Piante, tradizioni e racconti legati al territorio
Livia trascorse la mattina al Lago delle Tre Brecce con Paolo; era ormai diventata una piacevole routine nuotare nelle acque del lago e poi restare sdraiati sugli asciugamani al sole, parlando di tutto e di niente. Scambiarono qualche parola con Agnese che, stranamente, quel giorno aveva portato loro il pranzo e che, nonostante il rapporto tra loro fosse cambiato, era tornata a essere la donna taciturna di sempre.
"Paolo, dobbiamo andare," sospirò Livia. "Ti accompagno a Viterbo e poi devo andare a prendere i miei coinquilini a Fiumicino."
"Posso prendere il treno, così ti risparmi questo pezzo di strada con il caldo."
Livia si alzò nel suo bikini nero. "Non ti faccio fare un’ora di treno a quest’ora." Gli porse la mano. "Dai, andiamo, è tardi… giusto il tempo per una doccia." Sorrise. "Tu al piano di sotto e io a quello di sopra." Gli fece una linguaccia.
"Livia!" chiamò Paolo dalla porta. "Muoviti o farai tardi."
Livia scese di corsa le scale indossando un semplice top a vita bassa e un paio di bermuda, con i capelli ancora umidi, ricordandosi solo all’ultimo momento di infilarsi le scarpe.
"Andiamo con la macchina di Marco." Prese le chiavi. "Con Vigil serve più spazio."
Salirono in macchina e si allacciarono le cinture quasi automaticamente. Livia accese il motore e partì sgommando in direzione di Viterbo.
Le ci vollero quasi due ore per raggiungere il Leonardo da Vinci e, quando parcheggiò, il sole del primo pomeriggio l’aveva già messa a dura prova; sentì il top umido appiccarsi al corpo, sbuffò passando una mano sulla fronte e scese dall’auto sistemandosi lo zainetto sulla spalla.
Livia notò con la coda dell’occhio che il suo abbigliamento aveva attirato l’attenzione di un gruppetto di ragazzi poco distante, appoggiati a una vettura con l’aria annoiata di chi non aveva nulla di meglio da fare, e proseguì ignorandoli.
"Ehi bella… ci facciamo un giro?" La voce alle sue spalle era accompagnata da commenti e risate, a cui non prestò attenzione.
Sentì le mani sulla pelle dei fianchi e l’alito che sapeva di birra contro il viso. "Ehi! Parlavo con te, cerca di essere educata." Era la voce arrogante di chi si credeva intoccabile.
Livia si voltò lentamente senza prendere le distanze dal ragazzo e si fermò di fronte a lui con un sorriso, i loro volti a un soffio di distanza. "Con me non dureresti nemmeno due secondi…" Il tono di lei era tranquillo.
Nessuno parlò e i ragazzi si erano scostati dall’auto, finché videro la gamba di Livia chiudersi a gancio attorno a quella dell’amico, sbilanciandolo, mentre la mano gli afferrava l’orecchio torcendolo con decisione. Il giovane si piegò in avanti con un verso strozzato, strappando ai suoi amici un misto di risate e imprecazioni.
Si girò lentamente e riprese a dirigersi verso il terminal, ma il rumore di passi alle sue spalle la fece fermare. "Volete anche voi la vostra razione?" disse ironica, sollevando il dito medio.
Riprese a camminare; i passi erano ancora dietro di lei, ma ormai erano soltanto in due e sorrise varcando le porte automatiche, lasciandosi investire dall’aria condizionata e continuando a camminare senza fretta mentre cercava con lo sguardo Marco ed Elisa.
Allungò il passo sentendolo arrivare; un abbaio profondo e inconfondibile echeggiò nel terminal, seguito da un breve silenzio. Una grande massa nera si fece strada tra i presenti e raggiunse Livia con l’andatura sicura di chi sa esattamente dove deve andare e a cui nessuno prestò attenzione.
"Ciao, mio eroe!" Si abbassò, lo abbracciò e gli posò un bacio sulla testa, poi si girò verso i ragazzi, fermi a un paio di metri, e aggiunse divertita: "Se non vi sono bastata io, potete provare anche con lui."
Marco aveva accelerato il passo verso Livia, notando il suo comportamento, con Elisa poco dietro di lui. Senza dire una parola, i ragazzi si voltarono con indifferenza e si allontanarono verso l’uscita.
"Tutto bene?" chiese Marco, seguendoli con lo sguardo.
"Sì, hanno pensato di svagarsi con me, ma erano inoffensivi." Si rialzò. "Com’è andato il volo?"
"Ciaooo, Livia!" Elisa la abbracciò di slancio, rischiando di farle cadere entrambe.
"Sono contenta anch’io di vederti." Sorrise ricambiando l’abbraccio e guardando Marco.
"Comunque… Livia, sono felice anch’io di vederti." Marco rise osservando la scena. "Il viaggio è andato bene e siamo arrivati in orario."
Elisa la guardò mentre si dirigevano verso l’uscita. "Ti trovo bene. Dagli effetti dell’aria condizionata sul tuo top direi che fuori fa caldo…" Si misero a ridere, con Vigil al loro fianco.
Il traffico si sciolse rapidamente una volta lasciato l’aeroporto alle spalle. Livia guidava senza fretta, mentre Elisa si era sistemata sul sedile accanto; dietro, Marco guardava fuori dal finestrino con Vigil che occupava buona parte dello spazio.
"Non mi abituerò mai a questo cane in macchina," disse Marco.
"È più composto di tanti passeggeri che ho visto," rispose Livia senza voltarsi.
Elisa sorrise appena, passando una mano sulla spalla di Livia. "Almeno lui non parla a ciclo continuo di cose noiose."
"Aspetta qualche chilometro," disse Marco. "Poi inizia a dare indicazioni."
"Le dà sicuramente meglio di te," ribatté Livia.
"Allora?" Livia spostò brevemente lo sguardo su Elisa e sulla mano che si allontanava dalla sua spalla. "Come sono andate davvero queste tre settimane?"
Marco fece spallucce. "Tutto tranquillo. Abbiamo fatto i turisti, niente di veramente utile per i tuoi studi sulle popolazioni celtiche."
Elisa mantenne lo sguardo sulla strada, con i capelli mossi dall’aria che entrava dal finestrino. "Non è stato male: tanti musei, cose celtiche, vecchiume vario… e anche un po’ di noia. Ho una valigia piena di documenti che ci hanno dato nei musei della tua lista." Sorrise appena. "La camera dove stavamo, però, non era male. Il materasso era eccezionale e, fortunatamente, c’erano parecchi pub."
