Piante, tradizioni e racconti legati al territorio
Il fuoco nel camino, acceso da Livia, aveva preso bene fin dal mattino alimentato dalla legna di carpino stagionata, bruciava lenta, teneva il caldo a lungo, aveva preso bene e nella stanza si era formato un calore stabile, uniforme.
Erano passati dieci giorni da quando l’ultimo ospite aveva lasciato il casale. Dieci giorni in cui ogni sera si era detta che l’indomani avrebbe ripreso il ritmo, e ogni mattina aveva rimandato, come se il corpo restasse sempre un passo indietro rispetto alla volontà.
Non era una stanchezza definita, non aveva ancora un nome. Arrivava a ondate; a tratti il mondo sembrava leggermente fuori fuoco, come se la distanza tra lei e le cose si fosse spostata di pochi millimetri. Marco glielo ripeteva da giorni: vai a fare le analisi, almeno capisci.
Lei rispondeva che lo sapeva già. Le feste, i ritmi saltati, i giorni intensi con Agnese, Elisa, Nadia e Lorenzo. Riti da rimettere in piedi, saperi da ricomporre, cose che si fanno una volta sola all’anno e chiedono più energia di quanto sembri. Era riuscita persino a riunire in casa vicini che non aveva mai visto tutti insieme. Si erano divertiti davvero.
Adesso, però, la casa era tornata quieta e il silenzio le pesava più del lavoro; rimase immobile sul divano, indecisa sul da farsi, mentre nel camino la fiamma tirava alta, quando la campana suonò fuori dalla porta.
Si alzò con un lieve ritardo nei movimenti e guardò dalla finestra. Elisa era sulla soglia, le mani nelle tasche del giaccone imbottito rosso scuro che le alterava la figura. I capelli biondo cenere uscivano da un cappello inclinato di lato; le guance arrossate non parlavano di neve, ma di freddo secco di sentiero. Livia aprì.
Elisa entrò senza esitazione, lasciando entrare una breve corrente d’aria fredda. Si tolse il giaccone e lo appese alla rastrelliera con un gesto pratico. Sotto, l’immancabile felpa rossa. Non guardò la stanza: guardò Livia, le mani sotto il bordo del maglione, un comportamento per lei non naturale.
"Hai acceso presto."
Livia si spostò verso il tavolo senza rispondere subito, prese la teiera e riempì due tazze. Il vapore salì lento. "Non avevo altro da fare."
Elisa annuì appena, avvicinandosi al tavolo. "Ottimo motivo."
Si sedettero. Livia spinse una tazza verso di lei. Tiglio raccolto a luglio, ancora buono. Il fuoco tirava con regolarità, un rumore basso e continuo. Fuori il cielo era bianco e compatto, uno di quei cieli bassi che non promettono niente e non concedono niente.
Elisa prese la tazza tra le mani, senza bere subito. "E Marco?" chiese, con una leggerezza che non era del tutto naturale.
Livia sollevò lo sguardo appena. "Fuori con Vigil. Verso i lecci."
Elisa fece un piccolo cenno, poi inclinò leggermente la testa. "No. Intendo Marco in senso generale. Marco che gira per casa tua come se fosse sempre stato qui."
Livia portò la tazza alle labbra, bevve un sorso corto. "Perché adesso è qui."
"Livia!"
"Che c'è!"
Elisa la fissò per un secondo, poi fece un gesto vago con la mano, come a scartare il contorno. "È oggettivamente carino."
Livia abbassò la tazza con calma. "Abbiamo stabilito che ti piace?"
"Sì." Elisa appoggiò i gomiti sul tavolo. "Ma non è il punto principale."
Livia la guardò davvero, questa volta. "Qual è il punto principale?"
Elisa esitò appena, poi la guardò dritta. "Il punto principale è che tu sei una gran figa."
Livia quasi si strozzò con la tisana. Posò la tazza con un colpo troppo secco. "Elisa!"
