🌿 Dal giardino alla Tuscia

Piante, tradizioni e racconti legati al territorio

I racconti dei Custodi fanno parte di una storia continua. Se è la prima volta che li leggi, inizia dal primo.

Sotto la Valdicecina

Nelle profondità della terra, ogni passo può essere l'ultimo

Racconti fantasy
Data inserimento: 06/08/2026

Parte I – Finalmente in ferie

Dipinto dubista di Sofia, la sera, nel bagno mentre si spalma una crema sul corpo.

Sofia attraversò la sala XX chiudendo il turno di notte e, come faceva ogni giorno da quindici anni, si fermò davanti alla teca dell’Ombra della Sera. Il bronzo sottile era immobile nella luce, le braccia lungo i fianchi, la testa inclinata verso qualcosa che non c’era. O forse c’era, e bisognava solo sapere dove guardare. Glielo aveva detto Livia, molti mesi prima, in quella stessa stanza. Il pensiero le fece venire un mezzo sorriso.

Salutò la statua con un cenno della mano e percorse il corridoio verso l’uscita bussando alla porta socchiusa di Mancini. Il direttore era alla scrivania, con una pila di fogli davanti, e si tolse gli occhiali quando la vide alla porta con la borsa a spalla.

"Ferrenzi… Ci siamo dunque."

"Ci siamo. Ricci sa tutto, torno tra due settimane." Si appoggiò allo stipite. "Volevo salutarla prima di andare." Sofia era contenta e sorridente.

"Dove va questa volta? L’anno scorso era andata in Sardegna, se ricordo bene."

"Quest’anno resto qui vicino. Zona del Cecina, verso Berignone. Ho voglia di stare su una parete qualche giorno." Gli mostrò i palmi delle mani piegando le dita.

Mancini scosse la testa con l’espressione di chi non capisce il bisogno di arrampicarsi sulle rocce, ma ha imparato da anni a non discuterlo. "Si porti qualcosa di caldo. Le giornate iniziano ad essere freschine."

Sofia sorrise. "In arrampicata il corpo si scalda, quest'anno farò escursioni in giornata. Arrivederci, direttore. Buon lavoro."

"Arrivederci, Ferrenzi. Si riposi davvero, questa volta."

Rossella era alla biglietteria e sollevò lo sguardo dallo schermo quando la vide passare, con la borsa in spalla. "Buone ferie, Sofia."

"Grazie. Tienimi d’occhio la sala XX."

Rossella rise. "Come se potesse succederle qualcosa con te lontana." Lo disse senza malizia.

La piazza davanti al museo era illuminata dal sole, che scaldava appena il selciato chiaro, con i pochi turisti fermi vicini alle vetrine dei negozi di souvenir in alabastro. Si fermò un momento con la borsa a tracolla e inspirò: pietra, vento, quell’odore asciutto che a Volterra restava sempre sulle labbra.

Senza fretta prese lo smartphone dalla tasca del maglione e fece scorrere il dito sulla lista dei contatti, tenendolo sospeso per un attimo prima di scrollare le spalle e riporlo. L'aria umida la accompagnò lungo la strada verso Porta a Selci, che superò senza cambiare andatura, proseguendo sui sentieri fino al percorso della ex-ferrovia, oltre il campo volo.

Superò senza fretta alberi e prati, fino ad arrivare nei pressi di un cumulo di pietre in uno slargo di terra, una zona che da giorni aveva un odore fastidioso, a tratti nauseante, che i volterrani attribuivano a infiltrazioni di liquami.

"I liquami puzzano, ma questi puzzano troppo…" Sofia era ironica e si guardava attorno con molta attenzione, fino a individuare un punto che raggiunse facendo attenzione a dove posava i piedi. Attorno a lei c'erano anche rifiuti umani: sacchetti, bottiglie vuote o rotte e altri resti di incontri intimi.

Con attenzione si sedette a ridosso del punto che aveva individuato, sentendo l'umidità sporca del terreno impregnare i pantaloni, ma non ci badò, iniziando ad estrarre dalla borsa alcuni sacchettini di tela. Il respiro si fece profondo e regolare, con l’odore che le passava attraverso mentre gli occhi si chiusero, facendole sentire l’anima antica di quella città particolare.

Il tempo passò: nessuno la vide e nessuno passò. Restò immobile fino a quando iniziò a spargere la terra contenuta nei sacchettini, i cui granelli toccavano il suolo con un luccichio dorato. Passarono forse due ore prima che si alzasse, lasciando lo slargo; l’odore dell’aria era ora di alberi ed erba umida, oltre che dei rifiuti umani, che iniziò a raccogliere infilandoli in un sacchetto.

Raggiunse altri luoghi attorno alla città che avevano bisogno delle sue cure, seguendo un percorso che la portava verso casa, dove arrivò a fine giornata. Il sole stava calando quando corse verso il negozio che stava per chiudere. "Paola, aspetta."

Paola si voltò ridendo. "Sei sempre in ritardo, prima o poi ti lascio senza cena." Rientrò prendendo una busta. "Ecco, tutto pronto."

Sofia la abbracciò. "Mi hai salvato la vita." Le sorrise.

"Ti ho preparato la cena." Abbassò la serranda. "Finalmente vai in ferie?"

Annuì. "Sì, farò qualche salita tra free style e corda."

Paola scosse il capo. "Sei pazza a fare queste cose, cerca di tornare tutta intera."

Sofia sorrise avviandosi verso casa. "È mia intenzione farlo, e non voglio perdermi le tue nuove ricette."

Posò la busta sul tavolo estraendo i contenitori: pokè bowl, cous cous con verdure e feta, polpette di verdure. Poi raggiunse il bagno e si infilò nella doccia, dove restò per oltre mezz’ora togliendosi di dosso gli odori dei rifiuti; i vestiti stavano già girando nella piccola lavatrice.

"Sofia, prima o poi ci prenderemo qualche malattia." Aprì la finestra per far uscire il vapore e lo specchio tornò lentamente trasparente.

"Non c'è male, abbiamo perso almeno dieci chili." Si spostò di fronte allo specchio osservandosi per intero. "Posso chiamarlo effetto Livia. Adesso procediamo con gli unguenti per la pelle, Livia fase due." Si appoggiò al seggiolino vicino alla finestra, ancora aperta.

Tornò in sala senza vestirsi, dopo aver chiuso la finestra del bagno, e cenò da sola come sempre, alternando i bocconi ai suoi appunti e a diversi libri; aveva deciso di riprendere gli studi a Pisa per la laurea FISA. Le restavano due anni e aveva faticato per portarsi in pari: il lavoro la rallentava, ma non era un problema.

La luce la raggiunse dalla finestra, con gli scuri rimasti aperti, svegliandola e bussandole agli occhi. "Ahio, mi fa male tutto." borbottò, cercando di stirarsi, la pelle segnata dalla pressione contro il bordo del tavolo e i libri sui quali si era addormentata.

Indolenzita, si avvicinò alla finestra, aprendo i sottili tendoni e tornando al tavolo, sul quale appoggiò il tallone iniziando il riscaldamento, come tutte le mattine, che sarebbe finito con un intenso stretching e una doccia fredda.

Era la prima vera giornata di ferie e si sentiva nel corpo quella strana leggerezza di chi non ha un orario a cui rispondere, e lo zaino era pronto, da alcuni giorni, con tutto il necessario per una giornata di escursione.

Indossò di nuovo i vestiti lavati la sera prima e scese a fare la spesa prima di sistemare alcune cose in casa e affrontare il pranzo in solitaria, che iniziava a pesarle più del salire a mani nude su una parete di roccia.

Era seduta con le gambe sul divano, la schiena appoggiata tra il bracciolo e lo schienale, un libro appoggiato in grembo e la tazza del caffè del pomeriggio, ormai freddo, ancora in mano, mentre su una sedia accanto erano ordinatamente posati i suoi vestiti. Da mezz'ora stava rileggendo le stesse pagine, cercando di coglierne il senso, quando lo smartphone vibrò.

Rispose distrattamente. "Buongiorno, sono Sofia." La voce era rilassata.

"Ciaooo. Sempre al lavoro?" La voce di Livia era calma; in sottofondo si sentiva l’aria aperta, qualcosa di mosso come foglie o acqua, insieme a voci divertite.

"Ciao Livia, questa volta hai toppato." Sofia si mise a ridere, chiudendo il libro e posandolo a terra. "Sono in ferie, stavo studiando. Tu dove sei?"

"In Umbria, nella Valnerina. Ci siamo fermati qui per qualche giorno… forse una settimana… forse un mese." Rise anche Livia.

"Quindi ferie anche voi. Tutto bene?" Sofia si mise a sedere incrociando le gambe nude.

"Sì, ora tutto bene. Stavamo pensando a te." Il rumore violento di acqua mossa si sovrappose alla voce di Livia.

"A chi pensavate? A me o al mio territorio?" disse Sofia.

Ci fu una pausa breve, poi Livia rise. "A tutte e due le cose, come sempre." Fece una pausa. "Veramente più a te."

"Domani mattina parto per un’escursione. Ho voglia di andare in parete, ma resto in zona. Quest'anno niente viaggi." Sofia ridacchiò. "Sto risparmiando per l'università."

Livia era preoccupata. "Vai in parete da sola?"

"Livia, faccio arrampicata da anni, ho tutta l’attrezzatura." Sospirò. "E con i miei turni di lavoro non mi si fila nessuno, potrei mettermi con Mancini."

Livia non replicò subito. "Piuttosto che lui, meglio il suicidio!" Risero entrambe.

Si salutarono e Sofia appoggiò il telefono sul tavolo, finendo il caffè. Oltre la finestra e i tetti poteva vedere le colline immobili nella luce del pomeriggio, insieme ai cipressi.

Alle sei in punto della mattina successiva uscì di casa, con lo zaino da quaranta litri in spalla e già vestita per la scalata; la piazza era ancora silenziosa, mentre Paola stava entrando nel negozio dalla porticina di servizio.

"Ciao Paola!" Sofia la salutò agitando la mano.

Paola si girò sorridendo e fece qualche passo verso di lei. "Ciao Sofia, mi raccomando, fai attenzione."

Sofia la raggiunse abbracciandola e baciandole una guancia, vicino alle labbra. "Non preoccuparti, sai che torno sempre."

Paola la strinse. "Sei la mia amica più cara e lo so che torni sempre, ma spesso torni ammaccata."

Si salutarono ridendo e tornarono alla propria giornata, con Sofia che senza fretta si avviò verso le mura e il parcheggio per prendere la macchina.

La strada procedeva sinuosa, con pareti rocciose da un lato e declivi boscosi dall'altro, inframmezzata da scossoni per le frequenti buche che la costellavano. La macchina sbandò leggermente, a pochi chilometri dal punto di partenza della scalata, seguita dal martellio tipico di una ruota forata.

Sofia picchiò sul volante. "Maledizione, proprio oggi?!" Accostò e scese, girando attorno alla macchina. Notò la ruota posteriore destra sgonfia, a cui sferrò un calcio per poi abbassarsi: la ruota era stata bucata da un rametto di quercia.

"Sapevo che la quercia è dura, ma bucare un pneumatico…" Era contrariata e perplessa.

La strada era deserta e non si sentiva il rumore di altri veicoli. Scosse il capo, sbuffando, e prese l’equipaggiamento, avviandosi a piedi verso il punto di attacco.

Parte II – Da sopra a sotto

Dipinto espressionista di Sofia che fa free climbing in Valdicecina.

Erano trascorsi tre quarti d'ora quando vide la parete che conosceva bene, lì dove la ricordava. Accelerò il passo raggiungendo un masso dalla sommità liscia, dove si sedette e cambiò le scarpe rivolta verso la strada. Lentamente si alzò, girandosi e spostando lo sguardo sulla roccia, verso l'alto, individuando con precisione la via e sorridendo. Riprese lo zaino in spalla e regolò le cinghie.

