🌿 Dal giardino alla Tuscia

Piante, tradizioni e racconti legati al territorio

☯️ Il Sapere Perduto di Ghita

Un racconto tra presente e passato, tra soglie e roghi

Racconti fantasy
Data inserimento: 03/02/2026

☯️ Parte I – La Breccia Nera

Un mistero antico trascina Livia nel passato

La primavera aveva ceduto il passo a un'estate precoce, e Livia sentiva il territorio irrequieto. Da settimane percepiva un'anomalia – non nei punti consueti, non nelle vie cave o negli ipogei che aveva imparato a sorvegliare. Qualcosa di più profondo, più antico, premeva contro il velo della realtà in un luogo che non riusciva a identificare.

Fu Marco a trovarlo.

"È nel bosco oltre il noccioleto di Agnese" disse una sera, tornando al casale con il volto pallido. "Una radura che non avevo mai notato prima. La terra lì è... sbagliata. Non so come altro descriverla."

Livia lo seguì il giorno dopo, all'alba. Il bosco era quello che conosceva – querce, noccioli, qualche leccio – ma quando raggiunsero la radura, capì cosa intendesse Marco. L'erba cresceva in spirali innaturali, come se qualcosa sotto la superficie la torcesse. Al centro, dove avrebbe dovuto esserci terra nuda, c'era invece un cerchio perfetto di terreno annerito, carbonizzato, sebbene nessun fuoco vi ardesse da secoli.

"Una breccia" mormorò Livia, inginocchiandosi al bordo del cerchio. "Ma non come le altre."

Le brecce che aveva imparato a sigillare erano ferite recenti nel tessuto della realtà, aperture create da squilibri energetici o da presenze che premevano dall'altro lato. Questa era diversa. Era antica. Cicatrizzata male. E qualcosa, dall'altra parte, la teneva aperta con una volontà che Livia percepiva come un grido silenzioso.

"Torna al casale" disse a Marco. "Prepara il tè di cenere. Ne servirà molto."

"Vengo con te."

"No." Livia si voltò a guardarlo. "Questa breccia è vecchia di secoli. Non so cosa troverò quando proverò a chiuderla. Se qualcosa va storto, devi essere tu a mantenere il territorio."

Marco voleva protestare, ma qualcosa negli occhi di Livia lo fermò. Annuì e si allontanò tra gli alberi.

Livia attese che i suoi passi svanissero, poi si sedette al centro della radura, le gambe incrociate, i palmi rivolti verso il terreno bruciato. Chiuse gli occhi e lasciò che la sua coscienza scivolasse oltre la superficie delle cose.

La breccia si aprì davanti a lei come una ferita nel buio. Non era un passaggio verso l'altro lato – quello luminoso e terribile che aveva imparato a conoscere durante la sua iniziazione. Era qualcosa di diverso. Un tunnel nel tempo stesso, un corridoio scavato nel tessuto della memoria della terra.

E in fondo a quel corridoio, qualcuno piangeva.

Livia esitò. Le tecniche che Sibilla le aveva insegnato non contemplavano questo. Una breccia andava sigillata dall'esterno, non esplorata. Ma il pianto era così carico di disperazione, così umano, che non riuscì a tirarsi indietro.

Provò a chiuderla con il metodo tradizionale. Tracciò i sigilli con la mente, recitò le formule, spinse la sua volontà contro i bordi della ferita. Ma la breccia resisteva. Peggio: risucchiava. Livia sentì la sua coscienza scivolare, perdere la presa sul presente.

No, pensò, devo tornare, devo...

Ma era troppo tardi. Il buio la avvolse. Sentì il suo corpo diventare distante, lontano, come un vestito abbandonato su una sedia.

E poi cadde.

☯️ Parte II – Il Corpo Vuoto

Marco sentì qualcosa spezzarsi dentro di sé – un filo sottile che non sapeva di avere, una connessione con Livia che esisteva da quando era diventato suo apprendista. Si fermò di colpo sul sentiero, a metà strada verso il casale, e si voltò verso il bosco.

Qualcosa era andato storto.

Corse. Rami gli graffiavano il viso, radici cercavano di farlo inciampare, ma non rallentò. Quando raggiunse la radura, trovò Livia distesa al centro del cerchio carbonizzato, gli occhi aperti ma vuoti, fissi sul cielo senza vederlo.

"Livia!" Si inginocchiò accanto a lei, le prese il polso. Il cuore batteva, lento ma regolare. Respirava. Ma quando le passò una mano davanti agli occhi, non ci fu reazione.