Elisa accennò un sorriso, ma non si ritrasse. "Non fare quella faccia. È un fatto." Fece un piccolo gesto circolare con la mano, come a indicarla tutta. "Sei alta, sei bella in modo evidente, hai quello sguardo concentrato che sembra valutare l’universo mentre tagli il pane. E in più sei intelligente. È una combinazione pericolosa."
Livia scosse appena la testa, riprendendo la tazza. "Grazie per l’analisi."
"Prego." Elisa si appoggiò allo schienale, senza distogliere gli occhi. "Ora, detto questo, mi spieghi come sia possibile che tu viva sotto lo stesso tetto con un uomo altrettanto oggettivamente interessante e non succeda nulla?"
Livia fece scorrere lo sguardo verso il fuoco, come a prendere tempo. "Perché non deve succedere nulla."
Elisa non rispose subito. La osservò, cercando un punto di cedimento. "Per te forse."
Livia tornò su di lei, ferma. "Per lui anche."
"E questo lo sai perché?"
Livia sollevò appena il mento. "Perché lo so." Nascose un sorriso ironico nella tazza. "Del resto, quando giriamo nudi per casa non succede niente."
Elisa divenne rossa, la bocca socchiusa, lo sguardo fisso su Livia. "Nu… nudi?"
Livia cercò di trattenersi, ma la risata le scappò, mentre batteva la mano sulla coscia.
"Maledetta." Elisa sorrise, con un tono falsamente triste. "Ti prendi gioco di me."
"Elisa… è troppo facile…" continuò a ridere.
Elisa la studiò ancora un istante, poi abbassò lo sguardo sulla tazza. "Quindi il campo è davvero libero, non ti interessa."
"Campo?" Livia smise di ridere, tenendo la tazza tiepida tra le mani.
Elisa fece un mezzo sorriso. "Se non c’è niente tra voi, posso smettere di farmi scrupoli."
Livia si appoggiò allo schienale. "Ti stai facendo scrupoli? Non capisco."
"Certo." Elisa alzò appena le spalle. "Vivo ancora in una società con delle regole minime."
"Quali regole?"
Elisa fece scorrere la tazza tra le mani, con un lieve sorriso. "Marco mi interessa. È stabile. Non parla a vuoto. Non fa scena. E sa accendere un camino come si deve. È già sopra la media."
"Stai facendo una selezione tecnica." Livia sorrise appena. "Stai cercando un operaio o qualcuno con cui dividere il letto per il resto della tua vita… che sia anche un buon operaio?"
"Entrambe le cose... più la prima, però." Bevve un sorso. "E se tu non sei coinvolta, io mi sento moralmente autorizzata."
"Non hai bisogno della mia autorizzazione." Scosse leggermente la testa. "Ma se ti fa sentire meglio… sei autorizzata." La guardò. "Devo scriverlo?"
Elisa sospirò, rassicurata. "Ti ringrazio, non serve." Inclinò la testa, tornando a fissarla. "Quindi mi stai dicendo che tu, che potresti scegliere chi vuoi, vivi con un uomo interessante e non ti sfiora neanche l’idea?"
"No." Livia alzò appena le spalle.
"E siete sereni così." Elisa era perplessa.
"Sì." Livia si fermò un attimo. "È tutto normale tra noi, senza tensioni." Mantenne lo sguardo su Elisa. "Se lui passa con un asciugamano alla vita, o io lo sfioro appena vestita… non ci sono pensieri particolari, né impulsi."
Il silenzio si posò tra loro, breve.
Elisa la osservò ancora un istante. "Resta il fatto che siete entrambi pericolosamente belli per essere così tranquilli."
Livia aprì la bocca per rispondere e posò la tazza sul tavolo, ma il gesto non fu preciso: per una frazione di secondo le dita non risposero e la ceramica toccò il legno con un suono secco, troppo forte per una stanza così quieta.
Livia rimase ferma, le mani aperte sul tavolo, lo sguardo che non agganciava nulla. "Livia." Non rispose; le mani restarono accanto alla tazza abbandonata. Elisa la guardò, questa volta diversamente. "Livia!" la chiamò secca.
Il colore le scivolò via dal viso. Non il pallore del freddo: qualcosa di più interno, come se il sangue avesse preso un’altra strada. La testa le girava, ma non era vertigine; era una pressione lenta che veniva da dentro.
