Piante, tradizioni e racconti legati al territorio
L'estate era prossima al termine e Livia era sparita nel nulla; nessuno l'aveva più sentita dopo la partenza di due mesi prima, senza un saluto, senza una parola.
Come tutte le mattine Marco sedette sotto il portico, lo sguardo verso la fine della strada, immaginando di vedere comparire i lunghi capelli di Livia mossi dal vento, ma, come sempre, restò solo un sogno. La brocca di limonata e pompelmo era sul tavolino al suo fianco. Vigil si sdraiò accanto a lui; anche il suo umore era cambiato: non andava più a nuotare al laghetto, si limitava a osservare la strada e i sentieri, speranzoso.
Dopo la sua partenza non aveva più avuto notizie di Livia. Aveva contattato anche Carlo, che gli aveva risposto di non sentirla da diverso tempo, aggiungendo che se l'era sempre cavata da sola e che lui non aveva tempo di occuparsi anche di lei. Dopo quella risposta Marco avrebbe voluto prendere il suo trolley e rovinargli la reputazione in tutto il mondo scientifico.
Sofia scendeva quasi tutte le settimane da Volterra per dargli una mano con il territorio, ma senza Livia le cose stavano peggiorando. Sofia era la Custode di Volterra e la Tuscia non era il suo territorio.
Senza Livia anche lui non stava bene: la rete gli mandava delle visioni, ma non erano più chiare come prima.
Elisa era tornata al suo casale, dove erano arrivati da poco i cavalli che aspettavano; pagati con le consulenze di Livia, ma erano costati una fortuna per la sistemazione ed Elisa lavorava tutto il giorno come fotografa e organizzando escursioni. Da ormai due settimane non tornava nemmeno per dormire.
Marco prese lo smartphone e selezionò di nuovo il numero di Livia; la chiamata partì e, dopo tre secondi, la solita chiusura secca e la segreteria. Sospirò, alzandosi e avviandosi a compiere le attività di tutti i giorni: i casali dovevano essere seguiti.
Con lo zaino in spalla, insieme a Vigil, prese con passo rapido il sentiero e, dopo un quarto d'ora, vide la sagoma del tetto del casale. Vigil lo superò di corsa, sparendo dietro l'edificio, da dove giunse la voce di Elisa, che poco dopo arrivò nel piazzale con la mano appoggiata al collare bronzeo e continuò verso di lui. "Ci sono novità?" chiese pacata, il volto stanco e smagrito.
Lui scosse lentamente il capo. "Non risponde, come al solito." Le si avvicinò. posandole un bacio sulla guancia.
"Pungi!" rispose sorridendo. "Ehi. Ne usciremo, abbi fiducia."
La guardò; anche lei era cambiata: il suo corpo era abbronzato e vestito con un semplice top a balconcino e calzoncini corti a filo coscia.
"Agnese e Sibilla dicevano che si può andare via, ma la rete ci riporta sempre indietro." Allungò la mano verso il suo volto. "Livia, poco dopo il mio arrivo, ha fatto una promessa a questo luogo…"
Elisa lo abbracciò, premendo il proprio corpo contro il suo e chiudendo gli occhi. Marco la strinse e restarono a lungo in quella posizione, poi lei si spostò leggermente per baciarlo, come non accadeva da settimane.
Lo scalpiccio di un cavallo li fece separare lentamente, le mani dell'uno indugiarono ancora per un istante sul corpo dell'altra. Fu Marco a sollevare lo sguardo verso l'animale. "Di nuovo la staccionata?"
Elisa annuì, spostando la mano destra sulla cavezza. "Sì, continua a cedere e i cavalli vengono da questa parte o si infilano nel bosco."
Marco, prima di rispondere, osservò la mano destra di lei, ancora segnata da quella che sembrava un'ustione, ma non lo era. "Inizio a pensare che sia una breccia. Quando scende Sofia la controlliamo."
"Marco…" fece una pausa. "Dobbiamo trovare Livia e capire come aiutarla a superare quanto è successo." Sospirò. "Abbiamo bisogno di lei. Siamo rimasti soli, se ne sono andati tutti." Un tremore le attraversò la voce.
Elisa gli passò una mano sul collo e il cavallo sbuffò, scalpitando appena, come infastidito. "È agitato," disse piano.
Marco le si affiancò senza fretta. "Lo sento." Spostò lo sguardo. "Anche Vigil sente qualcosa, verso la staccionata." Sospirò, spostando la mano vicina a quella di lei sulla cavezza.
"Non possiamo continuare così," disse Elisa, senza guardarlo. "C'è sicuramente una breccia e tu da solo non puoi chiuderla." Il tono seccato. "Almeno poteva restare Sibilla."
Lasciarono libera la cavezza ed Elisa diede un leggero colpo sul fianco del cavallo; insieme si avviarono verso la strada sterrata e il varco. Seguirono l'animale tenendosi sottobraccio, vicini, a contatto, mentre Vigil iniziava a fiutare verso uno dei pali, quello ceduto che aveva portato con sé lo sbarramento.
