🌿 Dal giardino alla Tuscia

Piante, tradizioni e racconti legati al territorio

📜 Donne, archivi e silenzi: le tracce delle guaritrici nella Tuscia

Dai documenti processuali del XIV-XVII secolo emerge un mondo di saperi femminili, persecuzioni e memorie cancellate

Storia e Cultura
Data inserimento: 25/01/2026

📜 Introduzione

Stregoneria o conoscienza? Un confine sottile

Tra il XIV e il XVII secolo, nella Tuscia viterbese, donne furono accusate, torturate e giustiziate per stregoneria. I documenti d'archivio rivelano un sistema che preferì sopprimere piuttosto che comprendere: dietro le accuse fantasiose (sabba, voli notturni, patti col diavolo) c'erano probabilmente guaritrici con conoscenze empiriche reali. Eliminandole, si eliminò anche il loro sapere. Un meccanismo di controllo attraverso l'ignoranza che merita di essere riconosciuto - ieri come oggi.

📜 La contabilità della morte

Nel 1347, un funzionario del Comune di Viterbo annota con scrupolo le spese sostenute per l'esecuzione di Rita di Angeluccio: trenta soldi per gli ufficiali che devono presenziare, cinque per l'affitto dell'asino che la condurrà al supplizio, altri cinque per corde e funi, trenta per la legna che alimenterà il rogo. E infine, venti soldi per i malfactores, coloro che durante il tragitto le strapperanno le carni con tenaglie roventi.

Non sappiamo chi fosse Rita, cosa facesse, di cosa fosse accusata esattamente. Il documento non lo dice. Ci rimane solo questa contabilità precisa, questo elenco di voci di spesa che trasforma una vita spezzata in una questione amministrativa. Eppure, proprio questo silenzio è eloquente: ci parla di un sistema rodato, di una prassi consolidata, di una violenza che non aveva bisogno di giustificarsi nei dettagli perché era già parte dell'ordine costituito.

Eppure, proprio questo silenzio è eloquente. Ci parla di un sistema che non aveva bisogno di capire: bastava eliminare. Non interessava cosa Rita sapesse davvero - interessava che non lo sapesse più nessuno.

📜 Frammenti dagli archivi

Questa nota di spese, conservata negli archivi comunali e riportata dallo storico Alberto Porretti, è uno dei pochi documenti che attestano la caccia alle streghe nella Tuscia viterbese. Pochi, frammentari, spesso incompleti: ma sufficienti a rivelare che anche in questo territorio, tra il XIV e il XVII secolo, donne furono accusate, torturate e giustiziate per stregoneria.

Il lavoro di ricerca di Giancarlo Breccola, raccolto nel volume Streghe e stregonerie in terra di Tuscia (Annulli Editori, 2019), ha riportato alla luce questi frammenti dispersi negli Archivi Diocesani di Viterbo, Montefiascone e Bagnoregio, nell'Archivio di Stato di Viterbo e in quelli comunali. La documentazione è scarsa, ammette lo stesso autore, e spesso lacunosa. Ma quello che emerge basta a restituire il profilo di una persecuzione che, pur meno massiccia rispetto ad altre aree d'Italia, ha lasciato tracce profonde.

📜 Montefiascone, 1566: le delazioni in catena

Donna Betta di Bolsena è una contadina di oltre trent'anni, sposata con un certo Tiberio. Viene accusata di stregoneria da altre donne già condannate al rogo, che fanno il suo nome al cancelliere di Montefiascone.

Il meccanismo è tipico e rodato: sotto tortura, le accusate facevano nomi, spesso per far cessare il dolore, altre volte per vendetta o per coinvolgere chi consideravano complici. Ogni nome innesca un nuovo processo, e così la catena si allunga.

Donna Betta, però, viene assolta. Il dato è importante: non tutti i processi finivano con la condanna. Esisteva ancora uno spazio, per quanto ristretto, per la difesa, per il dubbio, per l'insufficienza di prove. Ma l'assoluzione non cancellava il marchio sociale: essere stata processata significava rimanere sospetta, ai margini, guardata con diffidenza per sempre.