Elisa era già in piedi. Niente panico, niente domande inutili. Prese il giaccone di Livia e glielo infilò sulle spalle con movimenti precisi, poi indossò il proprio.
"Chiavi." disse, con tono calmo, senza staccarle gli occhi di dosso.
"Non è niente." La voce di Livia era distante.
"Chiavi!" ripeté, più ferma.
Livia indicò il gancio vicino alla porta. Elisa prese il portachiavi della Lancia, tornò da lei e le sostenne il braccio con fermezza discreta.
"Riesci a stare in piedi?"
Un respiro. "Sì."
"Bene. Andiamo."
Fuori l’aria era fredda e asciutta, limpida senza essere luminosa. Nessuna traccia di neve, solo terra dura e odore di inverno fermo.
Elisa aprì lo sportello lato passeggero, aspettò che Livia fosse seduta e le sistemò la cintura senza fretta. Fece il giro, salì, regolò lo specchietto e il sedile con un gesto automatico.
Il motore si accese al primo colpo.
La Lancia imboccò la strada verso l’ospedale di Civita Castellana.
Livia uscì dal suo laboratorio, dove aveva lavorato su alcune richieste arrivate da Viterbo e da Volterra. Sofia le aveva chiesto istruzioni per comprendere alcuni nuovi oggetti appena arrivati al museo e che, in qualità di guardia museale e Custode della Soglia, spettava a lei sorvegliare.
Dopo la settimana trascorsa al pronto soccorso si sentiva ancora come un colabrodo: l’avevano riempita di buchi per le analisi e, a due settimane dal rientro a casa, le facevano ancora male le braccia.
Le analisi non avevano trovato nulla di davvero allarmante, solo qualche valore endocrino vicino alla soglia massima o minima. Tutto rientrava nei limiti, almeno sulla carta. Eppure i parametri oscillavano in modo strano, abbastanza da convincere i medici a trattenerla qualche giorno in più, ripetere i prelievi, controllare ancora. Ogni volta sembrava che il quadro stesse per chiarirsi, e ogni volta restava una piccola discrepanza: non spiegava il malessere, ma neppure lo smentiva.
Le venne allora un pensiero difficile da formulare: il quadro sembrava peggiorare quando Marco era presente durante i prelievi, come se la sua vicinanza rendesse tutto più instabile.
Marco stava rientrando. Da alcuni giorni anche lui non si sentiva bene: un malessere passeggero, difficile da definire. Dopo quello che era accaduto a Livia aveva deciso di fare un check-up completo, e Livia lo aveva accompagnato fin dall’inizio, anche al prelievo. Lei non voleva lasciarlo solo e lui non voleva che lei restasse a casa da sola.
Quel pomeriggio Marco era tornato dal medico per ritirare le analisi e discuterle di persona. Il quadro era sorprendentemente simile a quello di Livia, con piccole differenze. Nessun valore fuori scala, nessuna anomalia conclamata: solo parametri vicini alle soglie, oscillazioni lievi ma persistenti.
Il medico non aveva saputo dare spiegazioni precise. Forse era solo stanchezza, forse servivano riposo e qualche integratore. Poi, con un mezzo sorriso e una strizzata d’occhio, aveva aggiunto: "Forse è una mutazione e stai diventando un supereroe."
Livia lo vide entrare e si fermò al centro della cucina, il volto teso. "Allora?" Sembrava trattenere il fiato.
Marco allargò le braccia. "Nulla di che. Sembrano la copia delle tue." Prese la busta dalla tasca interna e gliela porse.
Livia la appoggiò sul tavolo senza aprirla. "Stesse alterazioni delle mie?"
"Sì. Vicine ai limiti, o di poco fuori." Si avvicinò al lavandino e riempì il bollitore.
Lei annuì lentamente. "Quindi non è un caso." Rimase ferma al centro della cucina.
"Sembra di no." Posò il bollitore sul fornello acceso e si girò verso di lei, appoggiando le mani sul piano.