"Eccolo!" disse Elisa, sganciandosi. "Guarda Vigil." Lo indicò con la mano. "Sta puntando il terreno vicino a quel palo, è la breccia."
Marco prese lo zaino che aveva ancora in spalla e ne estrasse un contenitore. "È la cenere che usava Livia, proviamo a metterla nel buco e sul terreno." Si avviò. "Non sigillerà la breccia, ma dovrebbe contenerla."
Elisa lo raggiunse, iniziando a raddrizzare il palo, mentre Marco distribuiva la cenere. Poi si scambiarono e lei aggiunse terra, comprimendola. Il cavallo era tornato a brucare a distanza insieme agli altri. Elisa tirò alcuni calci al palo per verificarne la stabilità.
"Ora dobbiamo sollevare la traversa e fissarla." Guardò Elisa. "Non sarà facile."
"Solleviamo insieme da un lato, lo assicuriamo e solleviamo l'altro, poi fissiamo il tutto," replicò Elisa.
Con fatica sollevarono il primo lato, tra accidenti, risate e qualche caduta. Poi passarono all'altro lato, legando il tutto come doveva essere, come avevano già fatto diverse volte. Nella concitazione il top di Elisa era parzialmente scivolato; se ne accorse prima di Marco, lo afferrò e, prendendolo sottobraccio, lo spinse verso il casale mentre lanciava il top in aria.
Uscirono dal casale che si era quasi fatta ora di pranzo; Elisa indossava una maglietta rossa, il palo era ancora al suo posto e i cavalli si erano allontanati nel pascolo.
"Non possiamo continuare così," esordì Elisa, guardandolo.
"Hai iniziato tu!" replicò Marco, sorridendo.
"Non mi riferivo a quello." Sbuffò. "Vorrei tornare a casa, vorrei tornare a prima, a noi."
"Purtroppo non abbiamo scelta." Marco si sistemò i capelli con una passata di mano. "Le telecamere non sono ancora tutte attive e qualcuno deve restare qui e sopra durante la notte."
"Potremmo assumere qualcuno per darci una mano." Si guardò le mani, soffermandosi sulla destra. "Per i soldi risolveremo, posso vendere la mia collezione di fotografie, c'è chi la vorrebbe."
Marco scosse il capo. "Non voglio che te ne separi, ci sei legata." Poi la guardò. "Ti fa ancora male?"
Continuò a guardare la mano. "A volte, come ora, ma non mi fa male… è come se fosse altrove e qualcuno volesse strapparla."
Marco strinse i pugni. "Se solo ci fosse Livia…"
"Chiuderebbe la breccia." Elisa si sollevò sulle punte per baciarlo. "Ho preso un vestitino al mercato… se questa sera uscissimo a cena e facessimo tardi?"
Marco ricambiò il bacio. "Non vedo l'ora di vedere il vestitino nuovo." Sorrise. "Passo a prenderti alle sette e mi vesto bene anch'io… e voglio vederti felice tutta la sera."
Elisa seguì Marco allontanarsi lungo il sentiero e si morse il labbro. "Merda… il vestito." Corse in casa quasi piangendo, prendendo una cassettina dietro il riso.
La aprì esitando, prendendo una bustina e guardando l'interno. "Un centinaio di euro… sono i risparmi per il nuovo obiettivo." Sospirò asciugandosi gli occhi. "Ne abbiamo bisogno… Marco ne ha bisogno… su, Elisa, andiamo a Sutri e prepariamoci per la serata."
Elisa superò lentamente la porta del negozio, lo sguardo sugli abiti appesi e il fiato trattenuto.
"Buongiorno, posso aiutarla?" La ragazza si avvicinò gentilmente.
"Buongiorno, stavo guardando**,** è la prima volta che vengo da voi." Elisa la guardò corrugando la fronte. "Ma ci siamo viste da qualche parte?"
"Forse al lago di Bracciano qualche settimana fa?" La voce era incuriosita. "Sì, alla pasticceria, eri con un gruppo e ci avete lasciato gli ultimi pasticcini che voleva il bambino." Le sorrise.
"Sei Anna, ora ricordo, non sapevo fossi di Sutri o lavorassi qui." Il volto di Elisa si illuminò.
Anna scosse il capo. "Sono di Capranica, faccio la stagione qui e poi dove capita." Sollevò le spalle. "Comunque, come posso aiutarti?"
"Non metterti a ridere… mi serve un vestito, ho visto il sito e avevo qualche idea." Si avvicinò alle grucce appese. "Qualcosa del genere… Normalmente uso magliette e calzoni cargo." Elisa sorrise a disagio.
Anna scosse il capo. "Direi che non ci siamo, ti farebbe sembrare una vecchia comare al funerale. Seguimi. Per cosa ti serve?"
"Per una cena con il mio compagno, non voglio nulla di provocante, non serve." Guardò Anna.
Anna sfilò un abito coperto porgendoglielo. "È appena arrivato, provalo."
"Ma non si vede nemmeno." Estrasse le scarpe dallo zainetto. "Va bene con queste? Altrimenti non lo guardo nemmeno, non voglio rimanerci male."