Era come se il corpo fosse lì, ma lei – la vera lei – fosse altrove.

Marco la sollevò tra le braccia. Era più leggera di quanto si aspettasse, come se parte di lei fosse davvero andata via. Con il fiato corto e il cuore in gola, la portò fuori dalla radura, lungo il sentiero nel bosco, attraverso il noccioleto, fino al casale sulla collina.

Agnese era nel suo orto quando li vide arrivare. Lasciò cadere la zappa e corse loro incontro con un'agilità sorprendente per la sua età.

"Cosa è successo?"

"La breccia" ansimò Marco. "Ha provato a chiuderla e... non lo so. Non risponde. Respira ma non c'è."

Agnese guardò il viso di Livia – gli occhi aperti, vitrei, che fissavano il nulla. Le prese la mano e la lasciò ricadere, inerte. Poi le osservò le pupille.

"Portala dentro. Nella stanza di Sibilla."

La stanza di Sibilla era rimasta intatta da quando la vecchia custode si era ritirata. Marco non ci era mai entrato, ma Agnese lo guidò attraverso una porta che avrebbe giurato non esistesse, in fondo al corridoio del piano superiore.

La stanza era piccola, con una finestra che guardava sui noccioleti. Un letto stretto, un tavolo coperto di candele consumate, erbe secche appese alle travi, e sulle pareti simboli che Marco riconosceva ormai – spirali, stelle a otto punte, la mezzaluna delle custodi.

"Mettila sul letto."

Marco obbedì. Livia giaceva immobile, il petto che si alzava e abbassava appena percettibilmente. Sembrava dormire, ma non era sonno. Era qualcosa di più profondo, di più lontano.

Agnese le posò una mano sulla fronte, poi sul cuore. Chiuse gli occhi e rimase così per lunghi minuti, mentre Marco tratteneva il respiro.

Quando li riaprì, il suo viso era grave.

"Non è un semplice svenimento" disse. "E non è nemmeno quello che è successo a Sibilla quando si spingeva troppo oltre."

"Cos'è allora?"

Agnese esitò. "È come se... fosse caduta. Non nel sonno, non nell'altro lato. Ma nel tempo."

"Nel tempo?"

"La breccia che ha trovato." Agnese si sedette pesantemente su una sedia. "Ho sentito parlare di posti così, da mia nonna. Ferite nella terra che non si aprono verso l'altrove, ma verso l'allora. Luoghi dove è successo qualcosa di così terribile che il dolore ha bucato il tessuto del tempo."

Marco guardò Livia, poi Agnese. "Come la riportiamo indietro?"

"Non possiamo." La voce della vecchia era ferma ma non priva di compassione. "Deve trovare lei la strada. Deve capire perché quella breccia esiste, cosa la tiene aperta. Solo così potrà chiuderla – e tornare."

"E se non ci riesce?"

Agnese non rispose. Non ce n'era bisogno.

"Possiamo solo aspettare" disse infine. "E vegliare. Il corpo deve restare vivo finché l'anima non torna." Si alzò e andò verso il tavolo, dove iniziò ad accendere le candele una per una. "Preparerò un infuso. Tu resta con lei. Parlale, anche se non sembra sentire. Il filo che vi lega potrebbe essere l'unica cosa che la ancora a questo tempo."

Marco si sedette accanto al letto e prese la mano di Livia nella sua. Era tiepida, ma stranamente assente, come tenere la mano di una statua.

"Ti aspetto" sussurrò. "Qualunque cosa tu stia affrontando, non sei sola. Trova la strada e torna."

☯️ Parte III – L'altra Viterbo

L'odore la colpì per primo. Fumo di legna, letame, qualcosa di dolciastro che poteva essere frutta marcia o carne in decomposizione. Livia aprì gli occhi e si trovò distesa su un pavimento di terra battuta, in una stanza buia illuminata solo da un lumino a olio.

Si sollevò a sedere, la testa che pulsava. Le sue mani erano le stesse – la voglia a mezzaluna sul polso brillava debolmente – ma i vestiti erano cambiati. Indossava una tunica di lana grezza, un grembiule macchiato, calzature di cuoio consumato.

"Ti sei svegliata."

La voce veniva dall'angolo più buio della stanza. Livia si voltò e vide una figura rannicchiata contro il muro – una ragazza, forse vent'anni, i capelli scuri raccolti sotto una cuffia sporca. I suoi occhi, quando incontrarono quelli di Livia, brillarono di una luce che la custode riconobbe immediatamente.

"Chi sei?" chiese Livia.