Rimasero in silenzio un momento. "Quando hai iniziato a sentirti strano?" chiese Livia.
"Prima del tuo mancamento. Non ci ho dato peso perché non mi creava problemi. Ho pensato a un raffreddore."
Livia lo guardò, incredula. "Poi ero io a dover fare le analisi?!"
"Tu stavi veramente male." Sospirò. "Ma hai ragione."
Livia abbassò lo sguardo. "Io non mi sentivo bene già prima delle feste."
Marco rimase appoggiato al ripiano. "Non è qualcosa che sta succedendo a uno solo."
"No. Forse abbiamo preso qualche accidente lavorando nel bosco."
"Se fosse così, i numeri lo direbbero." Indicò la busta.
Livia sollevò gli occhi verso di lui. "Qualcosa dicono. Solo che non sappiamo cosa."
"Potrebbero anche essere gli esami sbagliati per capirlo."
Il tono di Livia tradiva una preoccupazione sottile, quella che precede le lacrime. "Cosa facciamo ora?"
Marco lasciò uscire un respiro breve. "Comunque il medico ha provato a scherzarci sopra."
"In che modo?"
"Ha detto che forse è una mutazione e sto diventando un supereroe."
Questa volta Livia rise di gusto, ma non per la battuta. "Almeno non ha parlato di patologie rare."
"No. Mi ha consigliato riposo e qualche integratore."
La risata improvvisa riportò a Livia un pensiero. "Ho notato una cosa guardando il calendario delle mie analisi in pronto soccorso." Il bollitore fischiava.
Marco versò l’acqua nell’infusore, dove le essenze erano già pronte. "Cosa hai notato?"
"Le mie analisi diventavano più anomale quando tu eri presente durante il prelievo."
Marco si voltò di scatto. "Tu eri presente quando mi hanno tolto il sangue!"
Livia iniziò a camminare nella stanza, raccogliendo le idee. "Elisa!" sbottò, fermandosi di colpo.
"E ora cosa c’entra Elisa?"
"Quando viene qui fa spesso discorsi strampalati."
"Beh. È Elisa. Quindi?"
"Ha detto che viviamo insieme, ma che tra noi non succede niente, anche se siamo…" tossì. "Fighi."
"Siamo cosa?"
"Secondo lei non è normale che, dopo tutto questo tempo insieme, non ci sia attrazione tra noi."
Marco posò le scodelle sul tavolo, pensieroso. "Non le si può dare torto. Più di una volta ti ho visto girare quasi nuda per casa, ma la cosa mi ha lasciato indifferente."
Livia spalancò gli occhi. "Non me ne rendo nemmeno conto. Non è da me." Si fermò un istante. "Ricordi la notte in cui il fulmine ha distrutto il nocciolo? La pioggia aveva reso trasparenti e aderenti i nostri pigiami. Siamo rientrati, ci siamo asciugati e siamo tornati a dormire."
Anche Marco spalancò gli occhi. "Ma com’è possibile?"
"Non lo so."
Marco rimase in silenzio un momento. "Forse la battuta del dottore non era del tutto a caso." Si fece pensieroso.
"Stai diventando un supereroe?" Livia quasi rise.
Marco scosse lentamente il capo. "No. Ha detto mutazione."
Fece una pausa. "Devo fare una telefonata."
Senza dire altro uscì dalla stanza, lasciando Livia sola, persa nei pensieri, nei dubbi, nel terrore.
Marco chiuse la porta della stanza alle sue spalle prima ancora di cercare il numero. Non per segretezza, ma per abitudine: certe conversazioni chiedono spazio, anche quando non sai ancora perché.
Il telefono squillò due volte. "Marco?" La voce di Althea era identica a come la ricordava. Ferma, senza sorpresa, come se stesse già aspettando quella chiamata.
"Althea. Scusa l’ora."
"Non preoccuparti. Non è ancora ora di pranzo. Dalle tue parti è già notte." Il tono era serio.
"No. Sono in Italia. Adesso vivo nelle campagne di Sutri."
