Piante, tradizioni e racconti legati al territorio
Si svegliò guardandosi attorno, ancora spaesata, e dopo un attimo scosse la testa: erano già alcuni giorni che si trovava a casa di Carlo, eppure ogni mattina continuava a sentirsi fuori posto, come se quel letto non fosse mai davvero il suo. Scostò il lenzuolo e si alzò, attraversando la stanza fino alla finestra, che aprì quasi d’istinto; l’aria del mattino le scivolò addosso, leggera, e solo allora si accorse di non indossare nulla. Rimase immobile per un istante, il tempo di sentire il fresco sulla pelle, poi si coprì con le mani e si affrettò verso il bagno. L’estate era vicina e il caldo iniziava a farsi sentire, più pesante lì, chiuso tra le pareti della città.
Il rumore dell'acqua della doccia riempiva la casa deserta, Livia aveva dormito fino a tardi, avevano dormito poco, ma Carlo era uscito presto, ancora assonnato, per andare in laboratorio.
"Accidenti!" sbottò Livia. "Ho finito i cambi," si sentì rumoreggiare dal bagno "oggi si torna a casa, problema risolto."
Uscì dal bagno, passò in cucina e prese un croissant dal cestino, poi raggiunse la macchina del caffè e premette bottone. Il rumore del frullino che macinava i chicchi pervase la stanza, mentre lei masticava guardandosi attorno.
L’aroma del caffè le raggiunse le narici, nulla di paragonabile alla sua tisana; prese un altro croissant e uscì sul terrazzo, posando la tazza sul tavolino mentre con il piede spostava una sedia per accomodarsi e appoggiare i piedi sulla ringhiera.
Un ragazzo, come tutte le mattine, la osservava dalla finestra, ma la cosa la lasciava indifferente. Sistemò con la mano destra la spallina del top che stava scivolando, arrotolandola sul dito; poi si voltò verso di lui, sorridendo e salutandolo con la stessa mano. Quello si nascose dietro la tenda, che rimase a ondeggiare.
Lo smartphone iniziò a suonare; con una certa fatica lo recuperò dalla tasca dei jeans attillati, guardò lo schermo e rispose. "Marco!" disse con tono allegro. "Come vanno le cose in Scozia?" Posò la tazza sul tavolino.
"Ciao Livia. Qui tutto bene," anche lui era sereno. "Da te?" Dei rumori di sottofondo si univano alla voce.
"Anche qui, oggi torno a Sutri... ho passato diversi giorni a Viterbo." Controllò la finestra, notando che il ragazzo era riapparso; le sfuggì un sorriso. "Elisa sta bene?"
"Sta benissimo, sta andando alla grande." Altro rumore di sottofondo. "Ti trovi bene da Carlo?"
"Ha una casa davvero confortevole… si nota che lo pagano più di me." Si mise a ridere. "C'è anche un ragazzo che continua a guardarmi dalla finestra del palazzo di fronte." Spostò appena lo sguardo per vederlo meglio.
"Non puoi dargli torto se ti guarda, poi mettici gli ormoni e il gioco è fatto." Si mise a ridere.
"Credo abbia anche un piccolo cannocchiale Nikon." Aveva abbassato la voce. "Se non corressi il rischio di farmi arrestare gli farei uno scherzo." Il tono non prometteva bene.
"Cerca di limitarti, almeno non sparargli dalla finestra." Continuò a ridere, una voce confusa alle spalle. "Livia è alle prese con un giovane guardone." Una seconda risata si aggiunse.
"Aspetta un attimo, lo sistemo e passiamo alle cose serie." Livia sistemò lo smartphone sul tavolino, puntandolo su di lei, poi sollevò le mani sulle spalline del top abbassandole fino al limite della decenza, giusto in tempo per vedere la tenda chiudersi bruscamente.
"Livia!" la voce di Marco era tesa. "Che stai combinando?"
Sistemò l’auricolare bluetooth all’orecchio. "Sistemato, credo sia svenuto… Non ero arrivata nemmeno al punto interessante." Abbozzò un sorriso. "Non ti chiedo delle notti, che saranno strepitose. Hai trovato qualcosa sui nostri amici colorati?" Sistemò le spalline al loro posto.
"Nulla di particolarmente interessante per noi, a parte quello che sappiamo dalla storia. Non ci hanno lasciato molto su cui indagare, a parte il pigmento." Si fermò, ridacchiando. "Comunque le nostre notti vanno benissimo, le vostre?"
"Anche le nostre, ma anche le giornate, in base ai turni in laboratorio." Sorrise. "Stavo pensando di contattare Althea per farle analizzare il pigmento, magari c’è qualche residuo biologico."
"Può essere un’idea," replicò Marco, spostando qualcosa. "Ma con i secoli passati ho i miei dubbi che sia rimasto qualcosa."
"Ne sei sicuro? I campioni che abbiamo preso sono attuali, o almeno credo." Fece una pausa guardando lo schermo. "Perché tu vedi me e io non posso vedere te?"
"Il tuo panorama è più interessante." Si sentì il rumore dello smartphone sballottato, poi comparve l’immagine di una larga camera moderna, con Marco a dorso nudo ed Elisa sullo sfondo, in reggiseno, che sistemava i bagagli. "Eccoci qui."
"Avevi paura che vedessi Elisa non vestita?" Livia rise. "Ciao Elisa, bel colore il reggiseno."
Elisa si girò verso lo schermo. "Marco, potevi avvisare, mi sarei infilata la maglietta." Si spostò in posizione da modella. "Ti piace? Rosso Elisa numero cinquecentoventuno." Marco riprese a parlare. "I campioni erano datati nel passato, quindi non sappiamo quanto siano contemporanei. Tuttavia potrebbero avere un’impronta biologica non deteriorata, con queste opere è un casino."
"In effetti non si capisce se siano passato, presente o futuro… o tutto insieme." Si rilassò sulla sedia. "Potrei restare qui per sempre." Chiuse gli occhi.
"Livia, sei in video e stai diventando provocante, poi non lamentarti se i vicini ti guardano." Elisa si stava spogliando sullo sfondo. "Scusate, mi devo cambiare e dobbiamo finire di sistemare gli zaini per andare in aeroporto."
Livia si sollevò, posando le gambe a terra. "Va bene ragazzi, ci vediamo presto." Salutò con la mano e chiuse la chiamata e sorseggiando il caffè rientrò in casa.
La camera era un disastro: lenzuola aggrovigliate, cuscini fuori posto, i vestiti di Carlo sparsi sulla poltrona nell'angolo insieme ai suoi, li guardò inclinando il capo. "Sembra che questa notte si siano dati da fare anche loro…"
Tirò fuori il trolley dall'armadio aprendolo sul letto e spostandosi per aprire la cassettiera: i due cassetti in alto ormai erano diventati i suoi; Carlo li aveva svuotati il primo giorno con una certa cerimonia, sostenendo che tanto avrebbe finito per occupare comunque metà della casa.
Aprì il cassetto di destra senza problemi, ma l'altro non voleva saperne, dovette tirare più volte, scuotendolo leggermente di lato; il frontale vibrò sotto qualche pugno ben assestato, finché cedette di colpo, quasi facendola cadere all’indietro.
"Perfetto…" sbuffò, tirando un calcio al basamento con il piede scalzo prima di iniziare a prendere gli indumenti e portarli al trolley.
Posò gli indumenti vicino al trolley guardandoli, poi localizzo con lo sguardo i vestiti sporchi sulla sedia e quanto rimasto in bagno. "Al lavoro Livia, dobbiamo darci una mossa…" sculettò accompagnando la frase e prese le cose con ordine sistemandole: vestiti piegati ordinatamente, accessori negli scomparti laterali, poi andò in bagno a recuperare quello che aveva messo ad asciugare nei giorni precedenti, ancora appeso alla barra, e lo aggiunse al resto. I capi sporchi finirono in una busta annodata, infilata in un angolo del trolley.
"Partita chiusa, ho vinto io…" le chiusure del trolley scattarono e una volta posato a terra lo spinse con la pianta del piede oltre la porta, l'attenzione tornò al letto e al suo stato.
Cambiare le lenzuola non le sarebbe costato molto, pensò, e del resto era necessario. Tirò via quelle usate in un colpo solo e le arrotolò lasciandole in lavanderia, trovando anche quelle pulite, che stese con cura, sistemò i cuscini. Avvicinandosi alla poltrona raccolse i vestiti di Carlo, alzandoli davanti al viso e scuotendo la testa prima di lanciarli in lavanderia insieme alle lenzuola.
La camera era finalmente in ordine, era il turno della cucina, nel lavandino c'erano la tazza del caffè, il piattino con le briciole del croissant e una scodella che Carlo doveva aver usato prima di uscire. Li lavò uno a uno, li sciacquò e li poggiò ad asciugare, poi passò un panno sul piano del lavello: qualche macchia scura vicino alla macchina del caffè, una manciata di briciole sotto il cestino. Strizzò il panno e lo appese all'ansa del rubinetto, guardandosi attorno per assicurarsi di non aver dimenticato nulla.
Andò di stanza in stanza chiudendo le serrande blindate, attendendo che scendessero fino in fondo e che il blocco automatico scattasse, per poi accostare le finestre e sistemare le tende.
"Ahio, accidenti… maledetto…" il rumore del tavolo che si spostava la raggiunse, ma ormai era tardi e il fianco dolorante ne stava pagando il prezzo. "La luce, cretina!" Batté le mani tre volte e la luce si accese.
Con una mano sul fianco dolorante fece un giro completo dell'appartamento, controllando che non ci fosse nulla di aperto, nulla di dimenticato sui tavoli o sui davanzali, nulla di acceso.
Si fermò per un attimo all'ingresso ripensando ai giorni passati e il sorriso le illuminò il volto, era in ritardo e senza perdere tempo raggiunse il bagno per sciacquare i piedi, anneriti dal camminare scalza sul terrazzo. Controllò per un attimo il trucco allo specchio, prima di infilare i fantasmini e le scarpe leggere.