"Ghita." La ragazza si avvicinò cautamente. "Ti ho trovata nella radura, quella dove nessuno va mai. Pensavo fossi morta, ma poi ho visto il segno." Indicò il polso di Livia. "Mia nonna aveva lo stesso. Diceva che era il marchio di quelle che sanno."

Livia si guardò intorno, cercando di orientarsi. La stanza era povera – un giaciglio di paglia, qualche pentola annerita, fasci di erbe appesi alle travi del soffitto. Attraverso una fessura nella porta di legno filtrava luce diurna, e con essa voci, rumori di carri, il verso di animali.

"Dove siamo? Che anno è?"

Ghita la guardò con un misto di curiosità e sospetto. "Siamo fuori le mura di Viterbo. L'anno del Signore 1347. Sei straniera? Parli strano."

Il 1347. Livia sentì un brivido attraversarle la schiena. L'anno di Rita di Angeluccio, la donna di cui aveva letto nei documenti storici. L'anno dei primi roghi documentati nella Tuscia.

"Sono... vengo da lontano" disse, scegliendo le parole con cura. "Molto lontano."

Ghita annuì lentamente, come se quella risposta avesse senso in un modo che Livia non poteva comprendere. "Le donne che sanno vengono sempre da lontano. Mia nonna lo diceva. 'Alcune di noi camminano su strade che altri non vedono.' Tu sei una di quelle, vero?"

Prima che Livia potesse rispondere, un rumore dall'esterno le fece sobbalzare entrambe. Voci concitate, il latrato di cani, passi pesanti sulla strada sterrata.

Ghita impallidì. "Stanno cercando ancora. Devo andare."

"Cercando chi?"

"Me." La ragazza afferrò un fagotto nascosto sotto il giaciglio. "Una donna del borgo è morta di parto tre giorni fa. Il bambino è nato morto. Io l'ho assistita, ho fatto tutto quello che potevo, ma..." Si interruppe, gli occhi lucidi. "Il marito dice che l'ho stregata. Che ho ucciso il bambino con le mie arti."

Livia sentì il sangue gelarsi. "Dove andrai?"

"C'è un posto nel bosco. Una grotta che mia nonna mi ha mostrato. Lì posso nascondermi finché..." Ghita non finì la frase. Entrambe sapevano che non c'era un "finché". Una volta accusata, una donna non aveva scampo.

"Vengo con te" disse Livia, alzandosi.

☯️ Parte IV – La Veglia

Nel casale sulla collina, il tempo scorreva lento come miele.

Marco non si era mosso dalla sedia accanto al letto. Agnese entrava e usciva, portando infusi che faceva scorrere goccia a goccia tra le labbra di Livia, cambiando le candele quando si consumavano, controllando il respiro e il battito della custode.

Era passato un giorno. Poi due.

"Non può restare così per sempre" disse Marco la seconda notte, la voce roca per la stanchezza.

Agnese non rispose subito. Era seduta nell'angolo, le mani occupate a intrecciare qualcosa – un cerchio di rami di nocciolo, capì Marco.

"Sibilla mi raccontò di una custode, molte generazioni fa, che rimase in questo stato per sette giorni" disse infine. "Quando tornò, disse di aver vissuto un'intera vita dall'altra parte. Mesi, forse anni. Il tempo non scorre uguale."

"E se non torna?"

"Allora il corpo si spegnerà." La voce di Agnese era piatta, priva di emozione. Non per crudeltà, capì Marco, ma perché era un fatto, non un'opinione. "Senza l'anima che lo abita, il corpo è solo carne. Tre giorni, forse quattro, poi il cuore si fermerà."

Marco guardò Livia. Il suo viso era sereno, quasi pacifico. Ma la pelle aveva assunto un pallore cereo, e le labbra stavano perdendo colore.

"C'è qualcosa che possiamo fare? Qualcosa che la aiuti a trovare la strada?"

Agnese completò il cerchio di nocciolo e si alzò. Lo portò al letto e lo posò delicatamente intorno alla testa di Livia, come una corona.

"Il nocciolo è l'albero delle soglie" disse. "Connette i mondi. Se c'è un filo tra lei e questo tempo, il nocciolo lo rafforzerà."

Poi tirò fuori dalla tasca un sacchetto di tela – cenere, capì Marco dall'odore.

"Cenere del solstizio" spiegò Agnese. "L'ultima che Sibilla ha preparato prima di ritirarsi. L'ho conservata per le emergenze." Tracciò un cerchio di cenere intorno al letto, mormorando parole che Marco non capiva. "Questo non la riporterà indietro. Ma terrà aperta la porta abbastanza a lungo perché lei possa attraversarla, se trova la chiave."

