronco, in un punto preciso."

"E per quale motivo?" Livia aggrottò leggermente la fronte, cercando di distinguere meglio il punto.

"Per vedere se è cambiato ancora." Fece una pausa. "Ieri c'era un segno e il giorno prima era diverso."

Marco si avvicinò. "Quale segno?"

Elisa indicò senza parlare.

Marco strinse gli occhi. "Io vedo solo la corteccia."

"Appunto." Elisa non si voltò. "Si vede solo quando la luce lo prende di taglio."

Scattò due fotografie, controllò il display, poi smontò la macchina con movimenti veloci e precisi, lasciando il cavalletto sul posto.

Marco la seguì con lo sguardo. "Quindi, è ancora lì?"

Elisa sospirò. "Sembra di sì, ma sembra diverso. Devo confrontare gli scatti: la forma è la stessa, ma pare spostata." Fece scivolare la macchina nella borsa. "Non è normale."

Il volto di Livia si tese appena. "Cosa intendi?"

"Non lo so." Scosse il capo. "Per questo sto fotografando sempre lo stesso punto."

Marco sorrise appena. "Potrebbe essere l'angolazione della luce che cambia con i giorni."

Elisa lo guardò torva. "So interpretare la luce. Non è quello."

Il casale era su un solo piano, più piccolo del loro, ma disteso in larghezza. Il tetto era rifatto solo per metà, e una finestra, più nuova delle altre, rompeva l'insieme. Attorno si stringevano l'orto, il pollaio e un ovile.

Accanto alla porta, un filo teso con due magliette rosse identiche ad asciugare: da lì il nomignolo la rossa, coniato dal fornaio.

Elisa indicò la porta aperta. "Ben tornati al casale dei gelsi," sorrise. "Ho deciso di chiamarlo così."

"Sei indietro con i lavori," disse Marco, osservando l'edificio.

"Ho poco tempo." Sospirò. "Ho comprato questo terreno e i dieci e passa ettari… avevo grandi progetti." Lo sguardo si abbassò appena. "Poi i soldi sono finiti."

"Sai bene che puoi contare sul nostro aiuto," disse Livia. "Forse di più sul suo." Indicò Marco ridendo.

Marco indicò sé stesso. "Il braccio…" poi indicò Livia. "La mente."

Entrarono in casa. Sul tavolo erano allineate delle cartelline con stampe fotografiche; in un angolo, una stampante fotografica professionale.

"Che fai con quelle?" chiese Livia, indicando le cartelline.

"Sono lavori per dei clienti. Mi permettono di mangiare e tenere in piedi il casale."

"…dei gelsi," aggiunse Marco. "Dovremmo dare anche noi un nome al casale, o lo ha già?" Guardò Livia.

"Non saprei, sui documenti non ci sono nomi e Sibilla non mi ha detto niente."

"Potreste chiamarlo casale del poggio," replicò Elisa, posando la macchina nella borsa.

Marco sorrise. "Mi piace."

Livia annuì. "Vada per casale del poggio."

"Hai programmi per oggi?" Marco non distolse lo sguardo dai suoi capelli biondo cenere.

"Le solite cose. Sistemare la casa. Un giro nel bosco per fare qualche scatto. Parlare con voi. Non necessariamente in quest'ordine." Non disse di essere contenta, ma si vedeva nel modo in cui si muoveva. Non li aveva invitati per farsi aiutare, ma sapere che c'erano rendeva più semplice l'idea delle cose da fare.

Marco si guardò attorno, soffermandosi spesso sul volto di Elisa. Non c'erano urgenze, non c'erano chiamate, le brecce erano tranquille: era solo una giornata da vivere.

Elisa spostò le cartelline su una mensola e si avvicinò alla cucina. "Iniziamo dalla seconda colazione," disse, come se fosse l'unica decisione necessaria. "La torta si è freddata e può essere mangiata. Ovviamente fatta con le mie uova."

Livia accennò un sorriso. Non aveva voglia di risolvere nulla. Il lavoro che doveva fare era leggero, poco più di un controllo, niente che potesse complicarsi. Per una volta le bastava esserci. "Spero tu non le abbia usate tutte, ne vorrei una dozzina da portare da noi." Si sedette, posando la borsa accanto alla sedia.