Marco tossì. "Elisa!"
"Che c’è di male? Siamo tutti adulti," replicò lei, seccata. "Oh, dimenticavo, Vigil è piccolo… scusa, piccolino."
"Quindi liquidate tre settimane in questo modo?" ribatté Livia divertita, forse sperando in qualche dettaglio in più sulla camera.
Elisa si strinse nelle spalle. "È stato tutto molto… normale. Niente di strano."
Marco annuì. "Per una volta sì. Nessuno da salvare in un incendio o finestre da rompere."
"In effetti qualcosa di divertente è capitato, ma non vale la pena parlarne." Elisa arrossì leggermente.
"Su, su… racconta, Marco, cosa è successo." lo incitò Livia.
"Marco, non ci provare." lo minacciò Elisa.
Il paesaggio iniziava a cambiare, lasciando spazio a tratti più aperti. L’aria dentro l’abitacolo si era fatta più rilassata e Marco passò lo smartphone dal lato del finestrino a Livia, che accostò guardando il video con gli occhi spalancati e scoppiando a ridere.
"Elisa, non me lo sarei mai aspettato…" continuò a ridere.
"Marco! Questa me la paghi." Elisa girò la testa, guardando i campi oltre il finestrino.
"Io non ho detto niente," rispose diplomaticamente, mentre Livia continuava a ridere.
Livia si asciugò gli occhi prima di ripartire, continuando a ridere a tratti per diversi minuti e scuotendo la testa.
"E tu?" chiese Marco a Livia. "Hai fatto la spola con Viterbo?"
"Sono rimasta là per una decina di giorni e poi sono tornata in ufficio. Potrei anche decidere di trasferirmi a Viterbo." Sorrise, senza farsi vedere da Marco.
Elisa colse quell’espressione e girò la testa verso il finestrino per nascondere il proprio sorriso.
"Quindi mi lasceresti al casale a pensare a tutto? E tu cosa faresti a Viterbo?" insistette lui.
"Nulla che valga la pena raccontare in macchina."
"Come sarebbe a dire?"
Elisa intervenne divertita. "Marco, a volte sei di coccio. A parte lavorare, cosa pensi che possa fare a Viterbo, a casa di Carlo?"
Livia solevò le spalle. "Magari guardare film romantici e mettere sottosopra il letto." La frase le uscì spontanea e si morse il labbro.
"Livia, qualcosa è andato male con Carlo?" chiese Elisa guardandola.
"Male no. Aveva delle ferie e doveva venire al casale, ma poi sono arrivati dei reperti e ha mandato tutto a monte." Sospirò. "Volevo venire al casale con una selezione di film…"
"Pornografici?" Elisa la guardò incuriosita.
"No, comici e romantici."
"Hai visto? Quell’uomo continuo a dire che non mi ispira fiducia. C’è qualcosa di sbagliato in lui." Elisa si era fatta seria.
"Ma poi come è andata a finire con il guardone?" Marco cercò di cambiare discorso, vedendo Livia rattristata.
"Ho risolto a modo mio." Livia tornò a sorridere.
Elisa guardò il panorama che scorreva oltre il finestrino. "Quindi deduco che lui sia morto e che tu sia rimasta una decina di giorni da sola al casale a morire di noia."
"Non direi," rispose Livia serenamente. "Sono rimasta al casale divertendomi e parlando di lavoro e scienza."
"Parlando da sola…" incalzò Elisa.
"Parlando con il ragazzo che mi spiava dalla finestra." Il tono era del tutto naturale.
"Dopo che lo hai beccato, lo hai invitato al casale?" Marco era perplesso.
Livia scosse le spalle. "Sì, è stato strano, lo ammetto. Ma è una persona eccezionale."
Arrivarono al casale prima di cena e Vigil non perse tempo: balzò fuori dalla macchina e si lancìò nel bosco vicino. Aveva certamente di meglio da fare che restare a osservare gli umani uscire da quella strana, ma comoda, scatola di metallo.
Agnese stava rientrando al casale della Quercia e li salutò con un sorriso e un cenno della mano.
"Che cosa è successo ad Agnese?" chiese Marco, mentre scaricava gli zaini.
Livia fece spallucce. "Niente. In tua assenza abbiamo socializzato per ingannare il tempo."
Elisa afferrò due zaini e si diresse verso il casale con passo rapido. "Se prima mi inquietava, adesso mi terrorizza." Aprì la porta, lasciò cadere gli zaini a terra e corse in bagno.
Marco e Livia entrarono lasciando gli zaini vicini a quelli abbandonati da Elisa. "Credo che andrò a fare un giro in bagno anch’io," disse Marco salendo le scale. "Già che ci sono mi faccio anche una doccia e mi tolgo di dosso il viaggio."
Livia si guardò attorno. "Ed ecco che sono spariti tutti." Accostò la testa alla porta del bagno di sotto, sentendo il rumore dell’acqua. "Anche Elisa è sotto la doccia." Scosse il capo. "Non mi resta che passare il tempo con qualche dolce e una tisana fresca."
Elisa uscì dal bagno direttamente nella sala, avvolta in un asciugamano e, senza indugiare, aprì uno dei suoi zaini estraendo una busta sigillata con dei vestiti, per poi tornare sui suoi passi e richiudersi la porta alle spalle.
"Ehi, se avete bisogno sono qui," disse Livia sorridendo e sorseggiando la tisana.
Marco scese con calma, controllando la posta che Livia gli aveva accumulato in camera. "Metà posso bruciarla, la metà della metà è solo pubblicità; di quello che resta deciderò con calma." Si avvicinò al tavolo, prendendo il bicchiere che Livia gli stava porgendo.
"Vista l’ora, direi che Elisa dorme qui." Livia aveva già preso la decisione. "Sei stanco?"
Marco annuì. "Abbiamo dovuto fare diversi scali ed è stato pesante." Sospirò. "E, per quanto Vigil tenda a passare inosservato, ha sempre una presenza piuttosto ingombrante."
"Siediti." Spostò la sedia con il piede già scalzo. "A volte ho la sensazione che Carlo mi veda solo come un passatempo." Livia lasciò affiorare il dubbio. "Ma senza di lui mi manca qualcosa, e non so come spiegarlo."
"Sai come la pensa Elisa, ma credo che tu sia perfettamente in grado di valutare le persone." La guardò serio. "Se con lui ti senti a posto, se ti senti bene, allora è giusto che tu vada avanti."