"Quale chiave?"

Agnese scosse la testa. "Questo non lo so. Dipende da cosa ha trovato dall'altra parte. Da cosa tiene aperta quella breccia." Lo guardò negli occhi. "Ora riposa. Ti sveglio tra qualche ora per il cambio. La veglia deve essere continua – se si sveglia e non c'è nessuno, potrebbe perdersi di nuovo."

Marco voleva protestare, ma la stanchezza era un peso fisico sulle palpebre. Si alzò dalla sedia e si stese sul pavimento, usando il suo giaccone come cuscino.

Prima di scivolare nel sonno, guardò un'ultima volta Livia. E gli sembrò – ma forse era solo la luce tremolante delle candele – che le sue labbra si muovessero, formando parole silenziose.

☯️ Parte V – La Grotta delle Custodi

Attraversarono il bosco in silenzio, evitando i sentieri principali. Ghita si muoveva con la sicurezza di chi conosce ogni albero, ogni pietra, ogni avvallamento del terreno. Livia la seguiva, riconoscendo a tratti luoghi che nel suo tempo erano ancora lì – lo stesso sperone di tufo, lo stesso torrente ormai ridotto a rigagnolo, la stessa quercia secolare che tra settecento anni sarebbe stata il "guardiano" più antico del territorio.

Dopo due giorni di cammino arrivarono alla grotta che si apriva in una parete di roccia coperta di edera. L'ingresso era stretto, quasi invisibile, ma l'interno si allargava in una camera naturale alta abbastanza da starvi in piedi. E quando Livia vide le pareti, il respiro le si fermò in gola.

Simboli. Spirali, stelle a otto punte, figure antropomorfe. Gli stessi che aveva visto nelle visioni durante la sua iniziazione. Gli stessi che decoravano il mandala nell'ipogeo sotto Sutri.

"Mia nonna veniva qui" disse Ghita, accendendo una torcia che illuminò le incisioni. "E sua nonna prima di lei. Diceva che questo posto è antico quanto le colline. Che c'era già prima di tutto. Che era un luogo dove il velo è sottile."

"Lo è" confermò Livia, sfiorando uno dei simboli. La pietra vibrava sotto le sue dita. "È un punto di convergenza. Un luogo di potere."

Ghita la osservava con uno sguardo nuovo. "Tu sai. Tu sai davvero." Non era una domanda.

Livia annuì. "Nel mio... nel luogo da cui vengo, sono stata addestrata a proteggere questi posti. A mantenere chiuse le porte tra i mondi."

"Le porte." Ghita si sedette su una pietra piatta, il fagotto stretto al petto. "Mia nonna parlava delle porte. Diceva che alcune di noi possono vederle, altre possono attraversarle, e poche – pochissime – possono chiuderle quando si aprono dove non dovrebbero."

"Tu puoi vederle?"

"Sì. Fin da bambina. Vedo... luci, nei posti antichi. Ombre che non appartengono a nessuno. E a volte sento voci che sussurrano cose che non capisco." Ghita abbassò lo sguardo. "Per questo la gente ha paura di me. Per questo mia nonna mi ha insegnato a nasconderlo. Ma non basta mai. Alla fine, trovano sempre una ragione per accusarti."

Livia si sedette accanto a lei. "Cosa ti ha insegnato tua nonna? Oltre a nasconderti?"

Ghita esitò, poi aprì il fagotto. All'interno c'erano fasci di erbe secche, piccole ampolle di vetro scuro, un mortaio di pietra consumato dall'uso, e un quaderno – no, un manoscritto di pergamena, rilegato con spago.

"Questo" disse Ghita. "È tutto quello che abbiamo. Le ricette, le formule, le preghiere. Quello che mia nonna ha imparato dalla sua, e lei dalla sua. Generazioni di sapere." Sfiorò le pagine ingiallite con riverenza. "Se mi prendono, lo bruceranno insieme a me."

☯️ Parte VI – Il Sapere delle Guaritrici

Livia prese il manoscritto con mani tremanti. Le pagine erano coperte di una scrittura fitta, a tratti quasi illeggibile, ma i disegni erano chiari: piante, radici, fiori, ognuno con annotazioni sui tempi di raccolta, le dosi, le modalità di preparazione.

"Questo è..." iniziò, ma le parole le morirono in gola.

