Piante, tradizioni e racconti legati al territorio
Le leggende e le ricostruzioni sulla Legio IX Hispana sono molte. Questo racconto segue una strada diversa rispetto alle ipotesi più diffuse, adattando la storia alle esigenze narrative di questo ciclo. Ogni riferimento è da considerarsi frutto di invenzione, anche quando può poggiare su elementi o suggestioni storiche reali. Possono essere presenti lievi imprecisioni geografiche.
Il caldo di inizio luglio stava mettendo a dura prova ogni cosa. Da un mese e mezzo non cadeva una goccia di pioggia e la vegetazione attorno al casale aveva iniziato a perdere colore, mentre le riserve d'acqua di Livia e Agnese reggevano sempre più a fatica. Anche il laghetto si stava abbassando lentamente sotto i continui prelievi giornalieri e Vigil, da qualche giorno, sembrava essersi trasferito lì in pianta stabile.
Elisa si era spostata al casale da appena una settimana e la cosa continuava a lasciarle addosso una certa malinconia, anche se negli ultimi giorni avevano avuto poco tempo per pensarci. Tra il pollaio da sistemare, i recinti modificati con nuovi abbeveratoi automatici e il tentativo continuo di garantire acqua agli animali usando fonti diverse, le giornate erano scivolate via una dietro l'altra. Restavano ancora fermi invece i lavori più pesanti: la modifica della casa e la sistemazione della strada verso il campo non erano nemmeno iniziate.
Con tutte le finestre aperte, Elisa e Livia se ne stavano sedute a tavola davanti alla brocca di limonata ormai quasi vuota, mentre l'aria calda attraversava lentamente la cucina senza portare alcun sollievo.
"Sono le dieci e abbiamo combinato pochissimo. Questo caldo è impossibile." Livia sollevò appena la maglietta umida, scostandola dalla pelle con la punta delle dita.
"Se vuoi fare altro… accomodati. Io prima finisco la limonata." Elisa aveva raccolto i capelli in uno chignon disordinato sulla cima della testa e teneva il bicchiere appoggiato alla fronte. "Come fa Marco a stare fuori?"
Livia sorrise. "Lui è rivestito di un materiale che respinge il calore. Sta benissimo."
Elisa ringhiò piano. "Questa notte lo scuoio. Se stai zitta facciamo a metà."
"Ho contattato una persona che ci ha aiutato con la sicurezza di uno scavo archeologico." Fece una pausa. "Ci darà una mano con le telecamere e i sistemi di sicurezza del tuo casale, così sapremo se qualcuno entra o se succede qualcosa."
Elisa la guardò con un filo di preoccupazione. "Mi sembra una buona idea. Come lo paghiamo?"
"Gli ho proposto di entrare nel progetto." Livia alzò appena una mano, quasi a fermare eventuali obiezioni. "Gli bastano qualche uovo al mese e una quota ragionevole di quello che produrrà il casale, oltre alla possibilità di fare escursioni a cavallo. Ti sembra ragionevole?"
Elisa sorrise piano. "Un pagamento in natura mi sembra ottimo. Basta che sappia che non siamo un'azienda agricola."
"Gli ho spiegato come stanno le cose e non ha problemi."
"Buongiorno ragazze, caldo?" Agnese entrò con una cesta di susine, che posò al centro del tavolo. "Sono del vecchio susino. Gli sono rimasti tre rami, ma fa frutti senza sosta." Sorrise.
"Ciao, Agnese." Livia la invitò con un gesto a sedersi. "Un bicchiere di limonata?"
"Lo prendo volentieri." Si servì da sola riempiendo il bicchiere fino all'orlo.
Elisa restò in silenzio, ancora un po’ intimorita da quella donna.
"Elisa, ora siamo vicine di casa e forse potrò aiutarti con alcune cose della tua casa." Il tono era sereno.
Agnese prese una susina, la girò tra le dita. "Avete sentito qualcosa di diverso in questi giorni?"
Livia la guardò. "Sì, un caldo peggiore dei giorni precedenti." Ma il volto diceva altro.
Elisa replicò: "Durante la notte mi sveglio, come se qualcosa spostasse la stanza… ma forse è Marco che si muove."
Agnese spezzò la susina, togliendo il nocciolo. "O forse non è Marco." Masticò metà del frutto. "Questa terra, quando perde acqua, si ritira e sposta le cose." Lo sguardo si spostò su Livia.
Livia prese dalla mano di Agnese l’altra mezza susina. "Mia," disse veloce. "È come se ci fosse una strana elettricità nell’aria."
Elisa guardò i piedi scalzi di Livia. "Sarà che vai sempre a piedi nudi, e con il caldo aumenta la statica." Sorrise, poco convinta.
L’abbaio continuo di Vigil arrivò dal laghetto. Si guardarono un istante e uscirono tutte e tre di corsa.
Giunte alla fine del sentiero a gradoni, videro arrivare dal nuovo passaggio aperto nel boschetto anche Marco.
Nessuno parlò. Vigil abbaiava con piccoli balzi, e tutti fissavano l’acqua del laghetto.
L’acqua era al livello massimo, ma le increspature sulla superficie andavano in direzione opposta alla corrente e non c'era vento.
Senza staccare lo sguardo dall’acqua, Marco si avvicinò a Vigil per calmarlo, riuscendoci solo in parte.
Livia e Agnese erano immobili. Solo Elisa fece qualche passo verso la riva.
"Ma cosa succede?" disse, sconvolta dalla nuova angolazione. "L’acqua viene verso di noi, ma sembra salire verso il bosco… non è piana." Continuò ad avvicinarsi.
Vigil scattò bruscamente, ponendosi di fronte a Elisa e abbaiandole contro, costringendola a indietreggiare fino a quando tornò al fianco di Marco, guaendo spaventato, mentre Livia si avvicinava a Elisa abbracciandola in cerca di sicurezza; sui loro volti c’era paura, anche su quello di Agnese.
Senza segnali premonitori il laghetto tornò alla sua condizione naturale, come se nulla fosse accaduto.
Elisa spinse via Livia. "Mi stai stritolando." Fece una lunga pausa. "Lo abbiamo visto tutti?"
Agnese annuì. "Sì. Lo abbiamo visto tutti, e non promette niente di buono."
Livia guardò Marco. "Vai a casa con Elisa e controllate sui computer se ci sono stati eventi sismici o altro."
Marco annuì. "Andiamo, Elisa." Le tese la mano e salirono di corsa il sentiero a gradoni.
Aspettarono che fossero in cima. "Cosa è stato, Agnese?" Livia era spaventata.
"Non lo so." Scosse il capo. "E nessuno può darci una risposta. La rete?"
Livia chiuse gli occhi e posò i palmi su un grosso albero. "La rete tace. Non sento niente."
Agnese la guardò. "Non è possibile. La rete c’è sempre."
"Sì, c’è… ma è silenziosa." Aprì gli occhi, abbassando le mani. "È come se non avesse niente da dire."
Vigil si tuffò nel laghetto, nuotando, come se nulla fosse accaduto, nel caldo torrido della mattinata.
Marco ed Elisa erano seduti ai capi opposti del tavolo, ognuno con il suo portatile, scorrevano rapidamente gruppi e siti di notizie, trovando video e segnalazioni sparse: due mura crollate a Viterbo; crepa in una strada di Sutri; esondazione di pochi minuti al lago di Vico e avanti su quel tono.
Livia irruppe in casa. "Qualche notizia?"
Elisa scosse il capo. "Solite notizie frettolose e non confermate, magari anche gonfiate, ma nessuno terremoto o eruzione solare." Continuò a cercare.
Marco rimase in silenzio, lo sguardo fermo sullo schermo, ma non stava più guardando davvero. Spinse via il portatile e si alzò senza dire nulla, per salire le scale con passo regolare, senza fretta.
Agnese entrò in casa e guardò Livia, che stava osservando il comportamento riflessivo e determinato di Marco. Nessuna parlò.
La porta della stanza di Marco si aprì senza rumore; lui raggiunse senza esitazione uno degli armadi e lo aprì. L'interno era ordinato, con solo l'essenziale, si abbassò togliendo le coperte che nascondevano il trolley, per un attimo restò fermo: come se stesse valutando se fare il passo successivo.
Lo afferrò per la maniglia, tirandolo con fatica verso di sé e raddrizzandolo sulle ruote. Il volto trasmetteva un profondo disagio, stava per risvegliare un passato che aveva deciso di dimenticare. Le ruote si mossero senza il minimo scatto, assorbendo il passaggio sul pavimento e poi sul primo gradino e sui successivi. Scese senza appoggiarsi al corrimano, guidando il peso con naturalezza, come se lo avesse già fatto molte volte.
Arrivò in cucina dirigendosi al tavolo, Livia lo vide e il suo volto si raggelò. "Marco…"
Non la guardò e le rispose con tono fermo. "Devo farlo."
Non disse altro. Portò il trolley accanto al tavolo e lo posizionò con precisione, parallelo al bordo, inclinandolo e facendo uscire quelle che sembravano le gambe di un tavolino pieghevole, arrivando a metà dell'altezza del tavolo. Non c'erano serrature, solo due cerchi lisci su cui le dita si posarono e, per un istante, non accadde niente. Poi un breve segnale, quasi impercettibile, e i fermi si sbloccarono.
Si aprì.
L’interno era organizzato in diversi spazi protettivi. Ogni elemento aveva il suo spazio, incastrato come se fosse parte della struttura stessa. Estrasse per primo il portatile, spesso e scuro posandolo sul tavolo senza guardarlo.
Subito dopo due pannelli, che una volta posati sul tavolo si identificarono come due monitor di non meno di ventidue pollici. Li collegò in modo automatico a due porte del portatile.
Da una delle nicchie tirò fuori un piccolo dispositivo. Per un attimo, ruotandolo, il marchio inciso sul lato catturò la luce: Mikrotik. Non lo guardò. Lo appoggiò accanto al portatile e iniziò a collegare i cavi.
Tre moduli piccoli e diversi seguirono il precedente. Li dispose a distanza, senza allinearli, li collegò con tre cavi di rete di diverso colore alle porte contrassegnate del router.
Il passo finale vide comparire dei cavi di alimentazione, non i tipici cavi, questi erano estremamente flessibili e leggeri. Trovarono posto in quella che poteva sembrare una ciabatta elettrica, ma aveva un cavetto che entrava nel trolley e uno che raggiungeva la presa di corrente più vicina.
In pochi minuti il tavolo si era trasformato in una sofisticata postazione di lavoro.
Marco si sedette, sospirò, appoggiò un dito al lettore di impronte e avvicinò l’occhio alla telecamera del portatile; dopo pochi secondi gli schermi si accesero mostrando i desktop di un sistema Linux personalizzato, mentre alcuni programmi si avviavano automaticamente e i led del router e degli hotspot iniziavano a lampeggiare. In un popup comparve il nome della rete wireless di casa e, nella casella sottostante, le lettere iniziarono a scorrere rapide fino a scomparire, mentre uno dei led del router diventava verde.
Per un attimo restò fermo, con le mani sospese sopra la tastiera, poi iniziò a lavorare senza esitazione né tentativi, ogni gesto diretto ed essenziale.
Dietro di lui il trolley era rimasto aperto; Elisa si avvicinò, non sapeva cosa dire, sfiorò il coperchio e un pannello scattò, restandole in mano, rivelando al di sotto una superficie scura: un pannello solare.
Livia sentì su di sé gli sguardi di Elisa e Agnese. "Non chiedete, va tutto bene." Poi guardò Marco. "Marco, mi spiace, non dovevi."
Lui non rispose; le sue dita scorrevano veloci, lavorando su più schermate nei tre monitor, dove due finestre dominavano sulle altre: le intranet del CNR e della Protezione Civile.
Nella casa il silenzio era totale e si sentiva solo il ritmo delle dita di Marco sulla tastiera; dopo circa mezz’ora chiuse il coperchio del portatile e ogni dispositivo collegato si spense, come se fosse dotato di una vita propria.
In pochi minuti Marco ripose tutto nel trolley, richiudendolo; solo allora si voltò, sospirando. Livia gli corse incontro abbracciandolo, un abbraccio per dargli conforto.
"Livia?!" intervenne seccamente Elisa.
Marco spostò delicatamente Livia. "Va tutto bene." Poi guardò Elisa, invitandola con un gesto ad avvicinarsi. "Va tutto bene. Ti amo." Le posò un bacio sulle labbra prima di parlare.
"Quello che è successo qui non è un caso isolato. Ci sono stati eventi simili in tutto il paese: crolli, laghi esondati per poco tempo, spaccature in monumenti antichi; l’Etna ha smesso improvvisamente di eruttare e si è aperto un nuovo cratere." Prese fiato. "Un’infinità di eventi banali per gli scienziati puri, ma non per noi."
Agnese sentì le ultime parole di Marco e spostò subito l'attenzione su Elisa, il cui sguardo preannunciava domande che avrebbero preteso risposte.
"Elisa," disse cercando di mantenere un tono cordiale in quel momento difficile, "spesso hai posto domande che non hanno avuto risposta." Fece una pausa. "Ora è tempo, ed è necessario che tu capisca."
Livia spalancò gli occhi, cercando di interromperla.
"No, Livia." Sollevò una mano nella sua direzione. "Non riusciamo a capire cosa sta succedendo. Non è tempo di segreti, ed Elisa è pronta. È in grado di comprendere."
"Di comprendere cosa?" sbottò Elisa.
"Da un tempo indefinito esistono persone come Livia e Marco," continuò Agnese. "Chi li conosce li chiama custodi. Vegliano su qualcosa che attraversa il mondo e intervengono dove si spezza."
Elisa restò in silenzio per qualche secondo, lo sguardo fermo su Agnese, poi scosse appena il capo.
"Quindi quello che ho visto al laghetto… era questo." Non era una domanda. Si voltò verso Livia. "E da quanto vai avanti così?"
Livia non rispose; il suo volto trasmetteva un senso di colpa. Fu Agnese a replicare. "Quello che abbiamo visto al laghetto è collegato, ma non sappiamo cosa sia." Lo sguardo era fisso su Elisa, implacabile. "È iniziato tutto prima che vi salvassero al ponte. Non lo hanno scelto loro. Era il loro destino."
Elisa indietreggiò. "Anche tu sei come loro?" Era spaventata. "Cosa siete, dei mostri?" continuò ad arretrare.
Agnese si avvicinò e prese con forza il braccio di Livia, torcendolo; il dolore apparve sul suo volto, insieme al segno di una cicatrice dal gomito alla spalla. "Questo è il marchio che Livia porta per avervi salvato!" Il tono era severo.
Elisa si fermò a guardarle; l’incertezza era sul suo volto. Abbassò lo sguardo, poi lo rialzò. "E io cosa posso fare?" La paura era scomparsa.
Marco si avvicinò tendendo le mani verso Elisa. "Siamo ancora noi?"
Elisa annuì. "Sì, lo siamo." Poi guardò Livia. "E tu sei sempre la mia compagna di avventure."
Livia le sorrise. "Per sempre." Fece una pausa. "Non sappiamo cosa puoi fare, non lo sappiamo nemmeno noi, ma avremo bisogno di tutto l'aiuto possibile." Era scalza. "La rete è ancora assente."
"La rete?" chiese Elisa.
"La cosa che attraversa il mondo…" rispose Agnese.
Marco li interruppe. "Un momento. Vigil è tornato tranquillo."
Livia annuì. "Sì, ha ripreso a nuotare nel laghetto."
"Questo significa che la minaccia che lo terrorizzava è sparita." Fece una pausa, iniziando a camminare per la cucina. "Significa anche che non è qualcosa di continuo: ci lascia il tempo per cercare e agire."
"Hai ragione, Marco," replicò Elisa. "Agire d’impulso porta spesso a errori."
La temperatura nella stanza scese; sembrava inizio primavera. Per un attimo Marco vide gli altri immobili, come congelati. Poi sparirono, e si trovò in una radura erbosa, con un villaggio antico poco distante.
Livia vide Marco impallidire e i suoi occhi girarsi all’indietro; fece un passo verso di lui e sentì un fresco gradevole prima di cadere. Si ritrovò in una radura erbosa, con un villaggio antico poco distante, e al suo fianco c’era Marco.
"Come sei vestita?" chiese Marco.
"Parli tu?" gli rispose Livia, guardandosi attorno.
Entrambi indossavano abiti in pelle lavorata a mano e i loro corpi, appena coperti, avevano un colore blu-verde.
Livia passò le dita sul braccio, sentendo il pigmento sulla pelle. "Spero che non torneremo indietro combinati così."
Marco rise. "Spero che torneremo a casa." La spinse con una mano dietro la schiena. "Andiamo, credo che quel villaggio non sia lì per caso." Si guardò rapidamente attorno. "Vigil, questa volta, non c’è."
In pochi minuti arrivarono al villaggio, notando che i semplici edifici erano stati in parte distrutti; c’erano evidenti segni di lotta e corpi ovunque, vestiti come loro.
"Cosa è successo qui?"
Livia si abbassò raccogliendo un pezzo di un’insegna: era il frammento di un toro.
"Siamo in Britannia. Questa è la terra dei Trinovanti." Lo sguardo ora più vigile. "Siamo nella prima metà del primo secolo."
"Come fai a essere così precisa?"
Sollevò un dito della mano destra. "Il nostro colore: siamo celti, o comunque una delle tribù che usava il guado." Sollevò un secondo dito. "La Legio IX Hispana portava il vessillo del toro." Alzò un terzo dito. "La Nona colpì i territori dei Trinovanti in quel periodo, durante le invasioni di Claudio."
"Vuoi dire che qui è successo qualcosa che ha aperto un varco più esteso di quello di Ghita." Non era una domanda. "Siamo a migliaia di chilometri."
Livia avanzò nel villaggio devastato fino ad arrivare a un piccolo cerchio di pietre; era stato distrutto, ma alcune erano ancora in piedi. Attorno al cerchio c’erano sette corpi, uomini e donne.
Una debolezza li colpì per un istante e il paesaggio cambiò: era un altro villaggio, con un cerchio simile e altri sette corpi riversi, trucidati.
Marco indicò un simbolo su un edificio. "Riconosci quel simbolo?"
Livia annuì. "L'ho visto nel materiale che avete riportato… sono… erano Iceni."
"Sempre la Nona?"
"Così pare."
"Queste persone, vicine ai cerchi, erano probabilmente custodi."
"Sì, ma cosa c'entrano con quanto sta accadendo?" Il volto era incerto. "Non mi convince."
Improvvisamente sentirono la voce di Elisa: non li stava chiamando, li stava sostenendo.
Livia aprì gli occhi, trovandosi a terra, e immediatamente si guardò il corpo: era vestita normalmente e del colore giusto.
Anche Marco si riprese, traballando. "Accidenti, questi viaggi vanno organizzati." Prese un profondo respiro. "Non è come la scorsa volta, mi sento bene."
Erano tutti seduti di fronte al camino da un’ora; si era unito anche Vigil, che dormiva davanti a loro. Marco ed Elisa erano sul divanetto, mentre Livia e Agnese sulle poltrone laterali. Sorseggiavano la tisana di melissa preparata da Agnese, accompagnata dai biscotti. Nel tempo trascorso, Livia e Marco avevano descritto dettagliatamente la visione agli altri e spiegato a Elisa quanto era accaduto con Ghita.
Fu Elisa a parlare per prima. "Mi sembra che non sia la stessa cosa accaduta con Ghita." Si sistemò meglio, accostandosi di più a Marco. "C’era una radura contaminata e Livia è finita nel passato trovando qualcosa… una spiegazione. Ora abbiamo qualcosa che va oltre la Tuscia e forse la nazione."
Marco le posò un braccio dietro le spalle. "La scorsa volta il problema erano i custodi dimenticati, potrebbe essere qualcosa di simile?" Guardò Livia. "Non mi sembravi però convinta." Fece una pausa. "E se il problema non fossero le vittime, ma chi ha ucciso?"
Livia restò in silenzio, mentre tutti la guardavano. "La rete reagisce alla distruzione ingiustificata, ma non questa volta. Ma se chi ha causato questo riuscisse a evitare la rete?" Fece una pausa, rabbuiandosi. "La rete non arriva ovunque, ci sono alcune opere dell’uomo che la bloccano."
Agnese era rimasta in silenzio per tutto il tempo. "La legio IX Hispanica non è quella scomparsa nel nulla?"
Livia si alzò di scatto andando a recuperare degli appunti lasciati in giro dopo il rientro di Marco dalla Scozia.
Livia tornò a sedere e sfogliò gli appunti, fermandosi su una pagina.
"La Legio IX Hispana portava il toro come simbolo. Era una legione antica, già logorata da anni di guerre, quando arrivò in Britannia nel quarantatré"
Fece una breve pausa, seguendo le righe con lo sguardo.
"A un certo punto venne mandata a fermare una rivolta. Non andò come previsto. La fanteria fu distrutta. Di loro rimase poco… abbastanza perché la storia non si perdesse, ma non abbastanza per essere davvero raccontata."
Voltò lentamente la pagina.
"Si parla anche di un rito… eseguito, forse, da Boadicea prima della sua ultima battaglia. Di una divinità invocata prima dello scontro, in un bosco. Non è chiaro cosa sia successo davvero… ma quel passaggio torna più volte, come se qualcuno avesse visto qualcosa che non sapeva spiegare."
Livia sollevò appena lo sguardo. "La legione continuò a esistere. Non sparì subito." Tornò agli appunti.
"Poi, a un certo punto, smette di comparire. Non c’è una battaglia finale, non c’è un racconto. Semplicemente… non c’è più."
Chiuse il quaderno, tenendo un dito tra le pagine.
"Una legione intera che esce dalla storia senza lasciare una fine. E quello che resta sono frammenti, racconti… e cose che nessuno ha voluto mettere per iscritto."
Marco guardò gli appunti nelle mani di Livia. "Ecco la spiegazione!"
"A cosa?" replicò Agnese.
"Con Livia abbiamo avuto la visione di Caran e Rhiann, e attraverso il pigmento siamo finiti ad Hallstatt… ma quella non era la strada."
Livia spalancò gli occhi mentre Marco continuava. "Con Elisa sono andato in Scozia, girando per musei… in cerca di qualcosa che legasse i celti a Hallstatt."