La voce di Althea si fece appena più leggera. "Ti conosco da quando portavi i pannolini. Non mi hai chiamato per chiedermi come sto. Dimmi."
"Ho bisogno di un parere. Anzi… di qualcuno che sappia andare oltre i numeri, anche quando non c’è una risposta facile."
Un breve silenzio. "Dimmi." Ora il tono era professionale, sullo sfondo il suono delle ruote di una sedia.
Marco inspirò a fondo. "Analisi ematiche e ormonali nella norma. Oscillazioni lievi, ma persistenti. Le stesse mie e quelle di un’altra persona. Una donna."
"Hai trovato una compagna? Era ora." Althea lasciò passare appena un accenno di ironia.
Marco fece una pausa. "Viviamo insieme da mesi, non c’è attrazione fisica. Nessuna. Come se fosse stata… disattivata. Anche in situazioni di evidente esposizione fisica. Involontaria."
Althea non rispose subito. Marco la immaginò come sempre: immobile, una mano sul taccuino, lo sguardo fermo.
"Età, sesso, condizioni di base?" domande secche.
Marco rispose. Poi pronunciò il nome di Livia.
Un’altra pausa, più lunga. "Quello che stai descrivendo" disse infine Althea "non è una patologia. Ma non è neppure casuale."
Il tono non era allarmato. Era preciso. "Se vuoi che guardi i dati, mandami tutto. Valori grezzi, non referti sintetici."
"C’è di più." Marco si passò una mano sul viso. "Le anomalie aumentano quando siamo vicini. Diminuiscono quando siamo separati."
Dall’altra parte, un respiro lento. "Questo è interessante."
"Interessante non è rassicurante."
"No." Ammise lei. "Ma è onesto."
Fece una pausa. "Mandami tutto. E non dirlo a nessun medico, per ora."
"Perché?"
"Perché se ho ragione, la prima reazione sarà normalizzare qualcosa che normale non è. E se ho torto, torniamo indietro senza conseguenze."
Marco chiuse gli occhi. Livia era in cucina. Il rumore lieve delle tazze riempiva la casa.
"E se hai ragione?"
"Allora dovremo capire cosa vi è capitato. E quando ha cominciato."
"Pensi sia grave?"
"Non posso dirlo." Una pausa. "Mi servono anche informazioni sul territorio. Eventi particolari in cui siete incappati."
Marco pensò all’incendio. "C’è stato un incendio su una vecchia tratta ferroviaria…"
Althea lo interruppe. "Mandami tutto. Anche le coordinate GPS di dove vivete e stazionate più a lungo."
"A cosa ti servono?"
"Per verificare eventuali anomalie ambientali. Il laboratorio per cui lavoro ha accesso anche a informazioni riservate."
"Per chi lavori adesso?"
"Un’azienda privata." Tagliò corto. "Domani vi mando una persona fidata per un nuovo prelievo. Sangue fresco. Ripetiamo le analisi e facciamo un WGS. Fate pure colazione."
La linea rimase aperta un secondo di troppo. Poi cadde.
Marco abbassò il telefono. Non provò paura. Provò riconoscimento.
La notte passò senza incidenti, ma senza vero riposo. Marco le aveva raccontato della telefonata con Althea e ciò che aveva sentito non l’aveva tranquillizzata; quando alle cinque si erano incrociati davanti al bagno del piano di sopra, assonnati ma vigili, lui l’aveva guardata un attimo di più, notando il maglione e i calzettoni con cui aveva dormito, insoliti per lei in pieno inverno. Senza bisogno di parlarsi avevano condiviso lo spazio del doppio lavandino, preparandosi in silenzio. Ora sedevano in cucina davanti alla colazione, illuminati solo dalla luce artificiale.
"Chi è Althea?" chiese Livia. La curiosità era controllata, ma reale.
"Non quello che puoi pensare." Marco sollevò lo sguardo dalla tazza. "Si occupava di me quando ero piccolo. Poi mi ha seguito negli studi. Veniva da una famiglia molto abbiente, ma ha sempre voluto costruirsi tutto da sola."
Livia lo osservò. "Da quello che mi hai raccontato, della telefonata, direi che ci è riuscita. E che sa esattamente cosa fa."