Elisa versò la tisana nelle tazze e, aiutata da Marco, le portò a tavola insieme alla torta, già divisa in porzioni identiche.

Livia si guardò attorno. La casa era calda e luminosa. La stufa aveva già fatto il suo dovere, e la luce entrava piena dalla finestra nuova, fermandosi sul tavolo.

Marco si tolse la giacca e la posò sullo schienale della sedia. "Serve un attaccapanni." Il tono non era critico, solo una constatazione.

"Servono tante cose," replicò Elisa, senza nascondere una punta di amarezza.

Livia spostò con il piede la sedia vicina. "Sorridi e siediti, la colazione aspetta." Le sorrise apertamente, guardando di sottecchi Marco e il suo sostare con lo sguardo su Elisa.

Elisa prese posto, ricambiando il sorriso di Livia e posando una fetta di torta nel piattino di Marco; mentre lo faceva gli sfiorò la mano, e lui non la ritrasse.

Parte II – Tra restauro e carpenteria

Tutti a tavola per la seconda colazione.

La seconda colazione durò più del previsto, trascinata da una conversazione che si fece divertente. A un certo punto Marco si alzò, stirando le braccia; lo sguardo si fermò su una delle finestre della cucina, da cui entrava una brezza fredda. Il danno non era evidente: sembrava un disallineamento del telaio.

Elisa seguì il suo sguardo, poi abbassò il proprio.

"Questa finestra ha un problema," disse Marco, avvicinandosi e facendo scorrere la mano lungo lo spiffero.

Elisa annuì. "Questo inverno mi ha fatto gelare." Sospirò, come se non si sentisse all'altezza. "È successo all'improvviso: la mattina tutto era in ordine, la sera un uragano."

Livia stava estraendo il portatile dalla borsa e si fermò a quelle parole. Socchiuse gli occhi, facendo scorrere la mano sulla borsa fino al pavimento, ma non c'erano segnali di brecce.

"Comunque l'ho lasciata così apposta," aggiunse Elisa, mentre Marco osservava le cerniere e il telaio.

"Apposta?" Le ciglia di Marco si inarcarono appena.

"Sì. Per aggiustarla insieme." Lo guardò. "Allora, la sistemiamo? Mi aiuti?" Una leggera inflessione civettuola nella voce.

Marco annuì, sorridendo. "Va bene, mentre Livia sistema il suo lavoro noi ci dedichiamo al bricolage." Si guardò attorno. "Hai gli attrezzi?" Il tono era felice.

Elisa si spostò in un'altra stanza, da dove arrivarono rumori metallici.

Livia li osservò in silenzio. Sistemò il portatile a lato sul tavolo, si spostò nel punto con la luce migliore e prese dalla borsa un piccolo frammento di alabastro, avvolto in carta velina e riposto in un contenitore ermetico imbottito.

Elisa ricomparve con due cassette nuove di attrezzi, con una lettera greca come marchio. "Cos'è?" chiese a Livia senza voltarsi.

"Un reperto da Viterbo che devo controllare."

"Di qualche utilità?"

"Non ancora. Devo determinare se è autentico o una copia realizzata secoli dopo."

Elisa posò le cassette sulla panca vicino alla finestra, accanto a Marco, sfiorandolo con una gamba. "Sarebbe sempre un reperto," disse, rivolta a Livia.

Livia annuì. "Sarebbe un reperto di un'epoca che ne riproduce uno di un'altra." Si fermò un istante. "Come se comprassi una borsa di marca e poi scoprissi che è una copia."

"Non compro borse di marca, al massimo magliette rosse alla bancarella." Si mise a ridere. "Ho capito cosa intendi."

Marco stava già lavorando con attenzione, allentando le viti senza forzarle. Elisa gli si affiancò, tenendo fermo il telaio. "Se la tiri troppo si spacca," disse lei.

"Sì, dobbiamo fare attenzione."

I loro volti si sfiorarono.

Livia posò il reperto e si avvicinò alla finestra. Passò la mano tra loro, appoggiandola sul legno. "Non è solo la cerniera," disse. "Il telaio ha preso umidità e va alleggerito qui." Indicò un punto preciso.

Marco la guardò un secondo, poi annuì. "Hai ragione, del resto sei tu la restauratrice." Le fece l'occhiolino.

