Piante, tradizioni e racconti legati al territorio
Una settimana era trascorsa dalla scoperta del significato degli oggetti; Sofia sarebbe arrivata presto per parlare delle loro scoperte e aiutarli a comprenderle. Nei giorni precedenti si erano verificati diversi problemi: Elisa aveva picchiato brutalmente un ragazzo che aveva commentato la sua scollatura; Livia compiva sempre più spesso azioni spericolate; Marco aveva fermato un borseggiatore, arrivando quasi a rompergli una mano. Ogni giorno succedeva qualcosa e i toni, anche tra di loro, diventavano spesso minacciosi.
Le notti non erano da meno: più di una volta avevano visto Livia rientrare dal bosco, nel cuore della notte, con della selvaggina sulla spalla, uccisa con un arco che si era costruita; il sangue sugli abiti non sembrava darle alcun fastidio. Prendeva poche prede, quanto bastava per un pasto, al massimo due se prevedeva di conservare qualcosa, ma il modo in cui le preparava aveva qualcosa di istintivo, quasi animale.
La mattina arrivò come le altre: Marco ed Elisa erano andati a Sutri per fare la spesa, dopo aver preso un preparato di valeriana e passiflora prima di uscire. Nadia e Amani erano rimasti al casale dei Gelsi e non sarebbero saliti. Livia posò la valigetta sul tavolino, si sedette sulla sedia di vimini sotto il portico e si sfilò i calzoni larghi; lo sguardo indugiò sulla fasciatura alla gamba destra, dove una leggera macchia di sangue stava riaffiorando lentamente. Rianna continuava a medicarla, ma, per quanto la sutura stesse reggendo, la ferita non si chiudeva.
Con una smorfia tolse la fasciatura e la gettò in un secchiello: la ferita era ancora lì, ogni giorno uguale, come se si rigenerasse. Aprì il barattolo e spalmò la resina di Croton lechleri; la mascella si serrò e il corpo si irrigidì per il dolore, mentre il sangue si ritraeva poco a poco. Con movimenti lenti tamponò la ferita, sollevò lo sguardo verso il rumore del quad: Rianna stava arrivando.
Il quad si fermò poco distante dal portico e Rianna scese buttando il casco sul sedile e prendendo le sue borse. "Come va oggi?" La voce era nervosa. "Immagino come ieri e come il giorno prima e quello prima ancora."
"Rianna…" Livia era depressa. "Forse non dovresti più salire, tanto è inutile. Tra poco arriva un mio amico ricercatore, magari lui ci capisce qualcosa."
Rianna posò le borse sul tavolo guardando la gamba e la ferita da cui Livia aveva tolto il tampone. "Almeno con quella porcheria che usi, smette di sanguinare." Abbozzò un sorriso. "Ad ogni modo, se vuoi me ne vado, così puoi parlare liberamente con il tuo amico." La voce era amichevole e professionale.
"No! Ti prego, resta." Livia sollevò la mano prendendole il braccio. "Credo che i punti interni si stiano riassorbendo e quelli esterni non abbiano una bella cera."
Rianna liberò il braccio infilando i guanti. "Nadia e Amani iniziano a farsi domande sulle mie visite, non si berranno ancora per molto le tue invenzioni. I punti interni reggeranno ancora qualche giorno, gli esterni stanno tirando come se facessi attività fisiche importanti." Si abbassò controllando da vicino la ferita. "Li toglierei, prima che si strappino peggiorando la situazione."
Livia sospirò. "In effetti non sto molto ferma, non sono una paziente collaborativa… Se pensi possano peggiorare la situazione, toglili." Sollevò lo sguardo guardandola con una dolcezza che non le apparteneva. "Mi fido della tua valutazione."
Rianna aveva già preparato il necessario e iniziò a lavorare sulla ferita per una mezz'ora buona: disinfettò, rimosse i punti e ne applicò di nuovi con un filo diverso. Le mani si muovevano precise e tastarono con attenzione tutta la coscia e parte del polpaccio.
"Hai rimesso i punti?" chiese Livia perplessa.
"Sì, ho usato un tipo di ricamo diverso, ma devi stare a riposo." Rianna scosse il capo ridendo. "Lo dico per necessità, ma tanto non lo farai. Sai cosa mi lascia perplessa? Perdi sangue, non guarisci, ma non ci sono infezioni e i tessuti attorno non sono in sofferenza." La fissò con un'espressione buffa. "Ma sei umana?"
Il rumore di una moto le raggiunse dalla strada. "Deve essere Arthur, aiutami a vestirmi." Livia si alzò lentamente prendendo i calzoni puliti.
Arthur lasciò il casco appeso alla Ducati e le raggiunse sorridente. "Buongiorno Livia, come promesso sono passato, non posso fermarmi molto, devo andare alla Serra." Si avvicinò baciandole la guancia. "E chi è la tua nuova amica? Mi stai mettendo in difficoltà, ora rischio di innamorarmi anche di lei."
"Sciocco. Comunque è molto bella." Livia ridacchiò. "Ma la sua bellezza è quella che non si vede. Ti presento Rianna, studia medicina, lui è Arthur."
"Studiavo medicina," ribatté Rianna. "Ora faccio la tuttofare al casale."
"Da quanto vedo su quel tavolo, tu studi medicina e fai cose che non dovresti fare." Arthur era tranquillo.
Livia diede una manata ad Arthur. "Così la spaventi. Rianna, non preoccuparti, come ti ho detto è un amico, non ti metterà nei guai."
Rianna li guardò e chiuse le borse sistemandole sul vicino quad. "È meglio che vada, prima che Nadia si faccia troppe domande e poi mi faccia il terzo grado." La voce era seria e distaccata.
Arthur sbuffò. "E dai. Livia ha una nuova amica e già te ne vai?" Rimase fermo vicino a Livia cingendole la vita con il braccio. "Dove studi… studiavi medicina?" chiese interessato.
Rianna si voltò di scatto. "Studiavo a Bologna e non ho il becco di un quattrino per pagare i corsi. Livia mi ha beccata a rubare e ora lavoro qui." Parlò velocemente con irritazione. "Ora sai tutto, posso andare?"
Livia inarcò le sopracciglia. "Rianna… Non sei così, tu sarai un medico e aiuterai le persone… Come stai aiutando me."
"Non mi sembra che tu stia migliorando, non potrò più essere un medico." Rianna iniziò a piangere. "Potrò solo rifare i letti e pulire in cucina…"
Arthur si staccò da Livia. "Ho esagerato con le domande, ma a qualcosa è servito." La voce era conciliante. "Ho un piccolo appartamento a Bologna, sono solo due stanze e un bagnetto e andrà ripulito." Restò a distanza. "Non lo uso da anni e possiamo fare un contratto che ti permetta di usarlo come ospite. Mi farebbe piacere, non posso dire di farlo per te, lo farei per Livia che tiene a te."
"E poi? Come mi procuro da mangiare, come faccio a vestirmi… come pago l'università? Non è solo dove vivere…" Rianna era furiosa.
Livia sospirò. "Sei indipendente e vuoi fare da sola, possiamo darti noi il necessario." Fece una pausa pensando. "Non è un'elemosina, quando sei libera torni qui e pareggiamo con il lavoro al casale."
Rianna aprì la bocca furiosa, ma si bloccò rilassando il corpo. "Potrebbe funzionare, ma non potrei mai pareggiare il conto." Sospirò. "State cercando di ridarmi la speranza, ma sapete che non può funzionare. Sono solo strade per nascondere il fatto che mi darete denaro e non lo voglio."
Arthur scosse il capo. "Sei peggio di Althea, ma lei qualche compromesso lo ha accettato e ora ha cinque lauree." Fece un passo verso Rianna. "Credo che in questo momento la cosa importante sia che tu ti rimetta in cammino… Puoi farlo, per il resto troverete un accordo." Guardò Livia per un attimo. "Posso chiamare il mio fiscalista e far sistemare i documenti per la casa; per questa sera saranno pronti."
Livia annuì. "Per quanto mi riguarda, confermerò la vendita di alcune mie anticaglie; in un paio di giorni avrai qualche migliaio di euro per le prime spese. Poi ci regoleremo, tanto sono cose che voglio vendere per fare spazio."
Rianna si lasciò scivolare, sedendo, sul parafango del quad, portando le mani al viso e piangendo senza freno.
Dopo che Arthur se ne andò con Rianna, Livia rimase ferma nel piazzale osservando il noccioleto e lasciando che il calore diretto del sole le scaldasse la pelle. "Mie custodi, cosa sta succedendo?" fu poco più di un mormorio. "Non vi sento più e il mio corpo è cambiato, come è cambiata la mia mente."
Restò ferma a lungo, senza ricevere una risposta, poi senza fretta rientrò zoppicando e raggiunse il laboratorio, dirigendosi verso il tavolo di restauro, dove erano ordinatamente disposti i fascicoli con le informazioni che aveva raccolto sugli oggetti e che ancora non comprendeva pienamente.
Marco ed Elisa erano al supermercato; il carrello era quasi vuoto, perché molto di ciò di cui avevano bisogno lo ricavavano dalla terra. Elisa lo vide: il movimento di un gruppo di ragazzi che facevano confusione e infastidivano i clienti. Senza pensare spinse con forza il carrello contro i primi due, poi scivolò sul pavimento e colpì alle caviglie il terzo. Marco restò immobile: la corsia era vuota, nessuno aveva visto, e i ragazzi si diedero alla fuga. Il volto di Elisa era piegato in un sorriso innaturale.
Tornarono al casale del Poggio parlando poco e, dopo aver scaricato le due borse, si avviarono verso l’interno; Elisa si allungò sulle punte, baciò rapidamente Marco e corse in casa, lasciando cadere la borsa vicino al tavolo per poi andare sul divano. Marco entrò poco dopo e, sbuffando, iniziò a sistemare quanto avevano comprato.
"Elisa!" disse Marco, seccato. "Potresti dare una mano…"
"Perché dovrei?" rispose, il pugnale tra le mani mentre si puliva le unghie. "Lo stai facendo tu, io ho di meglio da fare."
Livia, uscendo dal laboratorio, sentì lo scambio e si mosse con calma per nascondere la zoppia. "Avete trovato tutto?" chiese con tono sereno.
"Sì, non mancava molto, erano cose comuni." Elisa ripose il coltello; la voce era tornata calma.
"Hai preparato qualcosa per il pranzo?" chiese Marco, chiudendo lo sportello.
"Ho preparato la lepre." Indicò con il mento il forno.
"Ancora selvaggina?" replicò Elisa, scocciata.
Livia si sedette, sconsolata. "Ma cosa sta succedendo?" La domanda non era rivolta a qualcuno in particolare.
"Non lo so," rispose Marco.
Dopo un attimo, Elisa aggiunse: "Non ne ho idea."
Mangiarono in silenzio, meglio così che discutere; Livia sentì il calore sulla gamba, dove una macchia scura stava prendendo forma sui pantaloni, in corrispondenza della ferita.
"Oggi ho quasi eliminato tre ragazzi," esordì Elisa, lo sguardo basso sul piatto. "Erano fastidiosi e mi è venuto naturale, ma non va bene: potrei finire per uccidere qualcuno."
"Ti sei mossa quasi come Livia, ma non con forza, con tecnica," disse Marco, preoccupato. "Hai sfruttato gli oggetti e le loro posizioni per colpire."
Livia scosse il capo. "Stiamo cambiando tutti, non solo io." La voce si spezzò. "Compio la mia opera, ma sento sempre meno la comunione con le custodi passate."
"Potrebbe essere uno sviluppo legato a quanto abbiamo scoperto," disse Marco, ingoiando il boccone. "La situazione si è inasprita dopo il cambiamento di Elisa…"
"Vorresti dare la colpa a me?" Elisa afferrò il piatto e glielo lanciò contro, mancandolo.
Entrambi la guardarono; Livia si alzò, poi si inginocchiò sul pavimento per pulire: il dolore le attraversava il volto e il sangue le copriva tutta la coscia dei pantaloni; con lo straccio fece cadere il condimento della lepre sulla macchia. "Accidenti, mi sono macchiata."
Elisa si alzò e si avvicinò a Marco. "Scusa, non volevo." Lo baciò. "Andiamo, ho voglia." Salirono, lasciando Livia sul pavimento a pulire, cosa di cui fu grata.
Livia si fece forza alzandosi e camminando fino al camino senza zoppicare; nella foresta aveva imparato come spegnere il dolore e arrivata al divano si sfilò di nuovo i pantaloni; sotto portava sempre degli short attillati e, vedendoli, sorrise, ricordando una frase di Elisa.
Di nuovo ripeté il rituale della medicazione e per un momento lo sguardo si fermò sull’attizzatoio, per poi salire di sopra a recuperare altri pantaloni da indossare.
La cena passò senza incidenti né discussioni, di nuovo serena e allegra come un tempo; sistemarono insieme le stoviglie e si ritirarono tardi al piano di sopra. Livia si chiuse in camera prima di rifare la medicazione e infilarsi i calzoncini corti e la maglietta del pigiama.
Lo smartphone squillò mentre si stava coricando, e lo prese rispondendo con un sorriso felice. "Ciao Rianna, mi stavo coricando. Non sono più una ragazzina…"
"Livia, sei giovanissima e stavo andando a dormire anche io. Oggi è stata una giornata lunga." In sottofondo si sentì il rumore di un cassetto. "Stai bene? Come va la gamba?"
"Al solito, non è cambiato niente." Livia fece una pausa. "Almeno con la tua medicazione esce meno sangue, se domani non migliora… andrò in ospedale."
La voce di Rianna era perplessa. "Sono certa che non sia vero, ma spero che tu lo faccia." Sentì una zip scorrere. "Livia, sono arrivati i documenti di Arthur e troverò le chiavi sul posto, domani parto per Bologna… Con tutto quello che hai fatto per me, mi sento in colpa ad andarmene."