Attaccò dalla via sulla sinistra, era quella più impegnativa, e i piedi trovarono subito le tacche, i talloni bassi, il peso distribuito sulle punte. Le mani lavoravano in anticipo rispetto al corpo, leggendo la roccia prima di affidarvi il peso. Lo zaino si sentiva, ma non dava fastidio: era un peso che conosceva.

Salì per mezz'ora con naturalezza, come se conoscesse in modo istintivo ogni appiglio e ogni appoggio, fino ad arrivare a un terrazzino, dove si fermò e appoggiò lo zaino, girandosi. La strada sotto di lei era deserta e l’aria ferma. La via che aveva scelto procedeva verso sinistra, ma il lato destro offriva buoni appoggi e portava a un terrazzino un centinaio di metri più in alto: il colore della roccia era più chiaro e venato, era diverso. Per un attimo osservò le due vie, quella nota e quella nuova, quindi decise di salire da destra; alla peggio avrebbe usato i chiodi e la corda.

Si mosse rapidamente seguendo gli appigli naturali. Era più facile di quanto si aspettasse e per un attimo pensò di scendere e prendere l'altra via, fino a quando la mano destra le scivolò: di nuovo un legnetto di quercia, in un luogo dove non aveva senso, ma lo prese, infilandolo nel porta borraccia dello zaino, e riprese a salire, con maggiore prudenza.

La pendenza della parete cambiò, piegando verso l'interno e permettendole di appoggiarsi con il corpo, ma qualcosa cambiò nella roccia. Una sensazione la attraversò, passando dalla roccia alle mani: non era qualcosa di fisico. Poi sentì un suono secco, di fronte e sopra di lei: la roccia si spaccò, ingoiandola nel buio in una caduta tra pietre aguzze e terra. Sentì la testa colpire qualcosa, un forte dolore, e la vista si annebbiò.

Riprese i sensi dopo un tempo indefinito e il corpo era attraversato dal dolore, la testa martellava come un tamburo e non c'era luce, il buio era assoluto. Trattenne il terrore di quella scoperta e si concentrò sui propri sensi. Sentì il peso del corpo: era appoggiata sul fianco sinistro, contro una superficie frastagliata, ma regolare. Lo zaino era ancora sulle spalle e sorrise. Non si mosse e, con la mano destra libera, cercò di raggiungere la tasca alla cintura con la piccola torcia, che accese, ritrovando la vista che temeva di aver perso.

Era in una galleria mineraria scavata nella roccia, molto antica. Sopra di lei c'era un pozzo verticale, ormai occluso dalla frana, da cui cadevano ancora piccoli sassi: anche lei era caduta da lì. Passò la luce sul corpo, minuziosamente; non c’erano segni visibili di ferite e iniziò a muoversi, appurando di non avere fratture. Unico segno evidente: sangue coagulato tra i capelli. L’orologio segnava le quattordici: era rimasta priva di sensi per almeno cinque ore.

Appoggiò una mano alla parete, alzandosi con calma e valutando le forze del suo corpo dopo l'interminabile caduta. Al tatto la roccia era fredda e umida, con una consistenza compatta che non cedeva sotto le dita. Alzò la torcia verso il soffitto: la galleria era alta abbastanza da stare in piedi, con una sezione irregolare e le pareti lavorate a piccone in modo rozzo ma sistematico.

Tirò fuori la bussola e l’ago si stabilizzò senza esitazioni: nessuna interferenza magnetica significativa. Tenne a mente l’orientamento della parete sulla quale stava salendo quando era caduta. La frana era sopra di lei e leggermente alle spalle, il che significava che l’impatto l’aveva spinta verso l’interno del costone, facendola cadere per diverse decine di metri, forse di più. Poteva essere al di sotto del piano stradale.

Prese l’accendino e lo accese, tenendolo basso, a poca distanza dal suolo. La fiamma rimase dritta per un secondo, poi piegò appena verso est, assecondando una corrente d'aria debole, ma presente. Spense l’accendino e rimase ferma a riflettere.

Prese un profondo respiro e urlò con tutto il fiato. "Aiutoooo!"

Sentì un lieve eco, più un riverbero, che si affievolì velocemente. "Dovevo provarci, nei film catastrofici funziona sempre. Ma non vedo arrivare nessun figo biondo con gli occhi azzurri." Abbozzò un sorriso. "Sofia, siamo sole, non ci saranno soccorsi miracolosi alla Hollywood."

Vide che la galleria saliva leggermente verso ovest, mentre verso est scendeva. Seguire la discesa significava avvicinarsi al punto più basso del sistema, dove l’umidità del Pavone o di qualche affluente avrebbe potuto creare acqua. Seguire la salita significava cercare un’uscita, ma senza sapere quanto fosse lontana.

Nel suo zaino c'erano provviste per la giornata e qualche riserva; razionandole, potevano bastarle forse per tre giorni, ma la scorta d’acqua era il vero problema. Prese la picozza in mano, regolò le cinghie dello zaino e si avviò verso est, lasciando segni sulla parete a intervalli regolari.

Si mosse lentamente con molta attenzione, con una mano sulla parete e la luce della torcia regolata al minimo per non sprecare la batteria. La galleria scendeva con una pendenza regolare. Lasciò un segno ogni dieci passi: un taglio orizzontale della picozza all’altezza della spalla.

Dopo un tempo che non seppe quantificare, si trovò di fronte a un trivio, dove accese l’accendino abbassandolo all'interno delle gallerie e vide la fiamma piegarsi in quella di destra e restare dritta in quella di sinistra. Prese nota mentalmente e contrassegnò la galleria di destra, per poi proseguire dritta.

Ad una seconda deviazione la fiamma piegò con forza verso l'interno. Era una galleria più stretta, quasi un cunicolo, in cui si infilò con fatica, percorrendola quasi strisciando contro le pareti. Dopo una ventina di metri il soffitto si abbassò repentinamente e l’aria cambiò consistenza, facendosi più pesante; faticava a muoversi e la vista si annebbiò. Si fermò e accese di nuovo l’accendino. La fiamma era bassa, bluastra alla base.

Ripercorse a ritroso il cunicolo, senza potersi girare nel poco spazio. Vide passarle accanto il primo segno che aveva lasciato e cercò di accelerare, respirando più lentamente, fino a quando l'aria cambiò e si buttò di lato nella galleria principale, respirando profondamente per alcuni minuti. La vista tornò limpida nella bassa luce della torcia e con la picozza praticò due segni incrociati all'ingresso del cunicolo. Aveva rischiato senza rendersene conto, fino a quando sarebbe potuto essere tardi, e non doveva succedere di nuovo.

Avanzò di altri dieci passi e si fermò, sedendosi e spegnendo la torcia, appoggiata con la schiena alla parete umida, dove rimase ferma al buio, le ginocchia al petto, senza guardare l’orologio: sapere che fossero le tre o le sei non avrebbe cambiato niente, avrebbe solo dato un numero a cui aggrapparsi per poi contare i minuti successivi.

Aprì gli occhi nel buio, cercando di capire dove fosse e rendendosi conto di essersi addormentata. Con la schiena e le gambe intorpidite, accese di nuovo la torcia e vide qualcosa muoversi rapidamente al suolo, a meno di un metro da lei. Era qualcosa di pallido e veloce che sparì in una fessura della roccia prima che riuscisse a metterla a fuoco. Rimase ferma ancora un momento, poi aprì la borraccia e la portò alla bocca, ingoiando l'ultimo sorso. Senza fretta aprì lo zaino, prendendo la seconda borraccia da tre quarti di litro, e la scosse, per poi infilarla nel portaborraccia esterno, senza aprirla.

Con il movimento il fascio di luce colpì la roccia liscia della parete, che brillava di piccole gocce: l’umidità condensava sulla pietra fredda in modo continuo e silenzioso, scarsa, ma costante.

Sorrise. "Bene Sofia, forse abbiamo aggiunto qualche ora alla nostra riserva d'acqua." Estrasse dallo zaino la maglietta di ricambio, premendola sulla parete e attendendo fino a sentire la mano bagnata, quindi la strizzò sopra la borraccia, lasciando cadere un filo sottile. Ripeté il gesto su un’altra parete, poi su un’altra ancora, con pazienza.

Le gambe e le braccia erano dolenti per le continue torsioni, dandole la percezione dell'inesorabile passare del tempo, ma non guardò l’orologio. Continuò nella metodica raccolta di gocce d'acqua finché non sentì di aver riempito la borraccia, che ripose nello zaino, lasciandosi poi scivolare sul pavimento e spegnendo di nuovo la torcia: era stanca.

Quando riaprì gli occhi vide dei puntini luminescenti tutto attorno e sorrise. "Sofia, non siamo soli, deve essere qualche creatura bioluminescente. Per quanto hai dormito?" Sentì la propria voce roca e bevve alcuni sorsi d'acqua.

Riprese il cammino verso la profondità di quelle gallerie, con una mano sulla parete e la leggera luce delle creature che le faceva compagnia, per sparire quando accendeva la torcia e riprendeva a recuperare l'acqua dalle pareti lisce.

Era scesa molto, accompagnata dal suono delle gocce che cadevano, mentre la testa iniziò a pulsare in modo regolare, un dolore sordo che si intensificava quando faceva rapidi cambi di direzione; lo ignorò finché poté, finché fu costretta a fermarsi appoggiandosi alla parete con entrambe le mani, aspettando che la nausea passasse, ma non passò e anche le gambe si fecero incerte, come se il segnale tra la testa e i piedi arrivasse con un leggero ritardo.

Scelse un punto del pavimento dove il terreno era più morbido, prese la picozza e scavò una cavità poco profonda, larga quanto una mano; la lasciò lì nel buio e tornò indietro di una ventina di passi, fino a una rientranza della parete abbastanza ampia da starci seduta con la schiena protetta, si girò e vomitò un liquido chiaro e schiumoso. Meccanicamente si tolse il giaccone, lo arrotolò sotto la testa, si coricò e spense la torcia.

Si svegliò al buio con il freddo addosso, i muscoli rigidi per l’immobilità. La testa pulsava ancora, meno forte di prima ma presente; anche lo stomaco era dolente e sentiva la necessità di mangiare. Iniziò a muoversi piano per scaldare i muscoli ed evitare ulteriori danni.

Mormorò: "Sofia, stiamo male, lo sai? È grave e dobbiamo uscire di qui, riesci ad aiutarmi?"

Accese la torcia e raggiunse la buca: dentro c’era qualcosa di pallido: erano porcellini di terra, isopodi, Trogloiulus, Bathysciinae, ragni e altro che non sapeva identificare. Li guardò un momento, piangendo, poi li recuperò in una piccola ciotola e tornò alla rientranza, tenendo sospesa la mano sul contenitore con una smorfia sul volto; quindi li portò alla bocca, pensando ad altro.

Il disgusto la spinse a vomitare, ma si costrinse a non farlo e aprì lo zaino, prese una delle barrette energetiche e ne morse un terzo, per poi riporre il resto. La masticò lentamente, cercando di far durare il gesto più del necessario; bevve dalla borraccia due sorsi precisi e rimase seduta con la torcia accesa a fare il punto su quello che aveva e su quello che le restava da fare.

○ ○ ○

Avevano trascorso un'altra giornata di relax e allenamento alla Serra di Dumnon, che li aveva portati alla piscina per l'aperitivo prima di cena, e Livia era pensierosa.

Elisa si voltò sul lettino guardandola. "Livia. Un penny per i tuoi pensieri…" Sorrise serena.

Livia girò la testa verso di lei. "Stavo pensando che saresti interessante in topless." La voce era divertita.