📜 Vetralla, estate 1567: il metodo

Donna Laurizia è vedova. L'interrogatorio iniziale non fornisce ai giudici prove certe della sua colpevolezza. Si procede allora con la tortura: viene spogliata, rasata completamente di tutti i peli del corpo per escludere la presenza di amuleti magici o "segni diabolici" sulla pelle. Poi viene sottoposta ai "tratti di corda": legata per le mani, sollevata con una fune e lasciata cadere improvvisamente, in modo che il peso del corpo strattoni braccia e spalle fino a slogarle.

Due tratti di corda. Non confessa. Quattro giorni dopo, nuovo interrogatorio. Viene appesa di nuovo.

Il documento si interrompe qui. Non sappiamo quale fu l'esito. Ma la procedura è chiara, meticolosa, burocratica quanto la nota spese per Rita. La tortura non era un eccesso di violenza: era parte del metodo giudiziario, regolamentata, accettata, necessaria per "estrarre la verità".

📜 Il divario tra accusa e realtà

Rita, Betta, Laurizia. Contadine, vedove, donne oltre i trent'anni ai margini della comunità. I documenti processuali le accusano di cose impossibili: voli notturni, patti col diavolo, sabba nelle notti di luna piena, metamorfosi in animali, malefici lanciati con formule incomprensibili.

Ma dietro queste accuse fantasiose c'era probabilmente altro. Donne che conoscevano le erbe e sapevano quali calmavano il dolore, quali abbassavano la febbre, quali facilitavano il travaglio. Guaritrici che assistevano ai parti quando non c'erano medici, che preparavano impacchi per le ferite, che sussurravano formule tramandate dalle nonne mentre mescolavano decotti.

In una società contadina priva di medicina ufficiale, erano loro le depositarie di un sapere empirico fatto di osservazione, tentativi, successi e fallimenti. Un sapere mai scritto, tramandato oralmente, di madre in figlia, di nonna a nipote.

Ma quando un bambino moriva durante il parto, quando una malattia non guariva, quando il bestiame si ammalava dopo che una donna aveva attraversato la stalla, la spiegazione più semplice era il maleficio. E la donna che curava diventava la donna che nuoceva.

Le vedove erano particolarmente vulnerabili: senza protezione maschile, spesso costrette a mendicare, vivevano ai margini. E i margini sono sempre luoghi pericolosi, dove la comunità proietta le proprie paure.

📜 Cosa è andato perduto

Ma ecco il paradosso crudele: gli archivi ci dicono chi fu accusata, torturata, condannata. Registrano con precisione le accuse fantasiose - i sabba, i demoni, i voli notturni, il patto col diavolo. Non ci dicono cosa sapevano davvero quelle donne.

Ricordi perduti nel tempo

Non registrano le formule sussurrate mentre si raccoglievano erbe all'alba, i gesti delle mani mentre si preparava un impacco, le preghiere-non-preghiere che accompagnavano un parto difficile. Non sappiamo quali piante usassero, come le dosassero, quali gesti compissero durante un travaglio difficile. Quali parole mormorassero mentre preparavano un decotto. Quali pratiche funzionavano davvero e quali erano solo gesti rituali senza effetto, solo superstizione.

Questo silenzio non è casuale: è strutturale. Gli archivi processuali registrano le accuse, le confessioni estorte sotto tortura, le condanne. Registrano l'immaginario fantastico della stregoneria, non la realtà quotidiana delle pratiche di cura. Perché quello che interessava ai giudici non era capire cosa facevano realmente quelle donne, ma dimostrare che erano colpevoli di un crimine contro la fede. L'accusa non richiedeva comprensione - richiedeva condanna.

Così, insieme alle donne, è stato bruciato anche il loro sapere. Le conoscenze empiriche di generazioni di guaritrici sono andate perdute. Non trasmesse. Cancellate.

Quello che sopravvive sono solo tracce indirette: le credenze popolari sul malocchio sopravvissute fino al Novecento, i rituali con acqua e olio ancora praticati in segreto, le formule sussurrate che nessuno osava trascrivere e che Breccola documenta essere persistite nella Tuscia fino all'inizio del Novecento.