Marco sorseggiò il latte di capra. "Ho perso il conto delle lauree e dei master…"
Un suono improvviso li interruppe. La casa tremò leggermente. Un elicottero passò basso sopra il casale, rapido, troppo rapido.
"Ma che diavolo…"
Marco posò la tazza, rovesciando parte del latte. "Che ci fa un elicottero così basso a quest’ora?"
Vigil, davanti al camino, non si mosse. Continuò a dormire e Marco lo osservò. "È tranquillo. Se fosse qualcosa di serio, lo sapremmo."
Livia lo guardò di traverso. "Almeno lui ha dormito." Poi tornò al punto: "Non mi hai detto di cosa si occupa."
"Per quanto ne so di genetica."
Marco si alzò, e anche Livia fece lo stesso; iniziarono le attività di routine con un anticipo che nessuno dei due aveva scelto davvero, finché, circa un’ora dopo, Vigil si sollevò senza un suono e puntò la porta con quella postura che non chiedeva spiegazioni, e poco dopo il rumore di una moto spezzò il silenzio del mattino.
Marco e Livia uscirono in veranda: il sole era ancora basso, le ombre lunghe, e la moto, parcheggiata fuori dal recinto, restava difficile da distinguere nella luce obliqua; l’uomo che avanzava a piedi era più alto di Marco, fisico slanciato, capelli neri fino alle spalle, pelle chiara, occhi chiari, quasi trasparenti.
"Buongiorno. Sono Arthur. Mi manda Althea." Si fermò, estrasse il tablet e diede un rapido sguardo allo schermo. "E voi siete le persone che cerco."
Livia non si mosse. "Cosa vuole?" La voce era secca, e Marco le si affiancò senza dire nulla.
"Avete dei documenti da consegnarmi. E devo prelevare dei campioni."
Il telefono vibrò. Marco lo tirò fuori senza distogliere lo sguardo dall’uomo e lesse il messaggio. Inspirò lentamente. "Lo ha mandato Althea." Poi guardò Arthur. "Entriamo."
Arthur si diresse direttamente al tavolo e aprì lo zaino. Ne estrasse un piccolo porta-provette refrigerato autonomo e lo posò sul piano. Poi tirò fuori le provette con tappo viola e rosso già etichettate, una confezione di butterfly ad ago fine, guanti monouso, salviette disinfettanti in confezione singola, un laccio emostatico e una stampante tascabile.
Sorridendo per la prima volta, si rivolse ai due. "Althea mi ha detto di fare presto. Scusate se sembro un androide, ma quando lei dà istruzioni corriamo." Rise, mostrando un sorriso perfetto a cui Livia non rimase indifferente. "Mi servono le copie delle analisi che avete già fatto." Con la mano indicò la piccola stampante. "Faremo un primo prelievo a entrambi mentre siete insieme e poi un secondo a ognuno mentre siete soli."
"Ho già le fotocopie delle analisi" disse Marco.
"Questa stampante le manda direttamente alla postazione di Althea" rispose Arthur, infilandosi i guanti. "Chi è il primo?"
"Io" rispose Livia con fermezza.
Arthur eseguì quanto detto con estrema precisione come se fosse abituato a fare analisi. In una ventina di minuti aveva completato tutto e ripose il materiale ordinatamente nello zaino rigido.
"Ma tu chi sei?" chiese Livia, con tono ora più leggero.
"Sono un medico che ama volare e andare in moto." Rispose ridendo.
"Pensavo fossi un sicario." Rise Livia. "Cosa fa questa sera?" Si bloccò per quella frase.
"Purtroppo credo che sarò a diverse centinaia di chilometri da qui". Spostò un pannello sullo zaino rivelando tre ellissi. "Un pollice qui e uno qui."
Livia e Marco eseguirono le istruzioni. "Ci schedate?" chiese Marco.
"No. Ora solo voi e Althea potete aprire questo contenitore. Althea vi ha detto di cosa ci occupiamo?"
"Mi ha detto solo che potete accedere a informazioni molto riservate."