"Tranquilla, parti serena e ci sentiremo se vorrai." La voce di Livia era serena, ma il volto era rattristato.
"Ci vediamo domani, non vado via senza salutare. Ho preparato le borse e Arthur ha detto che mi fa venire a prendere da un NCC, per andare fino a Bologna." La voce era divertita.
"Visto che non è un mostro? Lo hai quasi sbranato questa mattina." Livia si mise a ridere. "Buona notte Rianna."
"Buona notte Livia." Riagganciarono.
La visione arrivò a Marco senza l’abituale fitta dietro la nuca: si trovò nella stanza di Nadia e Amani al casale dei Gelsi; un fumo nebuloso filtrava dalla finestra. Passò una parete trovandosi in cucina e vide Rianna a terra, scomposta. Si svegliò immobile, verificando: il letto, la finestra, il respiro di Elisa al suo fianco.
Spostò con un gesto il lenzuolo. "Elisa," chiamò a bassa voce.
Ricevette un mugolio in risposta.
"Elisa." La scosse sulla spalla alzando il tono.
"Cosa diavolo vuoi?!" La voce ostile e impastata.
"Alzati." Aveva già aperto l’armadio.
"No. Vai a farti fottere…" Tirò il lenzuolo.
"C’è un problema al casale." Si stava infilando i calzoni della mimetica usata a Venta.
Elisa rimase in silenzio, poi si mise seduta sul letto. "Nadia?"
"Non lo so. Ma c’è qualcuno. Rianna era a terra in cucina, l'ho vista." Aveva già sistemato la giacca e la cintura.
Elisa balzò giù dal letto dirigendosi verso un altro armadio, iniziando a vestirsi allo stesso modo. "Mentre mi vesto, sveglia Livia."
Marco lasciò la stanza senza chiudere la porta; nessuno aveva acceso le luci. Raggiunse la porta di Livia e bussò.
"Che volete? È aperto." La voce seccata dall’interno.
Marco entrò deciso. "Problemi al casale dei Gelsi, dobbiamo andare."
Livia spostò il lenzuolo con rapidità, ma lo fermò prima che la medicazione diventasse visibile. "Ti spiace accendere la luce e chiudere la porta?"
Livia attese che lui uscisse e che la porta si chiudesse; lo sguardo scese sulla fasciatura ora illuminata. Prese un contenitore dalla scatola metallica sul comodino ed estrasse due siringhe pronte. Con un movimento fermo infilò l’ago della prima nella gamba, di fianco alla ferita, iniettando il contenuto; poi ripeté il gesto con la seconda, poco sopra.
Poco dopo uscì in corridoio, i capelli raccolti come Elisa, il passo e i movimenti controllati nel modo in cui li governava da settimane: non rallentando, ma scegliendo dove posare il peso, aiutata da una delle iniezioni. "Dettagli!" disse secca, dirigendosi verso le scale.
Come tre ombre uscirono dalla casa; Vigil era in perlustrazione e Marco sentiva ciò che lui sentiva; la notte era senza luna e il bosco chiuso e scuro. In condizioni normali avrebbero percorso il sentiero in venti minuti buoni, di più con il buio e senza accendere le torce.
Si mossero in ordine sparso, Vigil davanti o di fianco, silenzioso tra i tronchi. Non si resero conto del cambio di andatura e di movimenti mentre abbandonavano il sentiero per entrare nel bosco: i rami bassi venivano scostati senza rumore, i piedi trovavano la terra ferma nell’oscurità con una sicurezza che non apparteneva all’allenamento.
Arrivarono al casale in meno di dieci minuti. Nel piazzale era parcheggiato un piccolo van; le luci del casale erano spente, anche quelle esterne. Marco entrò da una porta secondaria, mentre Elisa e Livia, sfruttando la vegetazione, percorsero la strada sterrata verso il pascolo.
Marco raggiunse la cucina e si chinò sul corpo di Rianna, togliendo i guanti e tastandole il collo e il polso, per poi spostarsi verso la camera da letto; aprì la porta ed entrò. Sul volto aveva il comunicatore con il piccolo filtro nasale per l’aria. Vide Nadia e Amani, posando una mano sui loro colli. "Nadia e Amani stanno dormendo, credo narcotizzati, polso e respiro regolari. Anche Rianna sta bene, credo l'abbiano colpita alla nuca. Vi raggiungo." Non disse altro.
Elisa arrivò per prima alla staccionata e, come Livia, sentì le parole di Marco al comunicatore, ma non risposero. La staccionata era aperta e nella luce vagante delle torce degli intrusi si vedeva la sagoma di un camion; ne contò sette. "Sono sette, vogliono i cavalli." Restò in silenzio un attimo. "Posizione?"
Livia era già entrata nel pascolo, raggiungendo uno dei cavalli per avvicinarsi al camion coperta dal suo corpo. "Sono dentro," disse ferma. "Tua destra."
Marco aveva attraversato il bosco dietro al casale, arrivando al limite del pascolo, sulla sinistra rispetto alla posizione di Elisa. "Limite tra pascolo e bosco."
Aspettarono, seguendo i movimenti degli intrusi mentre tentavano di radunare i cavalli, notando la poca esperienza; Marco sorrise. Il tempo passò, avevano preso solo due cavalli e con difficoltà. Poi Marco li vide finalmente separati dal camion. "Ora!"
Un urlo di guerra si levò dal margine destro, mentre un cavallo lanciato al galoppo puntava verso tre degli intrusi davanti al muso del camion; un’ombra lo cavalcava con qualcosa che le ruotava sopra la testa in un sibilo.
L’urlo fece spostare il gruppo ed Elisa scattò verso i due vicini al portellone del cassone: correva rapida e bassa, nascosta dal colore della mimetica, nella mano sinistra Carnwennan pronto a colpire. Marco era partito di corsa verso il gruppo dietro il cassone.
Le bolas lasciarono la mano di Livia schiantandosi sulla testa di uno dei ladri con un suono secco. Il secondo fu abbattuto dal cavallo, finendo contro il camion; Livia era saltata dal cavallo atterrando sul terzo. Le mani si mossero rapide, colpendolo con precisione e lasciandolo inerme nell’erba.
Il secondo si riprese e tentò di scappare verso il bosco. Livia lo intercettò prima che raggiungesse il limite degli alberi, lanciandosi in avanti come un puma sulla preda: la mano toccò terra e il corpo ruotò, falciando le gambe dell’intruso; prima lo schiocco del ginocchio, poi la caduta. Lei gli fu subito sopra, assestando un colpo violento allo sterno, all’altezza del cuore.
Elisa si mosse verso i suoi, senza bisogno di valutare: il primo ricevette un colpo alle ginocchia che lo piegò in avanti, il secondo cercò di afferrarla per il braccio e si ritrovò con il volto contro il metallo del portellone prima di capire cosa fosse successo. Nessuno dei due si rialzò subito e lei li colpì alla nuca con l’impugnatura di Carnwennan.
Marco aveva raggiunto i due dietro il camion, ormai allertati e in fuga. Si fermò, chinandosi appena, guardandoli allontanarsi.
"Uno è il sole che si alza piano, due sono gli occhi che guardano lontano, tre sono i passi nel bosco scuro." Le mani valutarono il peso delle pietre e le scagliò insieme. "Quattro le foglie sopra il muro, cinque le dita strette forte, sei il vento che cambia la sorte." I due intrusi caddero al suolo, restandoci.
○ ○ ○
Gli uomini erano stati legati con delle fascette, il loro stato era pietoso e solo un paio erano coscienti, o quasi. Elisa, Marco e Livia stavano parlando, cercando di decidere cosa fare per evitare guai peggiori di quelli che avrebbero già avuto.
"Potremmo dargli il colpo di grazia e scavare una fossa." Elisa era seria e forse lo pensava davvero. "Oppure li lasciamo fuori e ci pensano i cinghiali."
"Elisa!" sbottò Livia. "Mi sembra eccessivo… Riprendi il controllo."
Marco le guardò. "Quindi cosa facciamo, dando per scontato che dobbiamo chiamare i carabinieri e qualche ambulanza?" Sbuffò. "O qualcuno di questi ci lascerà davvero le penne."
Elisa si era avvicinata ai sette, toccandoli con poca delicatezza e cercando di capire l’entità delle ferite e dei traumi, soffermandosi più del dovuto e sfiorando a tratti Carnwennan nel fodero dello stivale, sorridendo. "Abbiamo sicuramente cinque traumi cranici, un ginocchio rotto e una compromissione cardiaca." Si alzò, spostando la gamba di uno degli uomini. "Mi correggo, due ginocchia rotte."
"Compromissione cardiaca?" chiese Marco.
"Qualcuno…" disse Elisa, guardando Livia, "ha colpito lo sterno a palmo aperto e credo abbia spinto la pressione fino al cuore."
"Nadia, Amani e Rianna come stanno?" chiese Livia preoccupata.
"Rianna ha qualche livido, stanno dormendo tutti il sonno dei giusti," rispose Marco.
"Chiama le autorità." Livia lo disse decisa. "E cambiamoci."
Le pattuglie arrivarono venti minuti dopo, i carabinieri ispezionarono l’area, ormai illuminata dalle prime luci dell’alba, senza nascondere la perplessità. Sette uomini legati, un van, un camion da trasporto animali, tre persone ancora addormentate dentro il casale, tre testimoni in piedi che sembravano più riposati di quanto la situazione giustificasse.
I carabinieri interrogarono per ore le vittime e i ladri che potevano ancora rispondere, prima di essere trasportati in ospedale; dal canto loro Nadia e Amani non avevano molto da raccontare. Marco e i suoi risposero alle domande con una versione povera di dettagli, che attribuiva parte delle lesioni dei ladri alle reazioni dei cavalli e alla loro poca esperienza.
Rianna era seduta con un paramedico che la stava visitando. "Sto bene, mi lasci in pace e niente punture…" si voltò verso il carabiniere. "Non so molto altro, ero scesa in cucina per mangiare qualcosa e un uomo mi ha aggredito, strattonandomi, poi ho senti il dolore alla nuca e mi sono svegliata poco fa."
Il maresciallo finì di ascoltare Elisa e rilesse gli appunti, consultandosi con un collega, per poi raggiungerli perplesso. "Non capisco come abbiano fatto i cavalli a stendere tutti in quel modo, ma anche i sospettati confermano la vostra versione e che li avete legati questa mattina, quando siete arrivati."
"I nostri amici stanno bene?" chiese Marco ignorando il discorso.
Il maresciallo annuì. "Sì, sono stati addormentati, avranno conseguenze per qualche giorno. Abbiamo già visto questo modus operandi. La ragazza…" Guardò gli appunti. "La signorina Rianna dovrebbe andare in ospedale, ma non collabora."
Livia sorrise appoggiata a una macchina. "Deve partire oggi, ne va del suo futuro accademico e non la convincerete nemmeno ammanettandola."
"Restate a disposizione." Il maresciallo si diresse verso i paramedici.
Uno dei carabinieri notò Livia zoppicare. "Signorina, è ferita?" La guardò. "La accompagno dai paramedici."
Livia sorrise, il tono cordiale. "La ringrazio, non serve, è solo una botta." Ammiccò leggermente. "Un paio di giorni e tornerò come prima." L’uomo non insistette, allontanandosi.
Quando le luci della pattuglia scomparvero giù per il viale, seguite dai mezzi dei ladri, i tre rimasti nel piazzale non si mossero subito; si guardarono tra loro, cercando di capire cosa fosse davvero successo.
Una macchina scura senza insegne si fermò nel piazzale e la portiera del conducente si aprì. "Mi hanno mandato per accompagnare la signorina Rianna a Bologna. Dove posso trovarla?"
○ ○ ○
Tornarono a cavallo al casale del Poggio; Amani li avrebbe raggiunti per riportare gli animali al pascolo del casale dei Gelsi. La staccionata danneggiata era stata sistemata da lui e Marco.
Il casale era lì, con la porta aperta come l’avevano lasciato, e Vigil seduto di guardia sotto il portico, con le ossa della selvaggina di Livia poco distanti.
Elisa scese da cavallo e gli corse incontro sorridendo. "Povero, non siamo riusciti a darti la pappa." Lo controllò per verificare che stesse bene. "Bravo, vedo che ti sei arrangiato da solo."
"Bravo?" disse Livia ridendo. "Vedremo quando verrà a prenderti la cena dal piatto." Poi la guardò. "Come stai?"
"Mi sento stranamente bene, meglio di ieri." Elisa guardò Marco. "E tu?"
"Anche per me è la stessa cosa," replicò Marco.
"Anch’io mi sento meglio, più rilassata… tranquilla." Livia si appoggiò a una colonna, togliendo peso dalla gamba destra.
"Come se agire istintivamente ci facesse stare meglio?" La domanda di Marco esprimeva una convinzione.
"Non lo so, ma io continuo a giocare con il pugnale e a Sutri qualcuno ha notato questa cosa." Elisa abbassò lo sguardo. "Ho sentito usare l'appellativo lama rossa…"
"Un bel cambio di nomignolo, passare da la rossa a lama rossa, è un passaggio di livello," rise Livia. "Ma dobbiamo capire e risolvere, dovremmo chiedere aiuto a qualcuno."
"Qualcuno che ci conosce e non ci faccia passare per alieni o ci usi come cavie," continuò Marco preoccupato.
Dopo poco Elisa concluse. "Credo che la risposta sia Althea e la Phénix de Feu."
Toccò a Marco fare la telefonata e durò per quasi un'ora, che Elisa e Livia usarono per una doccia, e Livia anche per controllare la ferita; le iniezioni le avevano permesso di muoversi, ma ora ne stava pagando il prezzo.
Tornarono da Marco ed Elisa affiancò Livia. "Come mai non metti più calzoncini e pantaloni attillati?" Le guardò le gambe. "Non vai più nemmeno a nuotare, cellulite?"