Scese con l'ascensore nel parcheggio, si erano fatte le tredici e tra qualche ora avrebbe dovuto essere a Sutri e sistemare per il ritorno di Elisa e Marco l'indomani, ma si fermò tra le porte della cabina tornando all'interno e risalendo al livello della strada. Con passo veloce percorse l'ingresso del residence salutando il custode con la mano e vedendo il sorriso sul suo volto anziano.
L'esterno era caldo sotto il sole del primo pomeriggio e il percorso, senza ombre, fino alla vicina rosticceria fece inumidire di sudore il top rosso e il volto. Il fastidio del caldo era tale che si lanciò attraverso la porta scorrevole, lasciandosi colpire dal freddo dell’aria condizionata. "Pensare che siamo solo a fine primavera…" borbottò tra sé.
Fece un cenno con la mano alla ragazza dietro il banco, che annuì, poi si sedette ad un tavolino appartato in attesa che le portasse il pranzo. Fu allora che lo vide: il ragazzo che stava pagando alla cassa era lo stesso della finestra, e un ghigno le piegò lentamente le labbra.
Livia spostò la sedia di fianco a lei, facendo volutamente rumore. "Ciao!" salutò tranquilla, fissando la sua schiena.
Si girò irrigidendosi. "C… ciao." Arrossì.
"Se non hai fretta puoi sederti qui." Il tono di lei era calmo e il volto sorridente. "Così mangiamo insieme e parliamo."
"Io… ecco…" fece un passo indietro contro il banco, come per nascondersi, la voce tremante.
"Su dai." Lo incalzò facendo un cenno con la mano. "Dalla finestra non eri così timido." La ragazza posò il vassoio sul tavolo, trattenendosi dal ridere, e lasciò il tavolo facendo l’occhiolino a Livia.
Il piede di Livia teneva bloccata la sedia di fronte a lei, lasciando come unica scelta quella al suo fianco. "Prego. Così siamo più vicini." Il tono indifferente.
Cercò di spostare la sedia bloccata e alla fine, con esitazione, prese posto dove voleva Livia. "Mi scusi…" e la voce gli venne meno.
"Avresti molto di cui scusarti," disse seria. "Comunque mi chiamo Livia." Gli porse la mano destra.
Il ragazzo allungò la mano prendendo quella di Livia. "Io… io… ecco… mi chiamo Paolo." Sentì la stretta della mano di Livia e il rossore scomparve dal suo viso, sostituito dal pallore.
"Piacere Paolo, ora anche io ti vedo." Rise lasciandogli la mano. "Allora?"
Il ragazzo abbassò lo sguardo sul vassoio. "Io… non pensavo… cioè… la vedevo dalla finestra, ma non pensavo…" disse massaggiandosi la mano.
Livia prese un boccone senza fretta, rigirandolo con la forchetta prima di portarlo lentamente alla bocca. "Non pensavi di trovarmi?" Lo guardò appena. "O che ti invitassi?"
Lui scosse la testa, confuso. "No, cioè… sì… entrambe."
"Allora hai pensato male." Bevve un sorso d'acqua, poi tornò a guardarlo. "Succede. A volte capita che la gente mangi dove mangi anche tu."
Il bisbiglio dietro il banco raggiunse Livia, ma non gli prestò attenzione; aveva visto la ragazza raggiunta dal compagno e dal fratello, ora stavano parlottando, cercando di guardarli senza farsi notare, a tratti sorridendo.
Paolo fece un mezzo sorriso in risposta a Livia, senza sapere se fosse una battuta.
"Che lavoro fai?" chiese lei, trattenendo per un secondo un boccone sulle labbra.
"Studio…" La osservò, confuso. "Faccio il CRAF all'Università della Tuscia…" smise di guardarla e iniziò a mangiare.
"Immaginavo studiassi…" Il tono di Livia era cambiato, interessato. "Niente di meno che Conservazione e Restauro dell’Ambiente e delle Foreste."
"Lo conosce?" chiese lui guardando il vassoio.
"Non direttamente e non nel dettaglio." Sorrise. "Sono dottoressa in archeologia, specializzata in Etruscologia e restauro e conservazione dei beni archeologici." Lo disse con naturalezza, senza dargli importanza. "Io mi occupo del vecchio, tu ti occuperai del futuro."
"Sono solo al primo anno." Alzò lo sguardo, ora alla pari. "Ho dovuto lasciare tutto e trasferirmi qui…" fece una pausa, mordendosi il labbro.
"Quindi immagino che ti sia lasciato dietro anche la tua ragazza." Lo guardò. "Per questo spii dalla finestra?" Il tono era serio. "In quante siamo sulla tua agenda?"
Paolo si bloccò. "Era solo…" fece una pausa troppo lunga.
"Mi hai spiata per una settimana." Lo guardò seria. "Tutti i giorni." Abbozzò un sorriso. "Queste cose le sento."
"Non c'è nessuno nella mia agenda," rispose quasi in un bisbiglio. "Non lo so… L'ho intravista una mattina alla finestra della camera." Sospirò scuotendo il capo. "Poi è stata come una droga."
Livia riprese a mangiare. "Mi vuoi dire che sono stata la prima?" Lo guardò spostando i capelli dietro la schiena. "E facevi altro mentre mi guardavi… fotografie… video… o altro?"
Negò con la testa. "No, guardavo solo." La voce si spezzò. "Guardarla mi faceva stare meglio, mi aiutava anche a studiare… non so perché… non lo so."
Livia rimase perplessa da quelle parole. "In sostanza ti servivo come eugeroico gratuito."
"Euro… che?" Il tono era sincero. "Non so cosa sia e comunque non prendo roba."
"Non mangi più?" Prese un pezzetto di carne con le dita, portandolo alle labbra. "Sei strano, non in senso cattivo." Il tono delicato. "Pensavo fossi il classico ragazzo che poi condivide con gli amici, facendo considerazioni sulle forme." Sospirò. "Ma non sei quel tipo di persona, forse hai anche pochi veri amici, sbaglio?"
Paolo annuì e riprese a mangiare. "È vero, non ho molto tempo per lo svago." Tornò a guardarla. "La ragazza che mi piaceva è andata all'estero… per studio."
"Sei un bel ragazzo e i corridoi delle università possono offrire molti amici e… amiche."
"Mi spiace averla molestata." Il tono appariva sincero. "Non accadrà più."
"Per un po' di tempo ne sono sicura. Torno a casa mia." Scoppiò a ridere.
"Ora cosa devo fare?" Paolo era preoccupato. "Se mi denunci mi butteranno fuori, ma avresti ragione a farlo…"
Livia lo interruppe. "Per prima cosa dammi del tu, niente formalismi." Portò le dita alle spalline. "Potremmo andare da me o da te? Cosa ne dici?" Continuò a ridere.
Paolo la guardò corrugando la fronte. "Dico che mi stai prendendo in giro." Sorrise.
"Vista da vicino non ti interesso più?" restò scherzosa.
Paolo non rispose subito. "È strano, ma è così…" poi alzò le mani a schermarsi. "Sei bellissima, veramente da sballo… ma tutto sembra cambiato, se posso dirlo… ti sento come un'amica vera, la prima dopo tanto tempo."
"Alcuni direbbero che non può esistere amicizia tra un uomo e una donna." Livia era sempre divertita.
"Io non sono alcuni e in molti non lo siamo." Paolo fece spallucce.
Livia tornò seria. "Sai, quando ti ho visto stavo pensando di distruggerti, mentalmente e fisicamente." Gli prese la mano, ma senza stringerla. "Ma sono contenta di averti scoperto per quello che sei."
Paolo lasciò la mano. "Sono contento che tu abbia cambiato idea, mi fa ancora male la mano da quando ci siamo presentati." Rise.
"Paolo, come ti chiami? Il tuo nome completo."
"Paolo Foriani," rispose di getto. "Perché?"
"Tu mi hai vista nuda, avrò il diritto di sapere il tuo nome completo?" si mise a ridere.
Paolo arrossì. "Veramente non ti ho mai vista nuda."
"Ti cresce il naso… guarda come cresce…" si misero a ridere entrambi.
"Grazie Livia, ora devo andare, domani ho un esame." Si alzò.
"Vai già via, adesso che iniziavamo a conoscerci?" Era scherzosa.
"Mi farebbe piacere restare e imparare qualcosa del tuo lavoro, degli Etruschi." Sospirò. "Ma se non passo l'esame rischio di perdere la borsa di studio."
La tristezza calò sul volto di Livia, che portò una mano alla tasca dei jeans estraendo con fatica la custodia dei biglietti da visita e porgendone uno a Paolo dopo aver scritto qualcosa sul retro. Lui lo prese senza guardarlo, poi buttò i resti del pasto nei diversi contenitori.
I loro sguardi si incrociarono per un attimo, senza parole, prima che lui uscisse dalla rosticceria e solo allora guardasse il biglietto. Stampato c'era quello che già sapeva, ora anche il cognome; sul retro, l'indirizzo di un casale a Sutri e il numero di un cellulare. Lo mise in tasca dirigendosi verso casa.
La ragazza si avvicinò a Livia vedendo un velo di tristezza sul suo volto. "Tutto bene, Livia?"
Livia si destò. "Giovanna, scusa, ero distratta. Sì, tutto bene." Indicò le sedie. "Vuoi sederti un attimo?"
Giovanna guardò il locale vuoto e si sedette. "Hai fatto amicizia con il ragazzo che ti spiava?"
Livia annuì. "Sì, strano vero?" sorrise in modo non naturale. "Non è un cattivo ragazzo, anzi."
"A volte viene qui a mangiare, controlla con attenzione quello che compra, per non spendere più del dovuto."
"Studia, con la borsa di studio e lontano da casa," rispose Livia. "Non deve essere facile per lui far quadrare i conti."
"Non lo sapevo." Giovanna era sconcertata. "È sempre in ordine, mai un capello fuori posto. Vestiti lavati e stirati… pensavo vivesse con mamma."