"Non succederà nemmeno il giorno della fine del mondo." Elisa le fece una linguaccia.

"Scherzavo, stavo pensando che potremmo chiamare Sofia e dirle di venire qui qualche giorno. Resterà a Volterra per tutte le ferie, potrebbe farle piacere." Disse Livia.

"Mi sembra una buona idea, poi più siamo e meglio è." Replicò Marco bevendo.

"Certo, chiamiamola, è sempre sola con le brecce di Volterra, che non sono di grande compagnia", continuò Elisa.

"La chiamo io e sento che piani ha." Tagliò corto Livia facendo il numero; il volto si fece perplesso. "Il telefono è isolato, strano."

Elisa la guardò. "Riproviamo più tardi, magari è in giro e non prende." Si alzò dirigendosi all'ingresso del resort.

Marco, Elisa e Livia avevano chiamato a turno per tutta la giornata successiva, ma il cellulare di Sofia non era raggiungibile e anche al fisso di casa non rispondeva.

Marco fece un altro numero, attendendo la risposta, che arrivò con la voce di una donna. "Alimentari, sono Paola."

"Buongiorno Paola, sono Marco, uno degli amici di Sofia." Fece una pausa, mantenendo un tono tranquillo. "A casa non risponde e il suo smartphone è isolato, per caso l'ha vista?"

La voce di Paola si fece preoccupata. "L'ho vista due giorni fa, quando è uscita per un'escursione." Fece una pausa. "Chiudo e vado a cercarla."

Marco rimase calmo. "Ci pensiamo noi, non si preoccupi, se la vede tornare le tiri le orecchie." Si mise a ridere, continuando a parlare, facendo un cenno a Elisa.

Elisa raggiunse la reception e chiese a uno degli uomini di poter parlare con Freja, per poi tornare a raggiungere gli altri sotto l’ampio portico del resort.

Freja arrivò dopo quasi un’ora, quando stavano per entrare a pranzo. "Scusatemi, ero impegnata e mi hanno informata solo ora." Guardò i loro volti. "Cosa succede?"

Livia si accostò. "Pranzi con noi?" La cinse con un braccio mentre si avviavano verso l’interno.

"Va bene, non ho impegni, per oggi ho finito." Entrarono e si accomodarono, e Freja fece un cenno a due ragazze con divise bianche da ristorante. "Avevo già pensato di invitarvi a pranzo e mi ero portata avanti."

Elisa la guardò cercando le parole. "Abbiamo bisogno del tuo aiuto."

"Cosa succede?" Il tono di Freja era serio.

"Non riusciamo a contattare Sofia. Sono quasi tre giorni che proviamo, ma niente", continuò Elisa.

Freja corrugò la fronte. "L’altra ragazza come voi? Sapete dove dovrebbe essere?"

Livia guardò le ragazze arrivare con il carrello. "Tre mattine fa doveva fare una scalata nella Valdicecina e tornare la sera, ma pare non sia rientrata."

Freja prese il tablet dalla cintura e iniziò a digitare, scorrendo finestre con il volto concentrato, senza parlare; i minuti passarono e il cibo attendeva sul tavolo.

"Ha acceso il telefono per una decina di minuti giovedì mattina, nessuna chiamata." Osservò lo schermo. "Ha controllato il meteo e il traffico nella zona, poi lo ha spento e non lo ha più acceso."

Marco iniziò a parlare, ma lo fermò. "È uscita presto di casa con uno zaino leggero e ha lasciato Volterra in macchina."

"E poi?" chiese Marco.

"E poi niente", rispose Freja.

"Come niente?" replicò Livia.

"Aspettate, hanno trovato la sua macchina con una gomma a terra." Spostò il dito sullo schermo. "Chiusa a chiave, antifurto inserito, nessuno zaino all’interno." Sospirò. "Ha lasciato la macchina per continuare la sua escursione, il che complica le cose."

"Puoi fare qualcosa?" le chiese Elisa.

"Ho già fatto qualcosa, ora mangiamo."

○ ○ ○

Le gallerie senza fine le sembravano tutte uguali, obbligandola a fermarsi spesso per cercare i segni del suo passaggio, segni che spesso dimenticò di lasciare.

"Sofia, sono sempre più stanca, anche la testa non mi dà tregua. Continuiamo a fermarci e dormire e non va bene. Cosa possiamo fare?" Si appoggiò alla parete attendendo e annuendo.

"Non mi sembra una grande idea, se ci fermiamo diventeremo un reperto archeologico." Ridacchiò e riprese a camminare.

"Sì, certo, così ci mettono al museo… E sono stanca di mangiare insetti con condimento di barretta energetica." Annusò l'aria facendo una smorfia. "Senti anche tu questa puzza?"

Spostò la luce della seconda torcia nella galleria fino a individuare un ribassamento del suolo verso la parete e vide un punto dove l’acqua affiorava in superficie, ferma e scura. Ci si avvicinò, si inginocchiò e la toccò con un dito: fredda, senza odore. La portò alla bocca con cautela. Pulita.

"Sofia, è acqua!"

Prese entrambe le borracce, ormai vuote, e le immerse nella polla, riempiendole e portandone una alla bocca, bevve avidamente; il livello dell’acqua nella polla rimase invariato.

"Una sorgente…" disse, iniziando a piangere, poi si sedette continuando a bere, più lentamente, a piccoli sorsi.

Quando si rialzò si sentì più sicura e iniziò a esplorare il perimetro. Fu allora che vide la parete sul lato nord: una superficie scura e umida, con piccoli fori da cui trasudava qualcosa di viscido che colava lentamente verso il basso e da cui proveniva l’odore acre. Si avvicinò, appoggiò una pietra sul liquido e la allontanò, per poi accendere l’accendino e portarlo vicino. Prese fuoco.

"Sofia, possiamo accendere un fuoco… Possiamo scaldarci e fare luce."

Con la picozza scavò un solco nella parete, facendo attenzione a non provocare scintille; fu un lavoro lento e metodico e le mani le facevano male, ma alla fine riuscì a raccogliere il fluido denso nelle due metà di una piccola gavetta e, realizzati due stoppini con un pezzo di maglione, accese le nuove lanterne spegnendo la torcia a batteria.

Sorridendo si sedette ed estrasse dallo zaino il tramezzino, spezzandolo a metà; ora poteva riposare.

Parte III – Da sotto a più sotto

Dipindo espressionista di Freja in tuta tattica rossa con la katana.

Freja li raggiunse la sera nella suite con la cena e si fermò a parlare, ascoltando quello che le raccontarono di Sofia e del primo incontro con Livia; la tensione calò grazie ai passaggi più divertenti che emersero, finché qualcuno bussò alla porta.

Freja aprì irrigidendosi. "Buonasera, Arthur." Si spostò per lasciarlo entrare.

"Ciao, Freja." Entrò guardandoli. "Sono contento di trovarti qui, così mi risparmio di venirvi a cercare e posso parlare una volta sola."

Freja sembrò farsi piccola. "Arthur, cosa succede?"

Marco, Elisa e Livia lo guardarono perplessi, colpiti dal suo volto serio e professionale e dalla busta che reggeva in mano.

"Freja, abbiamo valutato la tua richiesta di questa mattina." Disse Arthur porgendole delle chiavi elettroniche. "Domani mattina alle sei zero zero troverai il necessario al deposito quattro." Le fece un occhiolino. "La tua richiesta è stata autorizzata e la Phénix de Feu ti incarica di trovare Sofia con qualsiasi mezzo tu ritenga opportuno."

Tutti si alzarono sorridendo. "Proprio qualsiasi mezzo?" Chiese ironica Freja.

Arthur annuì. "Equipaggiamento leggero, hai a disposizione un sidecar da soccorso e questi sono i documenti che ti autorizzano anche al trasporto e all’uso di armi, tutto il resto lo trovi sul tablet."

Livia corse da lui abbracciandolo. "Grazie!" Lo baciò di getto.

Arthur non reagì e si limitò a tossicchiare.

Freja ridacchiò prima di parlare, tornando seria. "Accetto l’incarico, ora devo andare per il briefing. Arthur, ti avviso, non userò la tenuta ufficiale." Salutò con un cenno della mano e uscì dalla stanza, seguita da Arthur.

○ ○ ○

Aveva dormito parecchio, dopo essersi rifocillata con buona parte di quello che aveva nello zaino e con le lanterne improvvisate ancora accese. La luce tremolava sulle pareti dell’ipogeo e sulle iscrizioni antiche che ancora non aveva esaminato, ma prima di muoversi mangiò l'altra metà del tramezzino.

"Sofia, se dobbiamo morire, lo faremo a stomaco pieno." Sorrise sorseggiando l'infuso che aveva preparato con una sorta di licheni presenti sulle pareti.

Prese lo smartphone dallo zaino, attivando il flash e iniziando a fotografare minuziosamente le iscrizioni. "Che devo dirti, Sofia, se resteremo qui dentro, forse in futuro qualcuno troverà lo smartphone."

Le gambe erano riposate e riusciva a muoversi meglio, ma la testa continuava a farle male e aveva trovato alcune gocce di sangue vicine a dove aveva appoggiato la testa per dormire.

"Come dici? Dovremmo registrare un messaggio." Si mise a ridere. "Ma se continui a dirmi che nessuno ci troverà, non ha senso lasciare un messaggio… Adesso piantala o ti mollo qui."

Durante la notte aveva sentito un suono basso, che pensò di aver sognato, ma era ancora lì e, posando la mano sulle pareti, percepiva una vibrazione che sembrava collegata al rumore. La vibrazione arrivava dal basso, attraverso la roccia. Il Cecina o un suo affluente erano vicini.

Dallo slargo dove si trovava poteva scegliere quattro direzioni: risalire sui suoi passi oppure prendere un percorso laterale, ma quello che scendeva era più interessante, più ampio e più strutturato, per quanto antico.

"Io prenderei quello che scende." Sorrise. "Tu che ne dici?"

Spense le lanterne improvvisate e versò con cura il liquido rimasto in una delle borracce, poi tornò alla parete e ne raccolse dell’altro, aggiungendolo fino a riempirla, e la tappò con cura. Rimise tutto nello zaino con la stessa precisione con cui aveva sistemato l’equipaggiamento il giorno della partenza, ogni cosa al suo posto, le cinghie regolate.

Fece due passi verso l’uscita dell’ipogeo, si fermò e tornò indietro. Con la picozza incise un segno sulla parete accanto alle iscrizioni antiche, diverso dagli altri che aveva lasciato lungo il percorso. Un segno suo, in un posto che aveva trovato da sola. Poi scese.

○ ○ ○

Alle sette del mattino Freja aveva già lasciato la Valnerina, diretta verso sud. Cavalcava un potente sidecar con il carrello chiuso, trasformato in un abitacolo protetto. L’aria scorreva sull'aderente tuta tattica rossa e sul casco chiuso e, da sopra la spalla, sporgeva l’impugnatura della sua spada. Nessuno sembrò prestarle attenzione, nemmeno la pattuglia della Polizia che superò a velocità sostenuta, forse per via delle insegne di soccorso sul mezzo, con le luci di segnalazione spente. Al suo sguardo addestrato non sfuggirono i ragazzi intenti a fotografarla dalle macchine che superava.

In meno di un’ora si lasciò alle spalle i confini di Terni, ma dovette rallentare e fermarsi; toccò il display con un dito e iniziò a maledire il destino: c’era un incidente e ci sarebbero volute ore.

Le luci del sidecar iniziarono a lampeggiare, accompagnate dalla sirena; partì in contromano sfruttando la corsia rimasta libera e, quando necessario, lo sterrato laterale. La strada le scorreva ai lati, ma per lei era solo un percorso: accelerò fino a toccare i duecento, schivando i veicoli incidentati e i soccorritori.