Arthur annuì. "Quindi non vi dico altro." Strizzò amichevolmente un occhio dirigendosi alla porta.
Livia lo seguì con lo sguardo mentre raggiungeva la moto per poi indossare il casco e sparire rumorosamente.
La casa era tornata il luogo tranquillo che conoscevano e la tensione si sciolse.
"Un medico". Disse Marco.
"Che ama volare e andare in moto." Replicò Livia.
"Ma cosa combina Althea?" Marco si guardò il pollice.
"Di qualsia cosa di tratti speriamo resca a darci delle risposte."
"Mi sembra che Arthur ti piacesse." La punzecchiò Marco.
"Chi?" Un leggero rossore le accese le guance.
"Quel tizio che vola andando in moto."
"Beh. Non era certamente brutto e anche se Custode, sono sempre una donna. Inol …"
Il rumore di un elicottero nascose la risposta di Livia e la risata di Marco.
La mattina trascorse lentamente; Livia sentiva sempre quella stanchezza interiore, ma riuscirono comunque a sistemare alcune crepe in una parete con una combinazione di intonaco e vernice di loro invenzione, senza alcuna garanzia che avrebbe retto.
Il risultato finale fu una crepa chiusa e loro due coperti di intonaco colorato. La riparazione, però, li aveva divertiti e distratti dalla situazione impellente, fino a quando si separarono nei due bagni per darsi una pulita.
Livia uscì per prima, una mezz’ora dopo, avvolta in un asciugamano ben fermato sopra il seno; senza pensarci portò delle verdure al bancone e iniziò a tagliarle. Poco dopo, da sopra, scese Marco sfogliando un’agenda, coperto da un asciugamano alla vita.
"Per oggi ho pensato di fare un mix di verdure e insalata, con delle buone spezie e del formaggio," disse senza voltarsi. "Che ne pensi?"
Senza sollevare lo sguardo dall’agenda, rispose: "Per me va bene. Vino o acqua?"
"Vino, mi sembra che non guasti."
Annuì. "Mi vesto e vado a prenderlo nella dispensa." Si voltò senza guardarla e riprese la scala.
Passarono giorni. Poi una settimana. Di Althea nessuna notizia.
Il malessere si fece più raro. La stanchezza improvvisa, la pressione interna difficile da nominare si attenuarono fino a diventare episodi isolati.
Marco lavorava nel bosco con Vigil. Le visioni non erano aumentate, ma neppure diminuite. Livia aveva ripreso i suoi ritmi: il laboratorio, le erbe, le telefonate. A volte si fermavano a guardarsi con una consapevolezza nuova, come se qualcosa fosse cambiato, senza sapere cosa.
Una mattina Agnese li trovò entrambi davanti al nocciolo giovane, intenti a controllarne la crescita e il radicamento.
"Avete smesso di scappare." Disse, senza preamboli.
Marco la guardò. "Non scappavamo."
Agnese fece un mezzo sorriso. "Eravate vicini e lontani. Potete anche stare molto vicini, ma tra voi non vi serve altro. Siete completi."
Livia portò le mani sui fianchi, le dita chiuse a pugno, e sostenne lo sguardo di Agnese. "Amica mia, se hai qualcosa da dirci fallo. Inizio a essere stanca dei tuoi enigmi." Il tono non era irritato.
Agnese sorrise. "Bambina mia, quanto aveva ragione Sibilla. Quello che ora vi basta sapere è questo: potete stare molto vicini, ma tra voi non vi serve altro. Siete completi."
Non aggiunse altro. Si chinò a raccogliere un ramo secco e tornò verso casa.
Livia restò a fissare le radici che affioravano appena dal terreno. Iniziava a capire, ma non aveva più bisogno di capire tutto.
Era un pomeriggio limpido quando si sentì il rumore regolare di un motore vecchio che saliva lento lungo la strada sterrata. Una berlina grigia, anni Novanta, vernice opaca ma curata, si fermò davanti al cancello con precisione.