"Vive da solo… molto solo." Guardò oltre la porta. "Per lui ero una sorta di ancora con questa realtà… Ha amici?"
"Non lo so, qui è sempre venuto solo. Era solo anche quando si fermava." Fece una lunga pausa. "Alcune ragazze lo hanno avvicinato, ma ha sempre declinato… Ora credo di aver capito."
Livia la guardò prima di rispondere. "Cosa hai capito?"
"Se deve far quadrare i conti non può offrire una cena a una ragazza." Sospirò scuotendo il capo. "Preferisce restare solo piuttosto che non poter gestire i costi di una ragazza." Si passò una mano sugli occhi.
Anche Livia ora capiva. "Forse hai ragione."
Giovanna era pensierosa. "Ho un'idea." Prese lo smartphone mandando alcuni messaggi.
"Che idea?" chiese Livia. "Ora sono curiosa."
Lesse le risposte sullo schermo dopo qualche minuto, durante il quale era calato il silenzio. "Allora. Mio fratello sta aprendo un piccolo pub." Si sporse verso Livia tenendo la voce bassa. "Non è distante da qui e gli farebbe comodo una mano qualche ora la sera." Sorrise apertamente. "Se a Paolo sta bene, potrebbe guadagnare qualcosa, anche con le mance."
"Veramente? Sarebbe fantastico." Livia era entusiasta. "Quando torno mi aggiorni?"
"Certamente, ora devo lasciarti e sistemare." Indicò il vassoio. "Porto via io?"
"Sì, grazie, così faccio una telefonata."
Giovanna prese i piatti. "Come va con Carlo?" chiese andando dietro il banco.
"Sembra bene." Sorrise felice. "Stiamo bene insieme e in qualche modo ci completiamo."
"Incrocio le dita per te, spero questa volta funzioni." Iniziò a pulire.
"Spero funzioni tra di noi." Fece una pausa. "Ricordo i tempi dell'università, la fatica di trovare i soldi e il primo lavoro con Carlo." Asciugò gli occhi distrattamente.
"Su, Livia. Non farmi piangere." Sistemò i bicchieri nella lavastoviglie. "Ricordo bene quando venivi a lavorare qui e scappavi nel retro quando i ragazzi ti toccavano." Portò l'avambraccio agli occhi. "E guarda ora cosa sei diventata."
"Forse anche lui diventerà diverso." Sospirò. "Un giorno potrei aver bisogno delle sue competenze al casale."
"Livia! Quali competenze?" Si misero a ridere.
"Sciocca, è troppo giovane per me."
"Al giorno d'oggi credo non sia un problema." Si diresse nel retro. "Non dovevi fare una telefonata?"
Livia prese lo smartphone componendo il numero e attese; partì la segreteria. Sapeva che a quell'ora era libero, quindi riprovò. Solo alla quinta chiamata rispose.
"Ciao, Livia." Un tono tranquillo. "Ero infilato in uno scatolone, tutte queste chiamate sono quasi stalking."
"Carlo, che ci facevi in uno scatolone?" Il tono perplesso. "Non ti starai imballando per partire di nuovo e mollarmi qui." Si mise a ridere.
"No, no… tranquilla, non succederà." Sospirò. "È arrivato del materiale da analizzare e lo sto classificando in laboratorio, dovrai passare qui da quello che vedo. Ti avrei chiamato più tardi." In sottofondo il rumore della porta ermetica. "Dimmi tutto, sei già a Sutri?" Il tono rilassato.
"No, sono ancora a Viterbo." Tagliò corto. "Conosci qualcuno all'Università degli Studi della Tuscia?"
"Sì, ho diversi contatti. Vuoi insegnare?" chiese divertito.
"Avrei bisogno di sapere se è possibile sostenere la borsa di studio di uno studente con delle donazioni esterne." Il tono di Livia era diventato professionale.
"Mi informo con il rettore, ma credo sia fattibile." Un'altra porta che si apriva. "Qualcuno di particolare che conosco?"
"Una persona che ho conosciuto in questi giorni e che ha delle potenzialità." Fece una pausa. "E se partissi domani? Potremmo uscire questa sera e andare da qualche parte."
Carlo rispose subito. "Sarebbe una grande idea." Si fermò per un lungo attimo. "Però sono stanco, se facessimo qualcosa a casa come al solito?"
Nel viaggio di ritorno si fermò a cena a Sutri; non aveva voglia di cucinare e mangiare da sola. Il ristorante era pieno e iniziavano ad arrivare anche i turisti, grazie ai quali riuscì a scambiare qualche parola prima di rientrare al casale del Poggio, allo scoccare della mezzanotte.
Salì al piano superiore controllando il telefono, iniziando a cercare la disponibilità dei biglietti aerei per l’Austria e le coincidenze via terra per Hallstatt. Quando uno sbadiglio la colse a tradimento, decise di rimandare; posò il telefono sul comodino, si spogliò e si mise a letto.
Improvvisamente sentì odore di terra di bosco e l'umido che penetrava nel tessuto leggero del pigiama, arrivando fino al corpo. Spostò le mani per alzarsi e sentì il fango tra le dita, poi li vide: Caran di fianco a una donna che doveva essere Rhiann, il volto di entrambi arrabbiato e i corpi privi di pigmento.
Una luce le colpì gli occhi e la spinse a schermarsi con la mano, riuscendo a vedere il proprio smartphone nella mano di Rhiann, con la torcia accesa puntata su di lei. Cercò di alzarsi, ma non riusciva a muoversi; il corpo era bloccato dal fango.
Rhiann spostò il telefono mostrandole lo schermo, con la pagina dei voli per Hallstatt che stava guardando prima di mettersi a dormire, poi lo lanciò a terra e Caran lo schiacciò con il piede.
Si svegliò e una luce leggera già filtrava dalla finestra illuminando la stanza; lo sguardo cercò subito il telefono, trovandolo sul comodino, e qualcosa la raggiunse dal corpo: una sensazione fastidiosa. Spostò bruscamente il lenzuolo e vide il pigiama umido appiccicato alla pelle e il corpo ricoperto in modo irregolare di fango. "Di nuovo…" la frase le uscì d’istinto, mentre recuperava la lucidità.
Prese il telefono e guardò l’ora. "In Scozia sono le cinque." Si morse le nocche. "Non importa."
Compose il numero di Marco, attendendo con ansia che rispondesse.
La voce assonnata di una donna rispose. "Pronto…"
"Elisa, sono Livia. Ti prego, passami Marco e scusa per l'ora."
"Livia, che succede, problemi?" La voce di Elisa trasmetteva preoccupazione, ora era sveglia.
"Marco… ti prego… non fare domande…" Fece una pausa. "Va tutto bene, non preoccuparti."
Sentì del trambusto in sottofondo e qualche commento; dal tono sembrava scocciato. "Eccomi, che succede?" Marco era assonnato e nervoso. "Ma che ore sono?"
"Marco, da te sono le cinque… questa notte li ho visti, sono venuti in sogno."
"Non potevi aspettare un paio d’ore per chiamare?"
"No! Non hai capito?" Livia incalzò, agitata. "Sono venuti Caran e Rhiann."
"Raccontami tutto. Ma ne sei sicura?"
Livia avviò il video. "Dimmi tu se sono sicura!" Accese la luce mettendosi nell'inquadratura.
Sentì uno sbadiglio e la voce di Elisa. "Cambiati il pigiama, sei nuda, e datti una lavata… ti pare l'ora di andare al lago a rotolarti nel fango?" Un altro sbadiglio in sottofondo.
"Livia, si è addormentata." La voce di Marco aveva ritrovato stabilità. "Parla!"
"Ieri sera stavo cercando di organizzare il viaggio, ma ho rimandato, ero troppo stanca." Prese un respiro profondo. "Forse non per caso."
Spense la telecamera. "Quando mi sono addormentata sono apparsi insieme. Rhiann teneva in mano il mio telefono puntandomi la luce sulla faccia… sullo schermo c'erano i voli che stavo guardando." Iniziò a staccare il pigiama dalla pelle. "Ma che schifo… quindi lo ha buttato a terra e Caran lo ha schiacciato."
Il rumore della statica rimase l'unico suono per un lungo momento. "E poi?" chiese Marco.
Livia si alzò, guardando il letto e scuotendo la testa. "E poi mi sono svegliata e ti ho chiamato…" trascinò le lenzuola sul pavimento. "Marco… dovrò cambiare anche il materasso… non puoi immaginare, il mio letto è una palude…" sospirò tristemente.
"Livia, una cosa alla volta." Cercava di essere rassicurante. "Il materasso della camera degli ospiti è come il tuo, usa quello se serve." Silenzio. "La visione sembra un chiaro messaggio, il gesto mi fa pensare che abbiamo sbagliato qualcosa…"
Livia si spostò, sentendo il fango sotto i piedi e il suo suono sul pavimento. "Cosa potremmo aver sbagliato? Hai qualche idea?" La voce era distratta.
"Ieri sera stavi cercando i voli per Hallstatt… La visione ti ha mostrato quella scena… Caran e Rhiann erano adirati tanto da distruggerlo." Fece una pausa. "Sì, ho un'idea."
Livia corrugò la fronte. "Hai ragione, è veramente banale." Si mise a ridere. "Non vogliono che andiamo a Hallstatt."
"Marco…" il mugugno di Elisa.
"Dovremo approfondire, ma anche il fatto che la visione sia arrivata solo a te ha un suo peso."
"Marco…" la voce di Elisa, più insistente.
"Livia, a più tardi… e buona notte…"
"Buona notte Marco, io devo ripulire…"
Livia chiuse la chiamata, pulendo il telefono prima di posarlo sul comodino, mentre lo sguardo si soffermava sulla stanza e la rabbia compariva sul volto; serrò i pugni iniziando a prendere a calci le lenzuola e il materasso sul letto. Si sfogò per un lungo momento e poi cadde in ginocchio, urlando. "Non ne posso più… lasciatemi in pace… non vi basta mai…" iniziò a piangere rannicchiata sul pavimento, tra le lenzuola e il fango.