"E non solo…" si intromise Elisa.
Marco le posò un bacio sulla guancia prima di continuare. "Ed è lì che sono emersi questi appunti, che ora ci stanno indirizzando sulla legione romana."
Agnese, per la prima volta, era nel buio come gli altri. "Un’intera legione si sarebbe radicata nella rete senza essere vista?" La cosa non le sembrava poi così assurda. "E ora, in qualche modo, sta emergendo per continuare la sua opera."
Vigil si alzò, sgrullandosi, e iniziò a stuzzicare con il muso la gamba di Marco.
"Dobbiamo andare," disse Marco alzandosi. "Sta sentendo qualcosa."
Si alzarono tutti, dirigendosi alla porta per seguire Vigil, ma il cane fece in modo che solo Livia e Marco potessero uscire.
"Andremo solo io e Livia. Voi restate qui."
Seguirono Vigil per sentieri; il suo passo era veloce e sicuro. Ci misero poco a capire che si stava dirigendo verso la radura guarita e la conferma arrivò quando se la trovarono davanti, dove Vigil si fermò al limite, spingendo Livia e Marco all’interno.
"Sembra sia qualcosa solo per noi," disse Livia, dirigendosi verso il nocciolo grande dove era posata la targa di Ghita. Marco la seguiva da vicino.
Si bloccarono di colpo. Lo sgomento sul volto di Livia. "Co… come è… possibile?" Si portò le mani al volto. "Non ho sentito niente." Guardò Marco. "Te lo giuro. Non l’ho sentito."
Il nocciolo centrale aveva perso le foglie ed era visibilmente sofferente; gli altri attorno a lui mostravano gli stessi segni, ma più attenuati, come se il danno si stesse allontanando da quel punto. Anche l’erba, più vicina al nocciolo, era scura e spenta, mentre più in là conservava ancora tracce di verde.
Marco la cinse con un braccio. "Non è colpa tua."
Livia scivolò dal braccio di Marco, inginocchiandosi tremante, con le mani posate sul terreno; vide la targa incisa da Marco e balzò indietro, cadendo. L’immagine di Ghita era stata bruciata dal fuoco.
Si trascinò indietro fino ad arrestarsi contro le sue gambe. "Ma che sta succedendo?!" disse Marco, guardando la targa di quercia.
Si inginocchiò dietro Livia, sorreggendola. "Non farti travolgere dalle emozioni, sai cosa fare," disse con tono calmo. "Lo fai sempre prima di iniziare un lavoro importante." Nonostante il tono, lo sguardo restava fermo sulla targa. "Ora hai qualcosa di importante da fare."
Livia chiuse gli occhi e prese un respiro profondo, lasciandolo andare lentamente, quindi respirò di nuovo, due, tre, quattro volte. Aprì gli occhi e si inginocchiò, posando i palmi sul terreno. "Marco, resta con me."
Lui, restando abbassato, le posò le mani sulle spalle. "Sempre."
Il respiro si fece più lento fino a sparire e il calore arrivò subito, diverso da quello della radura, più secco, più violento, tanto che quando Livia aprì gli occhi si trovò davanti al rogo, con le fiamme che salivano attorno al corpo di Ghita e il legno che cedeva con schiocchi brevi; attorno, un brusio continuo, voci sovrapposte, urla spezzate, il rumore secco di qualcosa lanciato che colpiva il legno o la carne, mentre l’odore acre e denso riempiva l’aria e il dolore si sentiva prima ancora di guardarla.
Marco non vedeva, ma lo percepiva attraverso Livia: il calore sulla pelle, il fiato che si spezzava, la tensione che le attraversava il corpo, insieme a quel fondo caotico che non si fermava, mentre Ghita sollevava lo sguardo e li vedeva, senza disperazione, con ai lati, appena oltre le fiamme, due presenze immobili, senza contorni netti ma ferme.
Ghita non era sola: le mani di Rhiann e Caran erano sulle sue spalle e, allo stesso tempo, su quelle di Livia.
Un dolore straziante investì il corpo di Livia, la carne che si lacerava nel calore, e la visione si interruppe. Respiravano entrambi affannosamente quando i loro sguardi si incrociarono. "È stato orribile," disse Livia con voce tremante. "Ma non capisco…"
Marco si alzò per primo, aiutando Livia a rimettersi in piedi; tra i due era quella più provata. Lui aveva sentito attraverso il filtro della custode, ma lei aveva vissuto tutto come se fosse stata nel 1347.
"Siamo ancora scossi," disse Marco, "torniamo a casa e raccontiamo agli altri cosa è successo, forse insieme capiremo."
Vigil arrivò al loro fianco e videro di nuovo la radura guarita: il nocciolo vigoroso, l’erba verde. L’immagine sulla tavola di quercia raffigurava una Ghita diversa da quella incisa da Marco; era più definita e il volto era sereno.
Quando rientrarono al casale il sole era ancora pieno, alto sopra i noccioli, e il caldo non aveva concesso tregua nemmeno per un istante. L’aria era ferma, pesante, satura di polvere e resina, e il contrasto con ciò che Livia aveva appena attraversato era così violento da rendere irreale tutto il resto.
Entrò per prima senza dire nulla; i suoi movimenti erano lenti, come se ogni gesto arrivasse con un leggero ritardo rispetto alla volontà. Attraversò la stanza e si fermò al tavolo, posando le mani sul legno per sostenersi. Le dita si chiusero lentamente, cercando un appiglio concreto, qualcosa che non fosse fuoco, urla e carne che cede.
Il respiro non si stabilizzava: non era affanno, ma una difficoltà più sottile, come se l’aria fosse ancora troppo calda da poter essere inspirata davvero. Portò una mano al petto, poi al braccio, dove la pelle era intatta ma il dolore era ancora presente.
Marco rimase vicino alla porta, osservandola senza intervenire subito; aveva vissuto solo una frazione di ciò che aveva attraversato Livia e sapeva riconoscere quando qualcosa non poteva essere interrotto.
Elisa si alzò e le andò incontro, fermandosi a un passo da lei. Non osò toccarla, ma la tensione nel suo corpo era evidente. Non stava capendo, ma stava vedendo abbastanza da sapere che non era qualcosa di gestibile con una domanda semplice.
Agnese si mosse con lentezza, senza fretta e senza esitazione, e il suo sguardo su Livia era attento, non perché comprendesse ciò che era accaduto, ma perché riconosceva in lei il segno inconfondibile di un dolore nato da una visione.
Livia inspirò più profondamente e questa volta l’aria entrò. "Brucia ancora," disse a voce bassa, senza guardare nessuno.
Elisa sbiancò e Marco la fermò con una mano sul braccio, evitando che la toccasse. Agnese rimase immobile, con lo sguardo fisso su Livia, cercando di dare un senso a qualcosa che non le era ancora chiaro.
Nessuno parlò.
Livia sollevò lentamente lo sguardo e nei suoi occhi non c’era solo stanchezza o dolore, ma la traccia di qualcosa che non si era fermato al momento del ritorno. Si girò verso di loro.
"C’era il rogo," disse, cercando le parole con fatica. "Ma non era… un ricordo." La voce si incrinò leggermente, non per emozione, ma per sforzo. "Non guardavo. Ero lì."
"Ho sentito il calore del fuoco e il dolore," aggiunse Marco, "ma era filtrato dal corpo di Livia."
Livia riprese, con la voce roca, raccontando di Ghita bruciata come strega, della folla che incitava e delle emanazioni di Rhiann e Caran oltre il fuoco, di come tenevano le mani eteree sulle spalle di Ghita e, nello stesso tempo, sulle sue, disponendo i fatti uno accanto all’altro senza interpretarli, lasciando che fosse il loro peso a riempire la stanza.
Si avvicinarono lentamente alle poltrone, ancora senza toccare Livia che camminava con passo incerto, e fu lei questa volta a sedere sul divano, dove Marco le porse un boccale di acqua.
Stranamente fu Elisa a cercare di dare un senso a quanto accaduto. "Non erano lì per lei," fece una pausa, "erano lì per noi… per voi."
Lo sguardo di Agnese si irrigidì impercettibilmente e si sedette, come se le gambe non avessero più trovato un motivo per restare in piedi, cercando di dare un senso a ciò che stava vedendo senza avere ancora i riferimenti per farlo davvero.
"Chi sono Caran e Rhiann." Marco guardò severo Agnese.
"Sono custodi." La voce di Livia era ancora roca, stanca. "Sono come noi due, ma sono andati oltre e possono passare le barriere del tempo in modo tangibile."
"Cosa sarebbe questa novità?" Marco era sconcertato, ma non riusciva ad arrabbiarsi con Livia o Agnese; Elisa si avvicinò posandogli una mano sul braccio per calmarlo.
"Sembra che coppie di custodi, come noi, possano arrivare a questo," continuò Livia con fatica. "Non sono immortali: da un punto del loro tempo si sono spostati in avanti, prima che quel futuro esistesse."
Agnese fece un movimento appena accennato, pronta a intervenire, ma si fermò: doveva essere Livia a trasmettere quella verità, altrimenti avrebbero potuto perdersi.
Marco sbottò. "Non è possibile viaggiare nel tempo, i principi della fisica e dell'astrofisica sono chiari in merito."
Elisa chiuse la mano sul suo braccio. "Ma voi siete oltre questi limiti."
Il volto di Livia era pallido e la voce flebile. "Non dobbiamo litigare… sono stanca… e…" Si toccò le braccia. "e… brucia."
Fu Agnese a muoversi. "Elisa, porta la macchina di Marco alla porta." Il tono era deciso e non ammetteva repliche. "Marco, aiutami a sollevarla. Andiamo all’ipogeo."
Elisa prese le chiavi dalla rastrelliera e uscì di corsa, con Vigil dietro di lei. Livia gemette mentre la sostenevano per portarla all’esterno; il suo corpo era caldo.
Vigil non salì in macchina: si lanciò nel bosco con tutta la velocità che il suo corpo possente poteva esprimere.
Elisa guidò premendo a fondo sull’acceleratore, mentre Marco e Agnese, sul sedile posteriore, reggevano Livia al centro.
"Elisa, così ci ammazzerai tutti!" urlò Marco per farsi sentire sopra lo stridio delle ruote sull’asfalto.
"Guarda la strada." Elisa era rilassata. "È come il giorno in cui ci avete salvato ed è iniziato a piovere… ora ricordo… ricordo tutto."
Marco guardò dal finestrino: nessuna macchina, nessuna persona, nessun animale, nessun ostacolo. Solo loro.
"La rete ci protegge." La voce di Livia era ormai un sussurro.
La macchina sterzò bruscamente e si infilò nella rampa in discesa; la terra battuta scivolò sotto le ruote mentre prendeva velocità, poi i freni stridettero e il veicolo si arrestò di colpo, a pochi centimetri dal muro.
Entrarono nel Mitreo andando oltre la chiesa sotterranea, attraverso un passaggio che solo Agnese e Livia conoscevano, nascosto dietro quello che sembrava tufo solido ma che si rivelò un’illusione ottica, creata dalla particolare angolazione della roccia e dal velo della rete.
Scesero ancora; le pareti ora erano coperte di simboli che brillavano debolmente al loro passaggio.
Elisa era in retrovia, mentre Marco e Agnese avanzavano a fatica sorreggendo Livia. Dopo un tempo che parve eterno entrarono in una camera circolare.
Al centro, il pavimento era inciso con un complesso mandala di simboli etruschi, romani e altri che nemmeno Livia aveva riconosciuto durante la sua iniziazione. Lungo le pareti, nicchie contenevano oggetti rituali: specchi di bronzo etruschi, lucerne romane, erbe essiccate legate con fili rossi.
"Qui." Disse Agnese, deviando verso il centro del mandala.
Lentamente adagiarono Livia di schiena sul mandala, poi si allontanarono; Agnese li condusse verso l’ingresso della grotta, dove si fermarono.
"E adesso?" Marco era teso, non era mai stato in quel luogo specifico.
"Adesso aspettiamo." Rispose semplicemente Agnese sedendosi su una panca di pietra.
Il tempo passava, senza che qualcosa accadesse. "Sento delle voci." Elisa si piegò leggermente verso il velo che isolava la sala dall’esterno.
"Sono i turisti," disse a bassa voce Agnese. "Parla piano, non possono vederci, ma possono sentirci. La rete si è ritirata: ci ha permesso di arrivare fin qui, ora dobbiamo attendere."
All'improvviso, l'aria nella stanza cambiò: divenne densa, elettrica. I simboli sul pavimento iniziarono a brillare più intensamente e, dal centro del mandala, si sollevò una nebbia dorata.
"Ecco, sta succedendo." Bisbigliò Agnese.
La nebbia dorata si condensò in forme indistinte: figure in tuniche, con maschere di bronzo; iniziati di Mitra in processione; donne con fasci di erbe. Poi tutto cessò come era iniziato. Nulla era cambiato, Livia era sempre sdraiata di schiena nel centro del mandala.
Vigil varcò il velo; nessuno lo aveva apparentemente visto percorrere il Mitreo, sfilò davanti a loro fino a raggiungere Livia e abbassò il muso, mentre il collare emetteva una lieve luminescenza dorata e le passava la lingua sul volto.
Livia passò il braccio sul volto, istintivamente. "Che schifo."
Gli altri la raggiunsero, parlando insieme, in un misto di frasi. "Livia… come stai… cosa è successo?"
Si mise a sedere guardandosi le braccia, per poi toccare le gambe e il corpo. "Cosa ci faccio qui?"
"Non ricordi?" fu Elisa a rispondere, accarezzandole affettuosamente i capelli.
"Ghita… il rogo…" il terrore si palesò per un attimo. "Ora ricordo." Prese la mano di Elisa alzandosi, un aiuto interiore e non fisico.
Elisa le raccontò velocemente del viaggio in macchina, solo loro, senza ostacoli.
"E ora siamo qui, di nuovo tutti insieme, è qui che ho visto Sibilla la prima volta."
Agnese la guardò e sorrise. "Qui e tutti insieme?"
Anche Elisa sorrise. "Insieme."
Si sedettero tutti sulla panca di pietra, per riflettere e recuperare le forze dopo gli eventi della giornata. I rumori del corridoio del Mitreo stavano scemando.
"Credo che gli ultimi visitatori stiano per uscire, saranno le cinque, se non sono già passate."
Agnese scrollò le spalle. "Ci sono altre uscite celate, non preoccuparti."
"Stavamo ragionando sulla parola insieme, torniamo al punto?" si intromise Elisa, seccata.
Marco annuì, alzandosi e iniziando a camminare nello spazio della sala. "Forse il punto è quello." Fece una pausa. "I due del passato hanno spinto me e Livia a fare delle ricerche, ma fino a quando non abbiamo messo insieme le parti individuali non abbiamo capito il legame con la legione."
Livia alzò un dito della mano, lasciando parlare Marco. "Nei villaggi distrutti della visione c'erano sette persone, supponiamo custodi, in cerchio attorno a delle pietre."
Alzò un secondo dito, mentre Marco continuava. "Nel rogo Ghita non era sola, era insieme a Caran e Rhiann, e da quanto ho capito anche a Livia. Altrimenti non saremmo qui."
Livia alzò il terzo dito e prese la parola. "A Volterra abbiamo chiuso la breccia insieme a Sofia." Sollevò il quarto dito, poi chiuse la mano a pugno.
Tutti la guardarono, anche Vigil.
"Non ci arrivate?!" Il tono incalzante. "Nel tempo i custodi non agivano da soli, agivano come gruppo, agivano insieme." Allargò le braccia. "Ci sono cose che da soli non possiamo affrontare. Ci sono state anche nel passato, ma non ne abbiamo più traccia."
Fu Agnese a concludere. "Dobbiamo trovare altri custodi per risolvere questo mistero."
Marco continuò. "Per i custodi il tempo non esiste. Ora, dal passato, sono nel presente per indicarci la via."
Elisa si alzò, togliendosi la polvere di dosso. "Ottimo, missione uno: usciamo di qui; missione due: trovare i custodi."
Agnese posò la mano su una pietra simile alle altre, che fece aprire un passaggio da cui potevano passare strisciando. Dopo circa mezz’ora di svolte, salite e discese si trovarono in una forra.
"Marco, dove siamo?" chiese Elisa.
"Siamo in una forra poco lontana dal Mitreo, una mezz’ora e dovremmo essere alla macchina."
Il clima era sempre torrido e immobile, con il sole che iniziava appena ad abbassarsi. Il cielo si coprì di nuvole e Livia alzò lo sguardo, seguita da Agnese ed Elisa. Tutte e tre sentivano la stessa energia.
La pioggia iniziò a cadere verticale, assorbita voracemente dal terreno.
Marco guardò le tre donne, rivedendo quanto visto al termine dell’incendio, e mormorò: "La rete ci protegge e ora ci dice che siamo sulla strada giusta."
Erano già trascorse due settimane dagli eventi al Mitreo. La vita del casale continuava come sempre, anche se con una tensione più sottile tra gli occupanti. L’attenzione si posava su ogni cambiamento dell’ambiente e su ogni notizia dal mondo.
La camera al pianterreno, che era stata di Elisa, era diventata un archivio di materiali e informazioni: tutto ciò che riuscivano a trovare su eventi particolari del passato e su come si erano risolti. Nella raccolta erano entrate anche le leggende di Atlantide.
Elisa si era stabilita, o forse imposta, nella camera di Marco, che non ne era dispiaciuto, salvo per il minor spazio a disposizione. Da pochi giorni avevano montato un nuovo armadio. La loro vicinanza contribuiva a migliorare l’umore di tutti, grazie alle battute reciproche che spesso sfociavano in momenti di ilarità.
Elisa si lasciò sprofondare al fianco di Marco, che stava scorrendo diverse pagine di appunti.
"Marco," disse con tono lieve. "Posso?"
Marco girò la testa sorridendo. "Certo, stavo cercando di dare un ordine a questo caos." Scosse i fogli. "Tra visioni, miti e leggende inizio a non capirci niente."
Elisa si sollevò leggermente, appoggiandosi a lui. "O forse non hai mai capito niente." Sorrise, baciandolo.
Marco si lasciò andare, ricambiando intensamente, ma lei lo scostò appena, sempre sorridendo. "Prima il lavoro, poi…"
"Non puoi fare così." Marco si mise a ridere. "Adesso ho perso il filo."
"Raccontami cosa hai intuito e ti aiuto a riprenderlo." Gli colpì il naso con un dito. "E magari a infilarlo nella cruna dell’ago."
Marco prese il portatile ordinario, dove stava annotando le informazioni importanti. "Un fatto certo è che la Legio IX è stata in Britannia, poi sembra sia stata spostata e unita ai superstiti di altre legioni."
"Questo già lo sapevo."
"Sto ricapitolando."
"Va bene, continua." Elisa mosse le mani, invitandolo a proseguire.
"Ci sono molte storie sulla loro scomparsa, che non escludo sia stata semplicemente dimenticata per la pessima figura subita." Fece scorrere il testo con il mouse. "Se ci scostiamo da tutto questo e ci atteniamo alla rete…" Si fermò un attimo. "Potrebbe emergere un altro quadro."
Elisa stava per rispondere, ma non ne ebbe il tempo: "Quale sarebbe questo quadro?" Livia si avvicinò rapidamente, scalza, incurante di essere in costume a due pezzi. Si chinò da dietro lo schienale del divano, avvicinandosi quanto bastava per leggere lo schermo. I capelli sciolti le ricaddero su Marco, sfiorandogli il viso.
Marco smise di leggere, cercando di levarsi i capelli di dosso, infastidito, non quanto Elisa, che scoppiò a ridere. "Stai cercando di circuire il mio uomo?" disse serena.
Allungò una mano verso lo schienale e afferrò una maglietta, lanciandola contro Livia. "Mettiti almeno qualcosa."
Livia prese la maglietta e se la infilò senza spostarsi. "Continua, Marco." Lo incalzò. "Che quadro hai ipotizzato con la legione?"
"Se restiamo alla storia e ai secoli di ricami, non torna niente." Marco scorse le note. "Villaggi distrutti, ribellioni, una regina che si vendica… ma non spiega perché la legione sparisce."
Indicò lo schermo. "Quei villaggi non erano solo ribelli. Stavano facendo tutti la stessa cosa."
Livia, ancora chinata dietro di lui, strinse appena lo sguardo. "Sulla rete?"
Marco annuì. "Sì. E la legione li ha distrutti uno dopo l’altro, senza capire cosa stava toccando."
Livia non si mosse. "Non erano punti isolati."
Marco si fermò un istante, poi riprese. "No. Era qualcosa di più grande." Si passò una mano sul viso. "Poi arriva Boudicca."
Elisa restò in silenzio, seguendo. Non era più appoggiata a Marco: il gioco era finito.
"Il suo non è stato solo un attacco contro la legione. È stato preceduto da un rito, citato solo in qualche leggenda."
Fece scorrere lentamente il testo. "Con quel gesto ha spinto tutto oltre il limite."
Elisa parlò a bassa voce. "Ha rotto l’equilibrio."
Marco sollevò appena lo sguardo. "Sì." Si fermò.
Livia si raddrizzò, portando i capelli dietro la testa e fermandoli con un elastico. "Sì, la legione è stata sconfitta in battaglia, ma con sé ha portato qualcosa, nato da atti di violenza e da un rito impuro."
Marco annuì. "Forse Boudicca era legata alla rete, pur non essendo una custode…" sospirò. "E quello che ha subito, insieme al suo popolo, le ha permesso di attingere alla rete, ma nel modo sbagliato."
"Perdendosi," concluse Elisa. "La legione non è stata sconfitta." Abbassò la voce. "È finita dentro qualcosa."
"Questo significa che, in qualche modo, quello che resta della legione sta cercando di emergere oggi?" La voce di Agnese arrivò dalla porta.
Tutti si girarono. Fu Livia a replicare. "Potrebbe essere. È solo una teoria tra tante possibili." Si strofinò il braccio. "Certo… farebbe scena vedere una legione romana del primo secolo marciare per le strade di Roma."
"Ti aspetti di vedere i legionari?" chiese Elisa, perplessa.
"Temo che ne uscirebbe solo il male puro," replicò Agnese, seria.
"Se è successo, di loro non sarà rimasto molto. Saranno rimasti gli istinti e gli scopi della legione. Non proprio male puro, ma qualcosa di altamente pericoloso," disse Livia.