"È tutto questo, ma non riesco comunque a sentirmi completa." Gli prese la mano. "Con il ragazzo della finestra mi sono sentita bene, ma non provo alcuna attrazione fisica per lui. E credo che sia reciproco, anzi, ne sono certa." Sorrise appena. "Gli ho perfino fatto controllare la gamba e non è andato oltre." Fece una breve pausa. "Con lui sto bene."
Marco le strinse la mano. "Sei sempre stata la migliore tra noi nel capire le persone. Fidati del tuo istinto. Ma ascoltalo davvero, qualunque cosa ti stia dicendo."
Elisa uscì dal bagno e li osservò. "Hm, mano nella mano? Questa notte dormirete insieme?" Il tono era ironico, privo di gelosia. "Comunque vi comunico che stanotte dormo qui." Li guardò entrambi. "Se mi date una mano con gli zaini, sarebbe cosa gradita."
Livia scosse il capo. "Stai diventando insopportabile, ti preferivo prima." Sorrise. "Era già deciso che saresti rimasta: a casa tua non troveresti nulla di pronto, mentre io ho già preparato la cena. Inoltre non ho alcuna voglia di accompagnarti." Solevò leggermente i piedi scalzi. "E Marco è stanco."
"Mi sono persa qualcosa?" Elisa indicò con un cenno del capo le loro mani ancora unite. "Non è da voi questo atteggiamento." Li guardò con aria perplessa.
Marco le sorrise. "Nulla di che. Livia ha sentito la nostra mancanza, ma non è stata la sola." Rise appena. "Di notte la nominavi spesso nel sonno."
Livia si alzò. "Ottimo, voi sistemate gli zaini e io sistemo per la cena. Così è deciso."
Elisa e Marco stavano per replicare, ma si guardarono e iniziarono a sistemare i bagagli in silenzio, operazione che avrebbe richiesto un certo tempo.
Livia socchiuse la porta, da cui proveniva un rumore, e Vigil entrò senza chiedere permesso, quasi facendola cadere, per poi dirigersi verso il camino spento e coricarsi nel suo posto preferito, mentre il sole calava inesorabilmente.
La casa era più fresca quando uscirono dalla stanza. Elisa, già in pigiama, raggiunse il tavolo insieme a Marco e rimasero entrambi in piedi, con lo sguardo rivolto a Livia.
"Elisa, già in pigiama?" chiese Livia.
"Sì, sono a pezzi. Mangio qualcosa e mi metto a letto." La stanchezza era evidente nella sua voce.
Livia si alzò dirigendosi verso la cucina. "Allora non perdiamo tempo, sedetevi comodi e vi servo subito." Sorrise.
"Visto che hai fatto tutto da sola, devo preoccuparmi?" disse Marco, guardandosi attorno.
"Dopo tre settimane a mangiare male?" ribatté Elisa, anche lei scalza. "Io mi fido a occhi chiusi."
Il rumore di piatti e posate sistemati sul tavolo faceva da sottofondo alla conversazione.
"Non abbiamo mangiato male," protestò Marco. "Era solo diverso."
"Diverso è un modo gentile per dire che non sapevano cosa stavano facendo," rispose Elisa, guardando fuori dalla finestra. "Finalmente a casa," mormorò.
"Io ho mangiato benissimo."
"Tu mangeresti anche il cartone, se fosse fritto," disse Livia arrivando con un vassoio. L’aroma delle pietanze li raggiunse prima ancora che lo posasse sul tavolo.
"Lombrichelli al ragù di lago, coregone in salsa e, per chiudere, tozzetti con Aleatico di Gradoli." Portò le mani ai fianchi. "Per accompagnare ho scelto due bianchi: Est! Est!! Est!!! per il primo e un Grechetto di Viterbo per il secondo." Alargò le braccia invitandoli a sedersi. "Spero sia di vostro gradimento."
Elisa si voltò di scatto. "Finalmente qualcosa di serio." Era visibilmente entusiasta. "Non mi aspettavo una cena del genere… Livia, ti adoro." Sorrise divertita.
"Hai fatto tutto tu?" Marco lasciò scorrere lo sguardo sulla tavola imbandita. "Non sapevo fossi esperta anche in questo." Il tono era sinceramente ammirato. "Se non fossi già impegnato, ti sposerei."
"Sì. Ho fatto tutto io e non sono un’esperta. Ho studiato."
Elisa guardò entrambi, soffermandosi su Marco. "Se cucina così tutti i giorni, ti autorizzo a sposarla."
Marco si mosse rapidamente, scostando prima la sedia di Elisa per farla accomodare e poi quella di Livia.
Elisa rise, poi si fermò un istante a osservare il tavolo. "Mi mancava."
"Il cibo o la casa?" chiese Marco.
"Entrambe," rispose lei sedendosi. "Devo però ammettere che Livia mi è mancata veramente molto."
Mangiarono senza fretta e Livia parlò poco, lasciando spazio ai racconti delle tre settimane trascorse in Scozia e osservandoli per tutta la cena: trasmettevano serenità, e questo la rendeva felice. Si alzò per prendere altro pane e, scalza, attraversò la stanza senza fare rumore.
Le ore passarono e finirono tutta la bottiglia di Aleatico, inzuppando i tozzetti, finché Livia solevò lo sguardo verso il grande orologio a lancette sopra il camino e sorrise sorniona. "Mi era parso di capire che volevate andare a letto presto." Li guardò. "Vi informo che è passata mezzanotte da un pezzo."
"La cena e la compagnia, in particolare la cena, sono state così fantastiche che mi è passato il sonno." Elisa guardò la bottiglia vuota. "Un tozzetto tira l’altro e la bottiglia si svuota." Spostò lo sguardo su Livia. "Ne hai ancora? Dimmi che ne hai ancora."
"Forse è il caso di fermarci qui," replicò Livia. "Domani la testa ci ricorderà la cena." Indicò le tre bottiglie vuote sul tavolo.
"Livia ha ragione," aggiunse Marco. "Non mi sento molto stabile e non so nemmeno se troverò le scale."
Elisa sbuffò, si appoggiò al tavolo e si alzò lentamente; la testa le girava, costringendola a reggersi.
Marco si alzò: era più stabile, anche se un po’ appannato. "Grazie, Livia, per questo benvenuto. Sei stata grandiosa." La guardò serio, anche se il tono non lo era. "Delle altre cose parleremo domani." Si avviò su per le scale, lasciando Elisa appoggiata al tavolo.
Livia lo osservò salire ciondolando e scosse il capo, poi si rivolse a Elisa. "Ti accompagno in camera prima che cada." La raggiunse sostenendola per un braccio.