Livia abbozzò un sorriso. "Sono fuori forma e non voglio sfigurare al tuo fianco, soprattutto se parliamo di nuoto… Poi hai detto che devo stare attenta a come mi vesto, così senza gonna, se dimentico le mutandine, non ci sono problemi." Tagliò, rivolgendosi a Marco. "Cosa ha detto Althea?"
"C'era anche Arthur. Ti saluta." Si sistemò su una delle poltrone. "Allestiranno un laboratorio di ricerca in uno dei loro centri." Fece una pausa. "Hanno detto che per comprendere cosa ci fa agire in questo modo dovranno spingerci al limite."
"Siamo sempre al limite," disse Elisa.
"Non credo in quel senso," continuò Livia.
"Per me va bene." Il tono di Elisa era deciso e guardò Livia.
Livia tacque per un lungo momento. "Va bene, sono d'accordo, dobbiamo capire prima di fare del male a qualcuno."
"Bene," disse Marco. "Confermo con loro e ci diranno quando si inizia."
Elisa prese il telefono, iniziando a cercare nelle tasche, contorcendosi.
"Che stai cercando, serve una mano?" Livia iniziò a punzecchiarla con le dita.
"Piantala." Rise. "Sto cercando il numero del maresciallo." Estrasse un biglietto da visita da un taschino. "Mi ha lasciato il numero." Sorrise, indicando a Livia di non dirlo. Marco era al telefono con Arthur.
"Per fare cosa?" La guardò. "Ci vuoi uscire a cena o altro?"
"Sciocca." Sbuffò, facendo il numero della stazione. "Se andiamo via dobbiamo avvisarli, poi faremo in modo che Althea gli spieghi dove siamo."
Entrambi erano al telefono e Livia ne approfittò per coricarsi sul divano; gli occhi si chiusero e cadde in un sonno senza sogni, che si interruppe forse mezz’ora dopo, quando Elisa la scosse delicatamente. "Livia… Livia… ci sono novità."
"Quali novità?" rispose senza aprire gli occhi. "Parla, ascolto e forse non mi addormento."
Elisa scrollò le spalle. "Ho parlato con l’incaricato di servizio. Ha detto che possiamo muoverci senza ostacoli, ma meglio se non lasciamo il paese."
"Ottimo," replicò Livia. "Marco lo sa?"
"Sì, lo sa." Le accarezzò il volto. "Partiamo tra due giorni."
"Bene. Ci vediamo tra due giorni…" Tornò in un sonno senza sogni.
○ ○ ○
Marco uscì con Vigil, tornando ad esplorare i sentieri e a sistemare quanto necessario prima della partenza; doveva anche capire se Nadia si sarebbe fermata o se avrebbero dovuto trovare qualcuno per badare al casale dei Gelsi.
Elisa andò al laghetto; aveva insistito con Livia per andare insieme, ma non era riuscita a convincerla. La cosa era strana, come il continuare a indossare pantaloni larghi: non era nella sua natura. Nuotò per quasi un’ora prima di decidere di rientrare. Stava indossando i calzoncini quando sentì un suono: sembrava un urlo soffocato, profondo, di quelli che non si possono trattenere.
Chiuse la zip, infilò le scarpe e salì di corsa il sentiero a gradoni, puntando la porta del casale e spalancandola senza rallentare. L’attenzione si spostò sulla luminescenza della fiamma del camino e il volto si deformò in un’espressione di terrore.
Livia era seduta sul gradino del camino, i pantaloni posati sullo schienale del divano, con indosso degli short attillati. Nella mano sinistra impugnava l’attizzatoio, arrossato per il calore. La gamba era ustionata, proprio dove Carnwennan l’aveva ferita, e da lì usciva ancora sangue, come il primo giorno. L’odore di carne bruciata infestava l’aria e il volto di Livia era sconvolto, rigato dalle lacrime. "Anche questo non funziona…"
Elisa ingoiò, cacciando indietro l’istinto di vomitare, e le si avvicinò lentamente, il volto sereno e pallido. Livia stava avvicinando di nuovo l’attizzatoio alla gamba, ma lei la bloccò, spostandole il braccio e premendo sull’articolazione del polso, facendo cadere l’attrezzo nel camino.
"Elisa, non guarisce…" Le lacrime scorrevano. "Ho provato di tutto… ma non guarisce…"
Elisa la abbracciò, poi le accarezzò il volto e lasciò scivolare le mani lungo il corpo di Livia, lentamente; arrivata ai fianchi, una luminescenza dorata fece capolino dal fodero di Carnwennan e le mani arrivarono sulla coscia.
Fu allora che lo videro: le bruciature diventarono più pallide e le piaghe scomparvero; poi fu il turno della ferita: prima il sangue smise di uscire e poi il profondo taglio si chiuse, lasciando solo una leggera riga sulla gamba abbronzata.
Livia, ancora sconvolta, passò lentamente le dita sulla gamba, a cercare una conferma della guarigione, poi lentamente sollevò lo sguardo cercando quello di Elisa, mentre le prendeva lentamente le mani.
Marco, richiamato dall'urlo di Livia, era fermo da un po' sulla porta e aveva visto tutto. Una lacrima scorse sul suo volto sorridente. "Una guaritrice…" sussurrò.
L'auto della Phénix de Feu aveva viaggiato per quasi tre ore, quasi sempre su strade secondarie; chi era al volante conosceva il percorso e non aveva detto una parola dall'uscita del casale del Poggio, dove Nadia aveva salutato con un cenno della mano, Vigil al suo fianco, avevano deciso di lasciarlo tranquillo con i cavalli.
Livia guardava fuori dal finestrino, accarezzando la gamba destra, che non faceva più male: un fatto difficile da accettare dopo settimane in cui ogni passo aveva un prezzo. Marco, al suo fianco, dormiva con la testa contro il poggiatesta. Elisa era seduta di fronte, con le cuffie alle orecchie e il pugnale appoggiato alla coscia, la mano ferma sull'impugnatura, lo sguardo fuori.
Erano entrati in Umbria da sud seguendo il fiume, con i versanti che si erano alzati ai lati quasi subito, coperti di bosco fitto, e la luce aveva cambiato qualità, filtrata e più scura anche a metà mattina. Il fiume scorreva verde e veloce sul lato sinistro della strada e il cartello di Scheggino era apparso e sparito diversi chilometri prima. Elisa mormorò tra sé. "La valle del Nera."
Svoltarono su una strada sterrata, delimitata da un ampio cancello metallico, lasciato aperto, un bosco ordinato dalla mano umana scorreva ai lati e dopo qualche centinaio di metri il bosco si aprì su diversi ampi spazi erbosi, con persone che si muovevano in esercizi di diverso genere, come in una palestra, ma con maggiore precisione, due persone stavano lavorando a contatto, con comune abbigliamento e apparentemente senza protezioni.
"Palestra di campagna," disse Elisa, togliendo una delle cuffie.
"Potremmo farla anche da noi, lo spazio non ci manca." Livia si stava stiracchiando.
Marco stava guardando attorno con attenzione. "Fate voi da allenatrici." Disse senza guardarle. "Clienti maschi li attiriamo di sicuro."
La macchina superò una leggera salita, scendendo in un avvallamento, e videro l'edificio: due piani, ampio, con una facciata lunga che guardava il prato; sul retro, il profilo seguiva il limite del bosco. Le finiture in pietra e mattoni riprendevano i colori della valle, ma le superfici erano troppo regolari, senza segni di cedimento o adattamenti nel tempo.
Grandi finestre, in posizioni irregolari e dall’aspetto rurale, erano distribuite lungo le facciate senza rendere visibile l’interno. Il tetto appariva realizzato in coppi con diverse falde, ma da alcune emergevano appena, basse e integrate, delle parabole. Il porticato sul fronte, con sedie e tavolini, dava l’idea di un resort e introduceva, senza indicarlo, un vero ingresso.
Nel terreno circostante, sparsi senza un preciso ordine, erano presenti piccoli casotti, simili tra loro, poco più grandi di una stanza, con muri in pietra, tetto a falda con coppi, porte in legno lavorato e finestre scure, davanti alle quali l’aria sembrava muoversi, come se fosse riscaldata da qualcosa che spingeva dall’interno.
Arthur attraversò il porticato dirigendosi verso la macchina. Indossava calzoni corti e una maglietta e nella mano destra reggeva un cocktail.
La macchina si fermò e le porte si aprirono, lasciando uscire i tre alla luce del sole, dove si stiracchiarono dopo il lungo viaggio.
"Se volete sgranchirvi per bene vi porto subito in quel campo." Arthur rise.
Livia lo vide e, sorridendo, gli corse incontro abbracciandolo. "Arthur…" Posò la testa sul suo petto, trattenendolo. "Da quando bevi cocktail?"
"Da quando sono fatti con la frutta delle nostre serre." Con la mano libera le accarezzò la schiena. "Sono contento di vederti, anche se la situazione è particolare." Le sollevò la testa baciandola di sorpresa, con un bacio appassionato.
Livia si staccò sorridendo. "Ehi, che fai?" Lo guardò, baciandolo a sua volta e staccandosi dopo un lungo momento. "Sono io quella che perde il controllo, ricordi?"
"Sì, ricordo…" Arthur la lasciò andare. "Ma non so se ci saranno altre occasioni e ho deciso di osare."
Elisa tossicchiò alle loro spalle. "Quando avete finito di pomiciare… Ci siamo anche noi, oppure ci arrangiamo e voi andate in camera?"
"Ben arrivati." Arthur si avvicinò, stringendo la mano a Marco, poi guardò Elisa. "Lama rossa." La voce era tranquilla, il mezzo sorriso appena accennato.
Elisa alzò un sopracciglio. "Quella storia si sparge in fretta, troppo in fretta…"
"Tra chi ha le giuste conoscenze, sì." Arthur rispose ironico.
"Livia, lo hai informato tu?" Elisa era infastidita.
Livia indicò Marco con la mano. "Credo sia stato lui."
Elisa lanciò con forza lo zainetto contro Marco, che senza esitazione lo prese con una mano.
Arthur li guardò tranquillo. "Il personale porterà dentro le vostre cose." Si girò verso l'edificio. "Benvenuti alla Serra di Dumnon!" acclamò allargando il braccio.
Livia spostò lo sguardo sul posto, sugli altri, poi lo fermò su Arthur. "Dumnon… il sotto?"
"Capirete," rispose Arthur. "Il bar è aperto e non si paga, quindi se volete fare uno spuntino lanciatevi pure." Infilò una mano nei calzoncini. "Ma prima questi…" porse loro tre tesserini, uno a testa. "Senza questi le porte non si aprono."
Percorsero il lungo porticato, dove alcuni tavolini erano occupati da donne e uomini che mangiavano, bevevano o facevano altro. Elisa spostò lo sguardo su una coppia che le passò accanto, entrambi in costume, con asciugamani, come se andassero in piscina.
○ ○ ○
L'interno era luminoso e spazioso; le finestre, che dall’esterno nascondevano, da dentro sembravano non esistere, come alcune sezioni delle pareti che davano piena vista sull’esterno. L’ingresso era allestito come la reception di un moderno albergo, anche se sotto l’abbigliamento degli addetti si percepiva il rigonfiamento delle armi.
Un ampio salone con tavoli si apriva su quella che poteva essere genericamente chiamata una mensa, ma lo stile non era per niente sobrio: i pavimenti erano in marmo, o qualcosa che gli somigliava; piccole colonne reggevano busti e anfore, all’apparenza antiche.
"Vi trattate proprio male da queste parti," disse Marco sorridendo.
Livia si era avvicinata a una delle anfore, guardandola. "Ma… ma…" girò attorno alla colonna. "È impossibile…" la sfiorò con un dito tremante. "È autentica… ottavo secolo."
Altre persone si muovevano nel vasto ingresso, di passaggio, e nessuna si fermava più del necessario; qualcuno salutava sorridendo e passava oltre, verso l’esterno o verso i banchi di servizio, prendendo cibo.
Arthur si fermò. "Non ci trattiamo bene, diciamo che, per quello che facciamo, la fondazione ci fornisce la giusta distensione." Sorrise verso Livia. "Sì, autentica. Qui tutto è autentico."
Elisa stava tornando con un vassoio pieno oltre il possibile, fermandosi però a uno dei tavoli e iniziando a mangiare. "Visto quello che ci aspetta, faccio uno spuntino prima di essere messa in catene." Sorrise apertamente. "Arriva tutto dalle vostre serre?" chiese con la bocca piena.
"Dalle serre e da altre parti." Osservò i piatti sul tavolo. "Questo centro si sostiene da solo, non ci serve altro da fuori…" fece una pausa. "Dopo il tuo passaggio, però, non ne sono più convinto."
Anche Livia e Marco si sedettero a mangiare, a lati diversi del tavolo; Arthur prese posto sul lato rimasto libero. "Vi aspettavate un posto triste e spettrale?"
"Certamente non mi aspettavo questo." Livia sorrise, mangiando con calma. "Un bel camuffamento."
"Cosa intendi?" disse Arthur, controllando tutti e tre.
Marco indicò con la testa oltre i banchi degli alimenti. "Le due porte, da dove viene portato il cibo, non conducono alla cucina." Prese un pezzo di formaggio con la forchetta. "Gli ingressi hanno dei lettori di badge, non so ancora di che tipo. Prima sono uscite due persone con dei camici e dei documenti, decisamente non erano camerieri."
Elisa indicò con la mano una porta in un’altra direzione. "Quello è un ascensore, non è un passaggio. Anche lì accesso con badge, ma quando si apre l’ambiente è chiuso, non porta ad altre porte o ambienti."
Livia guardò Arthur sorridendo. "Sono in gamba i miei amici." Poi indicò un corridoio lussuoso. "La porta in fondo a quel corridoio conduce a un’armeria. Solo alcuni di voi possono entrare, e alcuni sono entrati pesanti, uscendo leggeri o viceversa."