Era quello che era andato perduto. Il sapere empirico delle guaritrici, quello che i roghi avevano cancellato, quello di cui non rimaneva traccia negli archivi. Non formule magiche o patti col diavolo – ma conoscenza. Osservazione. Generazioni di tentativi ed errori distillati in indicazioni precise.

Per il travaglio difficile: foglie di lampone in infuso caldo, tre volte al giorno dalla luna nuova precedente il parto.

Per la febbre dei bambini: corteccia di salice bianco, bollita e filtrata, un cucchiaio ogni tre ore.

Per le ferite che non guariscono: miele di castagno e argilla del torrente, in parti uguali, a coprire la piaga.

Alcune di queste cose Livia le conosceva dalla medicina moderna – l'acido salicilico del salice, le proprietà antibatteriche del miele. Altre erano nuove, o dimenticate, o forse semplicemente mai verificate perché chi le praticava era stato eliminato prima di poterle trasmettere.

"È prezioso" disse infine. "Più di quanto tu possa immaginare."

Ghita annuì mestamente. "Lo so. Per questo lo custodisco. Ma a cosa serve, se morirò prima di poterlo insegnare a qualcuno?"

☯️ Parte VII – Il Terzo Giorno

Nel casale sulla collina, Marco si svegliò di soprassalto.

Qualcosa era cambiato. Lo sentiva nell'aria, nel modo in cui la luce filtrava dalla finestra, nel silenzio che sembrava più denso del solito.

Si alzò dal pavimento, le ossa che protestavano, e guardò il letto. Livia era sempre lì, immobile, la corona di nocciolo intorno alla testa. Ma il suo respiro era più superficiale, e la sua pelle...

"Agnese!" chiamò.

La vecchia entrò immediatamente, come se fosse stata in attesa dietro la porta. Bastò uno sguardo al viso di Livia perché i suoi occhi si incupissero.

"Il terzo giorno" mormorò. "Il corpo sta cedendo."

"Deve esserci qualcosa!" Marco si sentiva impotente, furioso. "Non possiamo stare qui a guardarla morire!"

Agnese non rispose. Si avvicinò al letto e prese la mano di Livia tra le sue. Chiuse gli occhi e rimase in silenzio per un lungo momento.

Quando parlò, la sua voce era diversa – più profonda, più antica.

"C'è una presenza" disse. "Dall'altra parte. Non solo Livia. Un'altra. Giovane. Spaventata." Aprì gli occhi. "Qualunque cosa stia facendo là, non è sola. E qualunque cosa debba imparare, è vicina a impararla."

"Come fai a saperlo?"

"Perché la breccia si sta chiudendo." Agnese indicò la finestra. "Vai alla radura. Guarda."

Marco corse fuori, attraversò il noccioleto, si addentrò nel bosco. Quando raggiunse la radura, vide quello che Agnese aveva percepito: il cerchio carbonizzato era meno definito. I bordi sembravano sfumati, come un disegno a carboncino sotto la pioggia. E al centro, dove prima c'era solo terra morta, spuntava qualcosa.

Un germoglio. Verde, tenero, impossibile.

Marco tornò al casale di corsa.

"Sta funzionando" ansimò. "Qualunque cosa stia facendo, sta funzionando!"

Agnese annuì lentamente. "Allora vegliamo. E speriamo che faccia in tempo."

☯️ Parte VIII – La Trasmissione

Ghita insergna a Livia nella grotta

Passarono tre giorni nella grotta. Tre giorni in cui Ghita insegnò e Livia imparò con un'intensità febbrile, sapendo entrambe che il tempo era contato.

Non era solo il manoscritto. Era il modo di mescolare, la pressione delle mani nel pestello, il ritmo del respiro mentre si recitavano le formule – non incantesimi, capì Livia, ma mnemoniche, versi ritmati per ricordare dosi e procedure in un'epoca in cui la maggior parte delle persone non sapeva leggere.

"Tre foglie al mattino, tre alla sera, tre quando la luna è intera" cantava Ghita mentre mostrava come preparare un infuso per i dolori mestruali. "Mia nonna lo cantava sempre. Diceva che le parole aiutano le mani a ricordare."

Ma c'era dell'altro. C'erano le tecniche che non avevano nulla a che fare con le erbe.

"Quando una porta si apre dove non dovrebbe" spiegò Ghita una sera, alla luce tremolante della torcia, "non puoi spingerla a chiudersi. È troppo forte. Devi... devi convincerla che non c'è niente da vedere qui. Che questo posto non è interessante."

"Come?"