Livia ricambiò con un calcio nello stinco.

Elisa sorrise. "Lo sapevo che servivate, stavo per cambiare la finestra."

Marco non reagì al calcio e continuò a lavorare. "Una è già stata cambiata, dovremo sistemarle per farle apparire simili." Spostò il gomito, sfiorando accidentalmente il seno di Elisa. "Possiamo farlo senza spendere troppo, con l'aiuto di Livia."

Livia, dal tavolo, alzò appena la mano in segno di consenso.

Marco ed Elisa continuarono a lavorare per quasi un'ora, senza silenzi pesanti. Alla fine la finestra si chiuse senza resistenza. Elisa rimase con la mano appoggiata sul vetro. "Risolto," disse.

Marco si avvicinò per provarla, aprendola e richiudendola più volte. Le loro spalle si sfiorarono senza che nessuno si scostasse.

Livia li guardò, sorrise, non disse nulla e tornò al reperto.

Parte III – Non solo fotografie

Elisa raggiunge lo scaffale e prende le fotografia per Gianni.

Elisa stava pulendo la finestra riparata quando vide un furgone bianco arrivare; il rumore irruppe nel casale poco dopo.

"È Gianni," disse a Marco e Livia mentre raggiungeva la porta aprendola.

"Ciao Elisa, tutto bene? Hai quelle stampe?" chiese entrando con la giacca sempre troppo leggera per la stagione, poi notò Livia e Marco. "Ciao Marco. Anche voi qui?"

"Ciao Gianni. Siamo anche noi amici di Elisa." Marco gli sorrise. "Passiamo spesso, per fare qualcosa insieme."

"Ciao, Gianni… scusa… lavoro…" Livia rimase al tavolo con il frammento tra le mani e una lente luminosa a spettro variabile per osservare meglio i dettagli.

Elisa, nel frattempo, aveva recuperato una delle cartelline dallo scaffale, raggiungendo Gianni vicino al tavolo e porgendogliela; Marco si era spostato facendo spazio.

"Belle," disse Gianni sfogliando le fotografie. "Le voglio tutte per il sito." Il movimento delle mani e il tono della voce esprimevano la sua soddisfazione più delle parole. "Hai anche le versioni digitali?"

"Ho tutto. Ormai ti conosco e so cosa cerchi, meglio di quanto lo sappia tu." Elisa gli sorrise, il tono felice.

"Ne hai altre?" Il tono era speranzoso, come l'espressione del volto.

"Ne ho sempre altre."

Gianni fece un mezzo passo verso di lei, come per abbracciarla, poi si trattenne. "Elisa, sei grandiosa."

Gianni le porse una busta. "Nel furgone ho del materiale che hai chiesto per i lavori e il mangime per le galline. Non mi devi nulla." La commozione per quello che sentiva in quelle stampe traspariva più del necessario. "Queste valgono più di qualsiasi cosa. Grazie… grazie."

Fu Elisa ad abbracciarlo. "Ti ringrazio Gianni, non sai quanto lo apprezzi."

Quando uscì, seguito da Marco per scaricare il furgone, Elisa rimase un attimo sulla soglia.

Livia, senza farsi notare, aveva osservato gli ultimi momenti di Gianni. A volte le persone sentono cose che non si possono spiegare e che nemmeno loro saprebbero nominare. Cose che le rendono speciali. "Che fotografie gli avevi preparato?" chiese, sempre concentrata sul reperto.

Elisa chiuse la porta e vi si appoggiò, stringendo la busta al petto. "Chiede sempre cose particolari, principalmente dettagli di corteccia, mani che lavorano, superfici rovinate dal tempo."

Livia posò la lente sul tavolo, guardandola. "Ho visto come ha reagito vedendole: in quelle fotografie vede altro oltre le immagini."

Elisa annuì. "Lo credo anch'io, come quando le faccio."

Marco rientrò. "Ho sistemato tutto nel capanno." Si avvicinò a Elisa. "Ti chiamano sempre di più per le fotografie."

"È marzo."

"E?"

"Tutti si accorgono delle cose e non vogliono perderle," disse con tono distante. "Poi le fotografie restano dimenticate nei cassetti."

"Non credo valga per Gianni," si intromise Livia.