Elisa si era alzata, dirigendosi verso la cucina. "Ho messo in fresco della tisana di ortica, ne volete anche voi?"
"Sì, grazie. Torno subito." Livia si avviò verso le scale, la maglietta le copriva il tronco lasciando scoperte le gambe abbronzate e tornite.
"Anche per noi," replicarono Marco e Agnese.
Elisa prese la caraffa dal frigorifero, riempiendo i bicchieri per tutti, quando un rumore sordo arrivò dal piano di sopra, seguito da una raffica di accidenti di Livia.
"Livia, tutto bene?" disse Marco, alzando la voce per farsi sentire.
"No!" la risposta fu secca. "Ho preso una ginocchiata contro il comodino…"
Di sotto risero, cercando di non farsi sentire.
"So che state ridendo, anche se non vi vedo."
Elisa portò i bicchieri in tavola, ridacchiando. "Ecco qui, un po’ di ortica al giorno aiuta a restare in forma."
Livia scese di corsa con scarpe da ginnastica, calzoni lunghi e maglietta. "Eccomi, avete finito di ridere alle mie spalle?" Prese il suo bicchiere ancora pieno.
"Livia, mi sembra chiaro che bisogna riunire dei custodi." Marco era calmo. "Questa è la mia interpretazione."
Livia annuì. "Ho la stessa convinzione, ma non credo che sia solo quello."
"L’unione di più persone può portare nuove idee," replicò Agnese. "Noi ci conosciamo troppo bene e rischiamo di tornare sempre sulle stesse convinzioni."
Elisa si rese conto che stavano per entrare in stallo. Si appoggiò al tavolo con una mano, in una posizione sbarazzina. "Visto che ci conosciamo bene…" disse con tono ricco di sottintesi, "che fine ha fatto Carlo?"
Livia tossì, facendo schizzare la tisana che aveva in bocca. "Elisa! Sei sempre inopportuna."
"Era tanto per sapere…"
"Carlo è fuori regione per lavoro," replicò con semplicità. "Spero solo che questa volta torni prima che ci stanchiamo."
Livia sedette al tavolino del laboratorio; avevano pranzato sotto il portico cercando di parlare di cose banali, ma non era stato facile: qualsiasi discorso finiva per ricadere sul problema impellente. Durante il pranzo era arrivata una notifica a Marco, che segnalava un articolo locale su un abbassamento improvviso del lago di Bracciano, seguito da un innalzamento che aveva allagato parte dei paesi sulle rive.
Aprì il client di posta e iniziò a scrivere un messaggio.
Destinatario: sofia.ferrenzi@gmail.com
Oggetto: soluzioni di sicurezza per la casa
Ciao Sofia,
spero che tu stia bene e che le cose vadano bene a Volterra.
Qui stiamo facendo delle ristrutturazioni e avrei piacere di avere la tua consulenza in tema di sicurezza.
Sembra che i sistemi di controllo che abbiamo messo sulla rete che protegge i noccioli funzionino male.
Spero tu possa venire.
Sempre tua,
Dottoressa Livia Cardeni
Premette il pulsante di invio senza rileggere, sperando che la combinazione di parole e titoli facesse capire a Sofia la reale necessità; si guardò attorno, rendendosi conto di quanto poca importanza avesse ciò che la circondava alla luce di quanto stava accadendo.
Il suono di un nuovo messaggio la riportò allo schermo del portatile; cliccò sul messaggio in arrivo.
Buongiorno dottoressa Livia,
sono in ferie, il museo ha chiuso per alcuni problemi.
Sarò da voi domani mattina.
Sofia
Livia lasciò uscire il fiato che aveva trattenuto, ripose il portatile nel cassetto e si alzò. Con passo rapido uscì dal laboratorio, senza chiuderlo a chiave.
Attraversò la stanza uscendo all’esterno, dove Marco ed Elisa si stavano riposando, prendendo il sole sulle sdraio.
"Ho scritto a Sofia. Ha risposto." Lasciò cadere la frase.
Marco aprì gli occhi. "Cosa dice?"
"Arriva domani mattina, il museo è di nuovo chiuso."
Elisa si stiracchiò. "Chi è Sofia?"
"Non la conosci," replicò Livia. "È come noi, ma si trova a Volterra."
Elisa si alzò, prendendo la maglietta. "Vado a sistemare la camera matrimoniale degli ospiti al piano di sopra." Il tono era serio. "Sta per iniziare il congresso dei custodi."
Marco la guardò. "Tutto bene, Elisa?"
"Sì, tutto bene." Sorrise. "Le cose si stanno muovendo e spero si stia andando nella direzione giusta." Li lasciò entrando in casa con la maglietta appoggiata sulla spalla.
Livia si sedette a terra, di fianco a Marco. "Cosa le prende?" disse, con tono preoccupato.
"Niente, in queste settimane le è precipitato addosso un universo che ignorava." Cercò le parole. "Cerca di essere forte, ma non è facile per lei comprendere tutto questo e cercare di essere utile."
Livia sospirò. "Non voglio che si senta inferiore, la sua presenza è importante. Anche se non è un custode, riesce a dare più di quanto riusciamo a dare noi. E…"
Marco la fermò con un cenno della mano. "Non preoccuparti. Non si sente inferiore, anzi, sembra abbia trovato uno scopo, o una risposta a qualcosa che le mancava."
"Era così seria."
Marco annuì, mettendosi a sedere. "Sì, ma non perché scocciata. Perché sente che è tempo di essere seri e concreti."
La giornata trascorse tra ricerche e lavori ai due casali, finché la notte li accolse, precipitandoli nei loro sogni o incubi. All’improvviso il suono della campana riecheggiò in casa.
Livia si svegliò di colpo, posando lo sguardo fuori fuoco sulla sveglia. "Le sei?" il tono scocciato. "Ma chi diavolo…" La campana suonò di nuovo.
La voce di Marco giunse dal corridoio. "Ma chi è a quest’ora?!"
Seguì quella di Elisa. "Ci scommetto che è la vostra amica." Il tono nervoso. "Se è lei, colazione pronta per tutta la settimana."
La risposta di Marco si perse sulle scale. "Scordatelo."
Livia si passò le mani sul viso e si alzò. Lasciò la camera e raggiunse il piano di sotto, dove vide Marco in calzoncini leggeri; Elisa con una camicia da notte corta e quasi trasparente. Poi abbassò lo sguardo su di sé: top e calzoncini leggeri. L’abbigliamento perfetto per ricevere qualcuno all’alba. Scosse la testa.
Marco aprì la porta sbadigliando e si trovò di fronte Sofia, vestiti comodi e due zaini. Prima di salutarla guardò fuori, scorgendo la macchina poco distante. "Pensavo fossi arrivata a piedi dalla Toscana." Si spostò. "Ciao Sofia, entra."
Sofia entrò guardandoli. "Dormiglioni, state ancora in pigiama?" si mise a ridere.
"Sai com’è, a volte capita anche a noi di dormire." replicò Livia avvicinandosi. "Ciao, tutto bene?"
Sofia annuì. "Nel limite del possibile direi di sì." Non aggiunse altro, guardando Elisa.
"Ciao, sono Elisa, tu devi essere Sofia." Allungò la mano. "Conosco tutto della vostra natura."
Sofia si rilassò, stringendole la mano con fermezza. "Sono io, piacere di conoscerti." Lasciò cadere a terra gli zaini. "Siete sistemati in un bel posto, farei volentieri a cambio."
Marco chiuse la porta. "Poi ti mostro la tua camera." Prese gli zaini. "Elisa, andiamo a darci una sistemata e lasciamo che Livia parli con Sofia."
"Grazie." Poi guardò Livia. "Mi sembri in forma, è la prima volta che ti vedo in divisa." disse ironicamente.
Livia ignorò l’insinuazione e si avvicinò alla cucina. "Dall’ultima volta mi sembra che hai perso peso, ti trovo bene." Armeggiò con il bollitore, preparando le tisane.
Sofia annuì. "La vita da custode tiene in forma." Si fece seria. "Avete capito cosa sta succedendo?"
Livia le fece cenno di sedersi, mentre posava le tisane e il barattolo di biscotti sul tavolo. Iniziò a parlare, spiegandole tutto quello che avevano scoperto e concluso. Tra domande e risposte passò quasi un’ora.
Marco ed Elisa scesero poco prima che finisse, servendosi la colazione. Nessuno dei due si intromise; Elisa si limitò a passare a Livia i vestiti puliti e piegati che aveva preso in camera.
"Con questo è tutto," disse Livia. Prese i vestiti e, spogliatasi di quanto aveva addosso, si rivestì per affrontare la giornata.
"Da noi hanno chiuso il museo," iniziò a raccontare. "A volte la gente aveva la sensazione che le stanze si muovessero."
"Come la nostra camera all’inizio," aggiunse Elisa.
"Alcuni edifici hanno subito dei danni senza una ragione apparente," continuò Sofia. "Tutte quelle cose di cui si legge sui giornali, ma che non suscitano molto interesse."
"E il tuo collegamento con il velo?" chiese Livia. "La nostra rete è silenziosa."
"Anche la mia città." Sospirò. "Quindi pensate che servano più custodi, sette, per spiegare e forse risolvere tutto questo?"
Annuirono tutti.
"Sì," rispose Elisa. "Ma ora siete solo in quattro."
La guardarono tutti senza replicare.
La giornata precedente aveva visto tutte le loro forze unite in cerca di spiegazioni e strade da seguire, e quella che stava per iniziare non prometteva nulla di rilassante.
Livia era in piedi davanti alla finestra, lo sguardo sui noccioli e sulle colline; tra le mani reggeva la tisana della colazione, ancora troppo calda per essere bevuta in estate.
Marco era seduto al tavolo, scorrendo le notizie sul portatile, la tisana al fianco con qualche biscotto sparso su un tovagliolo.
"Sembra che questa notte non sia successo nulla di strano." Fece una pausa. "Sei riuscita a riposare questa notte?"
Portò la mano dietro la nuca, infastidito da una fitta.
Poi arrivò.
Livia si sentì cadere nella visione: un momento era nel casale, quello dopo stava guardando dall’interno di occhi che non erano i suoi un appartamento che non aveva mai visto.
Il pavimento era di parquet chiaro. Le finestre ampie davano su un cortile interno. Una cucina piccola ma ordinata. Arredamento semplice, colori neutri, qualche libro impilato sul tavolo. L’anno, capì quasi subito da un calendario appeso vicino alla porta, era quindici anni prima.
Sentì le mani, non erano le sue, posarsi sul bordo del lavandino, e guardò verso il basso: dita lunghe, pelle chiara, niente smalto. Una donna. Giovane. Non lei.
Livia. La voce di Marco era dentro la visione, ma veniva da lontano, come se parlasse attraverso uno strato d’acqua.
Sono qui, rispose senza muovere le labbra. Sono in qualcuno.
Anch’io, disse lui. Un uomo. Non so chi.
Non c’era panico, solo l’attenzione che usavano quando qualcosa di nuovo si presentava e non conveniva reagire prima di capire. Rimasero in silenzio per qualche istante, osservatori in corpi non loro.
I giorni nella visione non scivolavano: si contraevano, si dilatavano secondo una logica che non era quella del tempo ordinario, come quando si ricorda un periodo della propria vita e si vede tutto insieme, condensato, senza perdere nulla di essenziale.
La donna che Livia abitava si chiamava, scoprì, Elena. Lo capì quando qualcuno la chiamò per nome nella prima scena che la visione le mostrò chiaramente: una cena tra amici, tavolo lungo, vino, conversazioni sovrapposte. L’uomo che stava dall’altra parte del tavolo aveva occhi scuri e un modo di ascoltare che faceva sentire chi parlava l’unica persona nella stanza.
Lo vedi? chiese Marco.
Sì.
Sono io. Voglio dire… sono in lui.
Livia osservò l’uomo più attentamente. Non era Marco. Ma qualcosa nel modo in cui teneva le spalle, in cui aspettava prima di rispondere, le ricordava qualcosa di familiare che non riusciva a nominare.
La cena finì. I giorni scorsero.
Si frequentavano già da prima di quella cena, questo la visione lo rendeva chiaro senza mostrarlo. Si erano incontrati per lavoro, o forse attraverso conoscenze comuni; il dettaglio non era importante.
Il modo in cui l’uomo aspettava Elena fuori da un portone, sotto la pioggia, con l’ombrello tenuto con poca convinzione. Il modo in cui lei rideva di qualcosa che lui diceva in macchina e si voltava dall’altra parte per non farglielo vedere. Le conversazioni lunghe che finivano a tarda notte senza che nessuno dei due se ne accorgesse.
Livia osservava tutto dall’interno, con una sensazione strana. Non era il suo corpo, non erano le sue emozioni, eppure le arrivavano addosso con una precisione che la coglieva di sorpresa. Il calore di quella mano che si posava sulla sua in un momento senza importanza. Il sollievo fisico di essere in un posto e non voler essere da nessun’altra parte.
Come stai? chiese Marco a un certo punto.
Sto guardando, disse lei.
Arrivò il giorno in cui portarono le scatole. Non era un appartamento grande; il nuovo era più piccolo di quello che Elena aveva prima, ma con una finestra che dava sui tetti e la luce del pomeriggio che entrava di taglio sul pavimento. L’uomo, Livia continuava a non sentire il suo nome, sistemava libri su una mensola mentre Elena scartava i piatti dalla carta da giornale e li metteva nel ripiano basso.
Era un momento qualunque. Niente di solenne.
Livia capì che stava guardando qualcosa di vero. Non una storia, un ricordo. Qualcuno, da qualche parte, le stava mostrando questo.
Caran, disse mentalmente, senza essere sicura del perché.
Nessuna risposta. Ma la sensazione rimase.
Passarono mesi nella visione, almeno così sembrava, anche se il tempo era compresso.
L’autunno portò abitudini nuove. La mattina, il caffè preparato dall’uno prima che l’altra si svegliasse. Il modo in cui l’uomo riconosceva quando Elena aveva avuto una giornata difficile e non lo diceva, ma metteva sul piano cottura qualcosa che bolliva piano. Il silenzio condiviso, che non aveva niente di pesante.
Livia si sorprese ad aspettare quei momenti. Non le emozioni travolgenti, ma le cose piccole. Il gesto abitudinario. La normalità costruita insieme, giorno dopo giorno, che non assomigliava a nessuna delle storie che si raccontano ma aveva qualcosa di definitivo.
Marco, disse a un certo punto.
Sì.
Cosa stiamo guardando, secondo te?
Un silenzio. Poi: Non lo so ancora. Ma qualcuno vuole che lo vediamo.
Elena scoprì di essere incinta in un mattino di marzo.
Livia era presente, lo era sempre, e sentì il passaggio netto: la sorpresa, poi il tempo di un istante in cui tutto cambiava direzione, e subito dopo qualcosa di più concreto, che si fissava nel corpo.
L’uomo era in cucina. Elena rimase ferma in bagno per qualche minuto, il test ancora in mano, lo sguardo sul muro. Poi aprì la porta.
Non disse niente. Gli si avvicinò, gli mostrò ciò che teneva in mano, e aspettò.
Lui guardò il test. Poi guardò lei. Poi rise, una risata breve, incredula, che si interruppe quasi subito, e la strinse a sé con una forza che non aveva niente di misurato.
Livia, disse Marco nella visione. La voce era cambiata appena, più attenta.
Lo so, rispose lei.
I mesi della gravidanza scorrevano con quella stessa logica compressa.
La visione le restituiva il corpo, non la sequenza. Il modo in cui Elena si muoveva diversamente già dal secondo mese, più attenta allo spazio. La stanchezza che arrivava senza preavviso e si portava via ore della giornata. I momenti in cui l’uomo posava la mano sul ventre e restava fermo, in ascolto.
Non era idillio. C’erano sere difficili, notti insonni, conversazioni interrotte. La visione non lo nascondeva, ma lo teneva dentro il resto.
Livia osservava e sentiva. Il peso, il calore, il battito accelerato, la pressione sotto le costole che nelle ultime settimane non lasciava mai del tutto.
È pesante, disse a Marco una volta.
Sì, disse lui.
Il parto arrivò di notte.
Livia non aveva parole per quello che attraversò nelle ore che seguirono. Era il corpo di un’altra donna, un’esperienza che non aveva vissuto in prima persona, eppure la sentiva con una precisione che non lasciava distanza.
Il dolore era reale. Ondate lunghe, il fiato che si accorciava, la concentrazione che diventava l’unica cosa possibile. L’uomo era lì, Livia lo sentiva attraverso la mano di Elena che stringeva la sua, e non diceva le cose giuste perché non esistono le cose giuste, ma era presente con quella presenza fisica che vale più delle parole.
Il dolore era incessante, crescendo fino a diventare qualcosa che non era più solo dolore ma movimento, direzione, e poi, in un istante che compresse tutto quello che era venuto prima, un pianto.
La visione si spostò, era nel Mitreo in un giorno del passato, mentre parlava con una bambina curiosa che vedeva quello che vedeva lei.
La visione si dissolse.
Livia era di nuovo in piedi davanti alla finestra del casale. La tazza era ancora calda. Il noccioleto immobile nel mattino grigio.
"Sembra che questa notte non sia successo nulla di strano." Fece una pausa. "Sei riuscita a riposare questa notte?"
Sentì le mani cedere e la tazza rompersi sul pavimento, il liquido caldo che schizzava ovunque. Sapeva che Marco non ricordava gli anni trascorsi nella visione.
Marco si girò di scatto. "Mi hai fatto prendere un colpo, va tutto bene?" La vide tremare, bagnata di un sudore diverso, non per il caldo.
Lei non si mosse. Disse solo due parole, a bassa voce: "Arianrhod… Arianna." Poi scappò salendo le scale e lasciando scorrere le lacrime.
Marco la seguì, chiamando Elisa che era in bagno, poi si diresse verso la camera di Livia e bussò due volte, a voce bassa. "Livia."
Nessuna risposta.
"Livia, almeno dimmi che stai bene."
Silenzio. Poi, attutito dal legno, un suono che non era una parola.
Marco rimase fermo davanti alla porta per qualche secondo, la mano ancora sollevata. Poi la abbassò.
Elisa si avvicinò. "Livia, sono io, ti prego apri."
"Non apre," disse lui.
"Lo vedo."
Scesero insieme. Marco si sedette al tavolo, la tisana ormai fredda davanti a lui. Elisa raccolse i cocci della tazza dal pavimento senza dire niente, poi passò uno straccio umido. Il silenzio in cucina aveva una qualità diversa da quello di prima.
"Dovremmo insistere," disse Elisa alla fine, senza voltarsi.
"L’abbiamo già fatto."
"Forse Agnese…"
Agnese arrivò prima che finisse la frase, come se avesse sentito qualcosa nell’aria prima ancora di svegliarsi.
"Dov’è?" disse.
"In camera," disse Marco. "Non apre ed era strana."
Agnese non commentò. Salì le scale con il passo lento e sicuro di chi conosce ogni gradino, si fermò davanti alla porta e bussò una sola volta.
"Livia. Sono io."
Un silenzio. Poi il rumore del chiavistello.
La camera era in penombra, le imposte accostate. Livia era seduta sul bordo del letto, i capelli sciolti e ancora disordinati, le ginocchia strette tra le braccia. Aveva smesso di piangere, ma i segni erano ancora lì.
Agnese entrò, si guardò intorno un momento, poi aprì un solo battente. La luce del mattino entrò di taglio, senza invadere. Si sedette sulla sedia vicino al comodino, posò le mani in grembo e aspettò.
Livia non parlò subito. Fissava il pavimento, come se stesse cercando da dove cominciare, o se farlo. Poi iniziò.
Raccontò tutto nell’ordine in cui era accaduto, senza saltare niente: la visione arrivata mentre reggeva la tazza, la caduta dentro un corpo che non era il suo, l’appartamento, Elena. Il modo in cui i giorni si erano compressi senza perdere niente di essenziale. Marco nell’uomo, la sua voce dentro quella distanza. Le scatole, l’autunno, le abitudini costruite in silenzio.
La gravidanza. Il parto.
Quando arrivò a quel punto si fermò un momento, non per trattenersi, ma perché le mancavano le parole. "Non era il mio corpo," disse alla fine. "Ma l’ho sentito come se lo fosse."
Agnese non si era mossa dall’inizio. Ascoltava in silenzio, senza lasciare trapelare nulla.
"E poi," continuò Livia, "prima che finisse tutto, la visione si è spostata. Ero al Mitreo, alcuni mesi dopo il mio inizio, e stavo parlando con una bambina."
Sollevò lo sguardo su Agnese per la prima volta.
"Quando sono tornata qui, Marco stava ancora dicendo le stesse parole di prima. Non ricordava niente. Per lui non era passato nemmeno un secondo." La voce si incrinò appena. "Per me erano anni." Tirò su con il naso. "Li ho vissuti come li ha vissuti Elena."
Agnese rimase in silenzio ancora qualche istante. "E la bambina al Mitreo," disse. "L’hai già vista, era un ricordo o una visione?"
Livia annuì. "Era un ricordo. Avevamo parlato, e lei era come me, non ancora pronta." Tirò su di nuovo con il naso. "Le avevo promesso che un giorno sarebbe venuta a farmi delle domande e io le avrei raccontato dei custodi." Si lasciò andare e le lacrime ripresero a scorrere.
Agnese si spostò accanto a lei e la abbracciò. "Posso solo darti il mio conforto. Non so come spiegare quello che avete vissuto, ma sicuramente c’è la presenza di Caran."
Livia annuì, tenendola vicino a sé. "L’ho pensato anche io. Ho provato ad avere conferma, ma non ho ricevuto risposta." Le lacrime si erano fermate. "Perché Marco era con me e non ricorda? Ora cosa racconto ad Elisa?"
"Se era con te c’è un motivo. Per quanto riguarda Elisa è meglio omettere qualche fatto, in questo momento non abbiamo bisogno di scatti di gelosia."
Livia annuì. "Hai ragione, potrebbe fraintendere." Il tono era tornato fermo. "Visto che Marco non ricorda, posso ricamare qualcosa per condividere quanto accaduto, senza coinvolgerlo."
"Riesci a scendere? Devo parlarvi." Fece una pausa. "Con tutti, anche Sofia."