Ghita prese un po' di cenere dal piccolo fuoco che avevano acceso per scaldarsi. "La cenere ricorda il fuoco" disse, tracciando un cerchio sul pavimento della grotta. "E il fuoco trasforma. Quando spargi la cenere intorno a una porta, le dici: 'Qui tutto è già stato trasformato. Qui non c'è più nulla da prendere.'"

Livia osservava, affascinata. "Nel mio luogo usiamo la cenere di nocciolo. Preparata in un modo particolare."

"Nocciolo, quercia, faggio – ogni legno ha il suo potere. Ma è l'intenzione che conta." Ghita completò il cerchio e vi tracciò all'interno una spirale. "Mia nonna diceva che le porte si aprono dove c'è dolore irrisolto. Dove qualcosa di terribile è successo e non è mai stato pianto, mai riconosciuto. La porta non vuole distruggere – vuole essere vista."

Un brivido attraversò Livia. Pensò al cerchio carbonizzato nella radura del suo tempo. Qualcosa di terribile era successo lì, secoli prima. Qualcosa che aveva lasciato una ferita mai rimarginata.

"E come si chiude? Come si risolve il dolore?"

Ghita la guardò negli occhi. "Ascoltando. Testimoniando. Riconoscendo quello che è accaduto." Fece una pausa. "E poi lasciando andare."

☯️ Parte IX – La Cattura

Il quarto giorno, li trovarono.

Livia si svegliò al suono di voci – non vicine, ma che si avvicinavano. Cani che abbaiavano. Il crepitio di rami spezzati sotto piedi pesanti.

Ghita era già sveglia, il viso pallido come cera. "Hanno trovato la grotta. Non so come, ma..."

"Scappa. C'è ancora tempo."

"E tu?"

Livia scosse la testa. "Io non appartengo a questo tempo. Non possono tenermi qui." Non era sicura che fosse vero, ma doveva crederci.

Ghita afferrò il manoscritto e lo spinse nelle mani di Livia. "Portalo via. Portalo dove non possono bruciarlo."

"Ma è tuo! È tutto quello che hai!"

"È tutto quello che avevo da dare." Gli occhi di Ghita brillavano di lacrime, ma la sua voce era ferma. "Tu lo porterai avanti. Tu lo insegnerai. Questo è più importante di me."

Le voci erano più vicine. Livia sentiva il battito del suo cuore rimbombare nelle orecchie.

"Vieni con me" disse, disperata. "La breccia – se riesco a trovarla, posso portarti nel mio tempo!"

Ghita scosse la testa con un sorriso triste. "Il mio posto è qui. La mia storia finisce qui." Si sporse in avanti e baciò Livia sulla fronte. "Ma il sapere continuerà. Questo è quello che conta."

Prima che Livia potesse rispondere, Ghita si alzò e corse verso l'ingresso della grotta. Livia sentì la sua voce gridare qualcosa – un diversivo, capì, per attirare l'attenzione lontano.

E poi silenzio.

Livia rimase sola nella grotta, il manoscritto stretto al petto, le lacrime che le rigavano il viso. Sapeva cosa sarebbe successo a Ghita. Aveva letto i documenti, le note di spesa per le esecuzioni. Trenta soldi per gli ufficiali, cinque per l'asino, venti per i malfactores con le tenaglie.

Ma non poteva salvarla. Non così. L'unica cosa che poteva fare era salvare quello che Ghita le aveva affidato.

Si trascinò verso il fondo della grotta, dove i simboli brillavano più intensamente. Lì, lo sentiva, il velo era più sottile. Lì poteva trovare la via del ritorno.

Ma qualcosa la bloccava. La breccia che l'aveva portata qui era ancora aperta, ancora sanguinante. Non poteva tornare senza chiuderla.

E ora capiva come.

☯️ Parte X – La Verità della Breccia

Livia si sedette al centro della grotta, davanti alla parete coperta di simboli. Chiuse gli occhi e lasciò che la sua coscienza si espandesse, toccando i bordi della ferita nel tessuto del tempo.

Vide.

Non una singola donna, ma molte. Decine. Forse centinaia. Custodi che sarebbero venute dopo Ghita, nei secoli a venire. Donne accusate, torturate, bruciate. Vide i roghi moltiplicarsi attraverso il tempo – nel 1400, nel 1500, nel 1600 – ogni morte che aggiungeva dolore al dolore, ogni grido che allargava la ferita.

E capì: la breccia non esisteva ancora. Non nel 1347. Si sarebbe formata dopo, strato dopo strato, secolo dopo secolo, scavata dal dolore di tutte le custodi che sarebbero state eliminate. Una ferita che dal futuro sanguinava all'indietro nel tempo, fino a questo momento – il primo anello della catena.