La luce del mattino entrò dalla finestra scaldandole il viso e svegliandola, il corpo era dolorante per la posizione scomoda e le ultime ore di sonno sul pavimento, sapeva di doversi alzare, ma la vista delle lenzuola attorno a lei, coperte di fango, e il pigiama secco che le tirava sulla pelle, la fecero esitare. Per iniziare passò il braccio sugli occhi appiccicosi, lasciando una striscia scura di fango sulla guancia; il fango si era incrostato nelle screpolature della pelle, nel tessuto, tra le dita, e le lacrime ripresero a scenderle silenziose sul volto.
Chiuse gli occhi ingoiando a vuoto e si alzò senza guardare, non le serviva risvegliare di nuovo la scena della stanza e, tenendo le mani avanti, andò verso il letto, con la pelle coperta di fango secco che tirava a ogni movimento; infine toccò il bordo percependo il coprimaterasso e il fango, ingoiò di nuovo, lo spostò e aprì gli occhi: doveva guardare. Il materasso era pulito, salvo. Abbozzò un sorriso, le lacrime erano ancora lì, ma ora più leggere.
Con un gesto rapido aprì gli scuri, inondando la stanza di luce e rendendosi conto che le parti più sporche erano lei e le lenzuola, con l'aggiunta delle impronte lasciate sul pavimento. Senza esitazione rimosse con attenzione il coprimaterasso per infilarci le lenzuola e le federe, con l'aggiunta del pigiama; entrò poco dopo nel bagno lasciando cadere il sacco improvvisato in un angolo e sedendosi sul bordo freddo della vasca.
Da almeno mezz'ora era coricata nell'acqua calda della vasca, tra gli aromi delle essenze; il fango aveva abbandonato il corpo e il telefono continuava a suonare, ma non le importava. Aprì leggermente l'acqua tiepida, mantenendo il livello costante regolando lo scarico, poi chiuse gli occhi.
Quando scese in cucina era deserta, anche Vigil era andato in Scozia, attraversò la stanza, prese una fetta di pane e vi spalmò della marmellata di visciole fatta in casa sorridendo al pensiero che Vigil riuscisse ad andare anche dove non gli sarebbe stato possibile arrivare. Una dote che gli invidiava. Guardò distrattamente il telefono con undici chiamate perse di Carlo e sbuffò.
Elisa e Marco sarebbero stati via almeno un’altra settimana. Si leccò la marmellata dalle dita, oggi avrebbero lasciato Edimburgo per andare a Connel, spalmò un'altra fetta pensando che, in realtà, potevano anche tornare, la questione celtica aveva preso un'altra piega. "Egoista, li vorresti qui perché ti senti sola…" mormorò sospirando.
Finì mezzo vasetto di marmellata prima di decidersi a salire e sistemare il disastro della notte, le ci volle più tempo per togliere il fango secco dal pavimento che per lavare le lenzuola, ma a mezzogiorno tutto era sistemato e il bucato sventolava all'esterno sotto la luce del sole.
Guardò il telefono, che l'aveva tormentata per tutto il tempo: altre cinque chiamate di Carlo. "Lo richiamo?" disse guardando una statuetta sulla mensola. "Ma sì, dai… lo richiamo…" sorrise.
Non fece in tempo a selezionare il contatto che il telefono suonò di nuovo e rispose. "Ciao, Carlo… Ti mancavo?" chiese quasi divertita.
"Livia! Ero preoccupato, stavo per venire lì…" il tono appariva sinceramente preoccupato. "Stai bene? È tutta mattina che ti cerco."
"Mi sono accorta che è tutta mattina che mi cerchi…" sbuffò. "Sedici chiamate sono stalking."
"Puoi farmene una colpa? Rispondi sempre subito, è normale che uno si preoccupi." Sentì la voce della segretaria in lontananza.
"Comunque sto bene, questa notte si è rotta una tubatura." Inventò sul momento. "Sono sola, ho dovuto arrangiarmi e poi ripulire tutto."
"L'importante è che hai risolto, se mi chiamavi avrei mandato qualcuno." Il tono era rilassato.
"Vabbè… cosa mi racconti?" sorrise Livia.
"Posso finalmente prendere qualche giorno di ferie." Sorrise. "È un evento memorabile."
"Ferie? Tu? Naaa…. Non ci credo." Si mise comoda sulla sedia di vimini sotto il portico.
"Allora guarda qui…" sentì il telefono muoversi e la notifica di un messaggio.
Livia aprì la fotografia. "Hai chiesto le ferie?" il tono era sorpreso ed entusiasta.
"Ora ci credi?" fece una pausa. "Possiamo organizzare qualcosa insieme."
Livia annuì non vista. "Sì… sì, facciamolo… Possiamo andare da qualche parte… vedere qualche amico… fare qualcosa insieme…"
Seguì un lungo silenzio prima della risposta di Carlo. "Ho prenotato dei film, diversi cult che ti piaceranno." Era allegro. "Vieni da me e li guardiamo insieme, una full immersion di una settimana. Non trovi sia grandioso?" continuò subito. "I pasti li facciamo portare direttamente a casa, solo film e noi due…"
"Spero tu abbia ordinato degli horror e film di fantascienza degli anni sessanta." rispose Livia cercando di nascondere la freddezza.
"Ho preso dei film comici e qualcosa di romantico degli anni novanta, mi sembra più appropriato." Rispose entusiasta. "La fantascienza poi è triste, non fa per noi."
Livia chiuse gli occhi prendendo un respiro profondo. "Perché non facciamo una cosa diversa e vieni tu da me?" la voce appariva allegra. "Qui ho un bellissimo lago, una casa accogliente e anche un megaschermo per vedere i film." Sorrise. "Sono certa che dopo una giornata qui non avrai voglia di guardarli, ma solo di metterti a letto e dormire."
La risposta fu immediata. "Va bene, facciamo come vuoi, vengo io… Stare all'aria aperta e lasciarmi dietro la polvere dei musei è una grande idea… Livia…"
"Sono qui…" la voce dolce.
"Ti amo."
"Ti amo."
"Devo portare qualcosa di particolare o riempio uno zaino con vestiti da escursione, casual e costumi?" chiese Carlo di getto.
Livia aprì gli occhi, serrando per un attimo la mascella. "È esattamente quello che serve e ovviamente devi portare anche te." Rise, senza sapere il motivo.
"E anche i film." Rispose Carlo.
"Ovviamente anche i film…" Livia mosse il telefono contro la gamba. "Scusa, Carlo… mi chiamano dal casale dei Gelsi, devo rispondere."
"Va bene, ci vediamo questa sera… Ti amo." Chiuse.
Livia guardò lo schermo. "Anche io ti amo… ma sei proprio strano." Si sistemò sulla poltrona di vimini facendosi inondare dal sole.
Era rimasta all'esterno anche per il pranzo, optando per salame, formaggio e vino nostrano. Ritrovandosi a parlare da sola e a innervosirsi per quello che diceva, lei amava Carlo, ma lui era sempre legato al lavoro, all'ufficio e al laboratorio. Ci era già passata, ma questa volta era sicuramente diverso; se l'avesse lasciata di nuovo per un lavoro all'estero, questa volta lo avrebbe trasformato in un insaccato.
Dopo un paio d'ore sentì il calore del sole sulla pelle farsi insistente e, con indifferenza, prese il secchio di legno di fianco al tavolino rovesciandosi l'acqua fredda sulla testa e protestando per la reazione violenta al cambio di temperatura, ma eccolo di nuovo, il telefono.
La mano bagnata si mosse bruscamente prendendo il telefono sul tavolino, un numero sconosciuto. "Ottimo, se è un call center mi diverto." Stava già immaginando la scena e rispose.
"Pronto, Livia… Sono Paolo." La voce le sembrava conosciuta.
"Scusa, Paolo chi?" rispose perplessa.
"Paolo, quello della finestra…" il tono era basso, come di chi avesse capito che forse sarebbe stato meglio non chiamare.
"Ciao Paolo!" si passò la mano sul viso bagnato portando i capelli dietro la testa. "La prossima volta di quello della rosticceria, la finestra è cosa passata." Si sistemò sulla sedia, come se potesse vederla, felice.
"Disturbo? Ero indeciso se chiamarti." Il tono si era fatto più sicuro, pur restando intimorito.
"Assolutamente no, stavo riposando al sole." Rise leggermente, in modo quasi sciocco. "Ho passato una notte d'inferno a casa, problemi di tubature, fango ovunque… non puoi immaginare…" si fermò. "Scusa, non ti ho lasciato parlare sommergendoti con i miei casini."
"Santo cielo, come hai fatto… non eri sola, vero?" Paolo appariva preoccupato.
"Me la sono cavata, ora è tutto sistemato." Il volto sorrise. "Dimmi, perché mi hai chiamato… nostalgia del balcone?" sentì la risata di Paolo.
Smise di ridere. "Non è quello, più che altro mi manca la tua testa." Fece una pausa. "Oggi mi sei tornata in mente durante l'esame."
"È vero, come è andato?"
"Malissimo!" fece una lunga pausa in cui anche il bosco sembrava silenzioso. "Ho preso trenta, grazie…"
"Non hai preso trenta per me, lo hai preso perché ci hai dato dentro." Il corpo si stava rapidamente asciugando.
"Volevo ringraziarti perché ieri Giovanna mi ha fatto parlare con suo fratello." Era allegro. "Grazie a te ho un lavoro." La voce si spezzò un attimo. "Se non mi avessi aggredito in rosticceria non avrei avuto questa occasione."
Livia rimase per un attimo in silenzio. "Può non sembrarti, ma non siamo molto diversi. Diciamo che io non spiavo i ragazzi dalla finestra."
"Avrai avuto i ragazzi ai tuoi piedi, eri sicuramente una presenza nel tuo gruppo, di quelle che muovono le montagne." disse Paolo con tono naturale.