Arrivarono al piano di sotto. Livia era tornata presentabile; a parte gli occhi arrossati, era apparentemente quella di sempre. Marco ed Elisa la guardarono, sospirando sollevati, e Sofia la salutò con la mano dalla cucina.
Fu Agnese a rompere il silenzio. "Ottimo, siete tutti qui, dobbiamo parlare e voi dovete ascoltare."
Il rumore arrivò improvviso: un motore che rallentava sul piazzale, il crepitio della ghiaia sotto le ruote, poi il silenzio.
Tutti si girarono verso la porta lasciata aperta.
Entrò una donna con pantaloni e giubbino di jeans consumati, il casco sotto il braccio, con la naturalezza di chi lo porta da decenni. I capelli bianchi erano più corti di come Livia li ricordava, raccolti in modo sbrigativo dietro la nuca. Gli occhi d’ambra si posarono sulla stanza con la calma di chi arriva in un posto che conosce, anche se è cambiato.
Elisa fece un passo indietro, quasi senza accorgersene.
Marco rimase fermo, lo sguardo che passava dalla donna ad Agnese e tornava, cercando di capire se quella presenza fosse attesa o meno.
Livia non si mosse. "Sibilla," disse lentamente.
"Livia." La voce era quella che ricordava. Posò il casco sul bordo del tavolo e si guardò intorno un momento. "Avete una tisana fresca?"
Elisa si precipitò al frigorifero, prese la brocca di tisana di ortica e riempì un grosso bicchiere.
Livia le si avvicinò. "Mia guida." Le sorrise. "Sono contenta che tu sia qui in questo momento."
Sibilla sbuffò, prendendo la tisana dalle mani di Elisa. "Ho sentito che ora non sei più una discepola, ma una guida." Lo sguardo si spostò su Sofia mentre sorseggiava. "Livia, è opera tua?" disse, spingendo in avanti il bicchiere.
Livia annuì. "Sì, in questo periodo qualsiasi cosa dia energia è ben accolta."
"Si può migliorare. Il gusto è blando."
Livia rise, spezzando la tensione.
"Lei è Sibilla. Sono quello che sono per mano sua."
Agnese si avvicinò a Sibilla e la abbracciò. "Amica mia, ti aspettavo."
Si accomodarono sul divano e si aggiornarono rapidamente sugli ultimi accadimenti. Ci vollero pochi minuti, durante i quali Livia evitò gli sguardi degli altri.
Quando Agnese ebbe finito, Livia si spostò in modo che tutti potessero vederla. "Questa mattina ho avuto una visione molto particolare."
Marco ed Elisa stavano per parlare, ma li zittì sollevando una mano. "Sono stata catapultata nel corpo di una giovane donna e ho vissuto con lei alcuni anni della sua vita."
Agnese ascoltava, pronta a fermare, insieme a Sibilla, qualsiasi interruzione.
"La donna è andata a vivere con un giovane uomo. Anche in lui c’era qualcuno." Fece una pausa, cercando le parole. "Poi è rimasta incinta e ho passato con lei i nove mesi." La voce le si spezzò per un attimo. "Fino al giorno del parto e al primo vagito."
Agnese si avvicinò, cingendole le spalle e lasciandola continuare.
"La visione si è spezzata e mi sono trovata, un paio di anni fa, al Mitreo, mentre parlavo con la bambina che ho visto i primi mesi." Guardò Sibilla. "Sai di chi parlo."
Sibilla annuì. "Sarò anziana, ma la memoria funziona ancora." Stava riflettendo. "Non ho mai sentito parlare di una cosa del genere, ma ho una teoria."
Tutti la guardarono.
"Sei di secoli più giovane di me e sei arrivata a una teoria?" Non c’era esitazione nelle parole di Agnese.
Sibilla si appoggiò al tavolo, incrociando le braccia. "È successo qualcosa che ha squarciato il velo. Non ha aperto una breccia, lo sta facendo a pezzi." Indicò Marco con il mento. "La tua ipotesi su quanto accaduto alla legione potrebbe essere la spiegazione." Si fermò.
"La vediamo come una possibilità, purtroppo non abbiamo strumenti per analizzare la rete e questi elementi."
"Purtroppo hai ragione, possiamo solo dedurre," riprese Sibilla. "Le vostre esperienze, che vanno oltre quanto sappiamo dei custodi, ci indicano che operavano anche in gruppi, o forse principalmente in gruppi. Significa anche che i custodi erano molti."
Elisa si era seduta. "E pare che il numero sette fosse alla base di questi gruppi."
Sofia iniziò a ripetere a memoria.
"Il settimo figlio maschio di padre settimo figlio nasce guaritore. I settimini, nati a sette mesi, hanno facoltà speciali. Il corpo umano si rinnova ogni sette anni. Il ciclo lunare ha quattro fasi da sette giorni ciascuna. I malefici si legano con sette nodi su un filo. Nella notte di San Giovanni si raccolgono sette erbe diverse. L'acqua delle sette basiliche protegge dal malocchio. Certi trattamenti durano sette giorni consecutivi. I sette sacramenti, i sette peccati capitali e i sette pianeti antichi scandiscono l'intera vita morale e pratica del contadino, dal battesimo alla sepoltura."
Livia guardò Sofia e riprese.
"I sette anni di disgrazia per chi rompe uno specchio. Le febbri si rompono al settimo giorno. Il serpente con sette teste nelle leggende popolari. I sette sigilli dell'Apocalisse, conosciuti anche dai contadini analfabeti attraverso le prediche. La settimana santa dura sette giorni. Certi bambini che non parlano fino ai sette anni erano considerati destinati a qualcosa."
Sibilla riprese il controllo. "Avete studiato." Sorrise. "Fino a circa otto secoli fa non c’è traccia di collettivi di custodi, quindi il rito si è spezzato molto prima. Forse proprio durante le conquiste romane, o forse i custodi si sono semplicemente dispersi."
Livia si era fatta seria. "Tutto questo come entra in quello che ho vissuto?"
Agnese si spostò dal fianco di Livia e iniziò a parlare. "Credo di aver capito." Rifletté per un attimo. "Per affrontare questa spaccatura dobbiamo creare un gruppo di custodi, e deve essere potente." Guardò prima Livia, poi Marco e quindi Sibilla.
"Per quanto i custodi presenti qui siano di grande forza, e io abbia circa ottocento anni…" Lasciò scivolare il concetto senza darvi peso. "Non siamo sette e non siamo abbastanza forti. Forse, quando sono stati eliminati, erano sette volte sette."
Livia la stava osservando, ma si trattenne dall’interromperla, aspettando che finisse.
"I custodi non possono generare figli tra di loro e non possono unirsi." Sembrava una cosa ovvia. "In qualche modo degli ascesi hanno fatto in modo di generare una figlia di due custodi, attraverso una fusione di spiriti. La domanda è: dove si trova ora questa creatura?"
Si divisero, iniziando a parlottare e rinfrescandosi con la tisana. Dovevano metabolizzare quanto appreso e aleggiava spesso lo stesso concetto: in sostanza Livia aveva avuto una figlia. Una frase che arrivava più volte alle sue orecchie, mentre si era messa da parte, in un angolo in ombra della stanza.
Vigil le si avvicinò, toccandola con il muso e guardandola in volto, poi la toccò di nuovo e tornò a fissarla. Lei si abbassò, accarezzandolo, finendo per abbracciarlo e restare attaccata al suo possente corpo.
Fu Elisa a polarizzare di nuovo l’attenzione. "Agnese, mi hai sempre messa a disagio e ora inizio a capire. Hai detto di avere ottocento anni." Non c’era irritazione nella voce. "Credo che ormai hai aperto le porte e ci devi dare qualche spiegazione."
"Ottocento anni," disse. "Arrotondando per difetto. Non ho mai smesso di contarli del tutto, ma a un certo punto i decenni iniziano a sembrare la stessa cosa."
Sofia posò il bicchiere sul tavolo.
"Ero una custode come Livia: stesso ruolo, stesso sangue, stessa voglia sul polso." Portò un momento la mano sinistra al fianco, un gesto vecchio di secoli. "Il territorio in cui vivevo era diverso da questo, ma la rete era la stessa e i miei portali mi conoscevano, come io conoscevo loro. Avevo il mio custode del cammino, un uomo che aveva passato anni a imparare a vedere attraverso il tempo come si impara a leggere, lettera per lettera, finché le parole vengono da sole. Lui aveva il suo fedele cane."
Si fermò, spostando lo sguardo su Vigil, a cui era abbracciata Livia. Nessuno parlò.
"Eravamo arrivati al limite. Non quello che si immagina quando si è giovani: non una soglia luminosa, non un momento solenne. Era più simile a una maturazione, come quando un frutto è pronto e lo sai dal peso, non dal colore. Il territorio lo sapeva prima di noi e avevamo fatto tutto quello che si doveva fare, capito tutto quello che si poteva capire. Quello che Caran e Rhiann hanno attraversato, quella cosa lì, noi stavamo per attraversarla."
Fece una pausa, non per effetto, ma perché le parole che venivano dopo non si dicevano in fretta.
"Arrivò una breccia potente, simile a quella che ha preso Livia al laghetto. Non so da dove venisse, non so cosa cercasse, ma non assomigliava a nulla di quello che avevo visto nei secoli. Era qualcosa di più vecchio, di più fondo, come se non appartenesse al territorio né ad alcun altro. Lui era davanti a me quando la affrontammo e, improvvisamente, non c'era più." La voce rimase piatta, controllata da molto tempo. "Non un corpo. Non una traccia. Niente. Come se non fosse mai esistito. La breccia si chiuse e lui sparì."
Sofia aveva smesso di muoversi. Marco teneva le braccia conserte, gli occhi fissi su Agnese.
"Io rimasi in piedi. Il territorio mi tenne, questo è il suo modo: non lascia andare una custode facilmente. Ma il cammino era rotto nel punto esatto in cui doveva compiersi. Non si può ascendere da soli, non funziona così. Il disegno richiede entrambi, o non si compie. E non si torna indietro a quello che si era prima, non dopo essere arrivati fin lì." Si guardò le mani un momento. "Rimasi fuori dal tempo. Non è come aspettare, non avevo la sensazione di aspettare. Era più simile a essere parte di qualcosa che non ha fretta, che non misura i giorni. I secoli passavano intorno a me come l'acqua passa intorno a un sasso nel fiume."
Elisa aveva smesso di respirare in modo regolare.
"Poi ho conosciuto Sibilla." Un'occhiata breve verso di lei, che non ricambiò. "E ho trovato il modo di stare qui, in questo territorio, e fare quello che potevo fare."
Guardò tutti come se non vedesse nessuno.
"Gli ascesi non spariscono. Questo è quello che volete sapere, credo." Guardò Livia, poi Marco. "Caran e Rhiann non sono andati da nessuna parte. Chi completa il disegno non lascia il mondo, ci affonda dentro, diventa parte della terra stessa, della rete, del tempo. Possono ancora muoversi, ancora intervenire, nei momenti in cui il filo si stringe. Non possono scegliere per voi, non possono guidarvi per mano. Ma nei nodi, nei punti in cui il cammino svolta, possono indicare."
Nessuno riusciva a parlare e il silenzio si trascinò per lunghi minuti, finché Sofia lo spezzò.
"Eravate sul punto di completare il vostro cammino e siete stati divisi, ma è stato davvero casuale?" Il tono era riflessivo. "Quello che avete affrontato voi e quello che ha affrontato poco tempo fa Livia non potrebbero essere manifestazioni di quanto stiamo vivendo?"
Agnese stava per replicare, ma Sofia la fermò.
"Sono solo domande a cui non possiamo dare una risposta." La guardò. "Se questo è il destino ultimo dei custodi, perché gli ascesi sono così pochi?"
"Non capita spesso che una Custode della Soglia e un Custode del Cammino si trovino, e ancora più raramente che a loro si unisca un segugio." Agnese sospirò. "Accade quando deve accadere, tra qualche decennio potrebbe succedere." Guardò Marco e Livia, porgendo loro le mani. "Voi avete una possibilità, con Sibilla lo avevamo capito da prima che vi incontraste."
I due si avvicinarono senza dire una parola.
Sibilla abbracciò tutti con uno sguardo glaciale. "Livia ha vissuto un’esperienza che potrebbe spezzare l’anima di chiunque, dovete esserle vicini." Il tono era severo. "Lei ha vissuto la vita di un’altra persona, per trasferire parte del suo dono nella figlia che avrebbe avuto." Nessuno fiatava. "Per lei non è stata una visione, è stato tutto reale e concreto." Si fermò, scrutandoli.
Fu Agnese a completare il discorso. "Per quello che ricorda Livia e per il suo corpo, lei oggi ha avuto una figlia e nello stesso momento l’ha persa." Accarezzò il volto di Livia. "Quella bambina è potente, unisce in sé due custodi. In qualche modo, lei è nata ascesa."
Livia si avvicinò ad Elisa, porgendole il ciondolo. "Non lo merito."
Il gesto raggelò tutti per quanto era inatteso.
"Non capisco…"
"Ti ho tradito."
"Livia, cosa stai dicendo?" Elisa era spaventata.
"La bambina…" La guardò negli occhi, lasciando il ciondolo nel palmo di Elisa. "Lei è figlia mia e di Marco."
Marco restò allibito. "Non ho avuto visioni, cosa dici?"
"C'eri anche tu, ma non lo ricordi."
Elisa la guardò severa, poi guardò il ciondolo, chiudendolo nel pugno. "Cosa dovrei farci?" chiese sorridendo, aprendo la mano. "L'ho regalato a te, è tuo e voglio che lo resti." Legò il ciondolo al polso sinistro di Livia. "Questo è il suo posto, la bambina l'hanno avuta Elena e il suo uomo."
"Elisa…" Livia non riusciva a parlare.
"Io non sono una custode, lo siete voi. Quanto è accaduto non è un tradimento verso di me. È qualcosa di necessario, che doveva accadere."
Marco si avvicinò e si abbracciarono tutti e tre.
Poi Elisa si staccò, battendo le mani. "Forza, pelandroni, abbiamo una ragazza da trovare e un antico rito da ricreare."
La notte di luglio tratteneva ancora il caldo del giorno tra le pietre del casale. Vigil era sdraiato vicino al camino spento, il mento sulle zampe anteriori; tutti dormivano da qualche ora dopo le rivelazioni della giornata precedente.
L’urlo arrivò all’improvviso, breve e strozzato. Una voce di donna che si spezzò prima di finire, seguita da un tonfo secco e dal rumore di tegole infrante.
Vigil scattò in piedi e abbaiò, un abbaiare secco e ripetuto che risalì le scale e riempì la casa, mentre dal piano di sopra arrivò la voce di Marco, il nome di Elisa pronunciato due volte. Poi i suoi passi sulle scale, veloci e pesanti, e la porta si aprì di colpo, sbattendo contro il muro. Di nuovo il nome di Elisa, chiamato.
Sofia uscì dalla sua camera e vide la scala e Marco già in movimento verso la porta. Livia era già nel corridoio: arrivò di corsa, scalza, verso la scala. La porta della stanza di Marco ed Elisa era aperta, il letto vuoto nel buio e la finestra, con gli scuri, spalancati.
Scesero di corsa senza parlare, mentre Vigil continuava ad abbaiare dall’esterno, davanti alla porta aperta sul lato sud. La notte era immobile. Marco era già oltre il porticato ed Elisa era a terra.
Il corpo era sul fianco sinistro, parallelo alla casa e di schiena; la camicia da notte chiara era attorcigliata alle gambe, con un braccio piegato sotto il corpo in una posizione innaturale. I capelli, chiazzati di sangue, le coprivano il viso.
Sofia notò subito le macchie di sangue sparse sul terreno, insieme ai frammenti di alcune tegole del portico; toccò il fianco di Livia, richiamandone l’attenzione, e indicò degli schizzi di sangue lungo quella che sembrava una traiettoria.
Entrambe spostarono lo sguardo verso il tetto spiovente del porticato, dove alcune tegole erano scivolate. Le luci notturne non permettevano di vedere i dettagli, ma videro la finestra aperta, quattro metri sopra, con gli scuri spalancati verso l’esterno.
Marco era in ginocchio di fronte a lei. Le labbra di Elisa erano coperte di sangue, una chiazza già larga sul terreno; il corpo parlava da solo, segni ovunque, graffi, tagli, altri lasciati intravedere dalle macchie sulla camicia da notte.
Le parole uscirono meccanicamente. "Non c'è battito…"
Livia si bloccò mentre Sofia corse al fianco di Marco, spingendolo via. La mano si portò rapida all’attaccatura della spalla, muovendosi in quella che sembrava una stretta vulcaniana.
"Non c'è reazione, aiutatemi a girarla. Devo provare con una manovra RCP." Bloccò con movimenti precisi il collo, dando istruzioni secche a Marco e Livia mentre la giravano sulla schiena.
"Non dovremmo muoverla," disse Marco con voce distante.
"Alle conseguenze penseremo dopo, ora deve riprendere a respirare," rispose Sofia, seccamente. "Livia, chiama il uno uno due e digli cosa sta succedendo."
Con un movimento secco aprì la camicia da notte sul torace, posando le mani sullo sterno nella posizione tipica della RCP. Poi iniziò a comprimere, mormorando la melodia di Stayin' Alive per mantenere il ritmo.
Sofia continuò le compressioni; a tratti altro sangue usciva dalla bocca e dal suo volto si capiva che aveva poche speranze. Le mani affondavano nello sterno di almeno sei centimetri, ma le braccia iniziarono a tremare per lo sforzo.
"Livia!"
La chiamò respirando a fatica, aiutandola a trovare la posizione per proseguire con la manovra. Poi fu il turno di Marco, e di nuovo il suo. Si alternarono più volte.
All’improvviso arrivò un colpo di tosse, accompagnato da altro sangue. Marco era alle compressioni e Sofia lo fermò. Nonostante il pallore, il viola stava lasciando la pelle.
Agnese e Sibilla erano già oltre il porticato quando Elisa tossì.
Nessuno le aveva sentite arrivare. Agnese si abbassò senza una parola, le posò una mano sul petto e rimase ferma qualche secondo con gli occhi chiusi. Quando li riaprì, guardò Sibilla. "Non ce la fa da sola."
Sibilla annuì. "Livia." Non era una domanda. Livia si avvicinò e Agnese le prese le mani senza cerimonie, posandole sulle tempie di Elisa. "Non spostare le mani, qualunque cosa accada."
Agnese posò entrambe le mani sul petto nudo di Elisa, mentre Sibilla sistemava le sue ai lati dei fianchi; Marco e Sofia rimasero indietro. Vigil si fermò e si abbassò sulle zampe anteriori.
Non ci fu nessun segnale visibile, nessuna parola, nessun gesto riconoscibile: solo immobilità e il respiro delle tre donne, che rallentò fino a sincronizzarsi, per poi allinearsi con quello irregolare di Elisa e guidarlo in un modo che non aveva spiegazione.
Livia sentì il calore salire dal terreno lungo le gambe, attraversarle il corpo e raggiungere i palmi. Lo sguardo era fisso su Elisa, su ciò che stava accadendo, qualcosa visto solo nei film.
Il respiro di Elisa tornava regolare, seguendo il loro, mentre il corpo cambiava: il sangue all’angolo della bocca smise di scorrere; le lacerazioni sul viso si chiusero, diventando lividi o piccoli graffi; l’escoriazione sul collo svanì; le ossa si riassestavano, tornando a saldarsi.
Agnese tolse le mani per prima. "Le emorragie interne si sono fermate." Guardò il braccio sinistro di Elisa, ancora in un angolo sbagliato. "Il braccio no. I segni passeranno."
"La testa?" chiese Marco.
"Integra," rispose Sibilla. "Non le resterà niente di neurologico."
Livia tolse le mani dalle tempie di Elisa e rimase immobile, aspettando che il calore si dissolvesse. Guardava Elisa, che fino a pochi momenti prima era morta.
Elisa aprì gli occhi, li tenne per un attimo fissi sul cielo scuro; poi girò la testa di lato e vomitò sangue e altri fluidi sul terreno, ansimando.
"Brava," disse Agnese. "Adesso ti alzi."
"Agnese!"
"Si alza. Lentamente, ma si alza."
La aiutarono a sollevarsi, per gradi, il braccio sinistro tenuto fermo. Elisa non parlò: guardava il terreno davanti a sé, concentrata. Poi si raccolse sotto di sé e, con Livia e Sofia che la sostenevano, si rimise in piedi, raggiungendo la porta con un passo incerto ma continuo.
La sistemarono sul divano con attenzione, il braccio sinistro sostenuto da Sibilla, mentre Agnese recuperava dal ripostiglio ciò che serviva. Marco restò accanto a Elisa, senza intervenire, lo sguardo preoccupato fisso su di lei.
Livia tornò con una bacinella d’acqua tiepida e un panno e iniziò a pulirla senza fretta: il viso, il collo, le spalle, poi le braccia. Il panno si scuriva a ogni passata, l’acqua cambiava colore. Elisa rimaneva ferma, respirando piano, seguendo i movimenti.
Sofia scese dal piano di sopra con un pigiama pulito. La spogliarono con attenzione, permettendo a Livia di pulirle il resto del corpo, poi le misero l’indumento pulito senza toccare il braccio.
Livia aveva chiamato il 112 prima della RCP. I soccorritori arrivarono trovando Elisa sul divano, il viso pallido ma pulito, il braccio sinistro immobile in grembo.
Fu Elisa a parlare. Disse che si era alzata di notte senza accendere la luce ed era caduta dalla scala. La voce era bassa ma ferma, senza esitazioni. I soccorritori non avevano memoria di una richiesta per una caduta dalla finestra con RCP in corso; i lividi che videro, del resto, erano compatibili con una caduta.
La posizione innaturale del braccio fu attribuita a una distorsione di spalla e gomito. Lo stabilizzarono e lo immobilizzarono sul posto. Quando stavano per portare dentro la barella, Elisa si alzò, si parò davanti alla porta e firmò il rifiuto del trasporto in ospedale.
A parte Vigil, nessuno tornò a dormire. Si ripulirono a turno nei bagni e poi si sistemarono davanti al camino spento. Marco si sedette accanto a Elisa. Sibilla prese una sedia, si mise cavalcioni e appoggiò le braccia allo schienale. Sofia rimase in piedi.