La strada tornò libera e riprese la corsia, seguita dalla sirena di un veicolo. Avrebbe potuto seminarli senza problemi, ma rallentò e accostò.

Gli agenti si avvicinarono e la videro in sella, i documenti già in mano verso di loro, il casco rosso posato sul serbatoio. Il volto, sormontato da corti capelli mossi, e gli occhi scuri puntati su di loro avevano l’espressione di chi non ama perdere tempo.

○ ○ ○

La discesa era scivolosa a causa dell’umidità che si condensava sul pavimento in uno strato sottile e uniforme, senza trazione, e ogni passo richiedeva attenzione. Teneva una mano sulla parete, sentendo la roccia fredda e bagnata sotto le dita, muovendosi con la lentezza di chi sa che una caduta le sarebbe fatale.

In alcuni punti delle pareti, dove la roccia era più liscia, comparivano segni incisi in modo diverso dagli altri che aveva visto: non iscrizioni, ma pittogrammi, figure schematiche che non riuscì a decifrare e che fotografò.

Gradualmente il terreno si assestò e, dopo una breve salita, divenne piano e più sicuro; fu allora che il suono cambiò: non più una vibrazione nella roccia, ma qualcosa di distinto, acqua in movimento, non vicina ma presente e riconoscibile.

Si fermò ad ascoltare. L’acqua poteva significare un’uscita, una galleria che sfociava sul fiume. Poteva anche significare un passaggio allagato, un sifone, qualcosa di invalicabile senza attrezzatura da sommozzatore. Rimase ferma un momento con questi pensieri, poi alzò la torcia verso il soffitto e si bloccò.

Il soffitto emetteva luce, una luminescenza debole e verdastra, distribuita in chiazze irregolari che pulsavano appena, come se respirassero. Anche le pareti, nei punti più umidi, avevano lo stesso bagliore. Non era abbastanza per muoversi, ma nell’oscurità totale sarebbe stato visibile e spense la torcia.

La galleria si rivelò in una luce pallida e silenziosa, i contorni appena leggibili, le chiazze luminose sparse sul soffitto come una costellazione capovolta, una bioluminescenza. Sofia rimase ferma a guardare per un tempo che non misurò. Poi riaccese la torcia e andò avanti.

○ ○ ○

I controlli del mezzo, dell’arma e dei documenti le avevano fatto perdere mezz’ora, ma nessuno poteva contestare i documenti che la Phénix de Feu otteneva. Spinse al massimo il mezzo ingombrante, superando i duecentoquaranta e attirandosi gli insulti degli automobilisti. Altre due volte fu seguita dalle pattuglie, ma le ignorò, arrivando oltre il limite del motore.

Si infilò lentamente nella radura del casale dei Gelsi, scese dal mezzo e posò il casco sul serbatoio con le mani le tremavano mentre si toglieva i guanti. Una donna di colore la osservava dall’ingresso, bella e proporzionata.

Fece qualche passo, rendendosi conto del proprio aspetto. "Nadia?" chiese, riconoscendola dalla descrizione di Elisa.

Nadia non rispose; Vigil uscì di casa dirigendosi con passo deciso verso Freja. In bocca portava uno zainetto logoro, che posò sui suoi anfibi prima di sedersi e guardarla.

Nadia sorrise avvicinandosi. "Sì, sono Nadia. Tu chi sei?"

"Mi chiamo Freja, sono amica di Livia e degli altri," rispose, guardando Vigil e lo zainetto ai suoi piedi.

"È lo zainetto con le sue cose importanti," spiegò Nadia. "Questo significa che dovete andare via insieme."

Freja annuì, accarezzando la grande testa. "È vero, ho bisogno di lui." Si guardò attorno.

Nadia colse la tensione nel corpo di Freja. "Prima di ripartire ti porto una tisana di queste terre. Ma come lo porti con te?" chiese, entrando nel casale.

Freja sbloccò la copertura del carrello e Vigil saltò all’interno con il suo zainetto, sistemandosi tra le imbottiture.

Nadia si bloccò un attimo vedendo Vigil nel sidecar e le porse il boccale. "Ora capisco." Rise. "Vigil, buon viaggio, ci vediamo presto. Vero?" Lo sguardo si spostò su Freja.

"Sì, molto presto, non gli succederà niente." Porse il boccale vuoto. "Grazie."

In pochi minuti rimontò in sella e lasciò il casale, mentre il carrello si chiudeva a proteggere Vigil.

○ ○ ○

La galleria si fece gradualmente più larga e in alcuni punti superava i tre metri. Sofia restò al centro per avere più spazio, ma questo le rendeva più complicato mantenere la direzione e le ombre le nascondevano i contorni; si spostò verso il lato destro fino a raggiungere la roccia con la mano, con il rumore dell’acqua sempre presente insieme ai pittogrammi. Abbassò la torcia sulla pavimentazione, vedendo che il percorso era stato lastricato. Per quanto consumato dal tempo, era ancora in buone condizioni e proseguì aumentando la velocità.

La luce della torcia passò sul pavimento del corridoio, incrociando un largo bassorilievo al centro, a cui Sofia si avvicinò cercando di coglierlo nella sua interezza. Spostando la luce vide due cerchi concentrici che incorniciavano un enorme frassino e, ai lati dell’albero, un corvo per parte. Per poterlo fotografare interamente le ci volle almeno un'ora.

"Non mettermi fretta, con questo materiale potrei ottenere anche la lode e realizzare una tesi senza precedenti." Sofia era irritata.

Tornò sbuffando a camminare lungo la parete, mantenendo un'andatura veloce, ma improvvisamente le mancò il terreno sotto i piedi e cadde nel vuoto attraverso uno stretto buco. La caduta fu breve, poco più di un paio di metri, lasciandola ferma sul pavimento con il fiato corto, un dolore lancinante alla gamba sinistra e diffuso nel resto del corpo.

"No, no, no… Maledizione, non di nuovo… non di nuovo…" Iniziò a piangere, rimanendo coricata sulla schiena, avvolta dal buio e da una debole luminescenza della torcia che ancora stringeva in pugno.

Restò ferma con il suo dolore per un tempo che le parve interminabile, poi mosse la torcia per illuminare l’ambiente circolare, forse cinque metri di diametro; era asciutto, senza l’umidità pervasiva del resto delle gallerie. Anche l’aria aveva una qualità diversa, ferma, come se quel posto fosse rimasto chiuso per molto tempo.

La luce si soffermò su un piccolo basamento di pietra a ridosso della parete circolare, sul quale era posato un corno cavo di una ventina di centimetri, scuro e bucherellato in più punti, che, nelle sue condizioni, sarebbe stato inutilizzabile. Abbassò la torcia verso il pavimento accanto a lei e vide un bastone di quercia nodoso: in piedi le sarebbe arrivato alla spalla. Oltre a quello non c’era altro di visibile, ma il bastone, in quel luogo, era insolito. Di nuovo quercia, era la terza volta che compariva sul suo cammino.

Posizionò la torcia per illuminare la gamba sinistra e prese il coltello dallo zaino, tagliando il pantalone lungo il polpaccio. Cautamente toccò la gamba, individuando la frattura, e sorrise: era composta.

"Coraggio, Sofia, almeno è composta, una gran fortuna." Passò la mano libera sulla guancia, qualcosa le dava fastidio e avvicinò le dita alla luce. "Ottimo, sangue rosso." Si fermò ad ascoltare.

"Sì, lo so. Non va bene… Dobbiamo uscire di qui prima che sia troppo tardi…"

Tolse lo zaino dalla schiena e lo aprì, estraendo il kit con il necessario per una steccatura di emergenza; le sottili aste flessibili le avrebbero permesso di mettere in sicurezza la gamba e muoversi senza il rischio di aggravare una situazione già grave.

Eseguì con precisione il protocollo che le avevano spiegato al corso, senza prestare attenzione al tempo, ma solo al dolore sempre presente, che lasciò essere mentre faceva quello che doveva fare. Alla fine prese il bastone di quercia e si spostò in una posizione che le permettesse di alzarsi. Ci riuscì.

Si raddrizzò sorridendo, il peso sulla gamba sana e sul bastone, ma un conato le salì dallo stomaco e per diversi minuti vomitò un liquido denso e schiumoso.

Parte IV – Di nuovo scelte difficili

Dipinto espressionista di Sofia ferita che percorre le gallerie sotto la Valdicecina.

In circa un’ora Freja arrivò in vista di Volterra. Si fermò un momento e posizionò sul braccio una patch con un simbolo dorato: uno scudo a pelta, decorato da motivi vegetali stilizzati che si sviluppavano ai lati, con al centro un medaglione con le lettere RF intrecciate. Dietro lo scudo, un fascio stilizzato con un’ascia attraversava la composizione dall’alto verso il basso, il tutto ornato da rami di quercia e alloro.

Lasciò il sidecar nel parcheggio più vicino al museo Guarnacci, chiudendo il casco nell'abitacolo di Vigil dopo averne disattivato il comunicatore e la strumentazione, per poi salire con passo rapido al livello della strada, insieme a Vigil, reggendo nella mano destra il suo zainetto consunto.

Di nuovo non le sfuggirono gli scatti dagli smartphone e, divertita, ruotò su sé stessa, aprendo la parte superiore della tuta, quasi mettendosi in mostra, mentre nessuno badava a Vigil al suo fianco.

In pochi minuti varcò l’ingresso del museo, richiudendo la tuta e ignorando Rossella, che si mosse appena per cercare di fermarla, ma si limitò a premere il bottone dell’allarme silenzioso, sporgendosi per guardarla da dietro.

Mancini era in corridoio e si girò sbiancando: la donna puntava su di lui con passo deciso, senza esitazione. Indossava una tuta tattica rossa, che non lasciava nulla all'immaginazione, con un simbolo diplomatico francese sulla spalla. Il tessuto le stava addosso senza pieghe, chiuso alto sul collo; sul petto correvano cinghie incrociate ben tirate, mentre ai fianchi portava una fondina compatta. Era giovane, con i capelli neri corti e mossi, gli occhi scuri e il volto chiaro. Nella mano sinistra stringeva l'impugnatura di una spada orientale, la cui punta strideva sul pavimento.

Mancini vide un cane al suo fianco, non un cane qualunque: lo conosceva. Si ridiede un contegno indietreggiando e cercò di parlare con tono sicuro. "Sono il direttore, chi è e cosa vuole?" ma non ci riuscì.

Freja si fermò a tre passi, guardandolo. Sorrise, con un angolo della bocca sollevato. "Non importa chi sono, mi manda la dottoressa Livia Cardeni." Il tono era serio, ma si stava divertendo.

Mancini mormorò: "Oh no, ancora lei." Tossicchiò maneggiando gli occhiali. "Cosa posso fare per Livia?" chiese con serenità simulata, lo sguardo sulla lama della spada, con la punta che ancora toccava il pavimento.

La sicurezza arrivò dai due lati del corridoio, affiancata dalle forze dell'ordine. Ricci la guardò corrugando la fronte, mentre i carabinieri estraevano le armi. "Signorina, lasci cadere la spada e porti le mani dietro la testa." Il tono era perentorio.

Freja rimase immobile guardando Ricci. "Tu sei il collega di Sofia? Ricci?"

Lui annuì. "Sì, ma posa quell'arma. Se Vigil è qui senza Livia… C'è un problema."

Freja spostò il fianco verso di lui. "Prendi il tesserino dalla mia cintura e mostralo alle autorità." Il tono era serio, mentre le dita si chiudevano sull'impugnatura della spada.

L'uomo si avvicinò, prendendo il tesserino e sentendo contro le dita i muscoli della donna, pronti a scattare. Ricci lo guardò. "È un rappresentante diplomatico, restate indietro." Consegnò il tesserino al carabiniere più vicino, che abbassò l'arma.