"Ti sbagli." Era calato un velo di tristezza. "Il mio gruppo era Giovanna e suo fratello… lavoravo da loro e scappavo dai ragazzi."
"Non ci credo, mi stai prendendo in giro." Ridacchiò. "Non è carino da parte tua."
"Se non mi credi chiedilo a Giovanna, se le dici quello che ti ho raccontato ti risponderà senza riserve." I ricordi passarono rapidi nella sua memoria e si asciugò gli occhi, senza sapere se fosse l'acqua che scorreva dai capelli o altro.
"Mi spiace." disse Paolo. "Non lo farò… non le chiederò niente." Fece una pausa. "Livia, tutto bene?"
"Sì, grazie Paolo." Si sollevò sulla sedia prendendo fiato.
"Grazie per cosa?"
"Per avermi chiesto se va tutto bene."
"È una cosa normale tra amici, non trovi?" chiese con timore. "Lo siamo? Posso dirlo?"
Livia tornò a sorridere. "Sì, lo siamo… Sembra strano, ma sento che siamo amici e su queste cose non sbaglio." Sentì la rete darle calore. "Che programmi hai adesso?" chiese diretta e divertita.
"Ho dei programmi molto complessi. Oggi mi riposo e domani riprendo a studiare, poi tra qualche giorno inizio il lavoro, mi deve far sapere quando apre."
"Mi sembra un buon punto di partenza." Guardò il cielo e il sole. "Paolo, scusami, devo lasciarti. Devo sistemare i casali, ti racconterò." Sorrise. "Mi ha fatto piacere parlarti e fammi sapere come va il primo giorno di lavoro."
"Contaci Livia, sarai la prima a saperlo. Buona serata."
"Buona serata a te." Riagganciarono insieme e Livia memorizzò il numero nello smartphone.
La paglia le cadeva dai capelli e i vestiti erano sporchi dopo due ore passate a sistemare gli animali di Elisa al casale dei Gelsi, ora poteva tornare a casa e valutare cosa fare per cena, ma prima si sarebbe fermata al lago delle Tre Brecce.
Il trillo del telefono la riportò nel piazzale, era un messaggio vocale di Carlo, sorrise tappando l'icona della notifica. "Scusa Livia, è arrivata una richiesta urgente e devo partire immediatamente per Torino, starò via qualche giorno, ci vediamo quando torno."
Livia abbassò la mano lungo il fianco girandosi lentamente, poi sollevò il braccio caricandolo e lanciò lo smartphone contro la parete del casale, dove andò in frantumi. Il volto cambiò espressione avvicinandosi alle lacrime, per poi indurirsi mentre si chinava a recuperare la SIM, che infilò in tasca allontanandosi.
Livia era rimasta stesa sulla sponda del lago delle Tre Brecce, guardando il cielo e ascoltando il canto degli uccelli e il suono degli animali tra i rami, la tensione e la rabbia erano gradualmente scemate, restava il fatto che aveva distrutto lo smartphone. Annusò l'aria e un odore diverso si era unito a quelli del bosco, mosse la testa avvicinandola al corpo e alla maglietta sollevata tra le dita. "Ma che puzza… Livia ma quanto puzzi?" fece una smorfia.
Raggiunse il casale del Poggio con passo deciso verso la scala e il bagno, ma si fermò entrando nel laboratorio, cercando lo smartphone di backup nei cassetti e infilandoci la SIM recuperata. Guardò lo schermo accendersi e seguì le indicazioni che le aveva spiegato Marco, iniziando il restore dei dati dal cloud.
"Bene, questa è fatta." Sospirò. "Ora una doccia corrosiva per togliere questa puzza." Raggiunse senza esitazioni il bagno.
Poco dopo scese in cucina, coperta dei profumi delle sue essenze, il sole era ancora presente, infilò la mano nel barattolo dei biscotti estraendone una quantità non precisata. "Qualche biscotto per ricaricarsi prima della cena e mettere un po' di ciccia sui fianchi." Spostò lo sguardo nella stanza avvicinandosi alla statuetta sulla mensola.
"Secondo te è meglio Carlo con i suoi film o qualcuno con cui parlare delle cose che ci piacciono veramente?" morse il biscotto.
"Dici? Non so, se resto sola magari torna una visione e mi tocca ripulire casa." Masticò rumorosamente.
"Non sono d'accordo." Guardò la forma della statuetta. "Sai che non ricordo dove ti ho comprata?"
Si spostò ridendo e vide lo smartphone sul tavolo con il messaggio: restore completed.
Sbloccò lo schermo e avviò la chiamata, la risposta arrivò immediatamente. "Ciao Livia, hai finito di sistemare?"
"Ciao Paolo…" si morse il labbro facendo una pausa. "Che ne dici di fare una scappata qui…" non era una domanda.
Dall'altra parte calò il silenzio. "Paolo?"
"Scusa… è che…" sentì un rumore improvviso, come qualcosa urtato di colpo. "Aspetta…" la voce si allontanò appena. "Ho fatto cadere un libro."
Livia si appoggiò con il fianco al tavolo. "Non distruggere casa per una telefonata." Il tono serio.
"Tu dici davvero?" tornò serio. "Cioè… da te?"
"Sì Paolo, qui da me." Guardò il sole entrare dalla finestra. "Hai detto che non stai facendo niente di particolare. Porti i libri e studi qui, se ti chiamano per il lavoro puoi tornare in qualsiasi momento."
Lui rimase di nuovo zitto per un momento. "Io…" rise nervosamente. "Pensavo scherzassi."
"Non sto scherzando." Livia era seria.
"Se mi chiamano… Ma… quanto dovrei restare?" Paolo era perplesso.
"Qualche giorno… Puoi andartene anche domani mattina se vuoi." Livia si sedette sul tavolo.
"Qualche…" prese fiato. "Livia, io non lo so…" il tono era diventato preoccupato.
"Paolo! Quando mi spiavi sul balcone la cosa non ti preoccupava." replicò seccamente. "Non voglio mangiarti, ho tre camere per gli ospiti." Sospirò ammorbidendo il tono. "Vieni qui, parliamo e mi dai una mano nei lavori ai casali."
"Se la metti così…" sembrava ancora confuso. "Non mi aspettavo un tuo invito."
"Tu sei interessato al mio lavoro e a quello che faccio, a me interessa quello che studi." Scese dal tavolo camminando per casa. "Sono sola, possiamo parlare di quello che ci pare senza che ci disturbino." Fece una pausa. "A parte i vicini, le galline di Elisa e le sue pecore." Si mise a ridere.
"Stare solo con te mi spaventa." Il tono era sincero.
"Posso capirti, ma immaginala come una vacanza con una sorella." Rispose tranquilla. "Allora? Vieni?"
Sentì il rumore rapido di passi. "Sì." Rise davvero. "Sì… vengo. Domani?"
"Perché domani?" era perplessa. "È ancora giorno, vieni adesso."
"Non ho nemmeno la bicicletta... Dovrei venire a piedi." Sembrava umiliato, si sentì il rumore di cassetti.
"Scusami, non ci avevo pensato." Il senso di colpa traspariva dalla voce di Livia. "Vengo a prenderti, se si fa tardi possiamo mangiare fuori, non ho problemi a farmi vedere con un uomo." Sorrise. "Tanto spettegolano a prescindere."
"No… no. Ho trovato gli orari dei treni, aspetta che controllo." Il rumore di sottili fogli di carta.
"Sei l'unico che usa gli orari cartacei." Livia rise con trasporto.
"Ci sono stati dei cambiamenti con le piogge e ho preso gli orari in stazione, faccio prima."
"Va bene, ma datti una mossa, sto invecchiando." Lo incalzò.
"Anche da vecchia saresti bellissima." Rise. "Ok, eccolo… vista l'ora che si è fatta potrei essere a Capranica-Sutri un quarto alle ventuno, sempre che non ci siano ritardi."
"Sarò davanti alla stazione con una vecchia Lancia, prenoto e mangiamo fuori." Sorrise. "A più tardi."
"A più tardi…"
"Aspetta, porta il costume da bagno, c'è il lago."
"Ok…" chiusero insieme.
Il sole era ormai calato quando Livia arrivò alla stazione, si era cambiata indossando dei jeans blu più comodi e una maglietta rossa a maniche corte, con un piccolo zainetto. L'ora prevista era passata e abbassò il sedile rilassandosi dopo l'intensa giornata, sentì il rumore di una moto e vide due ombre muoversi, sentì la rete: qualcuno si era avvicinato alla macchina e non con buone intenzioni.
Sganciò le sicure delle portiere e aspettò, la porta si aprì improvvisamente e una mano le prese i capelli tirandola fuori, ma non cadde; il palmo della mano colpì il primo alla gola e un calcio raggiunse il centro delle gambe del secondo. Sentì la campana della stazione, il treno stava arrivando, prese entrambi per i capelli trascinandoli dietro un muretto, sorrise, avrebbero avuto qualcosa da non raccontare.
Il treno si era fermato, prese una spazzola dallo zainetto sistemandosi i capelli, poi pulì le mani con delle salviettine, in tempo per vedere Paolo uscire dalla stazione salutandola.
"Ciao Livia, ovviamente sono arrivato in ritardo." La raggiunse con naturalezza in pantaloni cargo scuri e maglietta navy.
"Ciao Paolo." Livia lo abbracciò istintivamente e percepì la sua esitazione nel ricambiare il gesto. "Ti piace la carne?" si sganciò.
"Certo che mi piace." Sorrise.
"Allora andiamo. Sali."
Livia colse lo sguardo perplesso di Paolo mentre sistemava il sedile. "Dopo la nottata, visto che eri in ritardo, ho fatto un riposino." Sorrise e partì senza esitazione, come se per lei la notte fosse giorno.
Nessuno parlò durante il viaggio, fu un silenzio naturale, senza tensioni, a cui Livia era abituata. Fino a quando entrarono nel parcheggio del ristorante e Paolo indicò oltre il finestrino. "Ma quello dietro le case è l'ipogeo di Sutri?"