Arthur posò la mano dietro l’orecchio sinistro. "Fase uno conclusa." Disse con voce neutrale per poi tornare ad una voce normale. "Al piano di sopra ci sono cinque stanze: tre singole, una matrimoniale e una suite che può ospitare tutti." Li guardò. "Decidete voi quali usare. Potrete fare una sola scelta, poi sarete codificati su quelle stanze."
"Con chi stavi parlando?" disse seria Livia guardandosi attorno.
"Hanno iniziato a studiarci appena siamo scesi dalla macchina, forse già in macchina." Elisa spostò il piatto sorridendo, allungando la mano verso una carota nel piatto di Livia.
Livia guardò Marco ed Elisa. "Direi che voi prendete la matrimoniale, io prenderò la singola. Visto lo sfarzo di questo posto, saranno due regge."
Marco ed Elisa scossero la testa, negando e sorridendo. Fu Elisa a rispondere. "No, Livia, prenderemo tutti la suite e resteremo insieme."
Arthur spostò di nuovo la mano dietro l’orecchio. "Fase due completata…"
Elisa scattò in piedi, con Carnwennan in pugno nella destra, diretta verso l’orecchio di Arthur; lui si scansò rapidamente, gettandosi a terra. Nessuno dei presenti si mosse o prestò attenzione.
"Ti stacco quell’orecchio!" sbottò Elisa muovendosi verso di lui.
Livia si era mossa dalla sedia e le sue gambe colpirono la schiena di Elisa, buttandola a terra. "Elisa, è un altro test!" Si avvicinò ad Arthur porgendogli la mano. "Alzati, eroe, avrebbe potuto ucciderti prima che tu ti alzassi."
Elisa ripose Carnwennan nel fodero. "Ti avrei staccato l’orecchio." Lo guardò furiosa. "Comunica che la fase tre è conclusa: Elisa ha attaccato per esasperazione." Indicò un balconcino. "È da quando siamo entrati che ho visto il cecchino con il fucile a stordimento. Senza Livia ora saresti senza un orecchio… o peggio."
Arthur fece un cenno alla donna sul balconcino. "Siete sotto esame da quando avete superato il cancello; non possiamo anticiparvi le prove o le reazioni non sarebbero spontanee." Sospirò. "Ed è più complicato di quanto pensassimo."
Marco finì di bere e si alzò. "Quando avete finito con queste sciocchezze ci sistemiamo e poi passiamo alle cose serie?" Si avvicinò a un tavolo vicino, sorridendo alla donna in costume seduta. "Mi mostri dove si trova la piscina?" Il tono sereno.
La donna spostò l’attenzione nella direzione della piscina e Marco scattò rapido, torcendole il braccio dietro la schiena e facendola cadere a terra in ginocchio; con la mano libera prese la piccola telecamera nascosta tra i capelli sopra l’orecchio. La lasciò prima che potesse urlare.
"Queste cose non ci sfuggono più; non conosciamo il motivo, ma possiamo uccidere senza rendercene conto." Aiutò la donna ad alzarsi, porgendole la minicamera. "Scusami, era necessario per farvi comprendere che ci state sottovalutando." La donna si spostò, avvicinandosi ad Arthur e massaggiandosi il braccio.
Il volto della donna era furioso mentre si reggeva il braccio; un’altra donna si era avvicinata per controllarlo. "Mi spiace, la spalla è lussata e… temo che l'omero sia fratturato." Non riuscì a farsi seguire. "Dobbiamo andare in infermeria."
Marco guardò entrambe e fermò lo sguardo sulla sua vittima. "Come ti chiami?"
"Freja!" rispose secca.
"Io sono Marco e loro Elisa e Livia." Il tono era calmo. "Spero che riusciremo a farci perdonare nei prossimi giorni."
Il volto di Freja si ammorbidì. "Vedremo…" replicò sorridendo, rivolta all’altra donna. "Andiamo."
Lasciarono il tavolo, seguiti dallo sguardo di alcuni dei presenti. La porta dell’ascensore, di fianco alla reception, si aprì appena Arthur avvicinò il polso a un pannello. L’interno era freddo ed essenziale e le dimensioni erano superiori a quelle di un comune ascensore.
"Ci portate gli elefanti qui dentro?" chiese Livia, guardando l’interno.
"E non ci sono bottoni," continuò Elisa.
"Ci sono, ma non per tutti." Arthur avvicinò il polso a un pannello scuro, che si illuminò mostrando i dieci numeri e un tasto di invio; digitò l’uno.
Le porte si chiusero silenziose e la cabina si mosse senza vibrazioni, aprendosi su un elegante corridoio, con tappeti, quadri e decorazioni di epoche diverse. Una donna rallentò, soffermando lo sguardo su Livia.
Entrarono nella camera, trovandosi di fronte a un grande ambiente circolare con enormi vetrate davanti all’ingresso, che inondavano la stanza di luce. Sulle pareti curve si aprivano delle porte.
Solo Arthur parlò. "Questo è l’ambiente comune; le porte conducono alle camere e ai bagni. Non ricordo quanti siano, lo scoprirete."
"Anche questa è una prova?" Elisa lo guardò seriamente.
"Questa è una suite, ma chi può dire cosa nasconde?" Sorrise, sistemandosi sull’ampio divano. "Althea arriva domani mattina, non prima."
"Ha detto come funzionerà?" chiese Marco.
"A grandi linee." Invitò Livia a sedersi al suo fianco. "Vi metteranno sotto pressione in condizioni non controllate, analizzando cosa succede." Fece una pausa. "Controlleranno le vostre reazioni emotive, fisiche e biologiche."
"Come lo faranno?" disse Elisa, mettendosi comoda su un’enorme poltrona.
"Non posso dirvelo, ma possiamo farlo." Le sue mani si appoggiarono alle ginocchia. "L’oggetto nei capelli di Freja non era una telecamera: leggeva informazioni dai vostri corpi." Sorrise. "Non è fantascienza, solo ingegneria: temperatura, umidità della pelle, reazioni muscolari, esalazioni dei tessuti… forniscono informazioni."
"Ingegneria come il chip che hai nel polso?" Marco si era lasciato scivolare di fianco a Elisa, restando comodo.
"È più sofisticato di quanto sembri: non si limita ad aprire le porte." Lo guardò. "Ma credo che tu lo abbia già capito, come tante altre cose dal tempo di Venta."
Elisa si alzò guardando Marco. "Andiamo a controllare le camere e se ci sono telecamere? Se ci sono possiamo fare sesso ed insegnare qualcosa a questa gente." Lasciarono Livia e Arthur da soli.
Arthur lasciò la stanza poco dopo e Marco ed Elisa trovarono Livia in piedi di fronte alla vetrata, con le braccia incrociate al petto e lo sguardo rivolto all’esterno.
"Tutto bene, Livia?" Elisa era allegra.
"Sì, stavo guardando questo posto e pensando a quello che sappiamo su questa gente." Il tono era lento. "Mi sembra di essere in un resort a dodici stelle." Sorrise. "Tra poco mi aspetto che entri un maggiordomo dalla porta."
"Mentre aspetti il maggiordomo e visto che Althea arriva domani, che ne dici se andiamo a cercare la piscina?" Anche Marco era allegro.
Livia si voltò e li vide entrambi in costume, Elisa con un pareo e un costume intero. "Vedo che non perdiamo tempo." Si mise a ridere. "Vado a cambiarmi, ci vediamo di sotto… Ma prima, Marco, mi rispondi a una domanda?" Era tornata seria.
"Cosa vuoi sapere?" Marco era vicino alla porta.
"Cosa è successo con Freja? Quanto era voluto?" Livia era preoccupata.
Marco sospirò. "Ho dovuto superare i limiti e accidentalmente le ho lussato la spalla, ma forse ora hanno capito."
Trovarono facilmente la piscina seguendo un gruppetto in costume; anche quella era all’altezza del resort e attirarono l’attenzione come sapevano fare, quando un paio di ragazze si avvicinarono, puntando Elisa.
"Bel corpicino, sai anche nuotare?" risero, provocandola.
Marco e Livia si irrigidirono, pronti a intervenire, ma restarono sorpresi dalla reazione inattesa. Elisa guardò dal basso del lettino le due ragazze, muovendo le dita come a misurarle. "Possiamo vederlo, nel caso spero mi soccorriate."
Uno degli uomini suonò una campana. "Sfida! Cinque vasche!" urlò.
Chi era nella piscina si allontanò verso il bordo, lasciando libero il centro. Elisa si alzò, indicando il lato corto e dirigendosi a prendere posizione.
Livia portò la mano alla bocca, ridendo, per poi rivolgersi a Marco. "Sono spacciate."
"Nel senso che le annega e le taglia a pezzi?" la voce era preoccupata.
"Elisa non andava solo a cavallo, non l’hai mai sfidata al laghetto?"
Marco negò con la testa. "Mai fatto." Si spostò sul lettino per vedere meglio.
Erano già partite. Elisa, al centro delle due ragazze, era rimasta indietro, nuotava lentamente come se non sapesse farlo, le bracciate larghe e scoordinate, le gambe fuori tempo; avanzava senza ritmo mentre le altre due prendevano subito vantaggio, arrivando al bordo e girandosi pulite, già sulla via del ritorno. Qualcuno lungo il bordo scoppiò a ridere, seguito da altri, mentre Elisa toccò dopo, con un attimo di ritardo, e si girò goffamente, perdendo ancora distanza.
Livia osservò la scena per un istante, poi le sfuggì una risata, piegandosi appena in avanti. "Guardale… guarda come spingono…" disse, asciugandosi un angolo dell’occhio, divertita più da Elisa che dalle altre, poi il tono cambiò appena, più basso, più attento. "Ora…"
Vide lo sguardo e il corpo di Elisa farsi più precisi; le braccia entrarono in acqua senza sprechi, spinsero a fondo con una forza controllata, una dopo l’altra, trovando un ritmo pieno e costante. Livia smise di ridere e iniziò a mormorare, battendo il tempo con la mano sulla coscia un tempo ferita, seguendo quella cadenza. "Vai… così… uno… due… respira… uno… due…"
Le ragazze avevano smesso di ridere, il vantaggio si stava accorciando a ogni bracciata senza che riuscissero a capirne il motivo. Elisa avanzava con una regolarità pulita, precisa, recuperando spazio metro dopo metro, finché la differenza non divenne evidente anche per chi guardava dal bordo.
Alla virata successiva le era già addosso, e nel ritorno le superò senza forzare, continuando a spingere con lo stesso ritmo costante, lasciandole indietro mentre cercavano di reagire senza riuscirci.
Al termine della quarta vasca era calato il silenzio: aveva già una vasca di vantaggio. Le incrociò all’ultimo passaggio con un sorriso appena accennato e, raggiunto il bordo, si issò fuori dalla piscina come se avesse fatto una passeggiata.
Livia la seguì con lo sguardo mentre usciva dall’acqua, ancora perfettamente composta, senza affanno, e si avvicinava ai lettini con passo tranquillo, come se non avesse fatto nulla. Senza muoversi, Livia allungò la mano verso il tavolino accanto, prese uno dei bicchieri e lo porse a Elisa; sorrise, sollevando appena un angolo della bocca, asimmetrico. "Mix di frutta per la campionessa."
Marco si sdraiò sul lettino, spostando due dita verso un punto preciso, distante. "Non arriva domani." Elisa, in piedi, seguì il gesto della sua mano, spostando lo sguardo, e con lei anche Livia. "È lì, ci osserva da quando siamo usciti," continuò Marco. "Althea sta già lavorando." Chiuse gli occhi portando le mani sotto la testa.
Elisa svuotò il bicchiere in un fiato e si diresse alla doccia, ricevendo complimenti da chi incrociava, comprese le due donne che aveva umiliato e che le sorrisero serenamente.
"Continuano a valutarci…" disse Livia, togliendosi il pareo e sistemandosi sotto il sole, dopo aver indossato gli occhialini scuri.
Lo smartphone di Livia iniziò a suonare nella pochette e lei lo prese rispondendo. "Ciao Rianna, com'è andato il viaggio?"
"Ciao Livia, benissimo, potessi viaggiare sempre così." Si sentì il suono di qualcosa che cadeva. "Scusa se non ti ho chiamata prima, questa casa è eccezionale, non c'è niente da pulire ed è tutto domotico." Rianna era entusiasta.
"Sospettavo che fosse così, le cose di Arthur non sono mai trascurate." Livia sorrise. "Sei passata in ateneo?"
"Sì, questa mattina, tutto sistemato e grazie a te… e Arthur." Ci fu un attimo di silenzio. "Ma cos'è sto casino, dove sei?"
"Sono in Umbria per una vacanza offerta da Arthur." Livia alzò la voce per farsi sentire. "Adesso siamo in piscina, con Elisa e Marco."
"Sono contenta, la gamba?" La voce di Rianna era tesa.
"Non ci crederai, ma sta guarendo."
"Stento a crederci, ma non mi esprimo." Era tornata serena. "Ci sentiamo nei prossimi giorni. Ciao, Livia."
"Ciao, Rianna." Riagganciarono.
La giornata trascorse senza altri imprevisti, almeno per quanto riuscirono a notare, e senza interruzioni passarono direttamente dalle aree relax alla cena, consumando un pasto variegato e di ottima qualità, ma senza gli eccessi di quello della mattina. Il salone era pieno e cordiale, con l’aspetto di tante famiglie in vacanza; mancava una cosa: i bambini.
Appresero anche che il salone era sempre aperto, ma non era obbligatorio mangiarci: i presenti al centro spesso mangiavano nelle loro camere, non sempre soli, e non c’erano vincoli legati alle interazioni personali. Inoltre, il centro ospitava talvolta delle fattorie didattiche.
○ ○ ○
Decisero di dormire sfruttando i divani della suite e restando uniti, per evitare sorprese; il sonno arrivò presto e senza interruzioni, fino al bussare alla porta.
Marco era il più vicino e si alzò per aprire. "Buongiorno, è ora di andare." La voce di Freja era tranquilla, il volto sorridente; una mano reggeva il tablet, mentre l’altro braccio, con la spalla distorta e la frattura, era vincolato al corpo da uno strano tutore. "Avete comunque tempo per la doccia e la colazione."