Ghita era l'inizio. La prima custode della Tuscia che sarebbe bruciata. E il suo grido – il grido che non aveva ancora lanciato – sarebbe diventato il seme di quella breccia.

Non lasciate che ci dimentichino. Non lasciate che il nostro sapere muoia.

Livia sentì le voci di tutte quelle che sarebbero venute dopo. Generazioni di donne che avrebbero saputo, curato, protetto – e che sarebbero state eliminate per questo. I loro nomi sarebbero andati perduti, le loro storie cancellate dagli archivi. Ma la terra avrebbe ricordato. La pietra avrebbe ricordato.

"Ti sento" sussurrò Livia. "Vi sento tutte."

"Non siete state dimenticate" disse Livia, e mentre parlava sentiva le parole diventare qualcosa di più grande, di più antico. "Il vostro sapere è stato portato avanti. Non tutto – molto è andato perduto. Ma la catena non si è spezzata. Ci sono ancora donne che sanno. Ci sono ancora custodi."

La roccia tremò. I simboli sulle pareti brillarono di luce dorata.

E poi Livia vide Sibilla.

Non la Sibilla anziana che aveva conosciuto – ma una Sibilla luminosa, senza età, che esisteva oltre i confini del tempo.

"Ben fatto" disse la sua mentore. "Hai capito."

"Come chiudo la breccia?" chiese Livia. "Come la sigillo?"

"Non la sigilli." Sibilla sorrise. "La guarisci. Quello che Ghita ti ha insegnato – la cenere che ricorda, l'intenzione che trasforma, l'ascolto che riconosce. Usalo."

Livia guardò il manoscritto che ancora stringeva. Poi guardò la cenere del fuoco spento. E capì.

Raccolse la cenere tra le mani. Era fredda, ma quando la strinse sentì il calore di tutti i fuochi che l'avevano preceduta e succeduta – i fuochi delle cucine dove le guaritrici preparavano i loro rimedi, i fuochi delle capanne dove le levatrici assistevano i parti, e sì, anche i fuochi dei roghi che avrebbero cercato di cancellare tutto questo.

Tracciò un cerchio intorno a sé. Poi una spirale al centro, come Ghita le aveva mostrato.

"Vi vedo" disse alle custodi dimenticate. "Vi riconosco. Il vostro dolore, la vostra rabbia, la vostra paura. Tutto questo è reale, ed è stato e sarà ingiusto."

La luce dorata si intensificò.

"Ma il sapere non è morto e non morirà. È passato e passerà attraverso le generazioni, nascosto nei gesti delle nonne, nelle cantilene delle madri, nelle mani delle donne che continuano a curare anche quando nessuno le riconosce. La catena non si è spezzata."

Sentì qualcosa cedere – non nella roccia, ma nell'aria stessa. Come un respiro trattenuto troppo a lungo che finalmente veniva rilasciato.

"Lascio andare" sussurrò Livia. "Per voi e con voi. Lascio andare."

La breccia si chiuse.

Non con violenza, non con uno schianto. Si chiuse come si chiude una ferita che finalmente guarisce – lentamente, naturalmente, lasciando solo una cicatrice a testimoniare quello che era stato.

E Livia cadde nel buio.

☯️ Parte XI – Il Ritorno

Marco la vide aprire gli occhi.

Un momento prima era immobile, pallida, il respiro così debole da essere quasi impercettibile. Un momento dopo le sue palpebre fremevano, le sue labbra si muovevano, e i suoi occhi – quegli occhi che erano stati vuoti per tre giorni – tornarono a vedere.

"Livia!"

Lei sbatté le palpebre, disorientata. La stanza di Sibilla, le candele consumate, il cerchio di cenere intorno al letto, Marco che la guardava con le lacrime agli occhi.

"Quanto..." La voce le uscì roca, graffiante. "Quanto tempo?"

"Tre giorni." Marco le prese la mano – calda, questa volta, viva. "Pensavamo di averti persa."

Livia si sollevò a sedere, la testa che girava. Qualcosa le premeva contro il petto. Abbassò lo sguardo.

Il manoscritto.

Era lì, tra le sue braccia. Pagine ingiallite, scrittura sbiadita, disegni di erbe e radici. Impossibile – era rimasto nel passato, nel 1347, in una grotta che forse non esisteva nemmeno più.

Eppure, era lì.

"Cos'è quello?" chiese Agnese dalla porta.