Livia annuì. "Sì, è lui, per me è come casa." Si fermò un attimo, le mani sul volante. "Ma non abito lì." La risata uscì dopo il lungo silenzio del viaggio.
Livia entrò nel ristorante per prima, Paolo arrivò esitante, il cameriere li accolse. "Ciao Livia, il tavolo è pronto, vi accompagno." Sorrise facendo strada e mormorando verso Livia passando. "Domani mattina vengo a lezione."
Paolo colse il movimento e parte delle parole, appoggiando una mano al fianco di Livia. "Livia, non posso permettermi questo posto…"
Lei posò la propria mano sulla sua. "Non preoccuparti, sei mio ospite. Vedrai che un giorno sarà il contrario."
Mangiarono l'impossibile fino a quando Paolo sollevò le mani. "Mi arrendo, non posso mangiare altro. Ricordati che vivo di rosticceria."
"Allora possiamo chiudere qui, andiamo a casa che ti mostro le camere." La voce era volutamente più alta, come se volesse farsi sentire, ma Paolo non ci prestò attenzione nel rumore di voci del locale. Livia aveva percepito le insinuazioni da alcuni tavoli su di lei e il giovane ragazzo.
"Scusa Livia, ho sentito parlare il cameriere prima, ma insegni archeologia?" chiese Paolo incuriosito.
Livia rise. "No, insegno erboristeria antica." Si alzò porgendogli la mano. "Andiamo."
Livia raggiunse allegramente uno dei tavoli, a cui erano sedute tre donne di mezza età, tenendosi per mano con Paolo. "Buonasera signore." Il tono era cordiale e allegro. "Anche voi qui, potevamo cenare insieme sapendolo prima." Sorrise apertamente. "Volevo solo presentarvi mio figlio, lui è Paolo."
Paolo impallidì a quelle parole e le donne rimasero senza parole, anche dopo che si allontanarono dirigendosi alla cassa, dove Livia consegnò la carta di credito presa dallo zainetto.
La cameriera trattenne una risata. "Bel colpo Livia, in paese avranno di che parlare per parecchio tempo." Passò il lettore a Livia per il PIN, poi continuò. "Ovviamente io darò una mano con il depistaggio, sarà l'ennesima figuraccia per quelle pettegole."
Solo allora Paolo capì e quando uscirono nel parcheggio si lasciò andare a una risata senza freni, seguito da Livia.
Livia scese presto la mattina preparando una tipica colazione della casa del Poggio, era scalza, con addosso una maglietta bianca che arrivava alle cosce, i capelli legati in una treccia dietro la schiena. Forse svegliato dalla luce, o da Livia, uscì dalla camera che era stata di Elisa, il volto spaesato, che si fermò su Livia, quasi sconvolto.
"Buongiorno Paolo." Gli sorrise indicando il tavolo. "Facciamo colazione, poi prendi il costume… facciamo il giro dei poderi, così ti mostro il posto… quindi andiamo a fare una nuotata." Lo guardò perplessa. "Ho detto qualcosa di sbagliato? Hai in mente altro?"
Lui scosse la testa. "No… ma…"
"È per come sono vestita?" disse con naturalezza. "Non sei mai stato al mare? Dai siediti, c'è molto da vedere e da fare."
Paolo prese posto di fronte a lei. "Sì, ci sono stato… ma non c'eri tu…" iniziò a mangiare lentamente per poi prenderci gusto senza trascurare niente di quanto era sul tavolo.
Paolo era estasiato da quella colazione semplice, ma incredibile, mangiarono parlando poco. "Devo essere di ritorno per le undici… la lezione, ricordi?" Livia si alzò con naturalezza portando le sue cose al lavandino. "Abbiamo tre ore in cui posso mostrarti i sentieri e i passaggi, poi puoi muoverti da solo e ci vediamo quando ho finito."
"Sì mamma." Rise Paolo raggiungendola con le sue cose. "Mentre tu fai lezione io posso studiare, così ottimizziamo i rispettivi tempi."
"Mamma?" gli prese la testa sotto il braccio portandola al petto sfregando le nocche sui capelli. "Come ti permetti?"
"Ahio, lasciami." Si divincolò. "Ma cosa mangi, spinaci a ogni pasto?" Si massaggiò la testa.
"Solo cibi naturali." Si allontanò da lui sistemando il costume sotto la maglietta. "Dai, andiamo e guai a te se mi chiami ancora mamma."
Girarono due ore o più per sentieri e Livia gli mostrò le biforcazioni, i punti di riferimento e tutto quello che serviva per non perdersi, per poi addentrarsi in un sentiero più piccolo attraverso il bosco, lei avanti, ma lo sguardo di lui non indugiava sul corpo, esplorava il bosco, fino a quando Livia si spostò di lato lasciandolo entrare nella radura del lago delle Tre Brecce.
Lui si bloccò, lo sguardo sull'acqua, poi sulla cornice di alberi e infine sul cielo. "Non posso crederci, esiste veramente?" Fece un passo avanti. "Esiste davvero?"
Livia annuì. "Sì, esiste davvero." Quasi in un sussurro.
Paolo entrò lentamente nella radura, come se ogni passo potesse infrangerla, arrivò all'acqua abbassandosi a toccarla, per sentirne la presenza concreta. "Come fate a mantenerlo così?"
Livia era rimasta vicina al sentiero. "Non lo facciamo, lo fa da solo, noi semplicemente lo rispettiamo." Si avvicinò sedendo su una pietra.
"È giusto che sia così." Paolo si abbassò per togliere le scarpe e lo sguardo si fermò sulle gambe di Livia.
"Facciamo un tuffo?" chiese Livia con la voce calma, guardando le mani al ricordo di cosa le era accaduto alla nascita di quel luogo.
Paolo la raggiunse abbassandosi e prendendole delicatamente la caviglia, sollevandole leggermente la gamba, ma Livia scattò con un rapido movimento della mano allontanandolo. "Cosa fai?" la voce seria.
"Scu… scusami." Si spostò lasciando spazio. "I tuoi piedi?"
"Cosa hanno i miei piedi?" era seccata.
"Abbiamo camminato per ore su terra, radici, sassi e…" li indicò. "Non ci sono graffi o abrasioni… sono più sani che con le scarpe."
Livia si rilassò spostando le gambe per renderle meglio visibili. "Hai visto?" sorrise. "Sono fatta così, per qualche ragione guarisco prima e i miei piedi ancora prima del resto, è come se avessi sempre le scarpe."
"Sai che non è una cosa normale." Paolo la guardò, aveva molte domande, ma non le fece.
"Lo so." Lo invitò con la mano ad avvicinarsi. "Mi hanno fatto dei test, pare che abbia una variante genetica che causa questa cosa." Sollevò la gamba allungandola verso di lui. "Toccalo e controlla com'è, non avere paura." Restò appoggiata con le mani alla pietra per mantenere l'equilibrio.
Paolo esitò e si avvicinò, le mani lungo i fianchi. "Non posso." Mormorò.
"Prendilo con le mani e controlla di persona, è solo un piede."
Paolo lo prese tastando tutta la struttura del piede e facendola ridere per il solletico. "Non ha niente di diverso da un normale piede, è caldo, è morbido… è un piede." Lo lasciò andare facendo un passo indietro.
Paolo stava studiando in casa e le aveva spiegato molte cose del suo percorso universitario, mentre lei gli aveva parlato del proprio lavoro e delle tradizioni antiche, soprattutto dell’equilibrio del territorio, un concetto che lui sembrava comprendere molto meglio di altre persone. Gli aveva raccontato molto di sé, gli aveva parlato dei custodi senza farlo davvero. Poi era successo qualcosa: una sera era scivolata in casa posando i piedi nudi su dei cocci di vetro, lui aveva visto, ma non aveva fatto domande quando, accorrendo, non aveva trovato ferite né frammenti conficcati nella pelle.
Lasciò il casale. Il piazzale era pieno di sole quando lo attraversò senza rallentare, i lunghi capelli neri sciolti sulla schiena che riflettevano la luce mentre si avvicinava alla porta di Agnese; arrivata davanti all’ingresso sollevò la mano, ma solo allora si accorse di essere scalza, di nuovo, un dettaglio che la fece esitare un istante prima di bussare, e nell’attesa si voltò lasciando che lo sguardo scivolasse oltre il noccioleto e le colline, respirando piano.
Sentì il rumore della porta e si girò, trovandosi di fronte Agnese con un insolito sorriso. "Entra, Livia." La guardò inarcando un sopracciglio, senza aggiungere altro.
"Ciao Agnese, ti disturbo?" Entrò parlando. "In questi giorni sono sola e ho pensato di venire a parlarti."
"Sei sola?" replicò calma. "Non mi sembra. In paese dicono che c'è tuo figlio, ma che in realtà è tuo fratello." Si fermò a pensare. "L'ultima che ho sentito è che è un esperimento di clonazione dei tuoi geni. Devo dire che questa è la migliore."
La foga di Livia si spense in un sorriso. "È un amico, ma ho fatto uno scherzo ai pettegoli del paese."
La casa di Agnese era simile alla loro, ma con una differenza sostanziale: pur restando una casa rurale, era arredata in stile moderno, in evidente contrasto con la donna che ci viveva.
"Vi ho visto, di sfuggita. Sembrate molto legati, quasi intimi," disse Agnese. "Vi conoscete da molto?"
Livia si sedette sulla poltrona di design che Agnese le aveva indicato, mentre l’anziana prese posto su quella accanto.
"Ci conosciamo da qualche giorno, si chiama Paolo." Sorrise, facendo una pausa. "Ma non siamo intimi, non c'è niente."
"Vedendovi non si direbbe." Agnese sorrise. "Siete molto spontanei, come se vi conosceste da sempre."
"È stata una cosa strana e forse può sembrare come dici tu… ma ti assicuro che non è così." Il tono di Livia si era fatto rilassato e colloquiale.