La portiera si aprì e ne scese una donna sui quarantacinque anni, dalle forme morbide ma con un fisico curato. Aveva gli occhi dalle iridi rosso acceso e i capelli viola chiaro, lunghi fino alle spalle. Anche le sopracciglia erano dello stesso colore.
Si mosse con misura. Indossava un cappotto scuro semplice, jeans, scarpe basse. Le lenti degli occhiali riflettevano la luce del pomeriggio senza nascondere il colore degli occhi.
Si fermò un istante prima di chiudere la portiera. Guardò il terreno, poi la casa. Poi Vigil, che la cane la osservava immobile.
"Quindi è vero" disse lei, quasi tra sé.
Marco e Livia si avvicinarono. "Ciao Althea, hai guidato fin qui?" chiese Marco, riconoscendola subito.
"Non mi piace discutere certe cose al telefono, e ancora meno scriverle."
Nessun abbraccio. Solo uno sguardo lungo, carico di memoria.
Entrarono in casa. Si sedettero al tavolo della cucina. "Vi do prima la conclusione" disse Althea. "Non siete malati."
Livia non era tesa. Anche senza sapere perché, sentiva che il suo legame la stava aiutando a comprendere.
"Le vostre analisi standard sono compatibili con uno stress sistemico transitorio. Ma il WGS è la parte interessante."
Marco la fissò. "Interessante come?"
Althea incrociò le mani sul tavolo. "Condividete una variante genetica rara. Molto rara. Mai documentata. Ma attiva."
"Attiva in che senso?" chiese Livia, lanciando un rapido sguardo a Marco.
"È radicata nel vostro codice genetico e si esprime quando siete vicini."
Il silenzio si fece denso.
"In altre parole," continuò "vi influenzate a vicenda in modo automatico. La mutazione regola il vostro organismo per separarvi."
Marco sorrise appena. "Stai dicendo che ci… respingiamo?"
Althea esitò un istante. "Sto dicendo che i vostri sistemi endocrini e neuroregolatori mostrano un comportamento anomalo quando siete vicini."
"È l’assenza di attrazione?" chiese Livia.
Althea la guardò con una franchezza quasi affettuosa. "In qualche modo questa mutazione vi porta all’indifferenza reciproca. Scommetto che altri uomini e donne vi interessano."
"Beh, sì. Non sono indifferente." disse Marco, cercando lo sguardo di Livia.
Livia annuì. "Sì. Marco non mi suscita nulla di quel tipo, ma con altri uomini non è così."
"Posso dirvi anche questo," aggiunse Althea, "non è una mutazione recente legata a contaminazioni ambientali. È sempre stata lì. È parte di voi."
"In entrambi?" chiese Marco.
"In entrambi."
Vigil si alzò lentamente e si avvicinò al tavolo. Althea lo osservò senza sorpresa. "E lui?"
Marco e Livia si scambiarono uno sguardo. "Non era nel protocollo" disse Marco.
Althea annuì piano. "Lo immaginavo."
Li guardò. "Non siete malati. Non siete alterati. Siete… forzatamente separati dal vostro DNA."
Livia sorrise, guardando Marco. "Avevo ragione io. Non era nulla di grave e potevo non andare in ospedale." Per un attimo fece il broncio, poi tutti e tre scoppiarono a ridere.
Ci misero un po’ a smettere e Althea tornò seria. "Questa scoperta ha potenzialità incredibili. Ho distrutto tutti i campioni e i dati."
"Non capisco" disse Marco.
"Non riesci a immaginare cosa si potrebbe fare sintetizzando le proprietà del vostro RNA?"
"Mio dio." Livia rimase immobile.
"Althea… cosa farai ora?" Marco era teso.
Lei scosse semplicemente la testa. "Farò come se niente fosse successo. Ora devo andare." Si alzò.
Quando uscì, il sole stava scendendo dietro i noccioli. Althea salì sulla vecchia berlina e mise in moto senza fretta. Appesa al collo, una catenella con una pen drive.
Livia rimase in piedi sulla veranda. Marco le si avvicinò.
Per la prima volta Livia si lasciò andare contro il suo fianco, cingendogli la vita. Lui fece lo stesso.
© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.