📜 Le persistenze

La caccia alle streghe si esaurisce nel XVIII secolo. Ma la memoria resiste. Breccola documenta che fino alla Prima Guerra Mondiale, nelle campagne della Tuscia, sopravvivono figure di "donne di virtù" - guaritrici non ufficiali che continuano a praticare cure tradizionali, a togliere il malocchio, a benedire con formule antiche.

Non sono più perseguitate, ma operano in una zona grigia tra tolleranza e sospetto. La Chiesa le guarda con diffidenza, la medicina ufficiale le ignora, eppure la gente continua a rivolgersi a loro, soprattutto dove i medici scarseggiano.

È una memoria sotterranea, mai scritta, sempre sussurrata. Una memoria che resiste nei gesti più che nelle parole, tramandata per via femminile, da nonna a nipote, in cucine e stalle dove nessuno ascolta.

📜 Recuperare ciò che resiste

Ma forse non tutto è perduto. Nelle campagne della Tuscia, tra gli anziani, resistono ancora frammenti di quel sapere: conoscenze su quando seminare seguendo le fasi lunari, ricette di decotti tramandati oralmente, gesti rituali legati ai raccolti, l'uso di erbe per curare ferite o calmare dolori. Sono tracce fragili, a rischio di scomparire con l'ultima generazione che le custodisce.

Recuperare queste pratiche significa tornare a celebrare le feste contadine che scandivano l'anno agricolo - i falò di Sant'Antonio, le benedizioni dei campi, le ricorrenze legate alle semine e ai raccolti. Non come folklore turistico, ma come occasioni per far riemergere e trasmettere credenze, misteri e conoscenze che hanno attraversato secoli. In queste feste si può ancora parlare apertamente di ciò che un tempo doveva restare nascosto: le pratiche delle guaritrici, il rapporto con i cicli lunari, i saperi tramandati di madre in figlia.

Riconoscere che dietro l'accusa di stregoneria c'era spesso un sapere empirico reale significa restituire dignità non solo a chi quella dignità fu tolta sul rogo, ma anche riscoprire un modo di vivere più integrato con la natura. Quelle donne osservavano i cicli stagionali, comprendevano i ritmi della terra, conoscevano le proprietà delle piante non per esoterismo, ma per necessità quotidiana. Recuperare questi saperi oggi significa riavvicinarsi alla natura, comprenderla invece di dominarla, integrarsi nei suoi ritmi per vivere meglio.

Documentare, celebrare, trasmettere alle nuove generazioni ciò che ancora resiste: è un atto di giustizia storica, culturale e anche esistenziale.

📜 Per approfondire

Chi volesse approfondire la documentazione storica trova nel volume Streghe e stregonerie in terra di Tuscia (Giancarlo Breccola, Annulli Editori, 2019) il riferimento principale. La ricerca ha scandagliato:

  • Archivio Diocesano di Montefiascone
  • Archivio Diocesano di Viterbo
  • Archivio Diocesano di Bagnoregio
  • Archivio storico del Comune di Montefiascone
  • Archivio di Stato di Viterbo
  • Archivio storico del Comune di Orvieto

Questi archivi sono generalmente accessibili al pubblico per consultazione, secondo le modalità stabilite da ciascuna istituzione.

Una cosa è certa: quello che sappiamo è solo una frazione di quello che è accaduto. I documenti sopravvissuti sono pochi, frammentari, casuali. Quanto altro è andato perduto? Quante altre Rita, Betta, Laurizia non hanno lasciato nemmeno una riga negli archivi? E soprattutto: cosa sapevano davvero? Quali cure funzionavano? Quali piante usavano, quali dosi, quali gesti, quali parole, quali segreti sono stati bruciati insieme a loro?

Quando una società sceglie di eliminare anziché comprendere, quando preferisce l'accusa fantasiosa all'indagine empirica, quando brucia le fonti di sapere invece di interrogarle - cosa perde davvero?

Gli archivi della Tuscia non rispondono. Registrano solo le spese per la legna dei roghi. Ma le domande rimangono aperte. E riconoscere il silenzio è già un modo per dar voce a chi non ne ha più avuta.

Articolo basato sulla ricerca documentale di Giancarlo Breccola, "Streghe e stregonerie in terra di Tuscia", Annulli Editori, 2019.