Mancini era confuso e tormentava nervosamente gli occhiali. "Non… Non capisco…"

Il carabiniere al comando le si avvicinò, notando l'insegna sulla spalla di lei. "Anche se è un diplomatico francese, non può comportarsi in questo modo, dovrà comunque seguirci per gli accertamenti."

Freja lo guardò spostando la spada e infilandola nel fodero dietro la schiena. "Non ho tempo, mentre parlo con il direttore chiami questo numero. È il mio ministero a Parigi." Gli porse un elaborato biglietto da visita.

L'ufficiale si spostò. "Tenetela d'occhio mentre chiamo il comando."

Freja spostò l'attenzione sul personale del museo. "Sono qui per avere informazioni su Sofia, risulta dispersa e devo trovarla." Il tono era diventato sereno e cordiale. "Lui è Vigil, è il cane di Livia. Un valido cane da ricerca e lo conoscete."

"Sofia è in ferie da diversi giorni, doveva fare delle uscite sui sentieri e un’arrampicata," rispose Mancini, più calmo.

"Sapete quale fosse la sua prima escursione?" Freja sganciò il tablet della cintura.

Mancini rispose senza esitazione. "Voleva salire senza corda su una parete nella riserva del Berignone, non distante dal fiume Pavone."

"Si trova vicino a dove hanno trovato la macchina." commentò Freja.

"Come sarebbe a dire: dove hanno trovato la macchina?" Mancini era preoccupato.

"Sembra che abbia lasciato Volterra giovedì mattina e, strada facendo, abbia forato." Mantenne una voce tranquilla. "Ha lasciato la macchina e deve aver continuato a piedi, poi è scomparsa."

○ ○ ○

Sofia, con l'aiuto del bastone, percorse il perimetro dell'ambiente fino a raggiungere il corno malconcio, che sembrava più solido di quanto il suo aspetto lasciasse pensare, e lo infilò nello zaino. "Sofia, se usciamo vive da questo posto, il corno è un souvenir per Livia."

Restò per un attimo ferma per ritrovare le forze, per poi continuare lentamente a percorrere la stanza lungo la parete; la gamba le faceva male e anche la testa aveva ripreso a pulsare, più intensamente di prima, lasciandole qualche goccia rosso sangue sulla guancia, a cui non prestò attenzione. La mano individuò qualcosa: non era aria, anche se le somigliava. Livia le aveva detto spesso che la rete protegge i suoi Custodi; forse aveva deciso di darle una mano.

Si allontanò dalla parete, spostando il peso sul bastone, e vide quello che non poteva essere visto: un punto preciso nella roccia su cui appoggiò il palmo, e polvere e piccole pietre caddero ovunque mentre un passaggio si apriva verso una scala.

"Sofia, dobbiamo anche salire una scala, cerca di renderti utile…" disse abbozzando un sorriso e restando un attimo in silenzio. "Sono d'accordo, anch'io avrei apprezzato un ascensore." Si mise a ridere.

Salì la scala lentamente, con molta fatica e faticando a stare in piedi, tanto da fermarsi più volte per riprendere fiato e, dopo un tempo interminabile, arrivò in uno spazio più ampio, di fronte a una parete, che aprì rivelando un passaggio allo stesso modo del precedente, trovandosi in un’ampia caverna. Il rumore del passaggio che si chiudeva alle sue spalle e quello dell’acqua, poco distante, le arrivarono insieme: era un lago sotterraneo, non grande, ma pur sempre un lago, in un ambiente immenso, in parte naturale e in parte scavato e rifinito da mani antiche di grande maestria.

Lentamente si spostò sfruttando le pareti come sostegno, con la poca luce della torcia che si rifletteva sull'acqua e su alcune rocce irregolari e affilate come lame. Accendere la fiamma delle lanterne le richiese più tempo del necessario, con le mani che a tratti non le rispondevano, ma alla fine le allontanò sul pavimento irregolare e la loro luce si rifranse sui cristalli, illuminando la grotta con un arcobaleno di colori.

Sorridendo, si lasciò scivolare lungo una parete umida, infilandosi tra due pietre come una regina su un trono e lasciando cadere a terra il bastone. Sentì qualcosa di umido sul volto e lo sfiorò con la mano, poi guardò il colore chiaro di quel liquido e iniziò a piangere.

"Sofia, è stato bello parlare con te… Ma temo che ormai per noi sia finita…"

○ ○ ○

Il sidecar frenò sollevando sassi e polvere dal margine della strada, dove il GPS aveva fissato le Il sidecar frenò sollevando sassi e polvere dal margine della strada, dove il GPS aveva fissato le coordinate della macchina di Sofia, che era già stata rimossa. Avvolta nella tuta rossa, smontò e prese lo zaino con l’attrezzatura completa dal bauletto della navetta, dove lasciò il casco.

Vigil saltò fuori dalla navetta con un'agilità che non gli apparteneva e lo vide puntare il muso verso l’alto mentre mugolava. Notò delle pietre sparse al suolo, colori e angolature anomale lungo la salita, ma non sul percorso tipico: qualcuno era andato fuori pista. Prese il binocolo elettronico per avere una vista migliore della parete, poi mormorò a denti stretti: "Maledizione, una frana verso l’interno."

Ripose il binocolo girandosi verso Vigil. "Vai! Cercala, solo tu sai come trovarla."

Vigil abbaiò e iniziò a muoversi rapido lungo sentieri appena visibili o inesistenti, con lei che lo rincorreva, saltando pietre e cespugli, senza mai perderlo di vista. Per un breve tratto seguirono un fiume, fino a una diramazione apparentemente senza sbocco che si infilava tra le rocce formando un laghetto.

"E ora?" Si guardò attorno, notando solo la piccola gola senza sbocco tra le rocce e la polla d'acqua tremolante.

Vigil si era seduto tra la parete di fondo della gola e la polla d'acqua, con la testa che si spostava tra l'una e l'altra, soffermandosi più a lungo sulla roccia.

Freja lo guardò attentamente, seguendo la testa. "Credo di aver capito… Sofia è dentro la montagna e si passa dal laghetto…"

Posò lo zaino, sfilando la tuta tattica attillata con movimenti rapidi e precisi, restando in calzoncini grigi aderenti a mezza coscia e un top grigio a spalline larghe aderente, poi assicurò una torcia compatta al polso e un cronometro all'altro. Restò ferma un attimo, respirando e ispirando profondamente più volte e si tuffò nell’acqua gelida.

Nuotò verso il fondo dando delle rapide bracciate e sfruttando la spinta tra una e l'altra, scendendo per diversi metri, più di quanto si aspettasse per una polla montana, fino a quando la luce illuminò una piccola cavità sommersa. Guardò il cronometro ed entrò. Il passaggio si restringeva, ma permetteva di percorrerlo comodamente; nuotò e si spinse lungo le pareti, finché il cronometro le segnalò che era tempo di risalire.

Arrivò in superficie spalancando istintivamente la bocca in cerca di aria, iniziando a respirare normalmente prima di uscire dall’acqua. La pelle era bluastra per il freddo, ma non ci badò e Vigil, ancora seduto, la seguì con lo sguardo.

Dall'equipaggiamento prese e montò un piccolo verricello, che assicurò a un tronco caduto in modo tale che il filo potesse scorrere liberamente, quindi verificò il funzionamento del dispositivo di riavvolgimento automatico, che poi assicurò al polso vicino al cronometro.

Si abbassò vicino a Vigil. "Amico, se senti che qualcosa va male, vai e chiedi aiuto." Gli assicurò al collo una capsula con un messaggio, ricevendo in risposta una leccata sul corpo livido e tremante.

Freja rimase alcuni minuti avvolta in una coperta termica, fino a quando vide tornare il colore naturale della pelle, poi fissò il filo guida alla cintura in vita e, sulle bretelle, al fianco del seno, due piccole bombole: con quelle aveva quaranta minuti, venti se fossero state in due, e una di loro ne avrebbe avuti meno al ritorno. Sistemò uno zainetto sottile su una cinghia all’altezza del petto.

Guardò Vigil come se potesse capirla. "Ripassiamo il piano, sei il mio secondo, quindi dobbiamo condividerlo." Fece una pausa iniziando a controllare la respirazione. "Mi tufferò in apnea, così da non consumare la riserva d’aria. Se è come dici tu, dovrei trovarla velocemente, alla fine di quel passaggio." Lo guardò negli occhi. "Ma che faccio? Parlo a un cane." Scosse il capo e si preparò per l’immersione.

Si calò in acqua e prese una grossa pietra tra le mani, che sfruttò per scendere rapidamente fino al punto d’accesso, una decina di metri sotto la superficie, dove l'acqua gelida le mordeva la pelle. Si infilò nel passaggio, spingendosi con movimenti rapidi e precisi per non bruciare ossigeno.

Il tempo passò e l'effetto dell'apnea iniziò a farsi sentire; la fame d’aria premeva per costringerla a respirare, ma resistette, e il tunnel stava salendo, finché si ritrovò con la testa fuori dall’acqua. La torcia illuminò l’ambiente: era una sacca d’aria respirabile, abbastanza ampia, e spalancò la bocca, respirando rumorosamente e avidamente.

Il suono del cronometro la raggiunse e toccò i tasti laterali fino a visualizzare sul display i propri parametri vitali: 160 bpm, 200/120 mmHg, saturazione 40%, temperatura 37,8 C.

Si allungò in superficie, riprendendo lentamente il controllo del corpo e vedendo, dopo una ventina di secondi, il display cambiare: 170 bpm, 140/90 mmHg, saturazione 75%, temperatura 37,9 C.

Chiuse gli occhi, attendendo fino al cessare del suono fastidioso del cronometro, per osservare sul display come reagiva il corpo: 60 bpm, 100/70 mmHg, saturazione 98%, temperatura 37,6 C.

Si fermò ancora alcuni minuti, poi si immerse di nuovo, riprendendo a seguire il tunnel, che sembrava non avere fine, e dovette usare la bombola tre volte prima di arrivare a un’altra sacca d’aria, controllando lo stato del suo corpo. La temperatura era scesa a 37,2 °C, nonostante lo sforzo fisico.

Riprese a nuotare e il corpo era indolenzito; faticava a sentire la sensibilità di braccia e gambe. Prese aria dalla bombola e alla fine uscì sul lato di quella che sembrava un'ampia camera, ma era di nuovo una sacca d'aria. Avrebbe voluto piangere, ma il freddo le bloccava le lacrime; si sentiva svuotata e il corpo le stava dicendo che 36 °C non erano accettabili.

"Prima il soccorritore…" La voce era spezzata e i denti battevano. Guardò l'indicatore del filo guida. "Sessanta metri per tornare e forse dieci per arrivare… Proviamo…"

Riprese a nuotare, quasi trascinando le braccia, e dopo pochi metri uscì sul lato di quello che sembrava un piccolo lago. Si guardò attorno, lasciandosi andare, galleggiando sulla superficie. "Non posso continuare oltre, forse qualcuno si ricorderà di me."

Spense la torcia, girandosi a pancia sotto. Era inutile aspettare di congelare, ma da un passaggio laterale arrivava una luce, tremolante e dei colori dell'arcobaleno. Si raddrizzò, accendendo la torcia e prendendo aria, per quindi immergersi in quel passaggio, nuotando con tutte le forze che le restavano.

Emersa nella grotta, la potente torcia ne illuminò la profondità con effetti di luce sorprendenti, finché il fascio si fermò sul corpo di Sofia. Freja uscì dall’acqua, sentendo i muscoli rigidi, e cadde ancora prima di muovere un passo.