Livia dormì poche ore e scese in sala poco prima delle cinque mentre il crepuscolo lasciava lentamente il posto all’alba, aprì tutte le finestre lasciando entrare la luce e le lunghe ombre del mattino e mise in infusione zenzero e limone con l’acqua che il bollitore automatico aveva già scaldato: era il suo rimedio per il dopo sbornia, anche se pizzicava un po’.
Con la tazza tra le mani notò le pile di appunti e opuscoli lasciati sul tavolo da Marco, forse ci aveva pensato durante la notte o forse era stata Elisa e, sedendosi senza fretta, li passò in rassegna inzuppando i biscotti al miele di Agnese quasi senza accorgersene, fino a svuotare il barattolo.
"Niente! Le solite informazioni ritrite!" disse irritata con uno scatto del braccio che fece cadere tutto il materiale a terra, si portò le mani al volto per poi farle scorrere tra i capelli lasciando andare un lungo respiro e, quando abbassò lo sguardo sul pavimento, si inginocchiò lentamente per raccogliere i fogli.
Vigil si avvicinò in silenzio e le sfiorò il braccio con il muso umido mentre stava rimettendo in ordine il materiale; Livia solevò lo sguardo, accennò un sorriso e si rialzò. "Hai ragione, restare qui a fissare questi fogli non servirà a molto." Aprì la porta e lo lasciò uscire, seguendolo all’esterno.
Appoggiata allo stipite, vide Agnese tornare dai campi con due grossi cesti pieni di erbe e quella vista le fece tornare il sorriso. "Agnese!" la chiamò, invitandola con un movimento del braccio.
Agnese si avvicinò. "Buongiorno, piccola mia." Le sorrise. "Ti sei alzata molto presto e mi sembri turbata."
Livia annuì. "Hai ragione, ho dormito male, ma sono contenta che i ragazzi siano tornati." Si spostò dalla porta. "Devi mondare le essenze?"
"Sì, vanno mondate con cura, poi divise e sistemate." Posò i cesti. "C’è chi fa i puzzle e chi sistema le essenze…" Abbozzò una risata.
Anche Livia sorrise. "Allora fermati qui, ti aiuto volentieri e, se vuoi, possiamo anche parlare del tempo e dei campi."
Si sedettero sotto il portico con un cesto a testa, passando meticolosamente i ciuffi tra le dita e formando piccoli mucchietti dei diversi tipi di erbe; gli scarti tornavano alla terra dello spiazzo, dove il vento leggero li disperdeva.
Il sole si era alzato accompagnando i loro gesti e le parole di due donne di generazioni diverse che si confrontavano sulle erbe e sulla natura.
"Figliola, è molto bello che tu abbia deciso di non dimenticare le vecchie tisane," disse seriamente Agnese. "Nel mondo ci sono tante cose che rischiano di essere dimenticate quando noi anziani ce ne andiamo."
"Devi aver visto molte cose e conosciuto molte persone mentre vagavi," sorrise Livia.
Agnese sorrise appena, continuando a separare con calma i rametti. "Qualcuna interessante, sì."
Livia inclinò la testa. "Tipo?"
Agnese lasciò scorrere tra le dita un mazzetto di timo. "Una volta ho conosciuto un uomo. Viveva in campagna, parlava poco e osservava il mondo come se sapesse che dietro quello che vediamo ce n’è sempre un altro."
Livia sorrise. "E cosa faceva?"
"Scriveva storie." La sua voce si fece distante.
Livia restò in silenzio per un istante. "E ora cosa fa?"
Agnese solevò appena le spalle. "Ci ha lasciati da una ventina d’anni." Sospirò. "Ma ogni tanto mi capita ancora di leggere i suoi libri, uno in particolare."
"E sarebbe?" chiese Livia incuriosita, con le mani ferme.
"Time and Again. Mi ricorda noi." Riprese a lavorare con lena.
Livia sentì il rumore della porta e girò leggermente la testa, vedendo comparire una figura che sembrava uno zombie: capelli arruffati, profonde occhiaie, e dovette trattenersi dal ridere.
"Buongiorno, Elisa." Guardò le ombre nel piazzale. "Direi che hai dormito: sono circa le undici." Con la mano indicò l’interno. "La tisana è pronta, ti aiuterà con la nausea e a rimetterti in moto. Se ti va di mangiare qualcosa, ci sono i biscotti sullo scaffale; quelli sul tavolo li ho finiti tutti."
Elisa sparì dietro la porta per tornare poco dopo, posando il barattolo dei biscotti sul davanzale della finestra. "La prossima volta che bevo più di un cucchiaio di vino… sparami."
"Non credo che Marco ne sarebbe felice." Sorrise Livia.
Elisa bevve un sorso di tisana facendo una smorfia. "Pizzica, cos’è questa roba? Veleno?"
"È solo una tisana di limone e zenzero. Dopo il primo sorso migliora e, con i miei biscotti, diventa un’altra cosa." Agnese le sorrise.
Lo sguardo di Elisa si fermò su Agnese, con gli occhi socchiusi e infastiditi dalla luce. "Buongiorno, signora Agnese." Il tono era incerto, quasi titubante.
"Su, su, ragazza. Potresti essere la mia bisnipote." Mantenne il sorriso. "Puoi chiamarmi Agnese o, se preferisci, la vecchia scorbutica."
"Cosa state facendo?"
Agnese le mostrò un rametto. "Stiamo pulendo e selezionando le erbe che, fra qualche mese o forse prima, serviranno per infusi e tisane." Tornò seria. "Oppure per medicare le vostre ferite."
"Marco sta ancora dormendo?"
Livia annuì. "Non è ancora sceso." Si fermò a guardarla. "Ricordi quando stavamo qui a parlare e tu mi punzecchiavi su Marco?" Trattenne una risata.
Elisa sorrise. "Sì, e tu mi rispondevi facendomi irritare." Portò alla bocca un biscotto intero appena inzuppato.
"Sono contenta che stiate insieme. Sei cambiata tanto dalla prima volta che ti ho visto su quel ponte." Il tono di Livia era lento, come se stesse ricordando ad alta voce.
Elisa la guardò, ingoiando il biscotto. "Cosa intendi dire?" Bevve un lungo sorso di tisana prima di tornare ai biscotti. "Questa cosa funziona."
"Eri una ragazza chiusa e timorosa, ti spaventavi per nulla," disse Livia a voce bassa. "Ora, per aiutare un amico, sei pronta a sfondare una finestra." Si asciugò una lacrima con il dorso della mano. "E, prima ancora, hai preso il controllo per portarmi in ospedale senza esitazioni."