Per alcuni minuti nessuno parlò. Tutti guardavano Elisa.
Fu Marco a rompere il silenzio. "Elisa, perché?"
Elisa scosse il capo. "Non sono stata io!" Il tono era seccato. "Cioè, sono stata io…" cercava le parole. "Mi sono svegliata con l’intenzione di scendere. Una voce nella mia testa diceva che la finestra era la porta. Le gambe hanno seguito quella voce. Ho capito cosa stava succedendo quando stavo già cadendo oltre il davanzale."
Tutti gli sguardi erano su di lei, tanto da farla contrarre con una smorfia per il dolore al braccio. "Non so cosa sia successo." Il tono era rotto.
"Con quello che stiamo affrontando, abbandonerei la razionalità." Livia era ancora scossa. "Qualcosa ha tentato di uccidere Elisa." Lo disse senza esitazione.
"Qualcosa?" chiese Sofia.
"Sì. Un incidente a uno di noi ci indebolirebbe." Guardò Marco. "Se Elisa fosse morta sarebbe stato devastante per lui. E per me."
"In sostanza, la forza che stiamo cercando di fermare sta reagendo. Sta cercando di bloccarci."
Elisa, come gli altri, era spaventata. Li guardò uno per uno. "Sono morta?" La voce tremava. "A un certo punto ho sentito un calore strano: sulle tempie, sul petto, sui fianchi… E ho sentito voi. C’era una rete di luce azzurra." Prese un respiro profondo per trattenere le lacrime.
"Lascia che escano," disse Agnese, calma. "Portano via il male."
Elisa si spostò sul divano, cercando il contatto di Marco. Lui la abbracciò con attenzione, senza dire niente.
Fu Livia a spezzare la tensione, guardando Agnese e Sibilla. "Cosa è successo questa notte?"
"Qualcosa ha manipolato Elisa e…" iniziò Agnese.
Livia la interruppe. "Basta. Ogni segreto svelato ne nasconde un altro. Mi avete stancata." L’ira le passò negli occhi, non più marroni, ma velati d’azzurro. "Abbiamo toccato la rete e curato Elisa!" I pugni si strinsero. "Ma la rete non ama essere forzata."
Sibilla vide i suoi occhi e sentì la rabbia attraversarla come un’onda. "Livia, lasciala andare." La voce era tesa. "Non abbiamo forzato la rete. Abbiamo chiesto il suo aiuto, come gruppo di custodi. E lei è venuta."
"E lei è venuta?" Il corpo di Livia era rigido. "Poteva farlo prima. Quando era morta."
"Non poteva," rispose Agnese. "Doveva essere viva perché noi potessimo intervenire. E lo è stata grazie alla preparazione di Sofia."
"In gruppo… noi…" La voce di Livia si abbassò, le mani si distesero. "Di nuovo un gruppo di custodi, non uno solo." Gli occhi tornarono scuri.
Elisa, stretta a Marco, mormorò: "Quando ho sentito voi… c’era anche la mia bisnonna…"
Il sole entrò dalle finestre e salì alto prima che qualcuno si muovesse nella casa. Elisa si era addormentata appoggiata a Marco, che la sorreggeva con un braccio attorno alla vita, gli occhi chiusi. Livia era arrotolata su una poltrona; Agnese sedeva immobile sull’altra. Sibilla si era sistemata sul letto nella ex camera di Elisa, mentre Sofia era risalita al piano di sopra.
Livia si mosse, cercando di riprendere il controllo del corpo, borbottando per gli indolenzimenti. Si rimise in piedi e, ancora impacciata, si diresse verso la cucina. Aprì gli scuri lungo il percorso, lasciando entrare la luce.
La luce svegliò Elisa. Il dolore le segnò il volto e irrigidì i movimenti; si alzò lentamente, sorreggendosi con il braccio destro. Le faceva male tutto il corpo, ma si fece forza e si girò verso Livia per raggiungerla.
A poco a poco si svegliarono tutti. Il sonno non era stato riposante, ma i loro corpi lo avevano imposto.
Livia mise a scaldare l’acqua senza dire nulla, poi prese un mazzetto di melissa e qualche ago di rosmarino dal ripiano vicino alla finestra. Quando la tisana fu pronta, la versò nelle tazze. Il profumo fresco riempì la cucina, portando con sé una sensazione di calma e un primo ritorno di lucidità.
Elisa raggiunse Livia con fatica, respirando a fondo il profumo della tisana. "Livia, mi fa male tutto, non posso essere di aiuto."
"Non dire così, la sola tua presenza è di aiuto." Le accarezzò il volto. "Non so il perché, ma è così." Le porse una delle tazze. "Ti farà bene… ci farà bene." Abbozzò un sorriso. "Stanotte ho temuto di perderti."
Elisa prese la tazza con la destra. "La vostra rete ha voluto che non succedesse, avrà le sue buone ragioni." Il sorriso le tornò sul volto, facendo sorridere anche Livia.
Marco le cinse la vita da dietro. "Ti amo. Se non fosse stato per Sofia avrei perso la ragione."
Elisa fece una smorfia. "Piano… non so cosa non mi faccia male." Cercò di girare la testa per baciarlo, ma non ci riuscì.
"Avete finito di fare rumore?" protestò Sofia entrando nella sala.
Si sistemarono al lungo tavolo, bevendo la tisana e mangiando biscotti, parlando di quanto accaduto e di ciò che restava da fare.
Toc. Toc. Toc.
Tre colpi alla porta, non la campana. Livia, che era la più vicina, si alzò sbuffando e andò ad aprire.
Aprì e abbassò lo sguardo: davanti a lei c’era una ragazzina, capelli castano chiaro, occhi scuri, undici, forse dodici anni. La ragazza alzò gli occhi e sorrise.
"Ciao madre, sono arrivata."
Tutti si voltarono verso la porta e il volto di Livia cambiò, sconvolto.
La ragazza la scansò ed entrò, rivolgendosi agli altri. "Buongiorno, mi chiamo Arianna. Volendo anche Arianrhod." Sorrise, tranquilla. "In un certo senso sono sua figlia." Indicò Livia con un gesto leggero.
Livia si girò lentamente, poi le andò incontro. "Sei la bambina che era al Mitreo?"
Annuì. "Sì, sono io. Avevi promesso che mi avresti parlato di soglie e custodi." Era sempre serena. "Ora credo non sia più necessario: so cosa sono e cosa siete."
Agnese si alzò e la sfiorò con una mano. "Continuavo a pensare che la visione non fosse reale," disse, lenta.
"Non so di che visione parli, ma io sono reale." Le prese la mano. "Sono come tu avresti dovuto essere, ma sono sola… e sono due."
"Io sono…" iniziò Marco.
"Tu, in un certo senso, sei mio padre. Ma non avresti dovuto saperlo."
Il silenzio calò nella casa. Anche Vigil sembrava perplesso.
Nessuno sapeva dove posare lo sguardo. Arianna era ferma al centro della stanza, le mani lungo i fianchi, uno zaino leggero sulle spalle; guardava intorno senza smettere di sorridere.
Fu Elisa a muoversi per prima, portando il braccio al petto come per trovare la voce. "Come sei arrivata fin qui?"
"Con l’autobus fino a Capranica, poi a piedi." Il tono era quello di chi risponde a una domanda ovvia.
"A piedi da Capranica?" disse Sofia, ancora con la tazza in mano.
"Circa sei chilometri. Non è distante."
Marco guardò Livia, che aveva il viso di chi aspetta ancora che la realtà si sistemi da sola. Poi tornò alla bambina. "Quanti anni hai?"
"Undici. Dodici a novembre." Posò lo zaino a terra, accanto al tavolo. "C’è ancora della tisana?"
Sibilla allungò una mano, prese la tazza di Agnese, rimasta quasi piena, e gliela porse senza alzarsi. Arianna la prese e bevve, restando in piedi.
Livia si avvicinò lentamente, come se ogni passo richiedesse una decisione. La ragazza alzò lo sguardo verso di lei, aspettando. Da vicino aveva qualcosa, nel modo di stare ferma, che non corrispondeva all’età: non era agitazione trattenuta né posa cercata, era semplicemente quiete.
"Sapevo che dovevo trovarti," disse Livia a bassa voce. "Non pensavo che saresti arrivata tu."
Arianna annuì, come se anche questo fosse ovvio. "Stanotte ho sentito qualcosa svegliarsi qui." Guardò Elisa un istante, poi tornò su Livia. "Come un battito che si interrompe e poi riparte."
Elisa rimase seduta, appoggiandosi al tavolo con la destra. "Hai sentito me."
"Non lo sapevo. Ho sentito la rete muoversi in un modo che non avevo mai sentito, come se qualcuno stesse tenendo qualcosa insieme tra le mani." Girò leggermente la testa. "Ho aspettato l’alba e sono uscita di casa. Dovevo farlo."
"Senza dirlo a nessuno?" disse Marco.
"Avrebbero fatto domande e non mi avrebbero lasciato venire da sola." Sorseggiò di nuovo la tisana, guardando la tazza. "Chi l’ha preparata?"
"Io," disse Livia.
"Non male. Si può migliorare."
Agnese la guardò seria, in piedi alle sue spalle. "Dovremo chiamarli e dirgli dove sei, prima che denuncino la scomparsa."
"Se mi dai il numero, ci penso io." Sofia aveva già lo smartphone in mano.
Arianna scosse lentamente la testa. "Se li chiamate arriveranno, e sarà un casino."
Livia aveva ritrovato la sua solidità. "Se non lo facciamo, ti cercheranno. E sarà peggio."
"Un bel dilemma," disse Arianna, con leggerezza.
Sibilla aveva seguito tutto senza muoversi dalla sedia. "Hai detto una cosa strana." La voce era misurata. "Hai detto che sei sola e sei due."
"Sì." Senza aggiungere altro, spostò la sedia di Livia e si accomodò, incrociando le gambe sulla seduta.
"Spiegami."
Arianna si fermò un momento, non per cercare le parole, ma come se stesse decidendo da dove iniziare. "Sento le soglie, come lei." Indicò Livia. "E sento il tempo, come lui." Indicò Marco. "Non sono due cose separate in me. Sono la stessa cosa, ma arrivano da entrambe le parti." Fece una breve pausa. "È difficile da spiegare. È come avere due mani. Non ci penso, le uso."
"Questo significa che da sola riesci a fare quello che richiederebbe una coppia di custodi," disse Livia.
"In teoria. Non ho mai avuto modo di verificarlo."
Marco la guardò. "Hai mangiato qualcosa stamattina?"
"No."
Sofia posò il telefono sul tavolo con un colpo secco; Marco si alzò senza dire nulla, andò in cucina e tornò con altra tisana e una ciotola di biscotti alla marmellata di visciole.
Mentre lui tornava, Elisa si avvicinò a Livia con passi lenti e le parlò a bassa voce. "Come stai?"
"Non lo so ancora." Era sincera.
"Ti somiglia."
Livia la guardò storta. "Non mi somiglia."
"Nel modo di stare ferma, sì."
Arianna mangiava senza fretta, poi spostò lo sguardo verso Vigil, rimasto ai bordi della stanza con le orecchie dritte a osservarla.
"È tuo?" disse, guardando Marco.
"È uno di noi. Si chiama Vigil."
"Lo so." La voce era neutra. "Ho sentito anche lui, stanotte. Prima ancora del battito."
Vigil fece tre passi verso il tavolo e si fermò a un metro, il mento sollevato, le narici in movimento. Arianna abbassò la mano verso di lui, aspettando.
Dopo un attimo, Vigil avanzò, annusò le dita, poi lei gli fece scorrere la mano lungo il collo senza che si tirasse indietro.
Agnese osservò la scena. "Il collare non emette luce."
Marco si girò verso di lei. "Cosa significa?"
"Che non sta verificando niente. La conosce già."
"Ora dammi il numero, così chiamo i tuoi genitori," incalzò Sofia.
"Ti ho detto che sarebbe un problema." Arianna si fece seria. "Non mi piace essere forzata a fare le cose."
Le quattro custodi sbarrarono gli occhi. Arianna posò la tazza sul tavolo, chiuse gli occhi e inspirò lentamente.
Marco si portò la mano dietro la nuca. Livia sentì il mondo scivolare via, poi arrivò: una voce, insieme all’immagine sfocata di una donna che conosceva, con cui aveva condiviso parte della sua vita.
"Livia, Marco. Lei è la cosa più cara della mia vita. Fatele visitare la Tuscia, come d’accordo, e fate in modo che stia bene."
Marco si riprese per primo. Vide il volto pallido di Livia e Arianna che sorrideva mentre mangiava. Fu lui a parlare. "Non serve chiamarli. In qualche modo sanno già di non doversi preoccupare."
Livia prese posto su un’altra sedia. "Cosa sai di noi?"
"Poco e molto." Prese un altro biscotto. "So cosa siete, come funziona la rete, che c’è qualcosa che si sta spezzando e che state cercando di fermarlo." Guardò il biscotto. "In qualche modo so quello che sapete. Ma non ho esperienza diretta di ciò che sono, ho solo conoscenza."
Sibilla si alzò e rimise a posto la sedia con un gesto preciso. "Una domanda pratica." Il tono era diretto, senza durezza. "Sei qui, sei arrivata, sappiamo chi sei. Ma una bambina di undici anni non può restare con noi a tempo indeterminato senza una sistemazione." Guardò Livia. "Cosa pensi di fare?" Accennò un sorriso, quanto bastava a spezzare la tensione.
Livia rispose subito, ci aveva già pensato. "Direi che la cosa migliore è che dorma a casa di Agnese, insieme a te." Il tono non lasciava spazio a repliche. "Siete voi le persone giuste, se dovesse avere visioni o manifestazioni."
Arianna la guardò. "Sono d’accordo, ma non perché lo hai deciso tu: lo penso anche io. Possono guidarmi." Spostò lo zaino sotto il tavolo con un piede. "Però avrei bisogno di sapere una cosa."
"Cosa?"
"Cosa c’entra con noia Venta Icenorum?"
Agnese impallidì. "È… è dove… dove ho perso il mio custode…"
Marco la guardò di scatto. "Come sarebbe?"
Agnese annuì lentamente. "Eravamo in quelle rovine, per caso ed è successo." Il pallore sempre presente. "La storia la conoscete."
Marco guardò Arianna. "Come sai quel nome?"
"L’ho sognato. Molte volte." La voce era invariata, senza enfasi. "Campi aperti, strade sterrate, mura antiche crollate, erba corta. E un nome che non capivo, finché non l’ho cercato su internet." Guardò il tavolo per un istante. "È in Norfolk, in Inghilterra."
Livia non si mosse. "Cosa succedeva nel sogno?"
"Aspettavo. Non voi, non qualcuno di specifico. Aspettavo che arrivasse il momento giusto." Alzò gli occhi. "Ogni volta che mi svegliavo sapevo che non era ancora arrivato." Fece una breve pausa. "Stanotte, per la prima volta, non ho sognato quel posto."
Fuori il sole si era fatto alto e il caldo cominciava a pesare. Qualcuno spostò le tende per fare ombra, qualcun altro si alzò a prendere dell’acqua fresca. I movimenti ripresero lentamente, come dopo una sosta lunga.
Sofia raggiunse Livia e le posò una mano sulla spalla, leggera. "Una cosa alla volta."
Livia annuì senza parlare, continuando a guardare Arianna, che aveva preso dallo zaino un taccuino e stava scrivendo con la concentrazione di chi porta avanti un lavoro suo.
Marco si avvicinò, appoggiandosi al bordo del tavolo. "Cosa scrivi?"
"Quello che sento da quando sono entrata." Non alzò gli occhi. "La rete qui è diversa. Non ho parole giuste, ma scrivo quelle sbagliate e poi vedo cosa resta."
Marco rimase fermo qualche secondo. Poi disse: "Anch’io faccio così."
Arianna alzò lo sguardo e lo guardò. "Lo so," disse. Poi tornò a scrivere.
La mattina trascorse rapidamente e arrivò il pranzo: un pranzo memorabile, accompagnato dal buon vino della Tuscia e non da tisane; solo Arianna si trovò il bicchiere sempre riempito di acqua di fonte. Alla fine del pranzo, Agnese e Sibilla portarono con sé Arianna per mostrarle la sua camera e mettere alla prova le sue abilità.
Elisa e Marco entrarono in casa parlando con tono concitato: sembrava una lite in piena regola, con Elisa decisamente la più arrabbiata.
"Ti ho detto che non ci penso nemmeno," sbottò Elisa.
"Non mi interessa che non ti interessi, questa volta si fa come dico io!" Il tono di Marco si alzò.
"E tu chi saresti?" portò il braccio destro al fianco, non potendo accompagnarlo con il sinistro.
"Sono quello che, se non mi dai retta, ti carica di peso in macchina."
"Lo faresti davvero?"
"Sì."
Livia e Sofia alzarono lo sguardo dagli appunti e dai libri che stavano consultando al tavolo.
"Avete finito di fare casino?" disse Livia, mentre Sofia concluse: "Se dovete pestarvi potete anche uscire."
Elisa sorrise, posando un bacio sulla guancia di Marco. "Va bene, facciamo come dici, ma solo perché sei tu."
"È solo una visita di controllo: dopo quanto successo questa notte, credo sia il minimo." Ricambiò il bacio.
Livia e Sofia continuarono a seguirli con lo sguardo; loro non le avevano nemmeno notate. Attesero che si sistemassero e che la macchina partisse, poi tornarono alla loro ricerca, con la televisione accesa in sottofondo.
"Venta Icenorum non è un posto qualsiasi," disse Livia. "Si trova a sud di Norwich. I romani la chiamavano mercato degli Iceni ed era la loro capitale amministrativa in zona. Ma la storia lì non inizia con i romani."
Sofia la guardò. "Parte dagli Iceni."
"Sì. Era il territorio della tribù, quella legata a Boudica. Però la città che vediamo, quella con la struttura ordinata, è romana. Viene costruita dopo la rivolta."
Sofia aggrottò la fronte. "Quindi non è esattamente la città di Boudica."
"Non in senso diretto," chiarì Livia. "È piuttosto la risposta romana a quello che è successo. Dopo aver sedato la rivolta, organizzano il territorio e creano una capitale amministrativa per controllare gli Iceni."
"Quindi ordine imposto dopo il caos," disse Sofia.
"Esatto." Livia si mosse lentamente. "E c’è un’altra cosa: non è stata distrutta né coperta da una città moderna. È rimasta lì. Le mura, i fossati, i terrapieni… sono ancora visibili. E dall’alto si legge ancora la pianta urbana."
"Strano," mormorò Sofia.
"Molto. Gli scavi hanno trovato tutto: case, foro, terme, un tempio… e anche strutture più antiche delle mura. Segno che qualcosa c’era prima."
"E dopo i romani?"
"Non sparisce subito. Continua a vivere, diventa un centro di mercato anche in epoca sassone. Le monete arrivano fino al V secolo. Poi lentamente perde importanza."
"Perché?"
Livia scosse la testa. "Non c’è una risposta chiara. Il centro si sposta verso Norwich. Venta si svuota."
Sofia rimase in silenzio per un attimo. "Quindi niente distruzione, niente crollo."
"No. Solo abbandono progressivo."
Sofia accennò un sorriso. "Un posto così… e così vuoto. Oggi ci puoi andare facilmente. È visitabile, senza biglietto. Ci arrivi in auto o in autobus. Ma non trovi quasi nessuno."
Livia la guardò. "Ed è questo che lo rende strano. Non è stato cancellato. Non è stato trasformato. È rimasto lì… dimenticato."
Sofia abbassò lo sguardo. "Come qualcosa che non è stato davvero chiuso e che oggi una bambina ha riportato alla luce."
Livia annuì appena. "Esatto."
Lo sguardo di Sofia si spostò sulle immagini del notiziario. "Alza il volume!"
Il televisore era sintonizzato sulla BBC e stavano mostrando un giornalista con alle spalle il Big Ben. La voce era agitata.
"Questa mattina, poco dopo le 9:00, il celebre orologio del Big Ben a Londra si è improvvisamente fermato, attirando l’attenzione di tecnici e autorità. Secondo quanto riferito da fonti interne, il personale di manutenzione intervenuto immediatamente sul posto non ha riscontrato alcun guasto nei meccanismi dell’orologio.
Le verifiche preliminari sembrerebbero invece indicare un’anomalia strutturale: la Elizabeth Tower avrebbe subito una lieve ma anomala inclinazione. Al momento non sono stati diffusi dati ufficiali sull’entità dello spostamento, ma l’ipotesi è che sia stato sufficiente a compromettere il corretto funzionamento del sistema.
L’area è stata temporaneamente isolata per consentire ulteriori controlli di sicurezza, mentre squadre tecniche stanno…"
Fece una breve pausa, portandosi una mano all’auricolare.
"…Un momento, ci stanno arrivando nuove informazioni.
Stiamo ricevendo segnalazioni secondo cui anche la Jewel House della Torre di Londra, dove sono custoditi i Gioielli della Corona, potrebbe presentare segni di un’anomalia strutturale. Le prime indicazioni parlano di una possibile inclinazione, simile a quella osservata all’Elizabeth Tower. Le autorità non hanno ancora confermato l’entità del fenomeno, ma le squadre di sicurezza sono già sul posto.
Continueremo a seguire gli sviluppi."
Livia abbassò di nuovo il volume. "Non credo sia casuale."
Sofia scosse la testa. "Direi proprio di no. Chiama gli altri."
Livia prese lo smartphone e mandò un messaggio al gruppo.
Livia posò lo smartphone sul tavolo. "Adesso aspettiamo," disse Sofia, e il tempo passò senza lasciare traccia finché, due ore dopo, il rumore di una macchina nel piazzale e voci sempre più vicine lasciarono intendere che Marco non era tornato da solo.
Entrarono in casa velocemente, trovando Livia ed Elisa al tavolo, con brocche di limonata fresca e bicchieri già pronti. "Cosa succede?" chiese Marco.
Fu Sofia a rispondere. "Big Ben e la Torre di Londra si sono inclinati nel giro di poche ore. Non è un caso. Sembra che l’Inghilterra sia diventata il punto focale."