Si voltò sulla schiena, spostando la torcia verso la volta e sorridendo nel vedere i cristalli che la costellavano reagire al fascio di luce. "Coraggio, sono arrivata fino a qui, manca poco per toccarla." Non si diresse verso Sofia, ma verso gli oggetti caduti dal suo zaino e una delle lanterne, su cui appoggiò una maglietta sintetica, attendendo che prendesse fuoco e la aiutasse a scaldarsi. Attese sentendo il calore avvolgerla.

Freja aprì gli occhi, si era addormentata, ma ora aveva smesso di tremare. Guardò il display, i parametri erano alterati, ma la temperatura era salita a 37,3 °C. Si mosse lentamente, quasi a tentoni, raggiungendo lo zaino di Sofia e rovesciandolo.

Sganciò dal corpo l'equipaggiamento, togliendosi gli indumenti bagnati e restando nuda, per poi asciugarsi con un paio di salviette, ringraziando mentalmente Sofia per la sua precisione. Senza aspettare infilò i calzoncini e una maglietta di Sofia, risistemando l'equipaggiamento al corpo e stringendo le cinghie per compensare la differenza di taglia.

Quando raggiunse Sofia, esaminandola, erano passati quaranta minuti dal suo arrivo nella grotta. Era viva, ma il suo aspetto e il liquido dall'orecchio erano un chiaro segno di un grave trauma cranico. Le mani si mossero sull'aggancio del cavo guida alla cintura, sfilando un piccolo dispositivo collegato attraverso il cavo fino al verricello all’esterno.

"Controllo. Freja. Fine missione. Richiedo elicottero di soccorso alle mie coordinate. Gamba fratturata e otoliquorrea. Potrei non riuscire ad uscire, inviare speleosub." Fece una lunga pausa. "Controllo. Freja. Inviare un X-40 con due barelle."

Tornò da Sofia e iniziò a spogliarla: vestita non sarebbe riuscita a portarla fuori. Era certa di averla spogliata, ma la vide in quella specie di trono ancora vestita, scosse il capo e si inginocchiò, estraendo il contenitore ermetico dalla borsa alla cintura.

Prese una siringa, riempiendola con il contenuto di un flacone e, urlando, infilò l'ago nel proprio cuore attraverso la maglietta, spingendo lo stantuffo con forza. Le lacrime le uscirono dagli occhi, ma non si fermò, preparando altre due siringhe, che infilò nelle vene del collo di Sofia.

Con fatica si trascinò di fianco a Sofia e le mormorò: "So che lavori in un museo, l'archeologo che ci troverà ci catalogherà come una regina con la sua schiava." Abbozzò un sorriso, mentre chiudeva gli occhi e l'allarme del cronometro iniziava a suonare.

○ ○ ○

Freja si era svegliata per prima, al livello due della Serra di Dumnon. L’X-40 era arrivato rapidamente e le avevano recuperate insieme a Vigil, che non aveva apprezzato il volo, ma si era infilato nell'abitacolo. Anche parte delle cose di Sofia erano state recuperate nella grotta, che era diventata oggetto di rilievi, che non sarebbero stati resi pubblici: la scoperta, che portava il nome di Sofia, era riservata ad alto livello.

Per quanto fosse sveglia, era ancora ricoverata; il freddo e lo sforzo richiesto al corpo non l’avevano ancora abbandonata del tutto e suonò di nuovo il campanello, urlando esasperata: "Infermiera."

Un uomo entrò nella stanza guardandola male. "Cambio turno, ora c'è un infermiere già irritato." Ridacchiò. "Devi restare in osservazione almeno un paio di giorni." Diede un’occhiata agli strumenti. "Nel mentre cerca di restare tranquilla, o sono autorizzato a bucarti con un anestetico per elefanti."

"Fate scendere Elisa, lei sa cosa fare." Freja sbottò, secca e infuriata.

"Non se ne parla." L'uomo continuò, calmo, a guardare i monitor relativi a Freja.

"Hai due alternative. O me la fai scendere tu, o ti lego al letto e sfondo tutte le porte finché la trovo." Era furiosa e spostò la mano verso la spalla, cercando la sua spada. "Voglio sperare che abbiate recuperato le mie cose!"

"Sai bene che non lasciamo le cose in giro, è stato recuperato tutto e ripulito. Quando sarai dimessa troverai tutto in ordine al suo posto." L'uomo toccò la regolazione di una flebo. "Buon riposo, cara." Sorrise e uscì dalla stanza, bloccando la porta.

Dopo alcune ore Freja si svegliò intontita, vedendo la sagoma sfocata di Livia, seduta di fianco al suo letto, impegnata a fare le parole crociate. "Finalmente un volto amico." Abbozzò un sorriso, strofinando gli occhi. "Avevo chiesto di Elisa. Come sta Sofia?"

"Non bene, da quanto mi è stato detto." Il tono di Livia era distratto. "Non mi hanno permesso di vederla e mi hanno detto che avete rischiato entrambe di non tornare." Lasciò cadere il giornalino sul pavimento. "Stavo leggendo le barzellette. Elisa è da lei e sta facendo il possibile."

"Ti hanno detto bene, ho superato i limiti del mio corpo e Sofia era messa male, molto male." Freja la guardò. "Puoi fare qualcosa per farmi uscire da qui?" Indicò la stanza con un movimento della testa. "Così andiamo da Sofia."

Livia abbozzò un sorriso. "Ci ho già pensato." Le lanciò una busta. "Dei vestiti. Renditi presentabile, non puoi uscire da qui con il culo in vista."

Freja si vestì rapidamente, dando una passata ai capelli davanti allo specchio del bagno, poi attraversò la stanza e afferrò Livia per un braccio, trascinandola fuori. "Veloce, non c’è tempo da perdere." Guardò il corridoio per capire in che parte del sottolivello si trovassero. "Il trauma cerebrale è molto grave, potrebbe essere già morta."

Livia le prese il polso, stringendo un punto preciso con pollice e indice, Freja urlò e si fermò. "La prossima volta basta che dici: seguimi oppure andiamo." La guardò mentre si massaggiava il polso. "Fai strada."

Arrivarono a un posto di controllo e si fermarono. L’uomo al terminale le guardò. "Dovreste cambiarvi, ma non credo che faccia differenza. Comunque il comandante Freja è autorizzato." Fece una pausa. "La missione è stata secretata, ma ha fatto qualcosa che non si era mai visto. In particolare al museo di Volterra…" Si mise a ridere. "Andate pure, stanza AXC." Scosse il capo ridendo.

Entrarono in quella che doveva essere un’area sperimentale di terapia intensiva e individuarono velocemente la stanza, nella quale entrarono senza indossare l’abbigliamento previsto, ma nessuno le fermò. Uno dei medici stava scuotendo lentamente la testa.

"Siamo arrivate tardi." Disse Freja.

Livia mosse la testa indicando Elisa al fianco del letto, con i monitor allarmati: l’EEG era piatto e l’ECG al limite.

Elisa aveva parlato con i medici e ora era vicina al letto. "Ho bisogno di un medico e di un assistente, dovranno estubarla quando avrò finito." Era la prima volta che interveniva su un trauma così vasto. "Non so cosa potrò fare, non ci ho mai provato."

Il personale la guardò perplesso, molti scossero il capo, finché Freja intervenne. "Fate come dice, oppure dovrete renderne conto."

Elisa accarezzò il volto e sfiorò gli occhi di Sofia, poi fermò le mani sulle tempie. Chiuse gli occhi e respirò lentamente. Il tempo passava e la videro impallidire. "Non riesco, è troppo oltre."

Carnwennan, al suo fianco, emise una lieve luminescenza dorata e il volto di Elisa riprese colore. Un suono arrivò dall’EEG, il tracciato iniziò a muoversi ed Elisa si accasciò a terra.

○ ○ ○

Elisa aprì gli occhi e rimase ferma. Il soffitto della camera nella suite era chiaro e la luce filtrava dalle tende accostate. Non sapeva che ora fosse e non le importava: il corpo era pesante in un modo che non riconosceva, come se qualcosa l’avesse svuotata dall’interno. Con fatica si girò su un fianco, prese il bicchiere d’acqua sul comodino e ne bevve lentamente il contenuto.

Livia era seduta sulla poltrona vicino alla finestra e alzò lo sguardo. "Sei sveglia."

"Evidentemente." La voce era bassa. Si rimise supina. "Sofia?"

"Stabile. Ha la gamba con un apparecchio gessato e il trauma cranico sotto controllo, o meglio risolto. È ancora al livello due."

Elisa chiuse gli occhi. Sentì i passi di Livia avvicinarsi, poi il peso di una mano sul braccio. "Hai dormito sedici ore."

"Mi sento come se non lo avessi fatto." Parlò lentamente. "Curare Sofia mi ha prosciugata e…" notò un livido sul gomito. "Sono caduta?"

Livia annuì. "Sei svenuta, come se ti fossi spenta." Sospirò.

"Il pugnale…" la voce di Elisa era sempre più flebile. "L’ho sentito mentre curavo Sofia, era lì…" Gli occhi si chiusero e il respiro rallentò. Si addormentò.

Althea entrò nella suite dopo un paio d'ore e si avvicinò a Livia sul divano. "Mi hanno informato che mi hai cercata. Come sta Elisa?"

"Non bene." Livia era preoccupata. "Ha dormito per sedici ore, si è svegliata per pochi minuti e ora dorme di nuovo. Marco è con lei."

"I suoi esami sono alterati… molto alterati. Le mancano diversi stimolanti di base e anche alcuni ormoni sono bassi." Althea sospirò guardando il tablet. "Dormire è l’unica cosa che può fare."

"Possiamo darle quello che manca?" chiese Livia.

Althea scosse la testa. "Potremmo riempirla di aghi, ma non servirebbe." Si sedette al suo fianco. "Il suo equilibrio biologico è scompensato, non li assimilerebbe."

"Quindi? Attendiamo che succeda qualcosa?" Livia era tesa. "Sembra invecchiata di vent'anni…"

"Le togliamo il farmaco e lasciamo che la vostra natura faccia il resto." Il tono di Althea era deciso.

Livia spalancò gli occhi. "Così tornerà istintiva… violenta… come eravamo tutti prima."

Althea digitò sul tablet. "Finché non si riprende completamente non è un problema, poi valuteremo il da farsi."

Parte V – Una nuova sfida in piscina

Dipinto espressionista di Elisa che riposa debilitata dopo aver salvato Sofia dal grave trauma cranico.

La notte trascorse tranquilla e Marco e Livia fecero i turni per stare al fianco di Elisa, come suggerito dai medici. Al mattino presero il farmaco, ma non lo diedero a Elisa, nonostante le sue proteste e i suoi timori.

Fecero colazione tutti insieme in camera, per poi accompagnarla nella sala comune delle suite. La stanchezza era visibile sul suo volto, che appariva invecchiato, e il passo era incerto. Raggiunto il divano, la sostennero mentre si sedeva, appoggiando la schiena ai cuscini e aspettando che il respiro tornasse regolare dopo il breve percorso. Marco si sedette al suo fianco e Livia rimase in piedi vicino alla vetrata.

"Non dovevate togliermi le pastiglie, è stato un errore…" Il tono di Elisa era basso e preoccupato.

Marco le sorrise. "Se riesci a ucciderci tutti è un buon segno, significa che stai meglio." Fece una pausa. "Althea ha ragione, il farmaco probabilmente rallenta anche il tuo recupero, per il resto ti terremo d'occhio."

Elisa sorrise forzatamente. "Non la penso come voi… Ma un fatto certo è che curare traumi gravi ha un prezzo sul mio corpo, devo imparare a gestire queste nuove abilità."

Bussarono alla porta e Livia rispose. "È aperto." Il tono era chiaro e tranquillo.