"Comunque mi aspettavo che saresti venuta, era solo questione di tempo." Il tono di Agnese era sereno. "Ho visto che in questi giorni sei stata molto attiva e sei anche stata via. Oltre a Paolo c'è qualcun altro?"
Il sorriso di Livia cambiò, velato da un'ombra di complicità. "Sì, ho ritrovato una persona con cui stavo bene." Sospirò.
"Sono contenta per entrambi ed è giusto che tu sia felice." Agnese avvicinò a Livia la tazza di tisana sul tavolino. "Ora raccontami cosa ti ha portato da me."
Livia prese la tisana appoggiandosi allo schienale e incrociando le gambe, prendendosi un momento prima di parlare. "L’ultima volta ci hai nascosto molte cose, ma è chiaro che eri una custode." Il tono era fluido e professionale, come se stesse parlando di un restauro. "Non mi interessano i segreti della tua vita, ma con quello che sta succedendo sono certa che tu possa aiutarci."
Il volto di Agnese ora esprimeva serenità. "Hai ragione." Annuì lentamente. "Sai che avevo iniziato il cammino di custode, ma per un tempo più lungo di quello che hai vissuto tu."
"La differenza di età tra noi è evidente." Sorrise sorseggiando la tisana.
"A volte la percezione nasconde la verità." Ricambiò il sorriso. "Sono stata custode per molti lustri, ma non qui."
"Dove?" La guardò seria. "Ho capito che non siamo solo una manifestazione della Tuscia."
"Non importa dove, non è importante." Agnese si sistemò sulla poltrona. "Un incidente ha fatto sì che perdessi il legame con la rete, passando anni a vagare, poi sono arrivata qui e ho trovato Sibilla."
"Sei stata tu ad addestrare Sibilla?" chiese incuriosita.
Agnese scosse il capo. "No. Lei era già custode, anche se più giovane di me." Si fermò un istante, riflettendo. "Mi ha aiutato a ritrovare la rete, anche se fuori dal mio territorio. Ora non sono più una custode, ma la sento ancora, anche se non come prima."
"Questo spiega il tuo comportamento, il tuo sapere cose che non avresti dovuto sapere." Livia annuì pensierosa. "Anche il tuo sentire le cose prima che accadano." Sorrise. "Hai risolto la situazione delle impronte sul volto di Marco e del bacio sulla sua fronte senza conoscerne la causa." Sorseggiò dalla tazza. "Ma sei arrivata nel momento giusto, con le mani sporche di blu di Prussia."
"È stato solo un caso, di quelli che capitano nel momento giusto." Sollevò le spalle. "A volte si attribuiscono relazioni mistiche a semplici coincidenze."
"Ho capito, stiamo entrando in qualcosa che non devo sapere. Lo accetto."
"Hai delle domande da farmi?" Anche Agnese prese la tazza dal tavolino, iniziando a bere a piccoli sorsi.
"Io e Marco abbiamo avuto due visioni, distinte, ma collegate. Due celti del terzo secolo ci hanno lasciato dei segni."
"Che genere di segni?"
"Avevamo entrambi tracce del loro pigmento, tracce reali che anche tu hai visto. Io li ho rivisti la scorsa notte, brevemente. Quando mi sono svegliata, il fango del luogo in cui li ho visti era su di me, ovunque."
Agnese annuì. "Non è semplice da spiegare, forse perché non sappiamo veramente come succeda." Aprì un cofanetto sul tavolo, rivelando dei biscotti all'interno. "Succede che delle coppie di custodi raggiungano un livello di vicinanza tale da fargli acquisire capacità superiori." Si fermò per un lungo momento. "Riescono in qualche modo a trascendere il tempo e lo spazio per dare dei suggerimenti, non possono fare altro."
"Mi stai dicendo che sono degli immortali?!" Livia era quasi spaventata.
"Suvvia, immortali…" rise. "Sono semplicemente in grado di attraversare le soglie, come quando Marco vede scene del passato e viene visto. Loro riescono a palesarsi ai custodi che verranno e credo anche a quelli che sono stati."
Il volto di Livia era poco convinto. "Sono sicura che c’è dell’altro, come sono sicura che non mi dirai altro."
Agnese allargò le braccia. "Se lo hai capito, non chiedere di più."
"Quando sono incappata nelle Tre Brecce ti ho sentito borbottare che eravamo troppo potenti."
"Sì, l’ho detto. Tu e Marco state crescendo troppo velocemente." Sospirò. "Potreste diventare come i custodi delle leggende di cui ti dicevo."
"Non mi sembra una brutta cosa," replicò Livia. "Dov'è il problema se impariamo velocemente?"
"Livia, è pericoloso. Se crescete troppo in fretta, potreste non essere in grado di gestire le vostre capacità. Ci sono molte leggende nella narrativa medievale che ne parlano." Sorrise appena. "L'uomo ha l'abitudine di creare storie attorno a ciò che non comprende."
Livia si massaggiò la coscia, invertendo l’incrocio delle gambe. "Come possiamo evitare che accada? Che accada di nuovo, come al lago." Fece una pausa, ruotando la tazza tra le mani. "Non c'è un indicatore che ci dica di fermarci, le cose accadono e noi le affrontiamo."
"Infatti non potete evitarlo. Potete solo essere prudenti in quello che fate e non spingervi oltre i vostri limiti, affrontando situazioni prima di averle comprese pienamente." La voce era preoccupata. "Con le brecce multiple avresti potuto morire, e per Marco sarebbe stato insostenibile."
"Quindi siamo legati oltre la stranezza genetica." Era più un’affermazione che una domanda.
"Siete legati nella rete." Sollevò il palmo della mano destra per impedirle di replicare. "In modo diverso siamo tutti legati, quelle come Sibilla sentono le custodi prima che si manifestino." Inclinò la testa con un sorriso dolce. "Con Sibilla ti abbiamo notata al mitreo quando avevi tre anni e abbiamo capito subito quale sarebbe stato il tuo destino. Sibilla disse che dovevamo guidarti e che non saresti stata sola."
"Ero troppo piccola, non mi ricordo di voi… ed è passato troppo tempo." Confusione e tristezza attraversarono il volto.
"Anche la bambina che hai visto al Mitreo ti ha percepita come un momento e forse ti ha già dimenticata." Le sorrise. "Le cose vecchie lasciano spazio alle cose nuove, ma sono sempre lì… piccole e minute in un angolo della nostra memoria." Allungò le mani. "Prendile…"
Livia si piegò in avanti stringendo le mani di Agnese con le sue e poi si bloccò, con un’espressione di terrore. "Lo vedo. Vi vedo in quel giorno. Com’è possibile?"
Agnese sorrise, ma con tristezza. "La rete sa proteggersi e proteggere. A volte nasconde le cose fino al momento giusto o le nasconde per sempre."
Gli occhi di Livia si chiusero mentre il volto cambiava rapidamente espressione, come se stesse vivendo qualcosa in modo accelerato, e le lacrime iniziarono a rigarle il viso mentre Agnese la osservava in silenzio, attendendo.
…Il Mitreo era lì, ma non era diverso, era lei a essere diversa: era piccola e qualcuno le teneva la mano, una gonna che non apparteneva a un tempo vicino. Di fronte a lei una donna; le sembrava di conoscerla, era giovane e le stava parlando.
"Un giorno," disse dolcemente, mettendole una mano sulla spalla, "quando sarà il momento, ti racconterò una storia. Una storia di custodi e soglie, di pietra che ricorda e di donne che vegliano. Ma per ora resta con i tuoi genitori. E quando sogni le vie cave, non avere paura."
"Agnese!" urlò. "Aiutami!" Sentì le mani strette ed era altrove.
…Era in un'aula universitaria, ragazzi con abiti strani la incrociavano ignorandola, come una paria. Qualcuno disse il suo nome, parlavano inglese, sollevò le mani guardandole: erano mani più giovani. Era un esame, culture antiche.
Sentì le mani di Agnese trattenerla, voleva scappare, ma non riusciva a liberarsi, la poltrona era sotto di lei. Precipitò negli incubi più e più volte.
Aprì gli occhi, ancora bagnati. "Co… cosa è successo?"
"Un velo si è aperto."
"Mi ricordo di voi, mi ricordo di cose e persone che ho visto solo di sfuggita. E che non ricordo di aver mai visto, come i luoghi! Cosa mi hai fatto?!" Si ritrasse sulla poltrona, sollevando le gambe e stringendole con le braccia.
"Non ti ho fatto niente, è la rete che ti ha reso cosciente di una parte del tuo passato." Il tono restava tranquillo.
Livia scosse la testa. "Non può essere, non ho mai studiato in università inglesi…" strinse più forte le gambe. "Non è possibile."
"Forse non ricordi di averlo fatto o forse il ricordo era perso e la rete lo ha collocato in un luogo o in un tempo diverso."
"Le parole… quelle parole che mi ha detto Sibilla…" La guardò. "Sono le stesse che ho detto alla bambina che ho visto." Scosse la testa. "Sto impazzendo… i ricordi… non li voglio, non tutti, non così." Pianse. "Fa male!"
Sentì un odore pungente nel naso e aprì gli occhi, vedendo Agnese vicina a lei. "Sei svenuta, queste cose non accadono." Era preoccupata. "La rete è andata troppo oltre… non è normale." Prese un respiro. "Come stai? Riesci a parlare?"
"La rete…" Livia prese un respiro profondo. "Ma cos’è veramente la rete?" La guardò. "Perché mi ha fatto questo? Perché sei spaventata?"
La aiutò a rimettersi dritta, tornando alla sua poltrona. "Non lo sappiamo veramente, non lo abbiamo mai saputo. Facciamo supposizioni e semplicemente esiste." Bevve un lungo sorso di tisana. "Hai ragione, sono spaventata. Non ho mai visto quello che è successo a te, di solito si palesano piccoli ricordi." Si fermò. "Sei andata e tornata per quasi due ore."