Marco la invitò a entrare con un cenno del braccio. "Come va il braccio?" le chiese, guardandola.
"Male, sarò relegata ai lavori d’ufficio per almeno tre settimane." Non c’era tensione nella voce, e spostò lo sguardo su Livia ed Elisa, che stavano entrando nello stesso bagno, lasciando la porta aperta.
"Mi spiace," disse Marco. "Ma era necessario." Si allontanò entrando nello stesso bagno e chiudendosi la porta alle spalle; poco dopo arrivò il rumore dell’acqua.
Freja portò la mano dietro l’orecchio. "Si stanno lavando…" fece una breve pausa "nello stesso bagno…"
Una voce arrivò in risposta: "Affermativo, si stanno lavando promiscuamente."
Dopo pochi minuti uscirono chiacchierando dal bagno, ancora umidi, gli asciugamani stretti attorno al corpo mentre si asciugavano senza interrompersi. Si mossero nella stanza come se fosse vuota, lasciando cadere gli asciugamani su uno dei divani e iniziando a vestirsi con calma, scegliendo abiti comodi.
Freja rimase immobile per un istante, lo sguardo che indugiò appena prima di scivolare altrove; fece un mezzo passo indietro e si girò verso la porta, dando loro le spalle senza dire nulla.
Freja portò la mano al pomello della porta, fermandosi un attimo prima di aprire. "Sono tutte così le vostre giornate?"
Non arrivò risposta. Livia si mosse per prima: la mano si posò su quella di Freja, bloccandola sul pomello. Elisa fu subito dietro di lei, avvicinandosi quel tanto che bastava a spingerla contro la porta, senza lasciarle spazio, una mano a controllarle la spalla per evitare ulteriori lesioni.
Freja cercò di divincolarsi, usando le gambe, ma quelle di Livia furono più rapide nel bloccarla. "Lasciatemi!" provò a liberarsi. "La sicurezza arriverà subito e finirà male per voi." Il tono era ora minaccioso.
Marco si avvicinò, lo sguardo calmo, e sollevò appena una mano fino all’orecchio di Freja; con il pollice sfiorò il punto dove la pelle si sollevava impercettibile.
"Buongiorno, Phénix," disse con tono leggero. "Non serve la sicurezza, volevamo solo risparmiare tempo prima della colazione." Freja cercò di girare la testa per morderlo, ma lui la bloccò con l’altra mano ferendole il labbro. "Normalmente dormiamo nelle nostre camere e non facciamo ammucchiate in bagno," continuò, fluido. "Ma visto che non ci fidiamo di voi, preferiamo non separarci."
Freja stava ascoltando; sentendo le parole, rilassò il corpo e riprese a respirare normalmente. Il braccio le faceva male, ma lo nascose.
"Il fatto che abbiamo sopraffatto Freja," continuò Marco, "indica due cose: o ci state ancora sottovalutando, oppure non avete alcun interesse per la sicurezza di chi lavora con voi."
Fece un passo indietro insieme a Livia. Elisa si mosse per ultima, trattenendosi un attimo per valutare se Freja si reggesse in piedi.
Raggiunsero il salone, dove fecero un’abbondante colazione, con Freja che non diede più loro le spalle, mantenendosi sempre ad almeno due passi di distanza, e a colazione prese posto a un tavolo vicino. Il suo volto era ormai furioso, ingannata e abbattuta per due giorni a fila. Portò la mano dolorante dietro l’orecchio. "Stiamo scendendo. Chiedo il cambio."
Senza perderli mai di vista, entrarono in uno degli ascensori del piano, dove premette una sequenza sul pannello e iniziarono a scendere.
"Quanti piani?" chiese Livia.
"Non siete autorizzati," rispose secca.
L’ascensore si fermò. "Sono quattro livelli, credo sia il più basso," disse Marco.
Le porte dell’ascensore si aprirono su un ambiente completamente diverso dal resto della struttura.
Il corridoio era ampio, le pareti lisce, chiare, prive di qualsiasi elemento decorativo. La luce era uniforme, fredda, senza ombre, e il pavimento rifletteva appena i movimenti, come una superficie trattata per essere sterile. L’aria aveva un odore neutro, filtrato, privo di qualsiasi traccia riconoscibile.
Di fronte a loro attendevano un uomo e una donna, immobili. Indossavano entrambi mascherine FFP3 e abiti tecnici chiari, aderenti ma privi di segni distintivi. Gli occhi erano l’unica parte visibile, attenti, ma senza espressione.
Freja fece un passo indietro, senza entrare nello spazio. "Da qui proseguono loro," disse, mentre i due non si presentarono e si limitarono a voltarsi, dando per scontato che li avrebbero seguiti, e alle loro spalle le porte dell’ascensore si chiusero.
La giornata era stata lunga e avevano fatto analisi di ogni genere e sessioni di stimolazione sensoriale e reazione, in laboratorio e all’aperto. I segni erano sui loro corpi e nelle loro menti.
Marco, seduto su uno dei divani, stava medicando la pelle segnata sulla spalla e sul fianco, in alcuni punti gonfia, in altri scura e in altri ancora ferita.
Elisa era su una poltrona; Marco non l’aveva voluta vicina. Il suo braccio era ferito da lame in più punti, lo aveva usato per pararsi. Si sfilò lentamente i pantaloni, portando alla luce diversi lividi sulle gambe e si limitò a sorridere.
Livia era seduta sul pavimento, vicino alla grande vetrata. Aveva tolto la maglietta e stava medicando le ferite esposte. Il volto era provato, non per le ferite che si vedevano, ma per i ricordi che avevano fatto affiorare.
Elisa entrò nel bagno e aprì l’acqua. A turno si lavarono, tornando poi a sedersi nel salone. Il loro abbigliamento non era da notte, ma adatto a mimetizzarsi negli interni di un luogo neutro. Livia ed Elisa portavano i capelli raccolti in uno chignon.
Qualcuno bussò alla porta, un bussare delicato, come per non disturbare.
Elisa fissò per un attimo la porta. "Entrate, tanto avete le chiavi."
La porta si aprì e si richiuse subito dopo l’ingresso di Freja con un carrello. Il braccio non era più fasciato e li osservava; portò un dito alle labbra, indicando di fare silenzio. "Ecco la vostra cena, spero di non aver scordato niente, a domani." Poi estrasse dalla tasca un oggetto e lo posizionò al centro della stanza.
Marco la seguì nei movimenti e, quando si fermò vicino a loro, parlò. "Un disturbatore?" La voce era stanca.
Freja si fermò di fronte a loro. "Per un po’ staremo tranquilli e un mio amico sta controllando le registrazioni." Indicò il carrello. "La cena è vera."
Elisa la apostrofò. "Amico di letto…"
"Sì, uno dei tanti. Qui non ci facciamo problemi." Abbozzò un sorriso.
"Cosa vuoi?" disse secca Livia.
"Domani torno operativa e devo ringraziarvi per questo." Mosse il braccio e la spalla. "Dopo l’aggressione di questa mattina ho fatto un controllo: il braccio era guarito... e anche il labbro."
Livia indicò con il mento verso Elisa. "Devi ringraziare lei, è una delle sue capacità."
Elisa la guardò sorridendo. "Ringraziamento accolto, ma dopo la giornata di oggi, se pensi di abbracciarmi ti spezzo il collo."
"Cosa puoi dirci della porta ad accesso limitato vicina all’ascensore nel laboratorio?" chiese Marco.
"Credo porti ad un sotto livello o a una stanza, a cui non ho accesso." Si fermò per un lungo momento. "Ma posso darvi questo." Consegnò a Marco un foglietto. "È il codice dell’ascensore per il laboratorio."
"Cosa dovremmo farci?" chiese Elisa, perplessa.
"Io posso aprire la porta." Marco accennò un sorriso. "Tra una prova e l’altra ho visto il codice della porta e preso l’impronta per sbloccare il pannello."
Livia si alzò, avvicinandosi a Freja. "Perché fai questo?" Il tono era freddo. "Una nuova prova?"
Freja scosse il capo. "Il vostro abbigliamento mi dice che avete in mente qualcosa e siamo veramente schermati." Poi si fermò di nuovo. "Inoltre ho perso una sorella in battaglia, a Venta. Non mi assomigliava, ma nessuno mi ha detto come sia morta e dove si trovi il suo corpo. So solo che non ha voluto essere portata qui… non ho nemmeno un posto dove piangerla."
Livia la guardò. "Come si chiamava tua sorella?"
"Il suo nome era Hana." La guardò negli occhi.
"Non può essere, non aveva parenti o persone vicine," rispose di getto Livia.
"È stata una sua volontà. Io voglio solo sapere come è morta." Il tono di Freja era duro e il suo corpo pronto alla lotta.
Livia si sedette sul divano e la invitò a mettersi al suo fianco. Lo sguardo si spostò prima su Marco e poi su Elisa, che annuirono e andarono in una delle camere.
Attese che si sedesse e si girò leggermente verso di lei, per poterla guardare. "Freja, non so niente di lei prima della battaglia. Mi hanno detto che non aveva nessuno e l’ho sepolta in un luogo speciale vicino a casa mia."
"L’hai presa tu?" La voce di Freja era bassa. "Quindi qualcuno veglia su di lei." Sospirò. "Ma perché?"
Livia si asciugò una lacrima con la mano. "Non lo so, l’ho amata per il poco tempo che abbiamo avuto." Sorrise lievemente. "Lei è venuta da me e… e io… l’ho accolta."
Freja le posò una mano sulla gamba. "Lei aveva preferenze diverse." Sorrise. "E poi, come è successo?"
Livia tacque a lungo. Era difficile per lei ricordare quanto le era stato riportato. "Hanno combattuto come leoni contro una forza superiore. Lei ci ha protetti fino alla fine, permettendoci di vincere."
"Ha combattuto al tuo fianco?"
"È morta eseguendo un mio ordine, ma ho potuto salutarla…" Le parole si interruppero, fermate dalle lacrime.
Freja si allungò abbracciandola. "È morta per la sua missione e non è morta da sola." Anche la sua voce era spezzata. "Non era come me… non si concedeva con facilità…" Prese un profondo respiro. "Ora è nel posto giusto, vicino a qualcuno che per lei era importante." Fece una lunga pausa, tenendola abbracciata. "Grazie."
Rimasero così per lungo tempo.
○ ○ ○
Lasciano la suite alle due del mattino. Freja gli aveva detto che a quell’ora c’era una procedura di riallineamento dei sistemi e, in alcune zone, la sorveglianza non era operativa, inoltre un altro dei suoi amici gli avrebbe spianato la strada. Scesero nel salone per fare uno spuntino notturno e tornarono all’ascensore. Il pannello era attivo a causa del riallineamento; digitarono il codice che avevano memorizzato e iniziarono a scendere verso il laboratorio.
Le porte si aprirono, mostrando i due uomini di guardia rivolti verso di loro, che immediatamente presero le armi. Elisa si mosse sorridendo e facendo scorrere la zip della maglietta; la breve distrazione le permise di posare le mani sui loro volti. Marco e Livia rimasero perplessi da quel gesto e videro le guardie scivolare a terra, come addormentate.
Elisa si guardò le mani. "Ma… non capisco… mi è venuto d’istinto… io…"
"Shhh." La zittì Marco, mormorando. "Chiederemo ad Althea, se la incontriamo."
Percorsero i corridoi sotto la struttura, ben oltre i confini dell’edificio visibile, fino ad arrivare alla porta, dove Marco iniziò ad armeggiare. Durante il percorso avevano evitato diverse guardie e potevano essere scoperti.
La porta si aprì, scorrendo di lato, su una piccola stanza con tre schermi e altrettante tastiere e mouse; non c’era traccia di cavi.
"Non c’è altro," disse Marco. "Non toccate niente."
Elisa e Livia rimasero ai lati della porta, che si era richiusa, guardando gli schermi neri.
"Quando ti serve un trolley non c’è." Schioccò le dita e iniziò a digitare su una tastiera, gli occhi chiusi. "Se non puoi vedere, usa gli altri sensi."
Dopo un tempo che parve eterno, lo schermo si accese e, in un pannello di ricerca, Marco digitò i loro nomi.
Sullo schermo comparvero dei record legati ai loro nomi e un pannello di selezione

Livia guardò la lista avvicinandosi e leggendo ad alta voce. "Sezione custodi." Marco non fece niente e si accesero anche gli altri schermi presentando dei dati riassuntivi.

"È tutto classificato." disse Livia, poi aggiunse con voce più chiara: "Visualizza classificazione e informazioni."
Gli schermi iniziarono a lampeggiare con la scritta: Accesso non autorizzato.
"Dobbiamo uscire di qui," disse Marco. "Livia, non ferire nessuno." Spostò lo sguardo su Elisa. "Sai cosa fare." Quindi aprì la porta e il suono dell’allarme li raggiunse.
Percorsero i corridoi seguendo la via più rapida, ma non verso l’ascensore. Marco dava le indicazioni, Livia in testa ed Elisa in coda. Livia obbedì senza esitazione a ogni indicazione di Marco, atterrando chiunque le si parasse davanti; Elisa passava e posava le mani sulla loro testa.
"Destra…" disse Marco, concentrato nella sua percezione.
Livia girò a destra e, dopo pochi metri, vide una parete laterale aprirsi e una figura fare capolino. Alzò il braccio per colpire, ma si fermò riconoscendo Freja.
"Da questa parte… venite." li esortò.
Si trovarono chiusi in quello che sembrava un vecchio ascensore, con evidenti segni di ruggine.
"Dove siamo?" chiese Marco.
"È un vecchio ascensore di servizio, usato decenni fa e poi dismesso dopo l’ammodernamento." Sorrise. "Lo abbiamo scoperto con Hana e lo usavamo per sgattaiolare dai nostri amici e amiche… anche se lei ne aveva poche."