Freja entrò, seguita da Sofia, che avanzava sulla stampella con passi misurati, rallentati dall' apparecchio gessato, a cui non badava: teneva la testa alta e lo sguardo avanti.

Freja portava sotto il braccio una busta di spessa carta pergamena. "Buongiorno a tutti, vi ho portato una visita."

Elisa la osservò piegando la testa verso la spalla. "Trasferiamo qui l’ospedale." Abbozzò un sorriso.

"Può essere un’idea," replicò Sofia. "Ho saputo cosa hai fatto e te ne sono grata. Mi hai salvato la vita."

Elisa mosse la testa. "Lei ti ha salvato la vita a rischio della sua." Indicò Freja. "Io ho solo fatto in modo che continuassi a viverla." Sorrise. "Mi spiace per la gamba, ho superato il limite. Appena mi riprendo vediamo di sistemare anche quella."

"Ho già ringraziato Freja e mancavi tu." Si spostò, sedendosi sul divano di fronte a Elisa. "La gamba guarirà da sola, non era messa malissimo come la testa e poi avrò qualcosa da mostrare ai miei colleghi al museo." Si mise a ridere.

Elisa le sorrise. "Avresti comunque qualcosa da raccontare, a parte tutto quello che è stato secretato..." Sbuffò. "Non credo sia giusto nascondere quella scoperta alla comunità scientifica. Livia, da archeologa, cosa ne pensi?"

Sofia si accomodò su un divanetto. "Visto che non posso raccontare nulla della caverna, la gamba rotta può essere la prova di qualcosa che mi inventerò."

Livia era rimasta al fianco della vetrata. "Elisa, come ricercatrice concordo con quello che dici. Tuttavia quel posto cela dei segreti che potrebbero essere pericoli, quindi è meglio che resti sepolto fino a tempi migliori."

Quando furono tutti seduti, Sofia raccontò i suoi ricordi confusi del viaggio nella galleria, mostrando le fotografie che aveva scattato e recuperato dalla Phénix, dopo aver firmato un accordo di riservatezza.

Livia ascoltò attentamente, osservando gli scatti. "Nonostante le tue condizioni, ti sei data molto da fare là sotto. Puoi far ripassare velocemente le immagini?" Le guardò scorrere sullo schermo. "Vedo un insieme di culture diverse, c'è di tutto, non sono semplici scavi minerari. Ci sono elementi etruschi, romani e direi anche altro. Elisa, che ne dici di queste immagini del pavimento e dei pittogrammi?"

Elisa corrugò la fronte, socchiudendo gli occhi. "Sono norreni, quello è Yggdrasill, con ai lati Huginn e Muninn." Abbozzò un sorriso. "Capisco perché tu condivida che tutto sia mantenuto segreto. Là sotto ci sono i miti di Odino mischiati a quelli etruschi."

Freja porse a Livia la busta. "Ho pensato che potesse farti piacere averla."

Livia la aprì vedendo la fotografia e rimase ferma per un lungo momento, poi sorrise, un sorriso vero che le cambiò il volto. La tenne con entrambe le mani senza dire niente per qualche secondo, avvicinandola al petto. "Grazie, Freja."

Sofia allungò il collo verso Livia e guardò la fotografia: una donna in tenuta da combattimento della Fenice, capelli scuri alle spalle, un paesaggio sullo sfondo e lineamenti asiatici. Rimase ferma con un’espressione incerta.

"L’ho vista." La voce era dubbiosa, come chi cerca un ricordo e non riesce a collocarlo del tutto. "Al museo, credo. Non molto tempo fa." Guardò Livia. "Chi è?"

Livia le passò la fotografia corrugando la fronte. "Sofia, ricordi quando l'hai vista?" Il silenzio era calato nella stanza.

Sofia prese la fotografia con delicatezza. "Non molto tempo fa, parliamo di settimane, massimo un mese." Era incerta. "Passa molta gente dal museo."

Livia abbassò leggermente lo sguardo. "Si chiamava Hana."

Sofia rimase in silenzio. Guardò di nuovo l’immagine, poi Livia, poi ancora l’immagine. "Si chiamava?" Ripeté piano.

"È morta." Disse Livia. "Prima di un mese fa."

Marco corrugò la fronte alle parole di Sofia: l’aveva vista di recente, non era possibile. La prima visione gli aveva mostrato Livia, Elisa e Hana insieme. Poi Elisa l’aveva vista viva durante il passaggio del velo. Ancora dopo lui l’aveva vista allenarsi nel luogo chiamato Valhalla, e ora Sofia diceva di averla vista. Non parlò, ma qualcosa non tornava.

Elisa stava osservando Marco. "Cosa ti turba?" disse con tono deciso, attirando l’attenzione di tutti.

"Nulla, stavo pensando a tutto quello che abbiamo passato e a chi abbiamo perso," rispose Marco, incerto.

Sofia guardò oltre la vetrata. "Con questo sole è un peccato restare rinchiusi come ammalati e poi ne ho abbastanza di luoghi bui."

"Del resto, siete ammalati, non puoi negarlo." Livia rise, sfilandosi la maglietta e dirigendosi verso il bagno. "Ma sono d'accordo, cerchiamo di goderci questo posto."

"Parla per te, super figa." Sbottò Elisa. "Andiamo in piscina. Aiutatemi!"

"Piscina?!" replicò Marco, guardando Sofia.

Sofia sollevò le spalle. "Perché no? Come sto seduta qui posso farlo anche in piscina. E poi sarei in ferie."

Freja batté il palmo sulla fronte. "Dimenticavo, Mancini ti ha messa in malattia e ha detto che le ferie le fai dopo." Sbuffò. "Il mio turno sta per iniziare, non posso venire con voi. Magari vi raggiungo più tardi."

Marco scosse il capo pensando a Mancini, senza aggiungere altro.

Ci misero una ventina di minuti a organizzare la spedizione verso la piscina, trovando anche un costume per Sofia. Scesero con calma fino alla piscina e Vigil li seguì a breve distanza, con la sua solita andatura indifferente.

○ ○ ○

La piscina era come sempre molto frequentata e, ad eccezione di Sofia, che era appena arrivata, per loro era diventata quasi una casa. Gli operativi sapevano chi era Sofia e buona parte di loro anche cosa le era successo; la trattarono con la cordialità e l’ironia dedicate a tutti. Anche Vigil era nuovo del posto e ne approfittò per riprendere la perlustrazione che aveva iniziato appena si era ripreso dal volo sul X-40.

Elisa si sedette, facendosi aiutare, sul bordo della piscina, con i piedi in acqua e il corpo coperto da un pareo. Guardava le persone presenti, ma con poco interesse; sollevò lentamente le gambe dall’acqua, portandole al petto e stringendole con le braccia.

Marco era steso sul lettino di fianco a Livia, con l’attenzione su Elisa e sulla sua condizione: gli sembrava stanca e preoccupata. Per un attimo guardò Sofia dal lato opposto; era cambiata dalla prima volta che l’avevano vista, come se la loro vita temprasse il corpo. Con il costume, l'apparecchio gessato le conferiva anche maggior fascino.

Livia girò leggermente la testa verso Marco. "Ha avuto un'esperienza pazzesca, mi chiedo come abbia fatto a sopravvivere… Da quando l'abbiamo conosciuta il suo corpo è diventato più tonico e ha perso anche peso, ma non può essere solo una dieta."

Marco continuò a guardare Sofia. "Hai ragione, su tutto. A volte penso che quello che siamo diventati interferisca anche sul nostro corpo."

Due ragazze si sedettero al fianco di Elisa, una per lato, osservandola nei loro costumi rossi attillati. Elisa le riconobbe, spostando lo sguardo da quella di sinistra a quella di destra. "Oggi non è giornata," disse con voce distante. "E credo non lo sarà di nuovo. Avete anche preso i miei colori per sfottermi meglio?"

"Come ti senti?" chiese una delle due.

"Credo che basti guardarmi per capirlo." Elisa rispose seccamente, tornando a osservare il movimento dell’acqua.

"E se facessimo una nuotata tranquilla? O preferisci una sfida?" chiese l’altra con tono sereno.

"Vincereste in entrambi i casi… E io non mi reggo in piedi." La voce di Elisa era stanca.

"Potremmo fare comunque una nuotata, come amiche. Ti va?"

Elisa sbuffò. "Lo siamo veramente?"

"Forse lo siamo, o forse no… ma è davvero importante?"

Elisa si alzò bruscamente, vacillando appena. "Facciamola finita, umiliatemi, così sarete contente." La voce era irritata. Con un gesto tolse il pareo, lanciandolo alle spalle, rivelando un due pezzi rosso come il loro e una pelle abbronzata.

Marco allargò le braccia verso i lettini ai suoi fianchi, richiamando Livia e Sofia. "Forse l’hanno svegliata dal torpore. Quel costume fa parte del periodo fuori controllo." La voce non mostrava preoccupazione, solo la tensione di chi attendeva un cambiamento.

Livia la guardò, replicando con calma. "Anche lei è cambiata rispetto al primo giorno. Ricordi la biondina pallida con la pelle chiazzata?"

Marco sorrise. "La ricordo molto bene, è la cosa che mi ha attirato subito e che mi ha fatto innamorare di lei… E ora sembra quasi uguale a te."

Livia si alzò lentamente dal lettino, con un’andatura volutamente provocatoria, attirando l'attenzione, poi suonò la campana urlando: "Sfida! Cinque vasche."

Chi era in acqua si allontanò verso il bordo, lasciando libero il centro. Il mormorio si abbassò fino a diventare silenzio. Qualcuno che non sapeva si sporse verso chi gli stava vicino, chiedendo a bassa voce. Chi sapeva rispose con poche parole: "È un delfino con la forza di un'orca."

Elisa si avvicinò al bordo con passo incerto, recuperando il fiato con fatica, e si fermò un momento con gli occhi sull’acqua, le mani ai fianchi, il respiro già più affannato del solito. Poi si tuffò.

Le prime bracciate furono regolari, il ritmo tenuto con uno sforzo visibile e le spalle che lavoravano più del necessario per compensare quello che le gambe non davano. Arrivò alla prima virata con le due ragazze già davanti di qualche metro, si girò senza eleganza e riprese con il volto contratto e le lacrime nascoste dall'acqua.

"Come stai?" disse una delle due al passaggio, senza rallentare.

"Bene." Disse Elisa, con il fiato corto.

"Menti benissimo." La voce della ragazza che si allontanava era seria, ma il volto indugiò su di lei.

Sul bordo Marco aveva smesso di parlare. Livia teneva le braccia conserte, gli occhi sull’acqua, seguendo ogni bracciata.

Marco mormorò a Livia. "Dobbiamo fermarla, non può continuare…"

Livia spostò lentamente la testa, negando. "Non dobbiamo, se lo facessimo sarebbe come ucciderla."

Alla seconda vasca il corpo cedette. Non di colpo, ma gradualmente, come una macchina che perde pressione. Le gambe andarono fuori tempo, le braccia si accorciarono, il ritmo si spezzò in qualcosa di irregolare. Le due ragazze allungarono il vantaggio senza forzare, quasi con delicatezza.

"Fermati se vuoi," disse una al passaggio successivo. "Non sarebbe una resa… Solo una necessità…"

"Non mi fermo." La voce era quasi un sibilo.

"Lo sappiamo." L’altra sorrise senza voltarsi. "Per questo ti stiamo aspettando."

Sofia aveva smesso di guardare l'apparecchio gessato e teneva gli occhi sulla piscina. Vigil si era avvicinato al bordo, seduto, immobile con i muscoli tesi e pronti a scattare.