Elisa la guardò senza rispondere. Non ci aveva mai pensato.
Agnese solevò lo sguardo verso di loro. "In verità siete cambiati tutti, ma senza perdere la vostra naturalezza, e questo è bello." Sospirò. "Siete tutti più coscienti di quello che fate e spero di potervi vedere crescere ancora."
Elisa si bloccò con un biscotto a mezz’aria. "Cosa stai dicendo, Agnese? Sei ancora giovane e in perfetta forma."
"Eh… bambina mia, non è solo questione di età." Fece una breve pausa. "Ma via la tristezza!"
"Cosa hai in programma per oggi?" chiese Livia.
Elisa si scosse dai suoi pensieri. "Prima di tutto una bella doccia, poi scendo a casa e vedo se devo comprare qualcosa." Si fermò un istante. "Devo parlare con la persona che si è occupata degli animali. Ho parecchie cose da sistemare."
"Pranzi qui?"
"No, torno presentabile e vado via. Dovrai prestarmi una macchina o accompagnarmi." Elisa guardò le colline oltre i noccioli.
"Sai dove sono le chiavi, scegli tu quale prendere."
Elisa rientrò e, poco dopo, dalla finestra giunsero il rumore delle stoviglie nel lavandino e quello dell’acqua che scorreva, accompagnati all’improvviso da un mormorio. "Fermo…"
"Buongiorno, Livia." La voce di Marco la fece voltare verso la porta e lo vide con una tazza in mano.
"Buongiorno, Marco." Gli sorrise. "Cosa stai bevendo?"
"Tisana di limone e zenzero." Si avvicinò al tavolo sorseggiandola. "Vi ho sentite parlare con Elisa."
Livia si alzò. "Ero tentata di dirle cosa siamo o di tastare il terreno…"
Marco scosse il capo. "Non penso sia pronta e, se non lo accettasse, diventerebbe un problema da risolvere."
"Per questo mi sono fermata."
I cesti erano ormai vuoti e Agnese vi ripose ordinatamente le erbe appena selezionate. "Non sottovalutatela. È legata a voi e a questo posto in un modo innaturale e credo che potrebbe capire." Fece una breve pausa. "Dovete solo comprendere come farlo, oppure lasciare che le cose accadano da sole." Prese i cesti e si allontanò. "Buona giornata, ragazzi. Vado a fare un riposino."
La guardarono allontanarsi sorridendo e Livia scosse la testa. "E da quando quella donna ha bisogno di riposare." Non era una domanda.
Marco alargò le braccia. "Sai… ci ho pensato anch’io, intendo a Elisa. Sono stanco di mentirle inventando scuse…" Si voltò verso di lei, appoggiandosi al muro con le braccia incrociate. "Ma poi penso che potrebbe spaventarsi e diventare una minaccia per noi." La guardò intensamente negli occhi. "Dobbiamo risolvere, ma essere prudenti."
Livia annuì. "È decisamente cambiata da quando l’abbiamo conosciuta, ma hai ragione." Fece una pausa. "Sono certa che, con tutti i suoi dubbi inespressi, verrà presto a chiederci spiegazioni e non accetterà delle scuse."
"A prima vista sembra spesso una bambina, ma è solo una facciata e bisogna fare attenzione a non cadere in trappola." Concluse Marco indicando l’interno con un cenno del capo.
Elisa uscì dalla camera come una moderna Flash al femminile, parlando senza badare al fatto che qualcuno la stesse ascoltando. "Livia, ho sistemato camera e bagno." Prese le chiavi del fuoristrada dalla rastrelliera e poi guardò Marco. "Ciao, Marco."
Lo raggiunse e gli posò un bacio sulle labbra. "Prendo la tua macchina, ci vediamo."
Senza dare a nessuno il tempo di rispondere, raggiunse il fuoristrada, seguita dallo sguardo di Vigil che stava rientrando.
Marco sciolse le braccia. "Per caso è passata Elisa? Mi è sembrato di sentire la sua voce… e un suo bacio."
Livia iniziò a ridere. "Sì…" Scosse la testa, cercando di parlare mentre le sfuggiva un’altra risata. "Sì, era lei… oggi è carica… come non l’ho mai vista." Si piegò leggermente, portandosi una mano allo stomaco. "Deve fare delle cose… a casa… ed è in ritardo…" La risata non si fermava e si tenne lo stomaco con entrambe le mani, cercando di riprendere fiato.
Il rumore del fuoristrada che si allontanava li raggiunse mentre Livia iniziò a boccheggiare, inginocchiandosi a terra e portando le mani sul pavimento; mentre la sua mente cercava aiuto nella rete, vide i piedi di Marco avvicinarsi rapidamente e la risata iniziò lentamente a placarsi.
"Livia, stai bene?"
Allungò una mano verso Marco, sostenendosi con l’altra a terra, il volto rivolto verso il pavimento del portico e il respiro affaticato, con i capelli che le ricadevano sul viso coprendolo. "Aiutami ad alzarmi, pensavo sarei morta." La voce era ormai più regolare. "Ci voleva… ora mi sento meglio. Ricaricata… libera."
Marco fece scorrere la mano lungo il suo braccio teso, le passò dietro la schiena e la prese sotto le ascelle per aiutarla a rialzarsi. "Oh, se ci vedesse Elisa?" sorrise apertamente mentre tornava in piedi grazie al suo aiuto.
Marco sbuffò. "Se ci avesse visto, saremmo in due ad aiutarti." La lasciò, spostandosi appena per osservarla meglio. "Sempre a piedi scalzi?"
Annuì con fermezza. "Sì, ho scoperto che mi aiuta a mantenere il contatto con la rete… e guarda…" Solevò la gamba davanti a sé, rigida, reggendola dietro il ginocchio e mostrando a Marco la pianta del piede.
"Bel piede." Marco lo prese tra le mani e iniziò a massaggiarlo distrattamente.
Livia si bloccò per un attimo, chiudendo gli occhi. "Marco… dovresti farlo tutti i giorni e… se non sapessi che è impossibile, direi che mi sta eccitando." Riportò il piede a terra, prendendo un respiro profondo e indietreggiando di un passo. "La rete mi protegge e, in qualche modo, evita che i piedi si feriscano."
Spostò lo sguardo dal piede al volto di Livia. "Hai ragione, non ci avevo fatto caso. Quando sei tornata dal bosco dopo la visione, erano devastati dalle ferite." C’era tensione nella sua voce.
"Vero. In modo diverso, credo che la rete ci protegga entrambi e faccia sembrare tutto normale."