Livia sembrò ignorare la risposta. "Quindi cosa è Marco, non è come noi?"
"Se ancora non lo sai, non è tempo che tu lo sappia," rispose Agnese fermamente.
"Agnese, hai avuto paura, questo significa che le cose non sono andate come pensavi." Flesse le dita intorpidite. "Forse dovresti dirmi altro, non tutto, ma qualcosa me lo devi dire sugli uomini custodi."
Agnese scosse il capo. "Non so dirtelo con precisione, siete due facce della stessa medaglia." Cercò le parole prima di continuare.
"Non lo sappiamo veramente." Ruotò lentamente la tazza tra le mani. "Le tradizioni più antiche parlavano spesso di figure doppie, uomini e donne insieme." Sollevò appena le spalle. "Per i romani e gli etruschi certe funzioni religiose non erano complete da sole."
Si fermò un momento.
"C'era chi custodiva la memoria degli antenati, chi il territorio, chi il legame con la casa e la famiglia." Sorrise appena. "Forse i custodi nascono da qualcosa del genere… oppure abbiamo capito tutto male dopo secoli."
Livia sbuffò prendendo dei biscotti. "In sostanza mi stai dicendo che facciamo quello che facciamo sperando che sia il modo giusto di farlo?"
Agnese si raggelò restando in silenzio. "Non hai torto, ci sono molte cose che non comprendiamo e diamo per scontate." Allargò le braccia. "Forse voi darete le risposte."
Livia sfregò tra loro i piedi scalzi. "Sarebbe come chiedere a Ötzi di spiegare il teorema di Archimede." Fece una smorfia. "A stento riusciamo a chiudere una breccia senza lasciarci le penne, e pensi che possiamo trovare delle risposte su cose inspiegate da secoli?" Si mise a ridere tornando a incrociare le gambe.
Agnese seguì con lo sguardo il movimento delle gambe, fermandosi sui piedi scalzi. "Ti capita spesso di uscire scalza?" Sorrise.
"Sì, ed è uno dei motivi che mi ha convinta a venire." Si fece seria. "Marco me lo fa notare spesso. Paolo si è chiesto come potessero essere illesi i miei piedi dopo aver camminato per ore nel bosco." La guardò negli occhi. "Mi ha vista scivolare sui cocci con i piedi e non avere nemmeno un graffio."
"E non ti ha chiesto niente?" Agnese era preoccupata.
"Lo ha fatto nel bosco, ma gli ho parlato di un'alterazione che mi fa guarire. Ma se mi avesse chiesto qualcosa dopo la caduta, non avrei saputo cosa rispondere."
"A quanto pare hai trovato un amico speciale e in qualche modo vi riconoscete a vicenda."
Livia scosse il capo. "Siamo amici e su questo non ho dubbi, lo sento, e quando l'ho conosciuto veramente ho sentito la rete." Abbozzò un sorriso spostando lo sguardo. "Gli ho fatto toccare il piede per verificare che fosse normale, poteva approfittarne, ma non lo ha fatto."
"Se hai sentito la rete significa che lo accetta pienamente vicino a te." Agnese si rasserenò.
"Con lui parlo senza freni, non ne è consapevole, ma gli ho detto anche di noi." La risposta di Livia non disturbò Agnese.
"Guardati i piedi e dimmi cosa vedi." Disse schiettamente Agnese indicandoli con entrambe le mani.
Livia piegò il piede, guardando prima uno, poi l’altro. "La pianta dei piedi. Perché?"
"Non ci sono graffi né ferite. Quando sei corsa nel bosco di notte, due mesi fa, i tuoi piedi erano feriti." Sorrise. "Ora nemmeno un graffio."
"Non ci faccio caso, mi viene naturale…" si fermò ridendo e scuotendo il capo. "Mi è capitato di salire in macchina e rendermi conto di essere a piedi nudi… la cosa più buffa è stata quando sono scesa in paese a piedi nudi e non capivo perché tutti mi guardassero."
Agnese annuì. "I piedi sono la parte del corpo più vicina alla terra e la rete cerca di restare in contatto con te. Ma ti protegge anche, evitando che si feriscano e tu possa soffrirne."
"Quindi non è solo protezione, è una sorta di legame immediato."
"Esatto." Agnese non distolse lo sguardo. "È un legame, a beneficio di entrambe."
Livia rimase in silenzio per qualche istante. "E se smettessi?"
"Di andare a piedi nudi?" si alzò andando verso la cucina. "È una tua scelta, la gente smetterebbe di guardarti e la rete ti troverebbe comunque."
"No, se smettessi di fare la custode…" era seria.
"Non puoi." La risposta arrivò senza esitazione. "Puoi ignorarla per un po’, ma prima o poi torna a cercarti."
Livia sollevò lo sguardo. "E se invece fossi io a cercarla?"
Un’ombra attraversò il volto di Agnese. "È lì che diventa pericoloso."
"Per quale motivo? Se c'è reciprocità non vedo perché non possa essere un custode a cercarla."
"Perché smetti di ascoltare e inizi a forzare." Si sporse leggermente in avanti. "E la rete non reagisce bene a chi forza."
Livia sostenne lo sguardo. "Marco lo fa già."
"Marco vede." Fece una pausa. "Tu stai iniziando a entrare."
Il silenzio si allungò tra loro. "E cosa succede a chi entra troppo in fretta, come con le Tre Brecce?" chiese Livia, più bassa.
Agnese esitò un istante, poi si appoggiò allo schienale. "Perde i confini."
Livia non rispose subito. Guardò i propri piedi, poi tornò su Agnese. "E tu li hai persi." Non era una domanda.
Agnese accennò un sorriso stanco. "Per questo ti sto parlando."
Livia lasciò cadere il discorso. "Mi spieghi perché guardi sempre Elisa? Quella povera ragazza è terrorizzata da te." Sorrise.
Anche Agnese sorrise. "Mi incuriosisce, in particolare per il suo colore fisso." Non c’era naturalezza nella risposta.
"Anche tu hai sentito, o senti qualcosa." Sollevò il polso, mostrandole il ciondolo. "Abbiamo avuto visioni che sembrano riguardarla."
Agnese spalancò gli occhi, fissando il ciondolo. "Dove lo hai trovato? Sembra molto antico."
"Lo è. Me lo ha dato Elisa dopo l’incendio, lo ha avuto da sua nonna."
"Forse ha un retaggio di custodi, e questo l’ha avvicinata a noi."
Livia colse la reticenza di Agnese e spostò lo sguardo verso la finestra. "Si è fatto tardi, devo andare a fare la spesa e preparare per Paolo, che si starà chiedendo che fine ho fatto."
Agnese la guardò con uno sguardo di ringraziamento. "In questi giorni sei più radiosa." Le sorrise, allungando le braccia verso di lei.
Livia si alzò, abbracciandola. "Grazie, Agnese, sei preziosa per me."
Agnese la tenne stretta. "Ormai per me sei come una figlia."
Livia non rispose subito. "Per me sei come una madre."
Rientrò in casa e si avvicinò silenziosamente a Paolo alle spalle; senza esitazione gli posò un lungo bacio sulla guancia, a cui lui reagì per un attimo spaventato.
"Livia, mi hai fatto prendere un accidente." Sorrise guardandola. "Sarebbe bello spaventarsi così tutti i giorni, cosa è successo?"
"Niente, mi è venuto così." Rispose timida, le mani dietro la schiena, dondolando sui piedi.
"Ok, sei strana, ma grazie." Le sorrise. "Finisco il capitolo e ti do una mano con la cena."
"Forse è che ti voglio bene." Si diresse verso il laboratorio. "Fai con calma, vado in laboratorio per una ricerca che mi è venuta in mente."
Prese il portatile dal cassetto del tavolino e si sedette, inserendo i diversi codici di sicurezza, prima di iniziare ad aprire con l'editor il file protetto di centinaia di pagine. Poi iniziò a scrivere, partendo da un nuovo titolo con la data odierna.
Rimase immobile qualche istante, le dita sospese sulla tastiera, come se dovesse scegliere da dove iniziare.
Le frasi scorrevano senza esitazioni, ordinate, asciutte. Non erano appunti sparsi, né uno sfogo: erano ricostruzioni, tentativi di mettere in fila eventi e sensazioni, come se dare loro una forma potesse renderli più stabili. Ogni tanto si fermava, cancellava poche parole, poi riprendeva, senza mai rileggere davvero quanto scritto.
Dopo un tempo che non seppe misurare, si arrestò. Salvò il file, chiuse l’editor e restò con lo sguardo fisso sullo schermo per un istante, come se qualcosa fosse rimasto fuori.
Per un attimo restò ferma, con lo sguardo sullo schermo ormai vuoto, poi avviò la chiamata.
Il volto di Marco comparve dopo pochi secondi, la luce fredda dello schermo che gli tagliava il viso.
"Livia… non ti aspettavo…"
"Ciao. Ho pensato di chiamarti, siete impegnati?"
Rimasero in silenzio per un istante, come se stessero cercando la stessa cosa da dire.
"Nulla di che… tutto bene?" chiese lui.
"Sì." Lo disse senza esitazione. "Stavo pensando al viaggio."
Marco annuì appena. "Anch’io."
"Non ci andiamo." Lo sguardo restò fermo sul suo. "Non adesso."
Marco non reagì subito. "Per via delle visioni?"
"Anche." Fece una pausa breve. "Non è il momento giusto."
Dall’altra parte, un respiro più lento. "Va bene."
Livia inclinò leggermente la testa. "Se devi restare ancora in Scozia, resta. Qui posso gestire."
Marco la osservò per qualche secondo. "Sei sicura?"
"Sì."
Un’altra pausa, più lunga.
"Allora resto qualche giorno in più." Il tono si distese. "Ti tengo aggiornata."
"Va bene."
Nessuno dei due chiuse subito la chiamata.
Poi lo schermo tornò nero.
Livia restò seduta davanti al portatile, senza muoversi.
Per la prima volta, aveva scelto di non dire tutto.
© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.