Le porte si aprirono e si trovarono in una stanza buia e calda. Alla luce della torcia di Freja videro dei condotti che portavano all’esterno, parte di un sistema di ventilazione e filtraggio.
"Siamo in uno dei casotti che si vedono all’esterno?" chiese Marco.
Freja annuì. "Da qui sarà facile rientrare. Noi usciamo anche di notte, per allenamenti o per andare in paese a bere qualcosa." Sorrise. "Vi ho portato dei vestiti adatti." Iniziò a passarli. "Marco, calzoni alla moda, maglietta e felpa, da portare sulle spalle."
Estrasse dalla borsa un abito da donna. "Elisa, per te un vestito completo rosso scuro, scollatura a V e aperto sulla schiena, ma lungo sotto il ginocchio."
Livia la guardò male. "A me che hai portato, un costume da bagno?"
Si misero a ridere e Freja le passò l’ultimo vestito. "Jean bianchi attillati e una felpa chiara, sono più nel tuo stile."
Lasciato il casotto raggiunsero la strada, dirigendosi verso l’ingresso principale, ridendo e scherzando come se fossero di ritorno da una serata di svago e divertimento.
L’edificio e l’esterno erano illuminati a giorno e percorsi da pattuglie di due uomini armate, anche se non palesemente; veicoli leggeri di terra stavano pattugliando i campi erbosi e le zone del bosco. Freja strizzò l’occhio a Livia e portò la mano dietro l’orecchio. "Freja a controllo, sto rientrando con gli ospiti, offro supporto."
Passò un tempo che parve eterno mentre Freja ascoltava, poi indicò al gruppo di procedere verso l’ingresso. "Devo scortarvi alla vostra suite." Una pattuglia li affiancò.
"Che è successo?" chiese Elisa accostandosi a Marco, il volto preoccupato, come quello di Livia.
"C’è stata una violazione e devo tenervi al sicuro, andiamo… veloci." Freja si pose davanti a loro, un’arma da fuoco in mano.
La pattuglia sentì le parole di Freja e una trasmissione nei loro comunicatori, poi si accodarono ai lati.
Raggiunsero la suite senza problemi e la scorta tornò al pattugliamento, mentre Freja entrò con loro ascoltando le comunicazioni. Marco si avvicinò al bar e indicò le bottiglie, soffermandosi su una sezione; tutte e tre annuirono e iniziò a preparare il cocktail, questa volta però alcolico.
"Visto che siamo vestiti per una festa, tanto vale fare festa seriamente." Rise Livia.
Freja prese il bicchiere sollevandolo. "Salute." Sorseggiò, facendo una smorfia. "Che è sta bomba?!" Lo sguardo sul bicchiere.
Livia sbuffò, tenendo la bocca aperta, ed Elisa si fermò prima di bere, guardando Marco.
"Niente di che… un Rusty Nail rinforzato."
Elisa si avvicinò al bar, versando il suo bicchiere in uno più capiente e aggiungendo del Drambuie, per poi andare a sedere insieme agli altri. "Che dicono i tuoi colleghi?" chiese a Freja.
Dopo qualche colpo di tosse rispose: "Sembra ci sia stato un allarme di intrusione ai livelli inferiori, livello quattro." Prese prudentemente un sorso. "Le telecamere non hanno registrato niente e il personale di sorveglianza non ha visto niente."
"Ha funzionato male l’allarme?" chiese Livia, bevendo ora tranquilla.
"I nostri allarmi non funzionano mai male!" sbottò.
Elisa guardò seria Freja. "Dormi da noi questa notte?"
"Non posso. Vi lascio, devo fare rapporto." Freja si alzò lasciando la stanza.
La seguirono uscire con lo sguardo. L’alba era ormai vicina. Livia indicò il bagno con un leggero movimento della testa, ma per una mezz’ora rimasero sui divani senza fare nulla di particolare. Poi Elisa si alzò, seguita a breve distanza da Marco, ed entrarono nel bagno aprendo l’acqua della doccia; il suono raggiunse Livia, che si alzò a sua volta, entrò e iniziò a sfilarsi la maglietta.
In un punto remoto della struttura, un indicatore si accese su uno schermo. "Che succede?" La voce perentoria di una donna riempì l’ambiente.
"Stanno di nuovo facendo la doccia insieme, quelle docce sono troppo grandi. Il rumore dell’acqua nasconde gli altri suoni e il vapore disturba le telecamere." rispose un uomo, serio.
"Che altro possono fare sotto una doccia? Passiamo oltre." disse la donna.
"Ci sono molte cose che si possono fare in tre sotto una doccia."
"Non che interessano a noi."
L’indicatore si spense dopo una mezz'ora e lo schermo tornò a mostrare solo dati neutri, come se nulla di rilevante fosse accaduto. La registrazione venne archiviata insieme alle altre, senza note aggiuntive; qualcuno le avrebbe esaminate con una diversa attenzione.
I giorni passarono simili tra loro, con lunghi momenti all’aperto, trascorsi tra attività sportive di diverso genere e allenamenti di corpo a corpo o nell’uso di armi da lancio. Sapevano di essere analizzati in ogni loro azione, e la cosa riaffiorava soprattutto nelle ore più dure trascorse in laboratorio, unico elemento a dettare ritmi rigidi.
Nel loro quotidiano non c’erano pianificazioni precise: erano liberi di decidere cosa fare, ma qualsiasi scelta diventava una valutazione, a loro insaputa. La risata di una persona poteva essere tale o essere qualcosa costruito per stimolare una reazione; se ne erano fatti una ragione e non ci badavano più.
○ ○ ○
Dopo una settimana di permanenza a Dumnon, i loro corpi erano integralmente abbronzati e le loro abilità fisiche perfezionate; purtroppo, l'istinto era ancora una parte prevalente delle loro reazioni.
Elisa percorse velocemente una delle stradine verso la piscina. "Livia!" urlò, facendo girare i presenti. "Alza il culo, dobbiamo andare da Althea e Arthur."
Livia le indicò con la mano di attendere, mentre parlava allo smartphone cambiando espressione. "Rianna… Rianna… Asc… lasciami… Rianna!" sbottò.
"Rianna un corno!" Rianna era arrabbiata. "Questa mattina sono uscita e ho trovato la posta…"
Livia sbuffò. "Ok, hai trovato la posta e stavi per cadere dalle scale svenuta… mi spieghi il motivo o continui ad insultarmi?"
Sentì un respiro. "Sì, scusa… C'era una lettera prioritaria di una banca rurale della zona, con dentro la comunicazione dell'apertura di un conto a mio nome e di un fondo per gli studi." Fece una pausa. "Da parte di un'associazione che esiste, ho controllato, roba legata al territorio."
"Vieni al dunque o divento vecchia mentre aspetto?" Livia stava sorridendo con la voce falsamente nervosa.
"Beh, qualcuno mi renderà disponibili trentamila euro all'anno e ovviamente tu non ne sai nulla?" Rianna alzò il tono. "Ti ho detto che non volevo soldi da te, sei una stronza…"
Livia fece una pausa guardando i ragazzi in piscina. "Trent… Trentamila?!" Fece un'altra pausa. "Sono una restauratrice, dove pensi possa trovare quella cifra?" Si trattenne dal ridere.
"Non c'entri niente?" Rianna era perplessa.
"Assolutamente no, comunque verifica con la banca; se è tutto in regola, cogli l'opportunità." Livia si alzò allontanandosi dalla piscina. "Se hai finito di insultarmi, devo andare ad un incontro."
"Scusami se ti ho aggredita, scusami veramente tanto…" Rianna era rattristata. "Vado subito in banca… Scusa, scusa… baci baci." Riagganciò.
Althea e Arthur li stavano aspettando a un tavolo sotto l'ampio portico, dove erano stati portati anche cibo e bevande, come in un comune incontro tra amici.
Livia passò accanto alla sedia di Althea, che allungò una mano spostandole il pareo e facendo fermare Livia di scatto. "Hai sempre questa pessima abitudine di toccare le persone dove non si deve!" La voce era irritata; con un gesto nervoso aprì il pareo mostrando le gambe e il costume. "Contenta ora? Perversa!"
Althea si mise a ridere. "Stavo controllando e vedo che avete usato il solarium… Sarò perversa, ma quando ti vedo mi viene spontaneo toccarti." Scrollò le spalle. "Non so perché, sarà chimica."
Elisa rispose da dietro: "Veramente no, abbiamo usato la piscina, il sole naturale è meglio di quello artificiale… ma ho dovuto tenere il costume…"
Marco spostò due sedie facendo accomodare Livia ed Elisa. "Althea, le tue buone maniere lasciano molto a desiderare e continuano a peggiorare, a prescindere dalla chimica."
Althea aspettò che fossero tutti seduti. "Livia, scusa." La voce era professionale. "Ho notato che le vostre reazioni cambiano: a volte siete più istintivi, altre indifferenti." Indicò con la mano la maglietta. "Per favore, mostrami la pancia."
Livia la guardò male. "Se vuoi mi spoglio, così la facciamo finita, e non ho messo su peso." Sollevò la parte bassa della maglietta.
Althea sorrise, annuendo. "Visto?" disse ad Arthur. "Non c'è."
Tutti guardarono la pancia di Livia. "Cosa non c'è?" chiese Elisa.
"Il ciondolo," rispose seccamente Althea. "Sono certa che, se lo avesse avuto, avrebbe reagito diversamente al mio gesto."
Livia portò la mano a una piccola tasca ed estrasse il ciondolo, posizionandolo all’ombelico. "Vogliamo provare adesso e confermare la tua teoria?"
"Non funzionerebbe. Ora te lo aspetteresti." Arthur rise. "Il punto di forza dell'istinto è che agisce quando non ci si aspetta una cosa." Fece una pausa. "Althea, per quanto non sia un test di grande validità, direi che conferma la tua idea."
"Althea, non capisco, cerca di essere chiara," disse Marco, scocciato.
"Bene, andiamo per punti. Per prima cosa Elisa." Althea sorseggiò la sua bevanda. "Tu vivi da molto con loro e in particolare con Marco, siete fidanzati, una coppia a tutti gli effetti." Spostò lo sguardo tra loro. "Ma questo non dovrebbe essere possibile per quanto sappiamo…"
"Forse lei non ha il gene," la interruppe Livia.
"Lo ha, lo avete tutti e tre." Sospirò. "Ma nel suo caso agisce in modo diverso. Agisce come per te e Marco sulle prestazioni fisiche del corpo, ma non vincola i legami… chiamiamoli sentimentali." Fece una pausa. "Questo permette a lei e Marco di stare insieme anche fisicamente."
Marco la guardò. "Quindi non è come noi, è simile a noi, ma è qualcosa di diverso."
Althea annuì. "Elisa è come voi, in tutto e per tutto, ma lei è emersa come custode dopo Venta." Bevve di nuovo. "Quello che abbiamo dedotto è che quello scontro ha spostato qualcosa. Elisa è un nuovo tipo di custode, o forse qualcosa che esisteva prima dei custodi, la vera forma." Indicò ad Arthur un messaggio sul tablet e lui si allontanò.
"Ho baciato Marco, intendo proprio baciato, e ho provato piacere nel farlo, anche noi stiamo cambiando, o forse ci stiamo riparando?" Livia era seria e pensierosa.
Althea la guardò un lungo momento. "Credo la seconda, anche voi siete stati toccati da quanto accaduto e il tuo ciondolo, o il pugnale di Elisa, sono in qualche modo coinvolti." Sospirò. "Elisa mi ha raccontato i dettagli di quanto avete fatto e della tua ferita alla gamba, non c'è niente di umano in tutto quello… ma non siete mostri o alieni."
Marco la guardò, serio. "È quello che state studiando da anni e avete schedato come AN0059ST00009? Siamo parte di un progetto a lungo termine?"
Livia lo fulminò con lo sguardo. "Marco!"
Althea iniziò a ridere, calmandosi con fatica. "Che sollievo," disse, posando una mano al petto. "Quindi siete stati voi a violare il perimetro di sicurezza." Rise di nuovo. "Ma nessuno della sicurezza vi ha visto… e i codici del bunker dove li avete presi?"
Elisa alzò la mano per prima, seguita da Marco e da Livia.
Marco lasciò parlare Elisa. "La vostra sicurezza ha bisogno di qualche miglioramento. Marco vi aveva avvisati che ci stavate sottovalutando." Sorrise, sorseggiando il cocktail di frutta. "Marco ha visto i codici e preso le impronte mentre ci esaminavate in laboratorio." Livia alzò il pollice. "Abbiamo sfruttato i vostri cicli di manutenzione per violare l'ascensore, per Marco è stata una passeggiata; al livello del laboratorio ho addormentato le due guardie." Livia alzò anche l'indice. "Marco ha violato la sicurezza dei terminali e siamo entrati nel sistema di elaborazione." Livia aggiunse il medio. "Quando è partito l'allarme siamo usciti e Livia ha steso le guardie mentre io modificavo i loro ricordi." Livia aggiunse l'anulare. "Abbiamo trovato un vecchio montacarichi e siamo usciti nel prato." Livia batté le mani una volta.
Fu Livia a continuare. "Arrivati all'esterno avevamo dei vestiti pronti e, uscendo dal casotto, ci siamo imbattuti in Freja; qui di nuovo è intervenuta Elisa." Sorrise beffarda ad Althea. "Per tutti stavamo tornando da fuori e ci avete anche fatti scortare per proteggerci."
Il volto di Althea era sconvolto. "Qualcuno non sarà contento di questo." Tossicchiò. "Ora veniamo a voi due." Indicò Marco e Livia. "Quello che è successo a Venta ha influenzato anche voi, più di tutti Livia." Fermò lo sguardo su di lei. "Per te Venta è stato un cambiamento come custode, ma anche come persona: hai dovuto abbandonare molto… Hai perso molto."
Livia abbassò lo sguardo sul piatto.