Livia proiettò sul televisore lo schermo del portatile con le informazioni raccolte su Venta Icenorum, una sequenza di slide in scorrimento automatico. Parlò con calma. "Gli Iceni, la Legio, le visioni… il custode di Agnese." Fece una breve pausa. "E il nome che ha portato Arianna. È l’unico punto che tiene insieme tutto."
Arianna continuava a sorseggiare la sua limonata, come se nulla fosse, seduta sul pavimento.
Elisa annuì. " Venta Icenorum. Ora non ci sono più dubbi. È lì che dobbiamo andare."
"E come ci arriviamo? A nuoto?" disse Sofia, secca.
Marco sorrise, prendendo lo smartphone. "Non credo dovremo fare tutta questa fatica."
◯ ◯ ◯
La notte sopra l’Aviosuperficie di Vejano era ferma, quasi immobile. Solo il fruscio leggero dell’erba alta rompeva il silenzio, fino a quando un suono basso, profondo, iniziò a crescere da lontano.
Non era il rumore netto di un elicottero. Era qualcosa di più pieno, più pesante, quasi continuo.
Subito dopo arrivò il vento, crescente, sempre più forte, piegando l’erba e sollevando polvere e detriti. L’aria diventò turbolenta mentre il gigantesco velivolo scendeva in verticale, senza insegne, con solo una sigla sulla deriva appena percepibile nel buio, mantenendosi leggermente decentrato rispetto alla pista. Le proporzioni erano sbagliate per un modello conosciuto. Dall’esterno non si vedeva quasi nulla: solo una luce debole, schermata, che comparve negli ultimi metri per guidare l’appoggio al suolo, per poi spegnersi subito.
Quando toccò terra, il rumore restò alto ancora per qualche secondo, poi iniziò ad attenuarsi mentre i sei rotori, tre per ala, in posizione verticale rallentavano.
Il portellone posteriore si aprì con un movimento fluido e, dal vano di carico, emerse lentamente un veicolo a sei ruote motrici coperto, mentre altri due restarono all’interno, le forme appena distinguibili nella penombra. Per un istante, una luce schermata filtrò dall’interno, giusto il tempo di guidare la discesa; le ruote toccarono l’erba con un colpo sordo e il mezzo avanzò senza esitazioni, allontanandosi dal velivolo, subito inghiottito di nuovo dal buio.
Intorno, quasi in contemporanea, scesero gli uomini. Mimetiche scure, visori notturni abbassati sugli occhi, movimenti rapidi ma controllati. Non c’era fretta, ma nemmeno esitazione. Si dispersero lungo il perimetro senza parlare, occupando posizioni precise e controllando l’area con attenzione. Nessuna luce superflua, nessun gesto inutile. Dovevano esserci, ma non essere visti.
Il veicolo avanzava senza rumore, più percepito che sentito. Era un mezzo da trasporto militare modificato, compatto e chiuso, con il posto di guida anteriore affiancato da altri due per l’equipaggio addetto alla strumentazione, e due file di sedili laterali nel vano posteriore. All’interno, stipetti e agganci per l’equipaggiamento occupavano ogni spazio utile.
Il motore, adattato per ridurre al minimo ogni emissione sonora, non lasciava traccia del suo passaggio. Poteva trasportare una squadra completa, ma in quel momento si muoveva leggero, essenziale: al volante, una donna sola. Capelli viola e occhi rossi.
◯ ◯ ◯
La mattina arrivò senza preavviso.
I primi a uscire si fermarono quasi subito, come se avessero urtato qualcosa di invisibile. Nel piazzale, dove la sera prima non c’era nulla, ora occupava spazio un mezzo a sei ruote, scuro, massiccio, troppo grande per appartenere a quel luogo. Sulla fiancata, la scritta: phénix de feu.
Per un attimo nessuno parlò.
"Ma che cos’è?" mormorò qualcuno.
Altri si affacciarono dalla porta, poi dalle finestre, creando un movimento confuso, incerto. Il veicolo restava immobile. Non c’erano segni evidenti, nessun dettaglio che aiutasse a capirne la provenienza.
"Chi l’ha portato qui?" disse un’altra voce, più tesa.
Marco uscì per ultimo. Gli bastò uno sguardo, si fermò, valutò la scena, poi si voltò verso gli altri. "Tranquilli. È con noi… credo."
Qualcuno stava per ribattere, ma il tono non lasciava spazio.
Marco fece qualche passo verso il mezzo, fino al lato destro. Si fermò davanti al portellone di guida e bussò due volte, secco.
Gli altri lo seguirono con lo sguardo, in tensione. Il portellone si aprì e ne scese una donna in abito da sera, lungo, con spacchi laterali e tacchi alti. Capelli viola, inconfondibili.
Livia spalancò gli occhi, avvicinandosi a passo veloce. "Althea?"
"Buongiorno, signorina." Sorrise, abbracciandola. "Sei sempre signorina o mi sono persa qualcosa?" Le fece scorrere le mani addosso senza riguardo, valutandola con rapidità.
Livia la respinse, infastidita, guardando l’abbigliamento.
"Non fare quella faccia, volevo solo capire se stai bene." Guardò gli altri presenti. "Siete aumentati di numero… hai avuto una figlia di cui non mi hai parlato?" disse indicando Arianna.
Livia vacillò a quelle parole e si appoggiò a Marco. "È… una lunga storia."
Althea guardò Marco senza effusioni. "Quando mi hai chiamata ero a una festa, non ho avuto tempo di cambiarmi."
◯ ◯ ◯
Ci vollero quasi tre ore per spiegare ad Althea di cosa avevano bisogno senza dire troppo, e agli altri ciò che pensavano di sapere su di lei.
Al termine di una lunga serie di domande e risposte, Althea replicò. "Quindi vi serve solo questo?" Si tolse gli occhiali, puntando i suoi occhi rossi in quelli di Marco e sistemando appena l’abito senza spalline.
"Dovresti togliere quelle lenti, già bastano i capelli a farsi notare." Lo sguardo scese sulla scollatura. "Sì, solo quello. Ma come ci arriviamo a Norwich?"
"Come avevo già detto… a nuoto," disse Sofia.
Althea rise. "Quello in giardino è solo per gli spostamenti brevi." Indicò la finestra alle spalle. "Ricapitolando: violeremo diverse leggi internazionali, rischieremo di essere abbattuti e, se tutto va bene, arrestati dagli Stati che attraverseremo." Guardò tutti uno a uno. "Siete sempre convinti?"
Arianna rispose come se fosse la cosa più normale del mondo. "Sì, non vedo problemi."
"Da quando i bambini prendono questo tipo di decisioni?"
Livia la guardò sorridendo. "Da oggi alcuni possono."
Althea sorrise a Marco, rimettendosi gli occhiali. "Ricordati che ero la tua babysitter."
Elisa si alzò lentamente, ancora dolorante. "Dobbiamo prepararci e non sappiamo cosa troveremo."
Agnese e Sibilla si alzarono e lasciarono la casa, parlando tra loro a bassa voce.
"Sei strana, ma se stai bene a Livia stai bene anche a me," disse Sofia.
"Anche tu non sei quello che vuoi sembrare." Le osservò le dita, in alcuni punti consumate. "Sicuramente sai sparare."
Sofia si ritrasse sulla sedia. "Sparo… al poligono."
"L’ho capito dalle dita. Comunque sono una genetista."
"Saresti una genetista e vai in giro con quella cosa?" Sofia indicò la finestra.
"Con quello e con altro." Si rivolse a lei, Marco e Livia. "Con me ho due Warband con equipaggiamento completo." Il tono si fece serio. "Con il mio lavoro ho affrontato tante cose e quello che mi avete chiesto non è normale e richiede mezzi non normali."
"Warband?" disse solo Livia.
"Sì, ti sembra strano?" Althea replicò seccamente.
"Normale non di sicuro," disse Livia.
Elisa si era avviata verso la scala, ma si fermò. "Sappiamo come arrivare. Non sappiamo cosa fare quando sarà il momento."
Arianna finì la colazione. "Lo so io… cioè… quando sarà il momento lo saprò."
Althea si avvicinò a Elisa, porgendole una piccola pastiglia. "Ingoia questa, ti aiuterà nelle prossime ventiquattro ore."
"Cos’è?" Elisa prese la pastiglia, osservandola.
"È un antidolorifico sperimentale. Non ha effetti collaterali rilevanti."
Elisa la ingoiò e si diresse verso la scala, salendo con fatica.
Livia raggiunse Elisa sulle scale, affiancandola mentre saliva.
"Warband?" chiese Elisa, a bassa voce.
"Gruppi di guerrieri delle tribù celtiche," rispose Livia. "Addestrati, equipaggiati, legati a un capo." Fece una pausa. "Una warband può arrivare a trenta uomini."
Elisa fece un mezzo sorriso. "Rassicurante."
"Non devono esserlo."
La nuova giornata era iniziata presto, il sole era ancora basso. Althea si era ritirata nel suo veicolo, con la radio accesa per ore, passando da una lingua all’altra e sempre vestita da sera. Quando apriva il portellone di guida, capitava di vedere le gambe appoggiate al cruscotto, lasciate scoperte dagli spacchi del vestito e che terminavano con i tacchi.
I preparativi erano stati complessi. Althea aveva fornito loro delle casse metalliche in cui sistemare le attrezzature, in modo che non subissero danni durante il trasporto. Poi chiamarono al telefono i vicini fidati e lasciarono loro in custodia i casali e gli animali. Tutto venne chiuso e le chiavi lasciate dove concordato.
Il sole iniziò a calare, ma era ancora luminoso. Vigil aveva scavato delle piccole buche regolari e si era seduto, le orecchie dritte e la lingua a penzoloni.
Livia lo guardò. "Che hai combinato…" si bloccò. "Dodici buche, in un cerchio perfetto, e lui al centro," mormorò.
Sofia le era vicina e guardò Marco, che parlò a bassa voce, senza saperne il motivo. "Il dodici è il numero della completezza cosmica: dodici mesi, dodici segni zodiacali, dodici apostoli, dodici ore del giorno e dodici della notte. I dodici giorni tra Natale e l'Epifania sono considerati magici."
Si fermò un attimo mentre Livia lo fissava.
"Il sette è il numero del destino individuale e del rituale, il dodici è il numero del tempo. Il sette tocca la persona, il dodici tocca il tempo."
Sofia li guardò entrambi: sembravano collegati da un filo invisibile. Il loro sguardo sembrava quello di due amanti eterni, ma sapeva che non era possibile.
Fu Livia a rompere il momento magico. "Ancora numeri con un significato… tutto ha un senso, non sono solo numeri." Prese le mani di Marco. "Sono un cammino preciso."
◯ ◯ ◯
Salirono sul veicolo, Marco e Livia al fianco di Althea e gli altri nel retro. Il mezzo si mosse silenzioso, senza scossoni, percorse la carraia e imboccò strade secondarie sterrate. In una ventina di minuti arrivarono all’aviosuperficie, che appariva diversa; alcune persone stazionavano lungo la strada.
L’accesso era stato limitato con nastro e barriere mobili, e alcuni uomini in abiti tecnici presidiavano l’ingresso, parlando poco e mostrando tesserini solo quando necessario. Per chi arrivava da fuori, sembrava un intervento temporaneo, uno di quelli che non invitano a fare domande.
Più in fondo, dove la pista si apriva sul campo, era comparsa una struttura provvisoria: un grande telo tecnico teso su un’intelaiatura leggera, simile a quelli usati per rilievi o interventi di manutenzione, ma decisamente più grande. Era larga una trentina di metri e lunga almeno cinquanta, alta come un edificio di cinque piani.
Nessun logo evidente, nessuna indicazione chiara. Solo abbastanza ordine e presenza da scoraggiare chiunque dal fermarsi.
Il veicolo superò le persone e gli sbarramenti, entrando in un varco laterale, poco visibile dalla strada, nella struttura allestita. Solo allora il portellone posteriore si aprì, permettendo agli occupanti di scendere senza essere visti.
Marco lo guardò per qualche secondo, la voce che usciva bassa, senza un destinatario. "Quello è un Osprey… no, troppo grande… tre o quattro volte." Fece qualche passo. "Tre motori per ala. Sei in tutto." Scosse la testa. "Non dovrebbe reggersi."
Si fermò, lo sguardo fisso sul velivolo. "Decolla verticale, poi vola come un aereo. Marines. Operazioni serie." Una pausa breve. "Non è roba che gira per i campi di Sutri."
"E l'area chiusa tre giorni," aggiunse quasi tra sé. "Nessuna domanda, nessun controllo. Neanche i proprietari del campo sono potuti entrare." Si girò verso gli altri. "Qualcuno ha accesso a cose che non dovrebbero essere accessibili."
Arthur emerse dal velivolo, avvicinandosi. "Buongiorno, dottoressa Cardeni." Le sorrise come se nulla fosse. "Forse riusciremo a fare quella cena."
Livia lo guardò, in divisa mimetica scura. "Forse succederà, ma prima mi devi spiegare chi sei veramente."
Lui passò due dita sulle labbra, mimando una cerniera lampo. "Poi dovrei ucciderti." Accennò una risata. "È più probabile che mi uccida Althea se lo faccio." Si guardò attorno. "Scusa, devo far entrare quel coso nella stiva. Parleremo dopo, ho il comando della warband che deve scortarvi."
Si allontanò, dando istruzioni agli operativi.
All'interno della struttura, in attesa della notte, i due gruppi si confrontavano su quanto stavano per affrontare: mappe antiche e moderne aperte, appunti, riferimenti sparsi e tablet ovunque.
Il gruppo di Livia disse quello che poteva, mentre quello di Althea cercava di metterlo in fila, elaborando strategie di azione sul campo. Ma ogni volta che il quadro sembrava prendere forma, Livia o qualcun altro aggiungeva un dettaglio e si ripartiva da capo.
Dopo una pausa caffè, Livia si portò a capotavola, appoggiando le mani sul piano. "Basta. Non possiamo andare avanti così." Guardò Arthur, i suoi ufficiali e i Custodi. "Arthur, se siete in grado di nascondere tutto questo, sarete anche in grado di nascondere quello che sto per dirvi."
"Siamo abituati a nascondere e a restare nascosti. Puoi fidarti."
"Bene. Noi apparteniamo a qualcosa di particolare. Non posso dirti cosa, o dovrei ucciderti." Sorrise, quasi un ghigno. "Stiamo andando nel Norfolk per porre fine a quanto sta accadendo nel mondo." Indicò con lo sguardo Arianna. "Lei è la persona più importante del gruppo, e tu dovrai proteggerla."
Vide Arianna alzare il pollice in segno di conferma e riprese. "Sul campo, quando inizieremo il nostro lavoro, potremmo trovarci ad affrontare un’intera legione, delle dimensioni di quelle romane." Non disse altro.
Arthur non commentò, si rivolse a uno dei suoi. "Chiamala."
Poco dopo arrivò una donna asiatica, con due uomini al fianco, tutti in mimetica. Si affiancò ad Arthur, gli prese il tablet dalle mani, fece scorrere velocemente il dito sullo schermo e glielo restituì annuendo. Non disse niente.
"Andremo tutti." Disse lui. E lei annui di nuovo.
Da quel momento il confronto cambiò ritmo. I passaggi si fecero più brevi, più mirati. I Custodi continuarono a dare informazioni, gli altri a trasformarle in azioni possibili. Stavano definendo come entrare… e come uscirne.
L’aviosuperficie era avvolta nelle tenebre, in una notte senza luna. Improvvisamente, gli uomini iniziarono a muoversi attorno alla struttura provvisoria. Il telo venne sganciato in più punti e tirato via con gesti rapidi e coordinati. L’intelaiatura cedette in pochi secondi, piegandosi su sé stessa come se non fosse mai esistita, e il velivolo emerse, un’ombra scura nel buio.
I rotori erano immobili, inclinati verso l’alto, silenziosi. Poi i motori si accesero secondo una sequenza precisa. Gli ultimi uomini rientrarono e i portelloni si chiusero con colpi secchi. All’inizio fu solo una vibrazione profonda, quasi impercettibile. Subito dopo il suono crebbe, riempiendo lo spazio e facendo tremare l’aria. L’erba si piegò, la polvere si sollevò in vortici sempre più ampi.
Il velivolo si sollevò lentamente, mantenendo l’assetto verticale e restando sospeso per un istante, stabile, prima di iniziare a guadagnare quota mentre le gondole dei motori ruotavano. Il suono cambiò, diventando più acuto e veloce. Il velivolo si inclinò in avanti e, nel giro di pochi secondi, passò da sospeso a in movimento, accelerando.
All’interno il rumore era una presenza che vibrava nelle pareti, nel pavimento, nei sedili. Ogni parola doveva essere urlata o lasciata perdere. Per alcuni secondi si aggiunse un suono più basso, poi tutto si attenuò, restando presente ma tollerabile.
I vari gruppi sedevano lungo le pareti, legati alle imbracature, con lo sguardo che passava da un volto all’altro senza fermarsi davvero, i tre veicoli enormi al centro. Livia rimase immobile, cercando un punto stabile nel movimento continuo del velivolo. Sofia, alla sua sinistra, più rigida, seguiva ogni variazione con attenzione. Qualcuno diede di stomaco.
La donna asiatica sedeva alla destra di Livia, con Marco al suo fianco; teneva in mano uno strumento simile a un GPS, ma più sofisticato.
"Dov’è Arthur? E Althea?" chiese Livia, reclinando la testa verso la donna. "Non li vedo."
La donna la guardò, tranquilla nella poca luce dell’abitacolo. "Sta pilotando, non sarà un volo semplice." Parlò per rassicurarla. "Stiamo volando bassi… tra i seicento e i novecento piedi al massimo… dobbiamo stare sotto i radar." Si fermò, incerta se continuare. "Althea non è con noi, potrebbe servirci il suo aiuto diplomatico."
Livia fece un rapido conto mentale: erano tra i duecento e i trecento metri da un potenziale schianto.
"Cosa è questo strano aereo? Sembra un Osprey, ma non lo è," chiese Marco.
"È un progetto sperimentale. È semplicemente un Osprey X-51." Il tono serio. "Non serve che dica altro."
L’Osprey oscillava, a tratti bruscamente, adattandosi al profilo del terreno. Non era un volo lineare: correggeva di continuo, seguendo le ondulazioni del paesaggio ed evitando colline e ostacoli. Ogni variazione si sentiva nella testa e nello stomaco.
"Da che parte stiamo andando?" disse Sofia.
La donna controllò lo schermo del dispositivo. "Verso ovest, verso il mare." Guardò prima Livia e poi Sofia. "Il mio nome è Hana." Poi avvicinò le labbra all’orecchio di Livia. "Ho l’ordine di proteggerti."
Tornò eretta. "Abbiamo lasciato l’Italia, siamo sul mare," disse Hana. "Ora dobbiamo restare in acque internazionali ed evitare di essere localizzati. Senza luna Arthur dovrà faticare."
Livia la guardò, pensando che nessuna di quelle persone usava titoli o gradi; nemmeno Althea veniva chiamata dottoressa. "Chi siete?" disse d’istinto.
Hana rispose senza esitazione. "Siamo la Phénix de Feu." E non disse altro.
Improvvisamente il movimento cambiò: l’Osprey si stabilizzò, restando basso ma meno nervoso, come se avesse finalmente spazio.
Livia continuava a guardare in avanti. "Cos’è la Phénix de Feu?"
"Qualcosa che non esiste." Fece una pausa. "Come voi."
Livia non cerco di approfondire. "Quanto ci metteremo ad arrivare?"
Hana era appoggiata all’imbracatura, con gli occhi chiusi. "Dieci o undici ore, dipende dal vento e dagli imprevisti… Vi consiglio di dormire."
Il sonno arrivò per tutti, favorito dalla tensione accumulata nei giorni precedenti, diversa per ognuno di loro ma ugualmente pesante. Il mormorio continuo dell’aereo e la vibrazione costante della struttura si fusero in un ritmo regolare, quasi ipnotico, che finì per diventare una culla, trascinandoli uno dopo l’altro in un riposo instabile.
Livia spostò lo sguardo sugli occhi chiusi di Hana, sul profilo del suo volto nella poca luce, sulla linea tranquilla del corpo abbandonato al sonno. Qualcosa, dentro di lei, le diceva di agire. Cercò di parlare, ma la voce non uscì. Sentì le mani muoversi e oppose resistenza con tutte le sue forze, mentre quelle continuavano a sollevarsi verso il collo della donna, tremando per lo sforzo di una volontà che non riusciva più a trattenerle.
Da un punto non precisato dell’aereo si sentì lo strillo di Arianna. "Livia!" Il suono si prolungò. "Combatti!"
Sofia sobbalzò, lo sguardo che scattò sulle mani di Livia. "Fermati!" Cercò di raggiungerle, ma l’imbragatura le impediva di muoversi abbastanza.
"Livia! Svegliati!" Anche Marco era bloccato.
Nel trambusto Hana aprì gli occhi. "Ma che…" Le sue mani addestrate si mossero rapide, afferrando e bloccando i polsi di Livia.
Le mani di Livia avanzavano verso la gola di Hana; la forza della donna addestrata non riusciva a fermarle. Dall’interno di uno dei veicoli si sentì un abbaio, uno solo, seguito da un lieve bagliore dorato che superava i finestrini oscurati.
Gli occhi di Livia presero una sfumatura azzurra e la mascella si serrò. La pressione di Hana sui polsi stava allontanando le mani, che si chiusero a pugno. "Solve vincula, libera mentem." Le parole uscirono dalle labbra di Livia.
Hana abbassò bruscamente le braccia di Livia, che cedettero senza opporre resistenza. I polsi erano lividi. La vide ricadere esanime al suo fianco, mentre un rivolo di sangue le scendeva dal naso, macchiandole la maglietta.
Marco, Sofia, Agnese e Arianna arrivarono subito dopo, dopo aver allontanato gli operativi che volevano mantenerli ai loro posti; uno di loro aveva un occhio nero causato da Agnese. Sofia si pose di fronte ad Hana; questa volta era Hana a essere visibilmente turbata e iniziò a parlarle per calmarla.
Agnese cercò di fermare il sangue di Livia. "Siamo lontani, siamo staccati dalla rete." Il tono era irritato.
L’emorragia si fermò da sola e Livia aprì gli occhi, debole. "Ha cercato di prendermi, come con Elisa."