La terza vasca fu la peggiore. Elisa perse ancora terreno, il vantaggio delle due ragazze era ormai di quasi una vasca intera. Dal bordo qualcuno distolse lo sguardo, poi fu l’acqua a inghiottirla: sparì sotto la superficie. Marco era già con un piede sul bordo; il bagnino si mosse verso la vasca, Vigil si sollevò le zampe posteriori, ma Elisa riemerse e riprese a nuotare. Marco rimase fermo un secondo prima di retrocedere lentamente, mentre il bagnino tornava al suo posto come se non fosse successo niente, anche se tutti avevano visto.

Poi, nella virata della quarta vasca, qualcosa si spostò. Non fu visibile subito: fu nel suono delle bracciate che cambiò timbro, nel modo in cui le spalle smisero di combattere l’acqua e iniziarono a usarla. Le gambe tornarono in tempo, non con la forza di prima, ma con una costanza che reggeva. Il respiro trovò uno schema.

Le due ragazze lo sentirono. Si guardarono un attimo, annuendo, e spinsero.

Elisa spingeva anche lei, con quello che aveva. Non era la stessa cosa di prima, non era elegante, non era facile, ma era reale e non cedeva.

Livia smise di tenere le braccia conserte. "Vai, amica mia, coraggio… Vola!"

L’ultima vasca si consumò in silenzio. Le due ragazze toccarono il bordo, si girarono e videro Elisa arrivare una decina di secondi dopo, la mano che colpiva la parete con più forza del necessario, la testa che cadeva sull’acqua mentre cercava il respiro.

Poi qualcuno batté le mani. Uno solo, poi altri, poi tutti. Livia lasciò andare il fiato che stava trattenendo, portando le mani ad asciugare gli occhi. "Ben tornata, amica mia." mormorò in un sussurro.

Marco si alzò, dirigendosi verso Elisa aggrappata al bordo, rendendosi conto che aveva dato tutto, ma si fermò notando le due ragazze abbassarsi ai lati di Elisa e sollevarla con slancio fuori dalla vasca, con un unico movimento, abbracciandola per darle equilibrio senza che gli altri capissero, e attendendo che fosse sulla piattaforma prima di raggiungerla.

Le due ragazze guardarono Livia, sorridendole per un istante, per poi alzarsi e sollevare Elisa di peso, tenendola al centro, ma senza toccarla, trovandosi di fronte ad Althea. Il silenzio calò improvviso.

Althea guardò Elisa, seria. "In piscina nelle tue condizioni?" Poi sorrise e batté le mani, insieme agli altri che ripresero festanti.

○ ○ ○

Elisa rimase sul lettino fino a metà pomeriggio, girando il corpo con pazienza per non lasciare nulla al riparo dal sole, slacciando il costume quando possibile. Nei due lettini al suo fianco c'erano le ragazze che l'avevano battuta.

"Grazie, ragazze. Mi avete battuta e umiliata con grande bravura." Elisa era divertita mentre sistemava i fiocchi dello slip.

Una delle ragazze si mise a ridere. "Abbiamo vinto e credo non si ripeterà, perché adesso sei tornata, come aveva detto Livia."

Elisa si sedette sul lettino. "Lo sapevo che c'era lo zampino di quella stronza, questa sera ceniamo insieme?"

Le ragazze si guardarono per un attimo. "Volentieri, quindi adesso siamo amiche?"

Elisa si mise a ridere prima di rispondere. "Forse lo siamo, o forse no… ma è davvero importante?"

Poi si alzò senza apparente fatica e si avviò verso il resort. Il pareo era sparito, portato via dal vento in qualche momento della giornata, e lei attraversò il portico e poi la hall con il due pezzi rosso, sinuosa tra la gente, senza cercare di passare inosservata. Marco la seguì con gli occhi: quel modo di muoversi non le apparteneva.

L'ascensore era vuoto e attivò il pannello per scendere al sottolivello due, sistemando la parte superiore del costume per mettere meglio in evidenza ciò che copriva e costruendo un sorriso accattivante sul volto, sfruttando gli ultimi due secondi per liberare i capelli sopra le spalle. Le porte dell'ascensore si aprirono.

Elisa passò scalza dal posto di controllo, salutando distrattamente e voltando leggermente la testa, facendo un occhiolino ai due uomini di guardia, che sorrisero seguendola con lo sguardo, senza perdere un dettaglio del corpo, fino a quando superò la porta di un ufficio.

"Elisa, che ci fai qui? Non ti hanno annunciata e non sei autorizzata." Althea era seduta alla scrivania e tranquilla.

Elisa spostò le mani indicando il proprio corpo. "Ecco la mia autorizzazione, i maschietti della Phénix pare siano sensibili a certe spiegazioni." Sorrise avvicinandosi lentamente alla scrivania. "E tu? Lo so che non sei indifferente alle donne." La voce era sinuosa come il corpo.

Althea la guardò senza scomporsi. "Cara Elisa, a dirla tutta non sono indifferente alla scienza." Fece una pausa. "E questa non sei tu." Un dito della mano destra sfiorò un pannello sul piano della scrivania. "Cosa vuoi? Fare sesso con me?" Si mise a ridere.

Elisa scosse leggermente il capo. "Voglio il farmaco, devi darmelo prima che sia tardi." La voce era sempre sinuosa.

Althea spostò lo sguardo su un monitor. "Elisa, non è possibile, il tuo corpo sta ancora recuperando le forze. Devi controllare i tuoi istinti, ci vorranno un paio di giorni ancora." Fece una pausa, continuando seria. "Oppure posso offrirti una cella chiusa a chiave."

Elisa si mise a ridere, sarcastica. "Pensi che una cella possa trattenermi? Guarda con quanta facilità sono entrata qui, ora potrei ucciderti e uscire senza che nessuno se ne accorga." Si inginocchiò sul piano della scrivania di fronte ad Althea. "Forse dovrai spararmi."

Althea la guardò, così vicina. "Elisa, ricordati chi sei. Questa è solo una caricatura di un antimondo." Guardò verso la parete. "Prendi la mia giacca sull'appendino e copriti."

Elisa scese dalla scrivania, spostando la mano sinistra lungo il fianco, seguendo la linea della coscia per arrivare al piccolo fodero alla caviglia, da dove estrasse Carnwennan. "E se invece ti convincessi a darmi il farmaco?"

Althea era seria e stranamente calma. "E poi? Ti daranno la caccia, perderai i tuoi amici, diventerai una cavia per esperimenti. È quello che vuoi?"

Elisa abbassò la mano sinistra lungo il fianco. "Non lo so, non voglio essere così… Ma potrei togliere il costume."

La porta si aprì alle sue spalle, lasciando passare due donne in tuta tattica, e un calcio le colpì la spalla sinistra, facendo cadere Carnwennan all'altro capo della stanza.

Elisa si abbassò sulle gambe, mentre la seconda donna le afferrava il braccio destro nel tentativo di immobilizzarla, ma le gambe scattarono, sollevando il suo corpo quasi nudo e facendola scendere alle spalle della donna, che si afflosciò a terra dopo aver ricevuto un colpo alla gola.

La donna che l'aveva disarmata aveva ripreso l'equilibrio, ma il tallone di Elisa, in rotazione, si abbatté contro il suo fianco, mandandola a sbattere contro il muro.

Tre colpi di armi stordenti attraversarono la stanza, mentre Elisa scivolava a terra mormorando: "Grazie…" Con Carnwennan che era tornato nel suo fodero alla caviglia.

Althea si avvicinò al corpo di Elisa. "Portate in infermeria le due operative e coprite Elisa, mi rattrista vederla così." Si abbassò facendo scorrere le dita sulla gamba sinistra, fino al pugnale. "Interessante, torna sempre a casa da solo e la sua casa è Elisa."

Una donna sistemò una coperta sopra Elisa. "Adesso cosa facciamo? Ci pensi tu o la rinchiudiamo?"

"Datemi l'ipospray blu." Althea sollevò il palmo della mano attendendo. "Non abbiamo scelta, dovrò darle una dose concentrata del farmaco, poi vestitela e portatela nella sua stanza e informate i suoi amici."

Serrò la mano sullo stick avvicinando la punta alla gola di Elisa, il rapido sibilo li raggiunse.

○ ○ ○

Un’oretta dopo salirono tutti e Marco entrò per primo nella stanza dirigendosi verso la camera, dove Elisa stava ancora dormendo, coperta dal lenzuolo. "Sta ancora dormendo. Senza farmaco possiamo diventare imprevedibili e molto pericolosi, ma con il farmaco diventiamo più vulnerabili."

Livia lo seguì. "Anche io ho smesso di prenderlo, per fare una prova. Quello che dici è corretto e non riesco a resistere, prendi il mio flacone dallo zainetto. Fai presto!" Livia si avvicinò al letto, guardando Elisa e irrigidendosi, chiudendo gli occhi.

"Ecco la tua pasticca e dell'acqua." Marco le arrivò al fianco guardandola perplesso.

Livia ingoiò la pillola. "Marco, portami fuori, da sola non ci riesco."

"Non ti capisco, che ti è preso?" Marco la portò nello spazio comune della suite.

"Marco, non lo capisco chiaramente. Per un attimo avrei voluto baciarla, amarla." Livia era perplessa. "Dobbiamo parlarne con Althea, sembra che Elisa sia una sorta di catalizzatore di specifici impulsi."

Sofia li stava guardando appoggiata al muro, con la gamba sollevata. "Ho letto cosa è successo da Althea, la ragazzina ci ha dato dentro. A parte confermare quanto la Phénix sia vulnerabile, il fatto che Elisa sia in grado di influenzare ricordi e volontà può spiegare quello che è successo e come è successo."

Livia si era seduta, ora tranquilla. "Stai dicendo che il suo istinto fuori controllo la porta a usare la sua empatia? Interessante, quindi io dovrei uccidere qualsiasi vivente che si muove e Marco fare mappe dalla mattina alla sera, magari disegnandole sul corpo di Elisa." Si misero a ridere.

"Non amo i tatuaggi e il body painting, ma non potete immaginare quanto sia avvilita." La voce di Elisa li raggiunse dalla porta della camera.

"Come stai? Vieni qui." Marco le andò in contro abbracciandola. "Va tutto bene, ora continueremo a prendere il farmaco e tutto tornerà normale."

Elisa lo tenne vicino. "Marco, con il rapporto registrato, non potrò più andare in giro in mezzo a queste persone." La voce era triste. "Mi vergogno al solo pensarci."

Anche Livia si avvicinò. "Io ho sempre voglia di baciarti, meno di prima, ma c'è ancora." Sorrise ridacchiando. "Magari qualcuno ti ha fotografata e ti vedremo nei social. Sarebbe vantaggioso per l'agriturismo."

Elisa si trattenne dal piangere. "Livia, io non sono come te, tutto questo mi ha sconvolta. Torniamo a casa, subito!"

Sofia stava ridendo. "Elisa, la vedi nel modo sbagliato. Da quanto ho sentito salendo, qui sono terrorizzati da te e non per come eri vestita, ma per come hai steso due operative addestrate della scorta di Althea." Allargò le braccia. "Si ricorderanno di quello, non del tuo costume."

Elisa sorrise. "E se prendessimo delle camere separate?"

Marco corrugò la fronte. "Pochi secondi fa volevi andartene, ma se hai cambiato idea per me va bene."

Elisa lo baciò. "Volevo andarmene, ma stavo pensando che se qualcuno fa lo spiritoso, lo posso sempre mandare al centro medico del livello due."

Sofia sollevò le spalle. "Io ho già la mia camera e resterò almeno per un'altra settimana, voi fate come vi pare."

Livia si avviò alla porta. "Vado a cercare Arthur, per il cambio camere e per una decina di giorni di vere vacanze." Fece una lieve pausa. "Qualcuno cerchi dove si è infilato Vigil." Uscì ridendo.


© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.