"Il punto essenziale è che qualcosa è cambiato in quella che voi chiamate rete." Tenne lo sguardo su Livia. "Sappiamo della rete, sappiamo molte cose, e altre le avete condivise voi. Ma sono tutte chiacchiere: voi volete capire perché potreste uccidere senza saperlo."
Livia alzò lo sguardo. "Sai cosa abbiamo fatto e cosa ho rischiato di fare io." Sospirò. "Dobbiamo trovare un equilibrio, e non significa necessariamente capire i motivi." Si fermò allungando la mano sul tavolo verso Althea. "Ho paura, come non l'ho mai avuta prima."
Althea si sporse appoggiando la mano su quella di Livia. "Lo capisco, Livia. Ci sono diversi elementi in gioco. Il primo è che il vostro specifico gene causa reazioni diverse rispetto a prima, è una sorta di amplificatore fuori controllo, che riteniamo stia tornando alla sua funzione originale… che non conosciamo." Si fermò cercando le parole. "Poi c'è il ciondolo, il pugnale e il collare di Vigil." Fece una pausa, guardando verso l'interno. "Questi oggetti hanno una rilevanza su di voi, su ciò che siete… anche qui non comprendiamo la causa."
Elisa la interruppe sollevando la mano. "Per noi hanno un nome: il pugnale è Carnwennan, nella tradizione gallese il coltello di Artù; il ciondolo è Omphalos, per gli antichi greci il centro del mondo; il collare è Gleipnir, per i norreni il laccio che teneva Fenrir." Vide il volto attento di Althea. "Ma per quanto ne sappiamo Marco non ha un oggetto legato al mito… e anche lui è cambiato, è quasi una macchina riflessiva per uccidere."
Althea riprese la parola. "Mi stai dicendo che non sono oggetti comuni, nei giochi da tavolo li chiamano artefatti." Le parole scorrevano rapide. "Se sono assimilabili alla fantasia, si tratta di oggetti che agiscono, ma non chiedono il permesso per farlo." Si sporse in avanti, appoggiandosi al tavolo. "Me li mostrereste?"
Elisa prese Carnwennan, posandolo sul tavolo. "È sempre con me, non posso lasciarlo e, se funziona come Gleipnir, se lo dimentico me lo ritrovo in tasca."
Livia sorrise. "Sono l'unica che può togliere Gleipnir da Vigil, ma poi torna da solo al suo collo."
Althea sorrideva come non l'avevano mai vista. "Sono legati a voi, come Vigil è legato a Marco, ma non come gli oggetti. Gli oggetti amplificano quello che state vivendo e i vostri corpi devono trovare di nuovo un equilibrio."
"Perché io sono cambiato dopo Venta, anche se non ho un oggetto?" disse Marco.
"Tu non hai ancora un oggetto, ma sei legato a Vigil, e questo ti influenza." Allungò la mano verso Carnwennan, ma Elisa lo ritrasse. "Le ricerche che svolgo da diversi anni, mi portano però a pensare che non doveste averli… forse l'eccezione è Gleipnir, che è legato per qualche ragione a Vigil." Era pensierosa, la fronte corrugata. "Se non dovevate averli, la domanda diventa semplice… perché li avete?"
"Althea, la tua domanda mi spinge a fare un'ipotesi." Marco sfiorò la mano di Elisa che teneva il pugnale. "Se, come dici, non avremmo dovuto averli, ma li abbiamo… questo significa che ci sono situazioni diverse che stanno confluendo verso di noi. Questi artefatti forse stanno accelerando qualcosa che sarebbe accaduto gradualmente."
"Non posso risponderti con certezza." Althea allargò le mani. "Ma non posso nemmeno escluderlo a priori. Tuttavia, ora so cosa fare per mettere dei limiti alle vostre azioni."
"Toglierci gli artefatti?" chiese secca Livia.
"Sarebbe un'idea e sono tentata di farlo." Althea sorrise. "Tranquilla, temo che quella scelta causerebbe ancora più problemi… se vi sono arrivati, è per una ragione, quindi devono restare con voi." Fece un cenno verso l'ingresso.
Freja arrivò dall'interno con un contenitore scuro sotto il braccio, indossava la mimetica operativa con un'arma a stordimento a tracolla, e si fermò al fianco di Althea.
"Ciao ragazzi." Sorrise Freja. "Questo è un oggetto che si trova qui da diversi anni… molti anni. Arriva da uno scavo nei paesi del nord." Posò la scatola sul tavolo aprendola. "Non ha niente di particolare, è solo un soprammobile, ma da quando siete qui disturba alcuni dei nostri sistemi."
Nella scatola era posato un agglomerato, da cui sporgeva un oggetto piano, grigiastro, dall'aspetto di un corvo; dal lato della coda sembrava esserne ancorato un altro, non visibile perché incastrato nel blocco.
Elisa si alzò lentamente, guardandolo, e lo prese tra le mani. "Se lo avete trovato al nord, potrebbe essere norreno." Lo passò a Livia.
Livia prese l'agglomerato con una mano e porse l'altra verso Elisa per avere il pugnale. "Sarà di area norrena, ma questo agglomerato credo sia più antico." Delicatamente fece leva con la punta del pugnale, togliendo lo sporco in prossimità del corvo, estraendo a fatica un piccolo frammento incastrato. "Questo non è norreno, non nel senso classico… Era tutt'uno con l'oggetto, si tratta di ambra con un aggancio, credo in bronzo." Lo passò tra le dita. "Sembra una spilla di almeno tremila anni fa."
"Pensavamo fosse norreno e legato ai miti di Odino, ma era finito dimenticato fino a qualche giorno fa." Althea era incuriosita. "La sua ultima analisi risale a una trentina di anni fa."
"Potrebbe essere legato a Odino, ma non del periodo in cui il suo nome ha iniziato a circolare." Livia sorrise. "Magari non lo chiamavano nemmeno Odino."
"Se è come dici e potrebbe essere legato a tradizioni precedenti," riprese Elisa, "potrebbe essere una rappresentazione di Huginn e Muninn, i corvi di Odino." Fece una pausa per ricordare. "Il primo è il pensiero, il secondo la memoria." Continuò rapida. "Ogni giorno volano sui nove mondi e riportano a Odino tutto quello che hanno visto." Lo sguardo si spostò sulle mani di Marco, che stava reggendo l'oggetto.
L'agglomerato si era sgretolato e Marco sorreggeva ora due corvi dorati uniti per la coda; le mani li sfiorarono e dai becchi comparve una sottile fettuccia d'oro. Senza pensarci la mise al collo e crollò sulla sedia.
Poi il vento. Era in alto, le correnti d'aria reggevano il peso del corpo come qualcosa di naturale; le ali non erano arti, ma la risposta automatica a ogni variazione del flusso. Il freddo non mordeva, esisteva e basta.
Scese in picchiata; la vista divenne più precisa mentre si infilava sotto colonne con decine di scudi affiancati, oro opacizzato dal cielo, ognuno graffiato in modo diverso. Non erano piatti: la superficie ondulava leggermente, come pelle.
Tornò all'aperto, in quota, nel suo regno, e il campo si aprì sotto di lui: alberi, fiori, persone in abiti diversi, ognuna impegnata in qualcosa di specifico. Una forma attirò la sua attenzione e scese; lo sguardo sembrò zoomare e le vide: due donne. Una dai capelli e dagli occhi chiari, una lancia in pugno; l'altra dai capelli scuri e gli occhi scuri, uno scudo in pugno. Stavano combattendo, con movimenti precisi. Lo sguardo si posò sul volto della donna dagli occhi scuri, un volto asiatico…
Si svegliò trovando Elisa accucciata al suo fiano e Livia in piedi vicino ad Althea, con una mano sulla sua spalla per non farlo alzare, Freja era immobile con lo sguardo fermo su Marco.
"Cosa hai visto? Era diverso questa volta." Disse Livia.
"Ad un certo punto hai gracchiato come un corvo." Freja era perplessa.
"È stato incredibile." Disse Marco tenendo il tavolo, ancora disorientato. "Volavo, ero un corvo… no… ero dentro un corvo." La voce si fece eccitata. "Vedevo quello che vedeva lui e sentivo quello che sentiva lui."
Livia abbassò lo sguardo. "Come quando abbiamo generato Arianna?"
"Sì, ma in qualche modo influenzavo il suo volo e le su scelte."
Elisa al suo fianco si inserì. "Non eri un corvo comune, eri Huginn o Muninn, o entrambi." Pensò per un attimo. "Più probabilmente hai visto quello che loro ti hanno portato." Gli diede un colpetto sulla fronte. "Ma cosa hai visto?"
Marco sposto lo sguardo su Livia e poi lentamente si girò verso Freja. "Quello che ho visto è diverso dalle mie visioni, ho difficoltà a dargli un senso."
Althea lo guardò. "Non dargli un senso, dillo e basta, lascia che lo faccia l'istinto che state cercando di controllare." Guardò per un attimo Livia. "L'istinto è parte di ognuno di noi, ma per voi ha un ruolo e dovete imparare ad usarlo."
Marco tenne le mani sul tavolo, guardandole. "Scudi appesi a delle colonne. Decine, uno accanto all'altro." La voce era piatta, come quando riferiva una visione difficile. "Un campo aperto, gente in abiti diversi, ognuno a fare qualcosa di preciso."
Elisa si alzò dal suo fianco, ascoltando la descrizione, che faceva affiorare nella memoria nomi e concetti precisi: tacque.
"Due donne che combattevano. Una con una lancia, capelli chiari, occhi chiari." Alzò lo sguardo su Freja, mantenendolo, e spostò una mano verso Livia. "L'altra con uno scudo, usato per fare breccia e non per difendersi, capelli scuri, occhi scuri. Volto asiatico." Spostò lo sguardo su Livia. "Come nelle visioni che ci hai raccontato."
Livia aveva spostato la mano a sfiorare quella tesa da Marco. Non disse niente.
Freja era immobile. "Descrivi la donna con lo scudo."
Althea si alzò, affiancandosi a Freja e cingendole la vita con un braccio.
Marco prese un respiro profondo e lo disse, chiudendo gli occhi. "La donna era Hana…"
Freja portò la mano alla bocca, poi la abbassò lentamente. "Il posto." La voce era controllata, ma non del tutto. "Gli scudi graffiati."
"Ognuno in modo diverso." Marco annuì. "Non erano decorativi."
Freja spostò lo sguardo su Livia, che mormorò: "Si stava allenando." La voce era ferma. "Non stava combattendo per sopravvivere. Si stava allenando."
"Dove… Dove è…" disse Freja, con tono speranzoso.
Fu Elisa a dire quello che aveva ricostruito ascoltando. "Si stava allenando." Annuì. "In un luogo dove i presenti non oziano." Percorse tutti con lo sguardo. "Uno dei nove regni, quelli che conosciamo dai miti e dai racconti fantasy." Fece una lunga pausa. "Valhalla."
Livia guardò Freja e poi Elisa. "Significa che con quello che siamo possiamo…"
"No, non possiamo." disse seccamente Elisa.
"Voi potreste portarla indietro…" continuò Freja.
"No, noi non possiamo e non dobbiamo." ripeté Elisa.
Fu Marco a zittire tutti. "Ci sono dei limiti che non possono essere superati, questo è uno di quelli." Il tono era serio. "Inoltre era una visione di un tempo non noto, da un luogo che esiste solo nei miti. Non potete aggrapparvi a questo e perdervi in speranze vane."
"Ma… la rete ha salvato Elisa e preso Hana." replicò nervosamente Livia. "Questo significa che nulla è immutabile, potremmo portarla indietro."
Freja stava piangendo e prese fiato. "No, Livia. Hanno ragione." La voce si spezzò. "Farlo potrebbe avere conseguenze enormi."
Livia si lasciò cadere sulla sedia. "Di nuovo perdite, nessuna speranza, ma questo è il nostro cammino." Guardò Marco, la rabbia negli occhi.
Freja si congedò, lasciandoli e portando via la scatola ormai vuota; si fermò un attimo, come se non sapesse da che parte andare, poi riprese a camminare con passo deciso.
Livia guardò Althea con rabbia. "Non credi che quella ragazza abbia sofferto abbastanza?" la voce severa. "Le avete nascosto il destino della sorella, le avete fatto slogare una spalla, le avete fatto rompere un braccio, le avete fatto quasi spezzare un polso." Batté la mano sul tavolo. "Avete informazioni classificate su tutti noi e vi atteggiate a dei."
Marco ed Elisa la guardavano preoccupati, mentre Althea cercò di fermarla, senza successo.
"Noi siamo venuti qui temendo di poter far del male agli altri. Ma voi non siete diversi." Serrò i pugni e il colore degli occhi cambiò in un tono azzurro. "Usate i vostri collaboratori come pedine sacrificabili." Si alzò.
"Livia!" Elisa la chiamò con impeto. "Solve vincula, libera mentem."
Livia si zittì, allentando i pugni, e gli occhi tornarono del loro colore naturale; alle sue spalle c’erano quattro uomini della fondazione, insieme ad Arthur.
Althea era tornata a sedere. "Hai ragione in parte, abbiamo usato Freja con voi, sapevo che vi avrebbe aiutati, ma non immaginavo quanto è poi successo." Sospirò. "Ci avete rivelato delle falle di sicurezza e Freja avrebbe saputo di sua sorella a tempo debito."
"Non capisco," disse Livia.
"In questo momento nemmeno noi," le rispose. "C'è qualcosa dentro di te: i tuoi occhi sono cambiati per l'ira. Qualunque cosa sia, devi controllarla."
"Siamo venuti qui per questo, è servito a qualcosa?" sbottò Elisa.
La voce di Arthur arrivò da dietro. "In un certo senso è servito, ma non è una risposta. Non sappiamo cosa stia cambiando nel sistema."
"Nel sistema?" Marco si girò con la sedia verso di lui.