"Ma ha fallito," replicò Arianna.
Ci vollero alcuni minuti prima che Hana si riprendesse da quanto accaduto. Rimase immobile, lo sguardo basso sulle proprie mani, come se stesse ricostruendo la sequenza dei gesti appena compiuti. Il respiro tornò regolare poco alla volta e, quando rialzò gli occhi, aveva già ricomposto il controllo. Fu allora che le spiegarono la situazione.
Livia, invece, si riprese più lentamente. Il respiro era irregolare e una traccia di sangue le segnava ancora il viso mentre si puliva con movimenti bruschi. Restò un momento ferma, poi, senza curarsi dei presenti, si tolse la maglietta, la gettò con rabbia e ne indossò una pulita, come per liberarsi di ciò che le era rimasto addosso.
Il tempo perse consistenza: le vibrazioni restavano uguali, ma fuori tutto era immobile. Solo nero, senza riferimenti, interrotto da qualche debole punto luminoso, forse luci di imbarcazioni.
Non ci fu alcun annuncio. Il velivolo prese rapidamente quota, con una salita decisa; il movimento cambiò, più rigido, più controllato, mentre dall’alto una presenza più grande si avvicinava nel buio, fino a quando l’Osprey vi si agganciò, restando sospeso per alcuni minuti in un equilibrio innaturale, molto più in alto rispetto alla rotta che stavano seguendo fino a poco prima.
Dalla cabina arrivò parte di una conversazione via radio, metallica e distante.
"Madrid Control, this is CS-TFV, cargo, passing flight level two-six-zero, estimating Barcelona FIR boundary at zero-one-three-zero, request onward clearance."
"CS-TFV, Madrid Control, identified. Maintain flight level two-six-zero, contact Barcelona Control on 133.350, good day."
"133.350, CS-TFV, good day."
Hana non aprì gli occhi. "Stiamo facendo rifornimento… Arthur ha contattato la torre anticipando il loro controllo. Di notte sono di meno e spesso distratti." Fece una pausa. "Ci stiamo facendo passare per un aereo cargo."
Si sentì un suono secco e l’Osprey iniziò a scendere lentamente, mantenendo però una quota di volo regolare e virando verso nord.
La conversazione con la torre continuava e Hana si fece perplessa; sganciò le cinture e si avviò con passo deciso verso la cabina. Si chinò sullo schienale di Arthur e iniziò a parlargli in modo concitato, scandendo le parole con colpi secchi sullo schienale.
"Hai cambiato i piani e la rotta!" era furiosa. "Siamo diretti a nord. Attraverseremo la Spagna e forse la Francia."
Arthur non si voltò. "Il problema è che Madrid ha il secondario attivo e CS-TFV è registrato come ATR 72, non come cargo pesante. La traccia primaria che vedono ora non corrisponde."
"Quanto manca all'handoff con Barcellona?" chiese Hana.
"Undici minuti."
Hana guardò Shane. Shane scosse appena la testa: non era affar suo.
Si sedette alla postazione libera senza aspettare altro. "Il Mode S trasmette il codice tipo. Se restiamo così, la discrepanza salta subito." Le dita trovarono il pannello senza esitazione.
"Aircraft category… campo ICAO 9a." Aprì il menu di gestione del transponder. "Lo imposto su H, heavy."
Digitò senza guardare lo schermo, poi aggiunse, senza distogliere lo sguardo: "Sono il comandante in seconda della spedizione. Dovevi coinvolgermi prima."
"Alzo anche il peso. Sopra le centosessanta tonnellate, così la traccia resta coerente."
Un attimo.
"Fatto." Chiuse il sottomenu. "Mode S aggiornato. I sistemi stanno già riallineando la traccia. Madrid vede un cargo pesante."
"Bene", disse Arthur.
Hana non si fermò. "Se avevano già la primaria prima del confine, la discrepanza è comunque nei log."
"Lo so", disse Arthur.
Hana lasciò la postazione tirando un pugno al sedile, poi tornò al suo posto accanto a Livia. La rabbia era evidente sul suo volto.
Livia la guardò. "Cosa sta succedendo?" chiese preoccupata. Anche Sofia stava ascoltando.
"Nulla di preoccupante, va tutto bene." Il tono, però, era nervoso.
"Non sembrerebbe," replicò Sofia.
Hana prese un respiro profondo. "Al diavolo le regole." Sbottò. "Dovevamo passare in mezzo alle Colonne d’Ercole a bassa quota e poi risalire a nord sull’oceano, restando sul mare." Fece una breve pausa. "Secondo rifornimento e poi a destinazione."
"E invece?" chiese Livia.
"Invece Arthur ha deciso di farci passare per un aereo pesante e andare diretti a nord, sopra due nazioni." Picchiò il palmo della mano sulla gamba. "Per i radar lo siamo, ma se incrociamo un aereo siamo scoperti." Continuò a denti stretti. "Però dimezzeremo i tempi di volo."
Sofia sollevò la mano tracciando nell’aria un gesto, una specie di disegno, qualcosa di arcaico. Poi sbuffò, volgendo lo sguardo al cielo.
"Non è solo questo," disse Livia, posando una mano sulla gamba di Hana.
"Il comando della sicurezza doveva essere mio." Strinse i pugni. "Invece lo ha avuto lui. Io sono una donna e non posso portarmi Althea a letto."
Sofia la guardò per un momento. "Per quanto ho visto, Arthur non è interessato a quello." Fece una breve pausa. "È più interessato al nido di Livia."
Marco accennò un sorriso appena. "Concordo. Non gli interessa Althea."
Livia rimase senza parole. Hana stava per replicare quando Arthur si parò davanti.
"Sai bene che non ti ho rubato il comando." Il tono era amichevole. "Questa tua reazione spiega perché non lo hai avuto: sei troppo emotiva." Poi guardò Livia. "Se torniamo vivi da questa follia, forse potrai aiutarla e io mi farò da parte." Tornò serio. "Inoltre sai che non è Althea a decidere le designazioni." Si allontanò.
Hana guardò la mano di Livia sulla sua gamba e vi posò sopra la propria, con delicatezza. Lo sguardo salì al volto di Livia. "Cosa intendeva Arthur quando ha detto che puoi aiutarmi?" Il tono era basso, più lieve, diverso.
Livia non tolse la mano, aumentando appena la pressione, quasi impercettibile. "Fa parte delle cose che non posso dire, ma conosco vie che possono aiutarti a restare calma nei momenti in cui ti senti prevaricata."
Hana annuì piano, senza distogliere lo sguardo. Solo allora tolse la mano. "Capisco." Una pausa breve. "Se ci sarà occasione, ti cercherò."
Livia prese la mano ancora sospesa e la posò lentamente sulla propria gamba, in un gesto naturale. Sapeva che c’era altro e voleva che Hana si sentisse capita, serena. Quello che li attendeva non tollerava tensioni.
Hana si appoggiò allo schienale, chiuse gli occhi e tornò a dormire.
La luce del mattino entrava dagli oblò sul lato destro, fredda e piena. Scorreva lungo le pareti e sulle persone, fermandosi contro i veicoli al centro; oltre i mezzi arrivava solo in parte, spostandosi lentamente con il movimento del velivolo.
Nel vano di carico si sentivano rumori. Livia aprì gli occhi; con la luce alle spalle vide gli operativi impegnati a controllare gli ancoraggi dei veicoli e dell’equipaggiamento, passando poi in rassegna le cinture dei passeggeri.
Fu Hana a occuparsi delle sue, guardandola brevemente negli occhi. "Ci stiamo preparando per atterrare, Althea ha comunicato che ci stanno aspettando."
"Non dovevano sapere di noi!" replicò seccamente Livia.
"Non lo sanno." Accennò un sorriso. "In qualche modo ha mischiato le carte e riusciremo a muoverci liberamente." Fece una breve pausa. "Atterreremo a Seething, un campo privato gestito dal Norfolk and Suffolk Flying Club, alle zero-cinque-tre-zero."
Hana si sedette e allacciò le cinture.
La voce di Arthur arrivò dalla cabina. "Stiamo scendendo."
I rotori iniziarono a inclinarsi verso l’alto, portando una brusca decelerazione che si sentiva prima nello stomaco che nella testa. Dai finestrini ovali la pista di Seething apparve come un taglio scuro, con due hangar bassi ai lati e una manica a vento arancione.
Il cambio di assetto dell’X-51 fu una sequenza di correzioni rapide: i sei motori si compensavano a vicenda in una danza di potenza che si trasmetteva in vibrazione continua ai sedili, alle pareti, al pavimento metallico. Il rombo si stratificava, più una pressione addosso che un suono vero e proprio.
Agnese aveva gli occhi chiusi. Non per paura, o almeno non solo: la mano sinistra era appoggiata alla parete dello scafo, come se cercasse qualcosa attraverso il metallo. Livia aveva le cinghie strette, le mani in grembo, il respiro controllato. Marco calcolava mentalmente. "Questo coso non dovrebbe volare, ma del resto anche i calabroni…"
Ognuno reagiva a modo suo. Solo l’equipaggio scherzava.
"Trenta secondi," disse il pilota sull’interfono, senza inflessione.
La discesa finale fu verticale, con i sei rotori che convertivano interamente la potenza in sostentazione; il vento che sollevavano premeva l’erba alta ai bordi della pista, appiattendola in cerchi sempre più larghi. Il rumore salì di tono, diventò fisico, entrò nei denti.
Il contatto con il suolo arrivò in tre tempi: prima il carrello posteriore sinistro con un urto sordo, poi il destro mezzo secondo dopo, infine l’anteriore, con uno scricchiolio del telaio che fece contrarre le spalle a Marco. I motori iniziarono a scalare, il rombo perdeva frequenza, i rotori rallentavano. Il silenzio arrivò per gradi, non tutto insieme.
Fuori, un uomo in giubbino arancione camminava verso di loro con il segnalatore abbassato lungo il fianco, il passo tranquillo di chi aveva già visto atterrare cose più strane di così. Dietro di lui, una camionetta scoperta della sicurezza.
Marco slacciò la cintura e si alzò per primo. Si avvicinò al finestrino e guardò la pista, l’erba schiacciata dal downdraft che già si stava rialzando, i campi intorno, il cielo bianco e uniforme.
Un uomo in mimetica aprì un passaggio laterale di uno dei veicoli e Vigil balzò fuori, scosse il mantello nero e andò verso il portellone ancora chiuso. Si fermò lì, aspettando.
Livia slacciò la cintura lentamente. Guardò Arianna, che aveva già gli occhi sul portellone. Poi Agnese, che aveva aperto gli occhi ma restava seduta, la mano ancora sulla parete.
"Ci siamo," disse.
Cercò con lo sguardo Hana, la vide salire nell’abitacolo del veicolo vicino al portellone.
Lo sportello laterale dell’X-51 si aprì ed entrò quello che sembrava un funzionario, anche se vestito in modo casuale. Vigil uscì dallo stesso varco, passando accanto a lui. Si fermò un istante, annusò l’aria, puntò il tartufo verso nord, poi si allontanò per sbrigare le sue pratiche.
Il funzionario si guardò attorno prima di parlare. "Chi di voi è Livia Cardeni?" Il tono era serio.
Livia si avvicinò, confusa. "So… sono io," rispose a bassa voce.
Intorno a loro l’equipaggio si stava già muovendo: attaccavano alle mimetiche patch in velcro con tre strisce verticali, blu, bianco e rosso, mentre altri applicavano sui veicoli cartelli magnetici ben visibili.
Opération autorisée – statut diplomatique français
Authorized operation – French diplomatic status
L’uomo le porse un plico sigillato, con la scritta: Diffusion restreinte.
"Buongiorno. Vengo dal consolato. Ho l’incarico di consegnarvi i documenti e di comunicarvi che, da questo momento, siete una spedizione sotto bandiera diplomatica francese."
Livia prese il plico. "Gra… grazie, non capisco."
"Ci sono persone che vi conoscono e sanno quali tasti schiacciare." Sorrise appena, poi si voltò. "Toujours la même merde…" borbottò, uscendo.
Marco le passò accanto. "Ho già detto che c’è qualcuno che può fare cose che non si possono fare?"
Il portellone idraulico iniziò ad aprirsi e l’odore del Norfolk entrò tutto insieme: erba, terra umida e qualcosa di più antico sotto, che Livia riconobbe prima ancora di riuscire a dargli un nome.
Livia uscì, chiudendo per un attimo gli occhi e prendendo un respiro profondo. Poi si girò verso l’hangar più vicino, dove sulla porta pedonale e su quella principale erano appesi dei cartelli:
Opération autorisée – statut diplomatique français
Authorized operation – French diplomatic status
"Da questa parte." Richiamò l’attenzione indicando l’edificio e dirigendosi verso di esso.
I tre veicoli scesero lentamente dal X-51, uno alla volta, fermandosi vicino all'hangar. Quattro operativi erano rimasti di guardia al velivolo sigillato; gli altri si muovevano verso l’edificio con zaini e casse metalliche di diverse dimensioni.
Sofia, Elisa, Marco, Agnese, Sibilla e Arianna si allinearono al fianco di Livia, dirigendosi verso l’hangar.
Fu Elisa a parlare. "Siamo in terra straniera, con una rete straniera, sotto una bandiera straniera. Ora è tempo di concludere."
L’hangar aveva il soffitto alto una decina di metri e odore di carburante vecchio, metallo, qualcosa di grasso che non andava via. La luce entrava da tre finestre a nastro sul lato ovest e su quello est, completata dalle plafoniere già accese.
Lo spazio era stato predisposto dal personale della struttura. Nella zona più ombreggiata erano disposte delle brandine, non sufficienti per tutti, ma abbastanza con una turnazione. Poco distante, alcune pareti mobili separavano quelli che sembravano bagni, docce e spogliatoi, distinti tra uomini e donne.
Al centro erano stati allestiti due lunghi tavoli da riunione, con attorno tavoli da lavoro vuoti e sedie accostate.
Le casse portate dall’aereo erano già state separate con ordine in base alla loro funzione. All’esterno, quattro operativi stavano montando tre parabole di almeno un metro di diametro; qualcosa iniziava a comparire sui portatili collegati mentre le antenne si orientavano verso il cielo.
Altri, su scale, fissavano trasmettitori wireless in punti precisi. Le antenne non avevano l’aspetto di normali access point e non c’erano cavi, nemmeno l'alimentazione.
Le operazioni procedevano veloci. Quando Arthur e Hana si avvicinarono a Livia, lei stava parlando con il suo gruppo. I vestiti erano sporchi, come il viso.
"Livia," disse Arthur. "Abbiamo ricevuto nuove istruzioni."
Livia lo guardò, temendo il peggio. "È prevista pioggia e abbiamo scordato le ombrelle?" disse con falsa ironia, cercando di spezzare la tensione.
Arthur non colse la provocazione. "Hana e la sua squadra sono assegnate al tuo gruppo e alla protezione tua e di Arianna." Fece una pausa. "Io e la mia squadra saremo invece sul perimetro d’azione."
Livia guardò Hana, che appariva distaccata, come svuotata. "Sono contenta di averti al mio fianco." Cercò, senza successo, una reazione.
"Faremo il punto della situazione e partiremo al più presto. In Italia ci sono stati altri fenomeni geologici anomali, abbiamo poco tempo," continuò Arthur.
"E tutto questo?" indicò le attrezzature e i computer allestiti. "A che serve?"
Fu Hana a rispondere. "Servirà dopo." Indicò con un cenno del capo un’area circoscritta, un ospedale da campo.
Arthur iniziò ad allontanarsi, con Hana al suo fianco. "Organizza i turni di tutti gli equipaggi. Voglio che ognuno riesca a farsi una doccia e a mangiare prima della partenza." Rallentò, girando appena la testa. "Livia, l’istruzione più importante: il comando delle operazioni è stato affidato a te." Sorrise e se ne andò.
Livia non ebbe modo di rispondere. Non capiva molte cose: non solo chi stesse dando ordini a quelle persone, ma come potessero essere pronti ad affrontare ciò che lei conosceva. Non aveva senso. Fece un cenno verso Marco, aspettando che si avvicinasse.
Anche lui era sporco per il lavoro. "Dimmi, Livia." La voce bassa.
"Cosa sai di Althea e dell’organizzazione a cui appartiene?"
"Non la vedevo da anni. So che ha preso diverse lauree, ma non so per chi o per cosa lavori." La guardò. "Perché?"
"Ho appena saputo che qualcuno ha deciso che io abbia il comando," rispose secca.
"Mi sembra positivo. Almeno non saremo guidati da gente dal grilletto facile."
"Non mi sembrano persone dal grilletto facile. Sono altro… diversi. Non sono soldati."
"In effetti non ho ancora visto armi." Marco si guardò attorno istintivamente. Vide solo un paio di uomini uscire dai bagni con un asciugamano legato alla vita, e poco dopo alcune donne, avvolte nei loro, con i capelli umidi.
"Ci parlano come se sapessero più di quanto dovrebbero."
"Non usano titoli, si definiscono solo operativi o Warband." Indicò con il capo chi stava arrivando dalle docce. "Uomini e donne portano sia capelli lunghi che corti, come se non ci fosse una regola."
"Usano il termine Warband, in qualche modo si rifanno ai Celti e alle antiche tribù," disse Livia. "Alcuni di loro hanno vecchie cicatrici, sono di lame, non di proiettili."
"Si muovono come se avessero già fatto tutto questo." Disse Marco a bassa voce.
Livia annuì appena. "Non improvvisano mai."
"E non verificano. Nessuno controlla, nessuno mette in dubbio niente."
Nel frattempo un operativo arrivò con due vassoi, li porse e sparì senza dire nulla.
Livia e Marco li guardarono. Non erano razioni: cibo caldo, pane vero, posate di metallo. Qualcosa di preparato, non distribuito.
Marco sollevò appena il vassoio. "Si trattano bene."
Livia non rispose. Lo osservò per un istante, poi abbassò lo sguardo sul cibo. Sembrava un pasto normale. Forse l’ultimo.
Marco era al tavolo con Arthur e altri due. Davanti a loro, mappe della zona, immagini aeree e una planimetria del sito. All’altro tavolo Livia e Hana lavoravano con altri due, impegnate nelle stesse operazioni.
Livia aveva deciso per briefing separati, con uno scambio successivo: le due unità dovevano potersi sostituire a vicenda, non con una logica militare, ma con quella dei Custodi.
Venta Icenorum era poco più di un rettangolo segnato nel terreno. Le mura ancora visibili, ma basse, interrotte. Nessuna vera barriera.
"Si arriva da sud," disse Arthur, indicando la Stoke Road. "Strada aperta, campi ai lati. Se c’è qualcuno, ci vede arrivare da lontano." Fece una pausa. "E se si avvicina, vede le insegne diplomatiche."
Scorse con il dito un punto più alto a ovest. "Da qui possiamo avere visuale su tutta l’area."
Marco scosse la testa. "Non serve. Dobbiamo entrare dentro le mura." Indicò il centro del perimetro. "Non fermarci alle mura. Dentro. Lì."
Arthur rimase in silenzio per un attimo. "E cosa dovrebbe succedere, esattamente?"
Marco incrociò il suo sguardo. "Non lo so ancora." Fece un cenno verso Arianna, impegnata a mangiare. "Sarà lei a dircelo quando sarà il momento."
"Per questo è così importante? Più di Livia?" Abbassò lo sguardo sulla mappa. "Ha ordinato ad Hana di non pensare a lei, ma solo ad Arianna."
Marco sospirò. "Arianna, in questo momento, è… speciale." Esitò un istante. "Per eventi che non hanno una spiegazione concreta, è la figlia di Livia. Lei lo ricorda. È anche mia figlia… ma io non ne ho memoria."
Arthur spostò lo sguardo tra Livia e Arianna, senza dire altro.
Nel pomeriggio le luci fuori erano diventate più piatte, il cielo del Norfolk uniforme e bianco. Un secondo giro di vassoi era passato, questa volta più essenziale. I preparativi erano ancora in corso, ma il tempo per pensare al dopo era diventato preponderante.
Agnese dormiva su una brandina con le mani incrociate sul petto, immobile come sempre. Arianna era seduta a terra con la schiena alla parete, il taccuino sul ginocchio, la penna ferma. Non scriveva. Guardava l'hangar, i movimenti, le persone.
Alcuni operativi stavano distribuendo mimetiche con le stesse patch, ma diverse dalle loro, al gruppo di Livia, invitandoli a indossarle.
Marco prese la sua senza commentare. Sofia controllò la taglia, annuì e si diresse verso gli spogliatoi.
Elisa la prese con la mano destra, fece due tentativi per capire come indossarla con il braccio sinistro, poi la posò sul letto, si tolse i tutori alla spalla e al gomito e si cambiò con indifferenza, lì nell’hangar.
Arianna prese la sua e la guardò per un momento. "È uguale alle vostre."
"Quasi uguale," rispose Hana.
"Perché quasi?"
"Perché voi non siete Warband."
Arianna sollevò appena lo sguardo. La voce cambiò, fredda. "Ní Warband ná Ceiltigh sibhse." (Non siete né Warband né Celti.)
Poi rimise il taccuino nello zaino e si avviò verso gli spogliatoi.
Hana restò immobile, guardandola allontanarsi. Fece per dire qualcosa, ma si fermò.
Livia era fuori dall'hangar, in un angolo cieco. Aveva aperto una busta portata dal casale e versato il contenuto in una ciotola. Vigil era seduto davanti a lei, la coda ferma, le orecchie dritte.
"Aspetta," disse Livia.
Vigil aspettò. Lei posò la ciotola a terra e fece un passo indietro; lui mangiò con metodo, senza fretta, senza nessuno dei rumori che fanno i cani affamati. Quando finì, alzò la testa e la guardò.
"Non ti do altro, lo sai."
Lui la guardò ancora un momento, poi si alzò, fiutò in giro e alzò la zampa.
Qualcosa sotto, nel terreno, era diverso da quello che conosceva. Non era la sua rete, era più antica e più laterale. Sentì dei passi e una voce femminile. "Cardeni."
Si voltò. Hana era ferma a due metri, la mimetica allacciata fino al collo. Teneva un'altra mimetica sul braccio sinistro, ancora piegata.
"Questa è tua. La taglia dovrebbe essere giusta." La porse senza avvicinarsi.