Vigil era rientrato passando tra di loro con un abbaio, per poi dirigersi verso la camera di Elisa ed entrarci.
Marco lo seguì con lo sguardo finché scomparve nella stanza. "In qualche modo rende irrilevante anche la sua presenza ingombrante. La gente lo vede, ma non lo considera un cane fuori taglia." Sorrise. "Mi ricorda la macchina del tempo di quel dottore."
"Hai ragione. Come a Volterra, dove lo hanno lasciato entrare dove non avrebbe potuto…"
Marco la interruppe. "O in aereo, quando gli hanno fatto il biglietto per la cabina passeggeri…"
Livia riprese. "All’aeroporto nessuno ha contestato il fatto che non avesse il guinzaglio."
Marco riprese a respirare con calma. "In qualche modo anche noi siamo avvolti in un velo che cambia di spessore."
Livia annuì lentamente. "A volte è invisibile, a volte ci protegge e ci nasconde."
Marco guardò l’orologio sopra il camino. "Accidenti, abbiamo fatto l’una."
"Ecco perché ho fame, quando ho fatto colazione il sole era ancora basso." Livia rise.
"Io proprio non l’ho fatta. Potremmo mangiare gli avanzi di ieri sera, una passata in padella e via."
Livia annuì e si diresse in cucina senza rispondere, mentre Marco la osservava ripensando ai discorsi della mattina.
"Livia." Attirò la sua attenzione con un tono leggero.
"Dimmi," rispose sistemando il contenuto dei recipienti nelle padelle sui fornelli accesi.
"La tua eccitazione di prima… con il massaggio al piede…" Le guardò le spalle. "In alcuni momenti provo anch’io quella sensazione. È fugace, ma la sento."
Livia si girò. "Ma sai che non è possibile…"
"Lo so, ma accade, e non quando sei provocante, ma nei momenti più strani… quando sorridi o quando mi sfiori passando per caso." Marco scosse il capo.
"C’è qualcosa che non va, oppure abbiamo tratto delle conclusioni sbagliate." Tornò ai fornelli. "Per il momento non lo considero un problema. Siamo abbastanza grandi da non lasciarci travolgere."
"Stavo pensando ai discorsi di prima… e all’anno passato," continuò Marco.
"Pensa che io sto scrivendo da tempo un diario, o forse quella che diventerà una guida per chi verrà dopo di noi. Così evito anche di dovermi ricordare tutto." Rispose con il tono di chi parla senza pensarci, mentre continua a fare altro.
"Ottima idea." Sospirò. "Pensavo che, se non fossimo quello che siamo e ci fossimo conosciuti in modo diverso…"
"Avresti potuto innamorarti di me?" lo interruppe con naturalezza. "Capita anche a me di pensarci. Ma siamo quello che siamo e i nostri geni ci impediranno di scoprirlo. È un problema per te?" Il tono era quello di tutti i giorni.
"Assolutamente no. Stiamo bene e non ci manca niente."
Il pranzo si concluse velocemente, accompagnato solo da acqua di sorgente e da una tisana di menta piperita e mentuccia per favorire la digestione. Livia e Marco si accomodarono poi sul divano, parlando delle esperienze dell’ultimo periodo e delle scelte fatte, o forse soltanto rimandate, fino ad addormentarsi.
Marco si svegliò notando le lancette dell’orologio che segnavano le tre passate; si stiracchiò e cercò di sollevarsi ancora intontito dal sonno, ma qualcosa gli bloccava le gambe e solo allora si rese conto che la testa di Livia era ancora appoggiata su di lui, mentre dall’altro capo del divano i suoi piedi nudi iniziarono a muoversi.
Tentò di sfilare con cautela le gambe da sotto la sua testa, ma vide i piedi scalzi posarsi sul pavimento accompagnati da un mugugno.
Marco le punzecchiò il fianco con le dita. "Livia, sveglia, si è fatta una certa." Sorrise vedendola contorcersi. "Direi che ci siamo rilassati, ma credo che ogni tanto anche a noi sia permesso."
Livia si mise a sedere, con il volto falsamente corrucciato, mentre sistemava alla meglio i capelli senza distogliere da Marco uno sguardo provocatorio. "Non è stata una giornata sprecata, abbiamo affrontato molte cose e, soprattutto, capito come comportarci con Elisa… forse."
"Proprio capito non direi, ma almeno abbiamo le idee più chiare." Era chino ad allacciarsi gli scarponcini.
Livia si alzò e iniziò a camminare per casa guardandosi attorno, finché non individuò le scarpe e si fermò a infilarle. "Mentre eravate via ho pensato che potremmo prendere dei cavalli," disse, lasciando l’idea sospesa.
"Dove pensavi di metterli?" Si alzò dal divano e si diresse verso di lei.
Sistemò la maglietta e i pantaloni che si erano attorcigliati nel sonno. "Sembro uscita da una lavatrice… cosa hai combinato mentre dormivo?" Il tono provocatorio si fece serio. "Dovremmo prima trovare un posto adatto e, inoltre, ci farebbero comodo per spostarci sui sentieri."
"Mi sembra una buona idea, ma io non conosco i cavalli. Tu?" La guardò. "Se avessi combinato qualcosa mentre dormivi, non avresti dei vestiti da sistemare." Sbuffò.
Livia rise. "Ancora non li conosci, ma chi può dire cosa conosci e non ricordi?"
Alargò le braccia. "Il problema è che le cose mi vengono in mente quando servono e non lo so prima." Si avvicinò alla rastrelliera. "Se non ti serve prendo la tua macchina e scendo da Elisa, se mi accompagni recuperiamo anche la mia."
"Con i cavalli saremmo passati dal bosco." Lo guardò un attimo prima di ridere. "Va bene, ti accompagno, nel caso diamo una mano a Elisa se ha bisogno."
Marco si bloccò sulla porta. "Il terreno di Elisa… mi ha detto che il podere comprende anche un campo, o forse un pascolo, non ricordo." Guardò fuori dalla finestra. "Si sta annuvolando, non saremmo passati dal bosco."
"E quanto pensavi di tenermi nascosta questa storia del campo?" replicò Livia.
"Mai. È una cosa di Elisa, che ti importa?" rispose bruscamente. "Inoltre non è facile da raggiungere: la strada sterrata che dal casale porta fin laggiù è un disastro."
"Andiamo giù a dare un’occhiata," incalzò Livia. "Insieme possiamo sistemarla, come abbiamo fatto con le altre cose… ora muoviamoci prima che piova." Lasciò cadere sul tavolo una fotografia: tre cavalli al pascolo.