Livia lo guardò per un lungo momento. Poi alzò gli occhi sulla vecchia.

"Un dono" disse. "Da una donna vissuta quasi settecento anni fa. Si chiamava Ghita. Era una guaritrice." Deglutì. "È morta per salvare questo."

Agnese si avvicinò lentamente. Prese il manoscritto con mani che tremavano leggermente e sfogliò le prime pagine. Man mano che leggeva, il suo viso passò dallo stupore alla meraviglia, dalla meraviglia alle lacrime.

"Alcune di queste cose..." sussurrò. "Mia nonna le faceva. Diceva che gliele aveva insegnate sua nonna, ma non sapeva da dove venissero. Credevo fossero superstizioni."

"Non lo erano." Livia si appoggiò ai cuscini, esausta ma stranamente in pace. "Erano sapere. Sapere che è stato bruciato insieme a chi lo custodiva. Ma non tutto è andato perduto. Ghita ha fatto in modo che qualcosa sopravvivesse."

Marco guardava il manoscritto, poi Livia, poi Agnese. "E la breccia?"

"Chiusa." Livia sorrise debolmente. "O meglio, guarita. Non era una porta verso l'altro lato. Era una ferita nel tempo – il grido di tutte le custodi che erano state uccise e dimenticate. Volevano solo essere viste. Riconosciute."

"E tu le hai viste."

"Sì." Livia chiuse gli occhi. "Le ho viste tutte."

☯️ Epilogo – Il Sapere Continua

Settimane dopo, Livia sedeva nel suo studio al casale, trascrivendo il contenuto del manoscritto di Ghita in un quaderno moderno. Alcune ricette le verificava con Agnese, che spesso annuiva riconoscendo pratiche dimenticate della sua infanzia. Altre le confrontava con testi di erboristeria contemporanea, trovando sorprendenti corrispondenze.

Ma non era solo il contenuto pratico che trascriveva. Erano anche le storie – quelle che Ghita le aveva raccontato nelle notti nella grotta, quelle che lei stessa aveva visto nella visione finale. Nomi che non comparivano in nessun archivio. Volti che nessun documento aveva registrato. Vite cancellate che meritavano di essere ricordate.

Marco entrò con due tazze di tè – quello normale, di erbe – e si sedette accanto a lei.

"A cosa pensi?"

Livia posò la penna. "A Ghita. A quello che ha sacrificato perché questo arrivasse fino a noi." Fece una pausa. "E a tutte le altre. Quelle di cui non sapremo mai il nome. Quelle che hanno bruciato senza lasciare traccia."

"Ma qualcosa è rimasto" disse Marco. "Quello che Agnese ha imparato da sua nonna. Quello che è passato di generazione in generazione, anche se nessuno sapeva più da dove venisse."

"Sì." Livia sorrise mestamente. "Il sapere trova sempre una strada. Anche quando cercano di distruggerlo."

Si alzò e si avvicinò alla finestra. Fuori, il sole tramontava sui noccioleti, tingendo il paesaggio di arancio e oro. Nella radura dove un tempo si apriva la breccia, il giovane nocciolo cresceva vigoroso – un memoriale vivente per Ghita e per tutte le custodi dimenticate. Ai piedi dell'albero, una tavola di quercia: simbolo sacro a Giove, di forza, eternità e resistenza. Su di essa, inciso da Marco grazie a un dono antico che ancora non conosceva, il volto di Ghita, giuntogli dal passato.

"Domani comincerò a insegnartelo" disse a Marco senza voltarsi. "Quello che Ghita mi ha trasmesso. Le tecniche che non sono nel quaderno di Sibilla. Il modo per guarire le brecce, non solo sigillarle."

"Sono pronto."

Livia si voltò a guardarlo. "Lo so. È per questo che sei qui."

Quella notte, prima di addormentarsi, Livia scrisse un'ultima annotazione nel suo diario di custode:

Il sapere delle guaritrici non è andato perduto. È stato nascosto, frammentato, travestito da superstizione – ma è sopravvissuto. In ogni nonna che insegna alla nipote quando raccogliere le erbe. In ogni levatrice che sussurra formule antiche durante un parto difficile. In ogni donna che sa, anche senza sapere perché sa.

Ghita mi ha affidato la sua eredità. Non perché io la conservi – ma perché io la trasmetta. La catena delle custodi non si è mai spezzata. Si è solo nascosta, aspettando il momento di riemergere.

E quel momento è adesso.

Storia creata in collaborazione con l'Intelligenza Artificiale.