Livia la prese. Non la aprì. Guardò Hana: lo sguardo non era quello del pomeriggio, né dell’aereo, né del briefing. Era altro, di chi si sente perso.
"C'è qualcosa che non va?" disse Livia.
Hana guardò i campi, poi il cielo. "Dipende da come la metti." Tornò su Livia. "Ho ascoltato il tuo briefing. L'ho ascoltato tutto."
"Lo so."
"Quello che hai descritto…" Si fermò. Spostò il peso da un piede all'altro, un gesto piccolo, quasi impercettibile. "So come finiscono certe operazioni… non abbiamo mai affrontato qualcosa di cui non sappiamo niente."
"Come finiscono?"
"Male per qualcuno." Il tono era piano, non drammatico. "Non ho paura, ho già perso persone e subito ferite. Ma ho capito che questa volta le probabilità non sono dalla nostra parte, nel modo in cui sono abituata a intenderle."
Vigil tornò e si fermò a mezzo metro da Hana. La annusò, strofinando il muso sulla sua gamba, poi su quella di Livia, per poi andare verso la porta dell'hangar, scomparendo dentro.
Hana lo seguì con lo sguardo fino alla porta. "Dalle tue spiegazioni… potremmo non tornare… Non tutti."
Livia non disse niente. Sentì lo stomaco contrarsi.
"Anch'io potrei non tornare." Non era una domanda e non cercava risposta. "E ho pensato che non voglio arrivare a domani sera senza aver stretto qualcuno ancora una volta." Lo disse con la stessa voce piatta con cui avrebbe detto qualsiasi altra cosa.
Livia guardò la mimetica che teneva in mano. La posò a terra. Poi fece i due passi che le separavano e Hana non si mosse, non indietreggiò, non cambiò espressione.
Livia le prese il viso tra le mani, avvicinando il suo. Hana chiuse gli occhi un momento prima.
Quando Livia rientrò nell'hangar, indossava la mimetica, i capelli raccolti in una coda. Si avvicinò al tavolo con i monitor e guardò la mappa di Venta Icenorum senza dire niente. Marco le lanciò un'occhiata breve, poi tornò alla planimetria.
Hana rientrò qualche minuto dopo dalla porta laterale. Raggiunse la sua postazione, controllò il tablet, scambiò tre parole con uno degli ufficiali, prese il thermos e si versò del caffè.
Arianna, seduta ancora a terra con il taccuino, alzò gli occhi su Livia, poi su Hana, poi tornò a scrivere.
Fuori, il sole stava scendendo dietro i campi piatti del Norfolk e la luce nell'hangar cambiò colore, diventando più grigia, più orizzontale.
Livia guardò Hana per un lungo momento e batté due volte le mani, lentamente. "Briefing finale tra dieci minuti. Tra trenta minuti si entra in azione."
Qualcuno finì il caffè. Elisa, che era rimasta distesa con gli occhi aperti al soffitto, si alzò lentamente, muovendo il braccio sinistro, e si diresse verso il tavolo senza aspettare nessuno.
Fuori, i campi erano già quasi bui.
Il silenzio era completo, le luci spente, il buio avvolgeva ogni cosa. Solo il leggero rumore degli anfibi era percepibile. Ombre scure, con visori notturni, camminavano rapide verso i tre veicoli aperti, invisibili a occhio nudo.
Livia aveva distribuito gli equipaggi: dieci operativi di Arthur e dieci di Hana sul primo veicolo; Hana con i suoi sul secondo, insieme a lei, Marco, Elisa e Arianna; sul terzo veicolo Arthur con Agnese, Sibilla e Sofia.
I tre veicoli arrivarono al cancello. I fari si accesero in sequenza mentre l’ultimo superava i pilastrini; le luci abbaglianti tagliarono il buio della strada e il convoglio prese velocità. Marco vide il portellone del veicolo che li precedeva così vicino da poterlo toccare. Sul tachimetro digitale i numeri scorrevano veloci: 100, 120, 150, 180, poi si stabilizzarono.
Le case sparse scorrevano rapide; a quella velocità erano masse compatte che non permettevano errori. Vigil era sdraiato su un tappeto imbottito, mugolando a tratti, per niente tranquillo. La strada scorreva rapida ai loro lati: stretta, cieca, con curve senza visibilità che emergevano dai campi.
Tre puntini su uno schermo indicavano il movimento veloce dei tre veicoli, in parte controllato da un sofisticato sistema di guida elettronico; una luce rossa segnalava che stavano per affrontare un incrocio, una strada più ampia.
I veicoli persero rapidamente velocità prima di girare bruscamente a destra; non si sentì alcun suono mentre i numeri tornavano a salire sul tachimetro e la luce rossa di allerta si spegneva. Il terreno agricolo li costeggiava.
Le spalle della strada si abbassavano: guard rail bassi, fossi di scolo, un filare di alberi isolati che compariva nel buio e spariva prima che l’occhio li mettesse a fuoco. I fari del primo veicolo si distinguevano nell’oscurità e scendevano leggermente a ogni avvallamento del manto.
Alla loro velocità i cartelli stradali diventavano lampi: bianco, poi caratteri neri impossibili da leggere, poi buio di nuovo. Poringland era una manciata di luci gialle sulla destra, qualche finestra accesa, nessun movimento. Di nuovo la luce lampeggiò e passarono un incrocio con il rosso.
Elisa teneva gli occhi chiusi. Non dormiva: le dita stringevano la cintura di sicurezza con una pressione che non era controllo, ma qualcosa che assomigliava a trattenere. Arianna sedeva al suo fianco, diritta, lo sguardo fisso nel nulla.
I veicoli rallentarono automaticamente per superare una rotonda. Le strettoie e le curve si susseguirono in un alternarsi di rallentamenti e accelerazioni. La pianura diventava una massa oscura e assoluta attorno a loro; svoltarono a sinistra senza rallentare, sbilanciandosi vertiginosamente verso destra. Livia lasciò scappare un suono inarticolato.
Poco dopo rallentarono, per poi fermarsi, un veicolo al fianco dell’altro. Livia guardò l’orologio: erano passati solo nove minuti da quando avevano lasciato l’aeroporto.
I portelloni si aprirono e scesero tutti con i visori notturni; li aspettava un chilometro quadrato di terreno che, per loro, sarebbe stato solo una distesa scura, uniforme, interrotta da ombre irregolari.
Livia si voltò verso Hana. "Lancia i droni, quota cento, massima diffusione."
La Warband di Arthur si dispiegò, circoscrivendo un perimetro invisibile. "Pronti a spegnere i visori", disse Arthur ad alta voce.
Il rumore degli sportelli sui tetti dei veicoli li raggiunse, quasi un sibilo; poi il suono dei rotori di decine di droni invase il buio, propagandosi sul campo e oltre. Hana urlò: "Visori. Ora!"
Dal cielo si propagarono fasci di luce bianca accecante e si fece giorno.
Livia bisbigliò: "Venta Icenorum."
Arianna al suo fianco mormorò:
"Agus lasadh an solas ar chinniúint sibhse, a dhaoine marfacha; go dtosaí an choimhlint."
("E si accese la luce sul destino di voi, o uomini mortali; che inizi il conflitto.")
Iniziarono ad avanzare: il campo era una distesa piatta. Superarono il fossato e il terrapieno, le Warband attorno a loro, Hana a ridosso di Arianna. Sopra le mimetiche portavano altro equipaggiamento. Nessuno parlava.
Agnese si guardò attorno. "Da quella parte." Disse nella microradio. Indicò una direzione simile a qualsiasi altra.
Raggiunsero l’area indicata da Agnese senza rallentare. Attorno a loro, gli operativi si erano disposti a distanza, chiudendo il perimetro in uno schema difensivo circolare ampio. Hana restò con cinque operativi, vicino a Livia e al suo gruppo.
"Posizione raggiunta," arrivò nelle microradio.
Nel bianco artificiale dei droni il terreno sembrava uguale a tutto il resto. Poi Arianna si fermò. "Lì, guardate." A terra si distingueva appena una traccia circolare, larga poco più di un metro. Le pietre non c’erano più; ne restava solo l’impronta antica nel terreno.
Livia si avvicinò per prima, seguita da Arianna, Agnese, Sofia, Sibilla e Marco. Si disposero attorno alla traccia come avevano visto nella visione icena, lasciando tra loro spazi regolari e uno vuoto: erano in sei.
Elisa rimase poco dietro Livia, senza entrare nel cerchio. Hana e i cinque operativi si tennero a ridosso, abbastanza vicini da intervenire se necessario.
I sei, restando in piedi, spostarono insieme le mani verso il terreno, cercando un contatto con quel luogo; l’aria cambiò di colpo: il caldo di luglio si ritirò e il respiro cominciò a condensarsi davanti alle bocche.
Attorno a loro si percepì il suono di lame che lasciavano i foderi: Hana e i suoi operativi più vicini impugnavano delle spade, ognuna diversa. Hana impugnava una lunga lama sottile che rifletteva la luce: una katana.
Nelle ombre dure create dalla luce artificiale il campo smise di sembrare vuoto. Attorno a loro presero forma profili che prima non c’erano: linee di edifici, volumi bassi, margini più netti del terreno. La pianura si stava riempiendo. Dove prima c’era solo prato, apparvero sette pietre verticali alte poco più di mezzo metro e, poco più in là, le strutture di un villaggio iceno.
Dal lato sud-ovest arrivò un suono secco e cadenzato; il terreno tremava seguendone il ritmo, identico a sé stesso: passi. Le prime sagome entrarono nel campo dei droni: scudi rettangolari alti, serrati uno accanto all’altro; sopra, gli elmi; sotto, una linea compatta di piedi che avanzava senza esitazioni.
Dietro la prima linea se ne intravedeva un’altra, poi un’altra ancora. Tre blocchi distinti, allineati, che mantenevano distanza e forma mentre si muovevano. Nessuna voce, nessun segnale visibile. Solo il passo.
I riflessi correvano sulle superfici metalliche: bordi di scudi, lame corte, punte di lance. La luce artificiale li colpiva e rimbalzava, rendendoli più netti del terreno stesso.
La Legio IX Hispana.
Nel perimetro, gli operativi si irrigidirono quasi nello stesso istante. Non per paura, ma per adattamento. Le posture cambiarono, i piedi si assestarono meglio sul terreno.
Alle loro spalle, dodici operatori si staccarono dalla linea. Aprirono piccole casse metalliche e montarono rapidamente i mortai portatili, piantando le basi nel terreno con colpi secchi. I tubi si inclinarono tutti nella stessa direzione, verso sud-ovest. Cinque colpi ciascuno: quella era la dotazione.
Nelle microradio arrivarono voci basse, essenziali.
"Contatto visivo. Tre coorti complete."
"Formazione chiusa."
"Distanza duecento."
Hana non si voltò. La katana era già nella mano destra, la lama inclinata verso il basso. I cinque attorno a lei avevano fatto lo stesso, ognuno con un’arma diversa, tutte pronte.
"Restate in linea," disse nella radio, senza alzare il tono.
Sul perimetro esterno, le Warband si ridisposero di pochi passi, chiudendo meglio l’arco verso sud-ovest. Nessuno avanzò. Aspettavano.
Nel centro, nessuno dei sei interruppe il contatto con il terreno. Solo Elisa, poco dietro Livia, sollevò lo sguardo, osservando la distanza che continuava a ridursi. Il ritmo dei passi non cambiava. Si abbassò, aprì il fodero sull’anfibio ed estrasse un pugnale antico, dalla lama lunga e stretta, di una trentina di centimetri. Nel rialzarsi vide per un attimo il tessuto rosso portato da Hana tra la spalla e il fianco, come una bandoliera.
L’aria al di sopra delle pietre si addensò, diventando di un nero intenso e nebuloso che assorbiva la luce. Si contorse, come se cercasse di allargarsi, facendo inclinare verso l’esterno le pietre. Sei ressero, ma la settima, senza un custode, cadde. La massa scura si spostò in quella direzione, iniziando a filtrare.
"Elisa!" chiamò Livia.
Elisa si voltò, il pugnale nella sinistra. Non chiese niente e raggiunse la pietra, sollevandola con fatica, una smorfia di dolore sul volto. La mano, nella luce di un drone, apparve violacea, ma la massa oscura tornò all’interno, lottando.
Arianna orientò una delle mani verso la pietra retta da Elisa, mormorando parole in una lingua a loro sconosciuta. Ritirò la mano. "Ti aspetta, è tempo."
La voce di Arthur arrivò dai ricevitori. "Mortai!"
Una raffica di botti secchi lacerò l’aria, per poi esplodere, spazzando via decine di legionari in una dozzina di punti.
Nessuno esultò. Gli uomini delle Warband piegarono leggermente le gambe, in attesa del comando della loro guida, le armi pronte a colpire.
Gli uomini della Legio IX si aprirono in formazioni più piccole, con movimenti rapidi, resi automatici dall’addestramento ricevuto secoli prima.
"Mortai!" di nuovo la voce di Arthur.
I legionari caddero, meno che al colpo precedente. Così fu per altre tre volte.
La legione si divise in contubernia; le piccole unità di otto uomini accelerarono il passo, con uno schema organizzato che non lasciava spazio ai dubbi.
"Hana!" La voce di Arthur arrivò al suo orecchio. "Non c’è tempo, per noi è finita se non succede qualcosa."
Hana chiuse per un attimo gli occhi. "Sta succedendo qualcosa, resistete." La comunicazione si chiuse e lo sentì arrivare senza radio.
Arthur inspirò a fondo e lasciò uscire un suono basso, ruvido, quasi trattenuto, che il comunicatore prese subito rilanciandolo nell’aria, dove si allargò, si duplicò e tornò indietro con un leggero ritardo. Un secondo operativo si unì, poi un altro, e il suono crebbe stratificandosi, imperfetto ma sempre più pieno, le frequenze che si sovrapponevano e si rincorrevano nello spazio aperto fino a diventare una massa unica, un barrito che le Warband presero insieme senza bisogno di un comando, cinquanta voci agganciate allo stesso ritmo, amplificate dai comunicatori che trasmettevano all’esterno, tanto che il suono non usciva più da loro ma li circondava.
Arrivò fino a Hana, che per un attimo restò immobile, poi sollevò il mento e si unì, i suoi cinque subito dopo di lei; la sua voce entrò nel coro, più alta, più netta, stabilizzando il ritmo mentre il barritus riempiva il campo.
L’avanzata delle contubernia vacillò nell’udire quel suono che conoscevano bene; le piccole unità si strinsero tra loro, perdendo lo schieramento preciso e letale.
Arthur non aspettò oltre. "Avanti, Warband!"
Le Warband si mossero insieme, chiudendo la distanza in pochi secondi: i cinquantaquattro uomini compatti, senza rompere la linea, il suono ancora addosso mentre entravano nell’impatto.
Elisa venne travolta dal barritus; la sua mano, dolorante sulla pietra, perse di significato. Strinse i denti, mantenendo la posizione per impedire che la massa scura uscisse. Con forza piantò nel terreno il pugnale tenuto con la sinistra, per avere maggiore stabilità; non visto da nessuno, un bagliore dorato pervase l’impugnatura.
Il ciondolo al polso di Livia divenne caldo e si accese di una luce dorata, che si unì alla luminescenza del collare di Vigil, anche lui nella lotta insieme alle Warband, il corpo chiazzato del sangue dei legionari.
Una foschia dorata scaturì dalla settima pietra per allinearsi alle altre sei e, da questa, una voce lontana, ancora vacua. "Eirene…"
Agnese volse il capo nella direzione della voce. "Kreon…"
L’abbaio di Vigil in lontananza mutò, divenne ululato e poi qualcosa di indefinibile.
Elisa cadde, la mano dolorante, ustionata, ma non dal caldo. La pietra ora era immobile come le altre. Spostò lo sguardo sulla nebbia, che ora era un uomo in tutto e per tutto, vestito di abiti antichi, di una Grecia dimenticata da secoli. Poco dopo si bloccò su Agnese: non era più una novantenne, ma una donna sulla quarantina, con abiti dell’epoca dell’uomo.
L’attacco di Arthur aveva spezzato l’avanzata della IX, ma il rapporto di trenta a uno non gli dava speranza; vedeva i suoi compagni e compagne cadere. Ordinò, rapido e secco: "Ripiegare sui custodi!"
Ripiegarono come onde di marea: la prima ondata colpiva facendosi inseguire, la seconda colpiva gli inseguitori, e poi di nuovo. Mentre riprendevano posizione per attaccare, li videro. Uno degli operativi parlò rapido: "Due contubernia hanno sfondato!"
Hana comandò ai suoi cinque: "In linea, fino alla fine." Senza rispondere si schierarono in un muro. Sei contro una ventina. Hana ghignò.
Elisa li vide arrivare e colpire Hana e i suoi con gli scudi, li vide arretrare, vacillare, ma non aveva paura. Poi vide il corpo di Hana muoversi rapido e passare oltre gli scudi, i legionari cadere.
La massa scura vacillò tra le pietre, a tratti sbiadiva per poi reagire. I sette custodi erano impassibili e una luminescenza dorata prese forma attorno a loro.
Due legionari, senza scudi, passarono lo sbarramento di Hana nel punto più vicino, diretti verso la schiena di Livia, il gladius in pugno. La punta toccò la schiena di Livia, ma il legionario cadde: Elisa era al suo fianco, il volto rabbioso, la mano insanguinata, il pugnale nel fianco dell’uomo per tutta la lunghezza; lei ricadde sul suo corpo.
Il secondo legionario stava puntando Arianna, ma Hana gli si parò davanti, mozzandogli la testa con la sua spada, il sorriso sul volto che si spense mentre abbassava lo sguardo sul gladius nel suo ventre.
La massa scura cedette tra le pietre, come se qualcosa avesse smesso di opporsi. La luce dorata si richiuse su sé stessa, diventando più compatta, più stabile, finché ogni movimento si fermò. I Custodi restarono immobili ancora un istante, poi il contatto si spezzò.
Livia inspirò, come se tornasse da una profondità troppo lunga. Il campo tornò quello di prima, la luce dei droni di nuovo uniforme, fredda. Si voltò e vide le Warband: vivi, feriti e morti.
Poi lo sguardo tornò vicino e si fermò su Hana, a terra, il corpo piegato su un fianco, la katana ancora nella mano. Il tessuto rosso le attraversava il petto, scuro dove il sangue lo aveva raggiunto.
Elisa era poco distante, in ginocchio, una mano stretta al pugnale, l’altra aperta e tremante. Il sangue le colava lungo le dita senza che sembrasse accorgersene.
Corse da Hana. Quello che doveva essere un medico le stava facendo un’iniezione e aveva già tamponato la ferita con un kit di emergenza. Livia lo guardò senza parlare e lui scosse il capo, allontanandosi verso altri feriti.
Livia si inginocchiò, prendendole la mano sinistra. Hana mormorò con voce debole: "Ho obbedito… agli ordini… è salva." Abbozzò un sorriso, poi chiuse gli occhi. Il corpo si fece inerte.
Livia si abbassò, posandole un bacio sulla fronte e mormorando qualcosa, la voce coperta dal rumore dell’X-51 che stava scendendo in un campo vicino, alle prime luci dell’alba.
Marco si occupò di Elisa, sconvolta dal suo gesto d’ira contro il legionario, ma si stava riprendendo rapidamente. Sofia portò via Arianna fino ai veicoli, schermandosi con quelli per nascondere il campo: era successo qualcosa.
Livia si alzò lentamente e incontrò lo sguardo di Sibilla, stanco e distante, e chiese: "Dove è Agnese." Non c’era emozione.
Sibilla replicò, piatta: "Eirene è ora con Kreon, sono tornati nel loro tempo e sono ascesi." Non aggiunse altro e si avviò verso i veicoli.
Vigil la raggiunse, sporco ma illeso, e si affiancò alla sua gamba, presenza rassicurante. "Amico mio, cosa abbiamo fatto?" disse Livia, indicando il campo. "Tutta questa distruzione." Lo sguardo trovò Marco ed Elisa, che non la videro. "Tutto questo per colpa mia." Con passo lento si diresse verso i veicoli.
Sibilla si stava ripulendo in uno dei veicoli, Livia trovò Sofia dentro quello più distante, stava parlando con Arianna. Sofia le fece cenno di non parlare.
Fu Arianna a parlare. "Ciao, tu sei la signora del Mitreo?"
Livia la guardò e guardò Sofia.
"Sì, sei lei." disse Arianna sorridendo. "Adesso mi parlerai delle storie dei Custodi e della Soglia? Lo avevi promesso."
Livia si spostò al fianco del mezzo, lasciandosi cadere, e iniziò a piangere.
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Passarono giorni dal rientro al casale. Il mondo era tornato alla normalità.
Dei sessanta uomini e donne di Althea, undici erano morti, tra cui Hana; ventotto erano rimasti feriti in modo più o meno grave, ma se la sarebbero cavata tutti. Anche Arthur era rimasto ferito nello scontro.
Livia seppe da Arthur che Hana non aveva nessuno. Riuscì ad avere in affido il suo corpo e la seppellì nella radura guarita, al fianco del suo manto rosso e della sua spada. Come lapide, una targa di legno di quercia incisa da Marco.
Agnese, con il suo custode, le era apparsa in sogno, spiegandole qualcosa che era difficile da capire, ma aveva imparato da tempo che non tutto doveva essere capito.
Marco ed Elisa stavano bene, cercavano di aiutarla a passare oltre. Anche Elisa era cambiata, non era quella che aveva imparato a conoscere: era cresciuta in una direzione che non era ancora chiara.
Sibilla aveva preso la sua moto e se n’era andata.
Arianna era tornata dai suoi genitori, la ragazza di prima, quella che forse sarebbe diventata custode, ma non ricordava niente di lei, solo una vecchia promessa.
Anche Carlo si faceva sentire poco, occupato dal suo lavoro fuori regione.
Livia uscì dalla casa con una valigia leggera, superò Marco ed Elisa senza guardarli, salì in macchina e mise in moto, imboccando la strada. Il telefono vibrò sul sedile accanto, una sola volta. Livia non lo guardò. Vigil la seguì con lo sguardo da sotto il portico.
© 2026 Emilio Polenghi - Racconti del ciclo I Custodi della Soglia.