In pochi minuti arrivarono nello spiazzo del casale dei Gelsi e Livia parcheggiò alla meglio accanto al fuoristrada di Marco; scesero dall’auto e furono accolti solo dai rumori del casale e degli animali, senza alcun suono che tradisse la presenza di Elisa.
"Sembra che non sia qui," disse Marco guardandosi attorno. "E quella è la sua macchina."
Livia lo seguì a breve distanza. "Magari sta facendo delle fotografie. Sai che non perde occasione per catturare qualcosa di speciale."
"Aveva diverse cose da fare. Mi sembra strano che si sia messa a fotografare, e inoltre il cielo non promette niente di buono." Marco si avvicinò al fuoristrada e guardò all’interno. "È stata in paese, ma la spesa e tutto il resto sono ancora in macchina."
"Marco!" Livia si era spostata di qualche passo. "Tavole rotte, pezzi di rete e… c’è del sangue."
Marco la raggiunse, esitò per un istante e poi si diresse verso il retro con passo veloce.
"Elisa!" iniziarono a chiamare.
Videro Elisa sbucare dal retro, sporca di terra e piume e di pessimo umore. "Ciao. Delle volpi sono entrate nel pollaio, hanno fatto un massacro." Il tono era controllato, ma gli occhi lucidi raccontavano una realtà ben diversa.
Livia si bloccò. "Ma non avevi incaricato qualcuno di badare agli animali?"
Marco si era già spostato a controllare i danni ed era sparito alla vista.
"Sì. Lo avevo assunto e, a quanto pare, non è servito a molto." Tirò su con il naso. "Ho il sospetto che non sia mai venuto…"
"Qual è il danno?" chiese Livia abbracciandola.
"Sei galline morte. Le altre si sono rifugiate nel ricovero rialzato. Il pollaio è da ricostruire; ci mancava anche questa." La strinse con forza.
"Sai che io e Marco ti daremo una mano. Non sei sola."
"Il pollaio è distrutto e anche parte dell’ovile," disse Marco tornando.
"Marco… Livia, sono disperata." Si appoggiò a lui. "Avevo appena finito di sistemare la casa e ora questo. Non so nemmeno come pagare il materiale." Le lacrime le rigarono il volto.
Marco la tenne vicina con un braccio. "Ti daremo una mano noi, siamo una famiglia…" Fece una breve pausa. "O forse una comunità." Concluse a bassa voce, strappando un sorriso a Elisa.
"Bene, ragazzi." Livia aveva controllato la casa e si stava pulendo le mani sui pantaloni. "Ho un piano, ma dobbiamo essere tutti d’accordo al cento per cento."
Marco solevò lo sguardo al cielo. "Mamma mia, un piano di Livia. Chiamate i soccorsi." Era ancora teso, ma sperava che Livia potesse davvero fare un miracolo.
Elisa gli diede una gomitata nel fianco, asciugandosi gli occhi. "Lasciala parlare." L’atmosfera si era rasserenata, ma il suo volto restava teso. "Livia, dev’essere un piano miracoloso… Ho finito i soldi e mi ci vorrà un po’ per rimettere qualcosa nel salvadanaio."
Livia si sedette a terra incrociando le gambe. "Per prima cosa bisogna sistemare lo stronzo che doveva venire qui a controllare." Abbozzò un sorriso, flettendo appena un angolo della bocca. "A questo penserò io. Nessuno si farà male, te lo garantisco, ma diciamo che avrà qualche intoppo."
"Livia, non sai nemmeno di chi si tratti e non voglio vendetta." Elisa era seria e decisa.
"Da quello che ho visto, so benissimo di chi si tratta." Le rivolse un sorriso rassicurante. "Nessuna vendetta. La natura sa come punire senza ferire."
"La natura?" Elisa la guardò. "Di nuovo cose strane che non volete spiegare. In questo momento non sono dell’umore giusto." Si sedette di fronte a Livia, leggermente di lato, incrociando le gambe.
Vista la situazione, anche Marco si sedette a terra, formando con loro, inconsapevolmente, una stella a tre punte. "Non temere, Elisa. So cosa ha in mente e non ci saranno conseguenze per nessuno. Chi deve capire capirà e rivedrà il proprio stile di vita. Non porti domande e lascia fare a Livia."
"Marco, non lo so." Si fermò a pensare. "In questo momento mi interessa solo mettere in sicurezza gli animali, non voglio pensare ad altro." Spostò lo sguardo su Livia. "Cosa pensi di fare per gli animali?"
"Abbiamo qui attorno tutto quello che serve." Livia sorrise, con la voce serena. "I boschi possono darci il materiale e Marco può lavorarlo per ricostruire ciò che è andato distrutto. Molto del legname è già pronto e stagionato, basta saperlo riconoscere."
Marco annuì. "Ho del materiale al casale che non abbiamo usato per i lavori al Lago delle Tre Brecce. Basta per sistemare il pollaio e l’ovile." Anche lui sorrise. "Andrà solo adattato alle esigenze di questo posto."
"Quindi è già tutto risolto?" disse Elisa, come se non riuscisse a crederci.
"In realtà vorrei fare altro," aggiunse Livia.
Elisa guardò entrambi. "Adesso mi spaventi." La voce era serena e il volto lo confermava. "Cosa passa in quella tua folle testa?"
"Sai qualcosa di cavalli? Hai paura di loro?" chiese Livia, come se la stesse sottoponendo a un esame.
"Paura dei cavalli?" Scosse il capo. "Sono cresciuta in mezzo ai cavalli e mi mancano."
"Lo sospettavo." Lasciò andare il fiato.
"Da cosa? Dalla sfera di cristallo che tieni sotto il letto?" replicò Elisa con tono secco.
"Semplicemente dalle tue gambe e da come ti muovi." Quasi rise.
"Cosa hanno le mie gambe di sbagliato?"
"Nulla, le tue gambe sono stupende e posso scriverlo e firmarlo." Intervenne Marco per ridurre la tensione che sentiva crescere.
Livia tornò seria e indicò quella che sembrava una strada sul fianco della casa. "Ho visto che quella strada, superata la foresta che si è formata, arriva a un campo." Guardò Marco. "E so che hai un terreno. Ho messo sotto pressione Marco, non prendertela con lui per avermelo detto."
Elisa annuì: stava iniziando a intuire il piano. "Sì, sono circa una decina di ettari, ma anche il campo è in cattive condizioni." Poi guardò Marco. "Ti farò pentire questa sera per avermi tradita."