Elisa annuì. "Lo credo anch'io." Marco la guardò in modo diverso, attento.

Elisa si voltò verso di lui. "Che c'è?"

"Niente." Si avvicinò per dire qualcosa che non disse e le labbra si sfiorarono per un secondo. Elisa non si ritrasse.

Livia li vide e sorrise.

Parte IV – Lo spazio personale

Livia al tavolo del casale esamina il reperto di alabrastro.

Il sole era salito abbastanza da entrare dalla finestra appena sistemata, tagliando il tavolo in diagonale. Livia inclinò il frammento verso la luce nuova, il sorriso per Marco ancora sul volto. Marco si lavò le mani nel lavello e nessuno aggiunse altro.

Livia ripose la lente nella sua custodia, seguita dal reperto nel suo contenitore, poi tutto finì nella borsa. "Anche questo è sistemato." Distese le gambe sotto il tavolo, spingendo indietro la sedia e dondolando.

Marco si girò. "Vero, falso, di qualche valore?"

"Una copia ben fatta, di almeno cinque secoli dopo." Continuò a oscillare con la sedia. "La tecnica di lavorazione dell'oro è di un'epoca diversa."

"Hai detto oro, quanto?!" chiese Marco, fingendo l'espressione di chi stesse per metterlo in vendita.

"Abbastanza. Ma non è nostro," rispose Livia, seria e insieme sorridente. Negli ultimi mesi il sorriso le veniva più facile.

"Peccato, ma se è un falso…" ridacchiò.

"È un falso che ha una fattura che lo rende esponibile." Livia portò le mani dietro la testa. "Basta scrivere la descrizione corretta sul cartellino."

Marco la guardò. "Se la sedia è come la finestra, tra poco finirai sul pavimento." Il tono era semiserio. "Non serve essere un veggente per capirlo."

Elisa la guardò nell'insolita posizione: i capelli che cadevano dietro la testa, le mani appoggiate alla testa, il corpo teso, il seno in evidenza sotto il maglione. Deglutì, il volto teso.

Livia si raddrizzò, non per le parole di Marco, ma per l'espressione sul volto di Elisa.

La luce continuò a spostarsi sul tavolo, accorciando l'ombra del bordo. Livia tornò con lo sguardo alla stanza, poi controllò in silenzio le finestre, segnando appunti sul taccuino. Il rumore delle stoviglie nel lavello la raggiunse, l'acqua che scorreva. Elisa la raggiunse, le mani bagnate. "È sempre così?" chiese.

"Cosa?"

"Che sotto qualcosa fatto male c'è ancora qualcosa di buono."

Livia la guardò. "Non sempre. Anche quando c'è qualcosa che luccica, per molti resta solo un sasso senza valore."

"Ma oggi sì? C'è qualcosa di più?"

"Oggi sì."

Marco si appoggiò alla parete, le braccia incrociate. "Che farai con quello?"

"Lo riporto a Viterbo domani. Mi fermerò qualche ora per le pratiche e per consegnare la relazione tecnica."

"Ti pagano molto?" chiese Elisa.

"Mi pagano il giusto."

"Allora è poco." Il tono era ironico. Sapeva quanto valesse il lavoro di Livia e quanto meritasse di più.

Livia sorrise. "Tu quanto ti fai pagare per una fotografia?"

"Abbastanza perché tornino."

Livia si spostò verso Elisa, le sfilò la busta di Gianni dalla tasca dei pantaloni e scattò di lato, evitando la reazione e usando Marco come scudo.

"Ridammela!" urlò Elisa, spingendo via Marco.

Livia aveva già sollevato il lembo della busta e guardato il contenuto, senza cambiare espressione.

"Perché?" disse Elisa con voce flebile, le lacrime trattenute a fatica.

Livia le porse la busta. "Hai ragione." Sospirò. "Mi pagano poco." Si allontanò senza dire altro.

Elisa rimase immobile, la busta in mano, mentre Marco si avvicinò togliendole un filo di polvere dalla manica rossa. Il gesto fu automatico, non studiato. Lei restò immobile un secondo, poi disse: "Grazie."

"Mangiamo?" disse Elisa, rompendo il momento di tensione.

Il pranzo fu semplice: pane, uova del mattino, un pezzo di formaggio stagionato, un'insalata ancora corta ma croccante. Mangiarono con calma, parlando poco.