"Non state cambiando solo voi, ma anche tutto il sistema di cui fate parte." Guardò Althea, che annuì. "E di cui anche noi, in modo diverso, facciamo parte. Ma non posso dirvi altro."
Livia fece un passo verso di lui, il pugno serrato. "Cosa avete pensato per aiutarci?"
"Se vuoi colpirmi, fallo. Nessuno ti fermerà, ma non cambierà le cose." Arthur era immobile, con gli uomini dietro di lui.
Livia si allontanò, soffocando l'istinto che cercava di emergere. "In questo momento potrei uccidervi tutti, ma parla, cosa avete scoperto?"
Arthur si rilassò. "Sappiamo che dovete trovare un nuovo equilibrio, qualcosa su cui noi non possiamo intervenire, perché è al di là della nostra comprensione. I nostri laboratori possono produrre un farmaco per combattere gli effetti, ma ci saranno delle conseguenze."
Althea si intromise. "Potrà ridurre la vostra aggressività e l'istinto che sfugge al controllo; purtroppo, tutte le vostre capacità sono collegate e l'istinto ne è parte, quindi sarete indeboliti in tutto." Fece una pausa. "Potete pensarci con calma e, se volete restare qui come ospiti, siete i benvenuti: non ci saranno altri test."
Livia, Marco ed Elisa si allontanarono, iniziando a parlare tra loro ed evitando di farsi sentire, con Livia che serrava i pugni con sempre maggiore forza.
Si avvicinarono e fu Marco a parlare. "In questo momento non abbiamo scelta, possiamo solo accettare il farmaco, a patto che lo si possa sospendere senza conseguenze né dipendenze." Livia era dietro di lui, il corpo teso e il respiro accelerato.
Althea annuì. "Cerchiamo di creare prodotti che non portino a dipendenze né a danni per il fisico e per l'ambiente, quindi potete immaginare che sia la stessa cosa con questo. Mi aspetto che mi aggiorniate giornalmente sugli effetti e su qualsiasi anomalia." Abbozzò un sorriso. "Non vi dico come si chiama, per ora ha solo una sigla e credo non avrà mai un nome commerciale."
Livia si spostò di lato. "Arthur, allontanatevi… allontanatevi tutti, non riesco a controllarmi!"
Arthur fece un passo verso Livia, mentre la sua scorta si allargava coprendo il perimetro; gli occhi di Livia tornarono azzurri ed Elisa scattò con rapidità per bloccarla, mentre Marco si mosse per far allontanare chi si stava avvicinando inconsapevole.
Le mani di Livia si mossero fulminee, afferrando sul petto il tessuto del costume di Elisa, sfruttando il suo slancio e scagliandola con forza sopra il tavolo contro Althea. Ancora prima che Elisa toccasse terra, il tallone di Livia colpì il volto di Arthur, seguito dal secondo piede che si schiantò sulla schiena, buttandolo a terra; Livia si accovacciò, riprendendo l'equilibrio, già pronta a scattare.
Due sibili attraversarono l'aria, terminando sul corpo di Livia; i dardi dei fucili stordenti l'avevano raggiunta, infilandosi nella pelle del collo e del torace, ma lei scattò intercettando Marco, che con destrezza la scansò, mandandola a schiantarsi contro un tavolo vuoto, dove due caraffe la colpirono alla testa, lanciate da Marco che recitava una filastrocca.
Livia si spostò, restando bassa a terra e passando l'avambraccio sul sangue che le macchiava la testa, per poi leccarlo con un ghigno sul volto.
Althea era china su Elisa, priva di sensi, cercando di spostarla lontano dallo scontro e verso i soccorritori.
Marco scattò contro Livia in modo diretto, mentre lei si lanciava da terra contro di lui, puntando alla gola, con le mani pronte a colpire, ma non lo trovò; sentì le mani di lui colpirla unite sulla schiena e schiacciarla a terra: Marco le era arrivato al fianco senza che lo vedesse.
La mano di Livia si spostò di lato, raggiungendo un punto del tallone di Marco e torcendolo con precisione e forza, per poi rotolare di lato e rimettersi in piedi, mentre Marco cadeva a terra con la gamba dolorante e bloccata.
Un colpo la raggiunse al centro della schiena, facendola cadere; il dolore era forte, nello stesso punto già colpito da Marco. Con fatica si alzò, girandosi, e di fronte a lei trovò Freja, in tenuta da combattimento, con una spada orientale nella sinistra, pronta alla lotta.
"Freja, retrocedi, non puoi fare niente adesso." La voce di Althea la raggiunse perentoria.
Freja iniziò a spostarsi di lato, passando in mezzo ai tavoli, nella posizione di attacco imparata da sua sorella nel corso di centinaia di allenamenti. "Io sono Freja, io sono la Phénix, io sono Hana." La voce era una cantilena.
Livia vacillò, seguendo i movimenti di Freja e cercando una via di attacco; anche gli occhi, per un attimo, tornarono scuri, solo per un attimo. Corse in avanti, sollevandosi sopra una sedia e correndo su un tavolo, per poi scivolare sul piano con i talloni diretti verso il torace di Freja, ma lei si era già spostata, quasi lentamente, e Livia cadde a terra mancandola, mentre la spada calava precisa, tagliando la coscia nuda e incrociando la ferita guarita causata da Elisa al casale.
Freja tornò a muoversi tra i tavoli, aspettando che Livia si rialzasse e tornasse a combattere; la vide zoppicare e sorrise, aspettando che il suo sguardo la raggiungesse, quindi fece passare le dita sulla lama e sul sangue di Livia, portandole poi alla bocca e leccandole lentamente, per poi mormorare: "Sono qui, vieni a prendermi… se ne sei capace."
Livia socchiuse gli occhi per un attimo, iniziando a spostarsi tra i tavoli, con il sangue che le scorreva lungo la gamba; i suoi passi anticipavano e assecondavano quelli di Freja, come in una danza perversa.
Elisa si era ripresa e aveva raggiunto Marco, curandogli il tendine spezzato; entrambi erano rimasti fermi a guardare, perplessi davanti a quella scena assurda e seguendo quella folle ragazza che stava facendo qualcosa là dove loro avevano fallito. Arthur era in disparte, segnalando alla Phénix di non interferire, mentre prendeva un fucile di precisione lanciatogli da qualcuno e lo puntava alla testa di Livia.
"Dai, Livia, sono qui, vieni a prendermi… Non ne sei capace, sono meglio di te." Freja si mise a ridere. "Se mi prendi, potrò raggiungere mia sorella, forza, mi sto annoiando." Freja si spostò tra i tavoli con una lentezza paradossale, mentre la lama tagliava la coscia sinistra di Livia e lei tornava a distanza.
Le si parò davanti. "Eccomi, sono qui. Coraggio, Livia, fai quello che devi e liberami da questa sofferenza." Freja abbassò la spada al fianco, sollevando fiera la testa, mentre la mano di Livia le serrava il collo.
Freja la guardò sorridendo; la mano non stava stringendo, tremava sul suo collo. Il rumore dell'otturatore del fucile la raggiunse e il sorriso si spense; lasciò cadere la spada, afferrando le spalle di Livia e girandosi, mentre il proiettile di grosso calibro le passava attraverso la spalla, frammentandosi; poi il buio arrivò.
Era seduta a terra, sulle gambe ferite; il sangue era ovunque e il corpo di Freja era tra le sue braccia, con un buco nella spalla che non lasciava speranza. "Nooo! Elisa, presto…" Livia la chiamò con tutto il fiato.
"Livia, non posso curarla, ci sono i frammenti del proiettile." Elisa le era al fianco.
"Stabilizzala, dai tempo ai medici di intervenire… Ti prego." La voce si era fatta flebile. "Se puoi, prendi la mia vita, ma salvala. Per favore… salvala… ho già fatto morire sua sorella e ora questo."
Elisa posò le mani nel sangue della spalla e la ferita iniziò a ridursi, mentre la Phénix interveniva e il buio prendeva anche Livia.
○ ○ ○
Althea e Arthur li stavano aspettando a un tavolo sotto l'ampio portico, dove erano stati portati anche cibo e bevande, come fosse un comune incontro tra amici, che forse non avrebbero più potuto essere.
Livia passò accanto alla sedia di Althea, come qualche giorno prima; con le gambe nude e guarite sotto la gonna corta, si fermò, abbozzando un sorriso. "Dopo tutto il casino che ho combinato, ti va di ricominciare?" Prese la mano di Althea, posandola sulla pelle della gamba. "Ora sono pronta ad accettarlo e ho il ciondolo."
Althea fece scorrere la mano sotto la gonna. "Non possiamo fartene una colpa, ci hai avvisato e i segni erano chiari, ma noi non li abbiamo colti." Sospirò, ritraendo la mano. "La vostra pelle è sempre così… così, non so come descriverla, crea piacere toccarla." Indicò le sedie. "Sedetevi. Quello che è successo durante i test e con la tua reazione deve farci riflettere; la Phénix deve rivedere molti protocolli."
Marco sollevò le spalle. "Per i vostri protocolli non possiamo fare molto, ma il farmaco sembra funzionare. Lo prendiamo da un paio di giorni e non abbiamo sgozzato nessuno, ma anche le visioni sono sparite, come pensavate."
"Come temevamo," replicò Arthur. "Vediamo come evolve la situazione e poi decideremo, anzi, deciderete." Si guardò attorno. "Althea, che fine ha fatto Freja?"
"Doveva unirsi a noi ed è in ritardo." Althea era tranquilla. "Questa mattina era libera, se la sarà presa comoda."
Livia si contrasse sulla sedia. "Forse è meglio che vada via… Freja non vorrà vedermi dopo quello che è successo."
Arthur si mise a ridere. "Ti ricorderei che ti ha salvato la vita prendendosi il proiettile che ti ho sparato." La guardò. "Tranquilla, non ti porta rancore."
Elisa ingoiò. "Mentre facevo uno spuntino, pensavo che potremmo fermarci qui un paio di settimane. Avviso io Nadia e Amani." Si stiracchiò. "Tutte quelle cure mi hanno spossata, mi sento indebolita." Si fece seria. "Se voi non mangiate niente, ci penso io."
Freja arrivò lentamente, fermandosi davanti al tavolo, con addosso un prendisole e un pareo. "Scusate il ritardo… consigliere Althea, sono a rapporto." Il tono era serio.
Althea corrugò la fronte. "A rapporto per cosa?"
Freja prese un respiro. "Violazione della sicurezza, manomissione dei sistemi di sorveglianza, cospirazione contro la Phénix… devo continuare, consigliere?"
Arthur la guardò serio. "Solo con quello che hai detto, la Phénix prevede l'allontanamento e la pena di morte." Si fermò per un attimo. "Corretto, consigliere?"
Livia spalancò gli occhi. "Non potete, non ha fatto niente…"
Elisa scattò in piedi, rovesciando il piatto. "Era sotto il mio condizionamento…"
Marco scosse il capo, prendendo un pezzo di frutta caduto dal piatto di Elisa e portandolo alla bocca.
Althea la guardò seria. "Freja, hai creato uno scompiglio incredibile e anche noi ti abbiamo messo in situazioni ingiustificabili. L'altro giorno Livia si è battuta per come ti abbiamo trattata e non posso darle torto. La Phénix deve cambiare, ma non sarà felice di farlo in fretta." Sospirò. "In particolare, non sarà indolore."
Arthur annuì. "Siamo un'organizzazione che ha molti anni sulle spalle e quindi legata a vecchie tradizioni o protocolli, che deve rispettare, come li dobbiamo rispettare tutti noi… cosa che tu non hai fatto."
"Sono pronta a pagare il prezzo delle mie azioni." Freja era seria, ma il tremore del suo volto e della sua voce tradiva i suoi sentimenti. "Volevo solo dire…"
Althea sollevò la mano. "Non dire cose di cui potresti pentirti. Agisci spesso violando gli ordini e le regole, ma stranamente le tue decisioni portano a dei risultati. Questo mi fa pensare che nei nostri schemi ci sia qualcosa di sbagliato."
Freja iniziò a parlare. "Non so fare diversamente…"
Elisa le tirò un nocciolo di albicocca, facendole segno di tacere.
Althea sbuffò. "E non sai stare in silenzio, una volta tanto che posso fare un discorso devi interrompere." Era scocciata. "Con i tuoi amici qui presenti hai messo in evidenza delle carenze importanti nella nostra sicurezza, un problema che Arthur ha sollevato più volte con pochi risultati."
Arthur sorrise. "Althea, forse è il caso di arrivare al punto, prima che questa povera ragazza svenga."
"Concordo, abbiamo pagato il biglietto e il film mi sembra un tantino noioso." Livia mordicchiò un pezzo di frutta.
"Veramente non avete pagato per essere qui, poi, considerati i danni che hai fatto, dovresti pagare le riparazioni di mezza Phénix." Arthur era falsamente serio.
"Silenzio!" sbottò Althea, picchiando una mano sul tavolo. "Freja, abbiamo parlato con il consiglio e possiamo solo fare due cose: riconoscere le tue colpe e punirti, oppure riconoscere i tuoi meriti per quello che è emerso."
Freja li guardò. "Devo fare i bagagli e partire per la riserva di detenzione." La voce era ormai sconsolata.
"Non sarebbe una cattiva idea," rispose Althea. "Ma visto che la decisione spetta a me e Arthur…" fece una pausa, alzandosi insieme ad Arthur. "Freja, accetti il comando della XXXII Warband?"
Freja spalancò gli occhi. "Consigliere, comandante… Sì, accetto il comando della XXXII Warband." Le lacrime rigarono il volto insieme a un sorriso.
Arthur le porse una piccola custodia. "Ecco le tue insegne, è stato un piacere lavorare con te, ora ti attendono altri incarichi."
Livia si alzò e la raggiunse velocemente, abbracciandola, seguita subito dopo da Elisa e Marco.
Althea si girò verso l'ingresso. "Clarisse, ci porti qualcosa da mangiare e per festeggiare? Poi fermati anche tu."
© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.