Livia spalancò gli occhi e rimase in silenzio per un lungo istante. "Noi tre, con qualche amico, potremmo sistemare quella strada sterrata e le staccionate." Le mani si muovevano accompagnando le sue parole. "Ci vorrà un po’ di tempo, ma possiamo farlo."
"Possiamo farlo?" Marco la guardò. "Sì, possiamo, ma non sarà semplice e non sarà gratis. E una volta sistemato il pascolo?"
"Pascolo?" chiese Elisa, perplessa.
"Sì, potremmo prendere dei cavalli e magari anche altri animali." Lo sguardo di Livia era già rivolto altrove.
"Livia, sarebbe bello, ma come pensi di mettere in piedi questo sogno?" Il tono di Elisa era realistico.
"Ho un amico d’infanzia che alleva cavalli e penso di poterlo convincere a cedermi qualche capo," rispose Livia.
"Livia, i cavalli costano e non si regalano…" Marco era serio, ma anche incuriosito.
"Ci sono dei trascorsi. Anni fa voleva creare un nuovo incrocio e chiamarlo Livia." Sorrise con un velo di tristezza. "Sono certa che riusciremo a trovare un accordo."
Elisa inclinò la testa guardandola. "E su quale pianeta vivrebbe questo amico?"
"Uffa, gli ho già parlato e vive sul pianeta Alto Adige." Rispose con aria scocciata. "Sarebbe disposto a lasciarmi tre Haflinger e quattro Noriker."
"Livia, cosa significa sarebbe disposto? Cosa gli hai offerto in cambio?" Elisa era preoccupata.
"Questo non vi riguarda. Sono cose tra noi, ma niente di scandaloso." Livia rise.
"Livia!" Elisa serrò i pugni. "Non puoi davvero accettare un pagamento del genere. Non esiste, non te lo permetto… piuttosto brucio il casale e torno in città."
Livia la guardò perplessa, con il volto sinceramente stranito. "Ma che stai dicendo? Quale tipo di pagamento?" Scosse il capo. "Nella zona degli allevamenti sono emerse nuove aree archeologiche. Ha preso accordi che gli permettono di scegliere chi coordinerà le prospezioni e ha chiesto a me di occuparmene. In cambio mi farei pagare in cavalli."
Marco si mise a ridere vedendo il colore del volto di Elisa cambiare per la vergogna.
"Ma come ti vengono certe idee?" ribatté Elisa, cercando di far finta di niente. "E poi cosa dovremmo farcene di sette cavalli, di cui tre sono poco più che pony e per di più testardi, adatti più al trekking che a qualsiasi altra cosa? Tre testoni biondi e quattro armadi con gli zoccoli!"
"Qui entra in gioco l’altra parte della mia idea, che resterà solo un’idea finché non la accetterete liberamente." Livia li guardò e rimase in silenzio per un istante. "Con il tempo potremmo trasformare il tuo casale in un agriturismo con uno spazio didattico. Ognuno di noi ha qualcosa da insegnare: io l’erboristeria, Marco la falegnameria e il lavoro del fabbro, tu la fotografia e l’equitazione." La guardò corrucciata. "E poi non è vero che sarebbero tre testoni biondi e quattro armadi con gli zoccoli."
Elisa rimase a bocca aperta. "Quando saranno qui ne riparleremo, ma io dove andrei a vivere?" Ma, in realtà, conosceva già la risposta.
Marco guardò Elisa. "Credo di poterti rispondere io. Verresti a vivere con me, se lo vuoi. Oppure potresti continuare a usare la tua stanza al casale del Poggio."
Elisa rimase in silenzio, seria, con le labbra tremanti. "Marco, è solo un invito o c’è anche dell’altro?"
Marco si protese in avanti, le prese la mano destra e le infilò all’anulare un piccolo anello intrecciato. "Se lo accetti, c’è anche dell’altro."
Elisa scattò in avanti, abbracciandolo e baciandolo.
Livia rimase stupita da quel momento inatteso e si portò le mani agli occhi, restando in silenzio a guardarli, felice anche lei.
Elisa si staccò da Marco e tornò a sedersi, con le lacrime agli occhi e il sorriso sulle labbra. "Livia, lo sapevi e sei stata seria per tutto il tempo, ti odio." Le saltò in braccio. "Ti odio… ti odio."
Livia la allontanò con delicatezza, gli occhi lucidi. "Ehi, ti sei appena fidanzata con lui e ti butti su di me?" Sorrideva e piangeva allo stesso tempo. "Non sapevo niente, proprio niente." Guardò Marco e, rivolgendosi a Elisa, chiese: "Posso?"
Elisa annuì, asciugandosi gli occhi.
"Marco, dovrei essere io a odiare te. Sei riuscito a nascondermi tutto questo." Sorrise, si allungò verso di lui e lo baciò sulle labbra, senza che il mondo crollasse.
Elisa li guardò serena. "Siete bellissimi. Peccato che non abbia con me la macchina fotografica. E ancora oggi mi chiedo come sia possibile che non siate voi a stare insieme."
"Elisa, ci sono cose che non hanno spiegazione e io ho scelto te fin dai primi giorni, forse da quando hai consegnato il ciondolo a Livia."
"Una giornata iniziata male è diventata qualcosa di fantastico." Elisa era raggiante. "Questo significa che siamo tutti d’accordo per questa follia." Alargò le braccia come ad abbracciare il casale dei Gelsi. "E adesso che facciamo? Balliamo sotto la luna, ci ubriachiamo di nuovo o accendiamo un falò?"
Livia la guardò. "Possiamo fare una cosa più semplice, di quelle che ti faranno venire molte domande." Infilò la mano sotto la maglietta, estrasse un piccolo sacchetto di tela e ne versò il contenuto al centro del loro triangolo.
"Cosa sarebbe?" chiese Elisa.
Fu Marco a rispondere. "Cenere di nocciolo raccolta nella notte del solstizio d’inverno." La frase poteva sembrare una battuta, ma era la pura verità.
Livia prese le mani di Elisa e di Marco, unendole alle sue sopra la cenere. "Siamo solo tre persone che si stanno unendo, in modi diversi, e che sanno di potercela fare."
Elisa guardò Marco con dolcezza e lui le rispose semplicemente con un sorriso.
Fu in quel momento che Marco se ne accorse: dalle mani di Elisa si diffondeva una lieve luminescenza dorata e la cenere sparsa era stata assorbita dal terreno. Sentì una leggera fitta dietro la nuca e una voce gli risuonò nella mente. "Non potrà compiere il salto per diventare Custode, ma senza saperlo è già una di noi."
© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.