"Scendo nel bosco," disse Elisa dopo aver sparecchiato. "La luce è buona per qualche fotografia."

"Vengo con te. Posso?" disse Marco.

"No, devi." Ammiccò appena.

Livia rimase in cucina. "Io rimango, faccio qualche telefonata e mi porto avanti con il reperto."

Elisa prese la macchina fotografica e uscì. Marco la seguì senza giacca.

Parte V – La fine di un giorno

Elisa e Marco si baciano nel basco.

Il sentiero che portava al bosco era stretto, ma asciutto. Le foglie dell'anno prima scricchiolavano sotto i piedi ed Elisa camminò davanti, la macchina fotografica già accesa, si fermò senza preavviso, si abbassò, cambiò angolazione.

"Cosa cerchi?" chiese Marco.

"Le cose che cambiano, le ombre e le luci che modificano."

"Cosa cambia?"

"Un ramo, una radice, un fiore che ieri non c'era, un'ombra diversa. Tutte queste cose, da sole o insieme." Il tono era rilassato, ma stranamente professionale. In quel momento non era Elisa: era la fotografa.

Marco non insistette. Si sedette su un sasso mentre lei fotografava i riflessi di luce tra due rami bassi, variando angolazioni e filtri.

"Ti piace?" chiese Elisa senza voltarsi.

"Sì." Marco si alzò.

"Cosa?"

"Quando lavori." La voce era bassa.

Elisa abbassò la macchina. "È una risposta vaga."

"È quella che ho." Si avvicinò. Restarono a meno di un passo.

"Non devi stare qui se non vuoi." Disse lei piano.

"Lo so."

Le mise una mano sul fianco, senza stringere. Lei lo guardò un secondo, poi si alzò sulle punte e lo baciò davvero, questa volta. Non c'era urgenza. Non c'era promessa.

Quando si separarono, Elisa riprese la macchina. "Non muoverti," disse.

"Perché?"

"Perché sì." Scattò una fotografia.

Marco si avvicinò di nuovo.

Livia comparve poco dopo, con le mani nelle tasche, non si fermò e si sedette su un tronco caduto. "Ho interrotto qualcosa?" chiese.

"Solo la luce," rispose Elisa, con un tono diverso, a cui si era aggiunto qualcosa.

Marco si sedette accanto a Livia. "Hai finito il lavoro?" Lo sguardo su Elisa.

"Sì, domani consegno."

Elisa si voltò rapidamente e lasciò che il dito premesse sul pulsante, in una sequenza continua di scatti di loro due.

Il ritorno dal bosco fu lento e la casa di Elisa era già in ombra quando rientrarono. Dentro, nella stufa restava ancora brace, su cui Marco sistemò due pezzi di legna senza chiedere. Elisa si tolse le scarpe e le lasciò accanto alla porta.

Livia raccolse una cartellina di fotografie che Elisa aveva lasciato sul tavolo e ne osservò una. Era Marco, di profilo, nella luce del loro noccioleto. Uno scatto di qualche tempo prima. "Bella." Disse.

"Non la vendo," rispose Elisa.

"Non devi."

Marco si avvicinò e appoggiò la mano sulla spalla di Elisa. Un gesto semplice, non plateale.

"Domani vieni da noi?" chiese.

"Sì. Porto le uova e, se riesco, le stampe di oggi."

Livia prese la borsa. "Andiamo prima che faccia buio."

Elisa li accompagnò fino alla porta. Un'ombra di tristezza le attraversò il volto per quel distacco, ma si sciolse quasi subito.

"La finestra regge?" chiese Marco, con tono leggero.

"Sì."

"Allora va bene. Questa notte starai al caldo." Risero.

Marco si chinò e le diede un ultimo bacio, rapido, come si fa prima di scendere un sentiero che si conosce bene.

"Buona luce," disse a Elisa.

"Anche a te."

Marco e Livia risalirono verso il casale. I loro passi si allontanarono senza fretta ed Elisa restò un momento sulla soglia, poi rientrò in casa, chiudendo la finestra appena sistemata.

La luce di marzo restò ancora un poco sul tavolo, abbastanza da vedere le impronte delle mani sul legno. Poi scese.

La casa restò.


© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.