Anna sorrise annuendo. "Vanno benissimo, sembrano fatte apposta. Poi a cosa ti serve vederlo? Non deve piacere a te, ma al tuo uomo."
Elisa prese bruscamente il vestito ridendo. "Al mio uomo piaccio senza niente addosso." Entrò nel camerino chiudendo la tenda.
"Su quello non ho dubbi. Ora che sei abbronzata quel vestito è fatto per te." Fece una pausa. "Però sciogli i capelli e dagli volume."
Elisa uscì dal camerino scostando la tenda con una mano, i capelli sciolti le ricadevano sulle spalle abbronzate. Il bianco del corpetto metteva in risalto l'abbronzatura, mentre la gonna corta, ampia e ricoperta di grandi fiori dai colori vivaci, ondeggiava a ogni passo, donandole un'aria leggera. I sandali con il tacco discreto slanciavano appena la figura, senza togliere naturalezza all'insieme. Era un abito semplice, ma capace di attirare lo sguardo senza sembrare costruito per farlo.
Per un istante si fermò davanti allo specchio, osservandosi di profilo.
"Ma sono io?" chiese Elisa, stupita.
"Sì, sei proprio tu. Con un tocco di trucco nei punti giusti sarai perfetta." Anna batté le mani.
La porta si aprì. "Buongiorno, signorina, ho poco tempo, volevo vedere le borse."
"Buongiorno, finisco con la signora e sono subito da lei." Anna rispose calma e cordiale.
"Non ci siamo capiti, non posso perdere una giornata con lei." La voce della donna era arrogante.
Elisa si stava muovendo di fronte allo specchio. "Simona, con quello che hai da fare di solito, se aspetti cinque minuti non cambia una virgola."
"Scusi? Ma… Sei tu?" La voce era stupita. "Elisa?"
"L'ho chiesto anch'io e mi hanno confermato che sono proprio io." Si girò allargando le braccia. "Come ti sembra?"
Simona la guardò estasiata. "Sei uno splendore e niente rosso, aspetta che lo dica in paese…"
"Se non lo dici va comunque bene." Le rispose piccata, rivolgendosi poi con un sorriso ad Anna. "Anna, lo prendo, vado a toglierlo." Si avviò al camerino. "Simona, una cosa facile da fare, che ti suggerisco. Tratta bene Anna o dovrai parlare con me."
I giorni passarono, gli uni uguali agli altri, con la sorpresa di Nadia e Amani che li avevano raggiunti e si erano offerti di dar loro una mano. Elisa ne era stata felice, era da tempo che non li vedeva, ed era ancora più felice che i due si fossero messi insieme.
Marco ed Elisa erano al casale del Poggio. Un temporale accompagnato dal vento teso e da una lunga grandinata li aveva tenuti svegli, ascoltando ogni rumore insolito e cercando di capire cosa potesse essere stato danneggiato dai chicchi grossi come palline da golf.
Uscirono che il sole era sorto da poco, rivelando loro le foglie sparse e i piccoli rami di alcuni alberi spezzati al suolo. Fu Elisa a indicare il portico. "Ha spostato le tegole di copertura… e guarda, due scuri sono segnati… è rimasta l'impronta della grandine."
"Dovremo fare anche il giro dei sentieri e sentire Amani al casale dei Gelsi." rispose Marco serio.
"Non credo abbiano avuto problemi… il casale dei Gelsi è più protetto rispetto al Poggio." Elisa era tranquilla.
Vigil uscì abbaiando due volte verso la strada, poco prima che le urla disperate di Nadia arrivassero insieme al rumore del quad che si avvicinava. Elisa e Marco spostarono lo sguardo, comprendendo solo parte delle parole. "Cavalli… scappati… recinto…"
Marco si mosse verso Nadia. "Calmati, conoscono il posto. Con la grandine potrebbero essere spaventati e dobbiamo cercarli. Elisa, tu prendi la macchina… tu, Nadia, vai sui sentieri più piccoli con il quad. Prendete le radio." Il tono era calmo e controllato. "Io batto il bosco con Vigil e spiego ad Amani dove andare, restiamo in contatto."
Elisa stava entrando nel fuoristrada quando il suono di cavalli al galoppo risalì dalla strada, facendola correre in direzione del rumore, dove si bloccò. Una donna abbronzata, tanto da sembrare Nadia, con i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle, cavalcava a pelo uno degli Avelignesi, una mano stretta alla criniera e uno zaino pesante sulle spalle.
Elisa fece un passo avanti, poi un altro, come se non riuscisse a fermarsi, mentre le mani iniziarono a tremare già prima che il respiro si spezzasse. Marco la seguì, senza accorgersene, e quando capì sorrise, poi rise senza riuscire a trattenersi, mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime.
Livia arrivò al galoppo, rallentando solo negli ultimi metri e fermando il cavallo; scese con un balzo per poi camminare senza fretta verso di loro, ma non c'era sorriso sul suo volto.
Elisa le fu addosso senza fermarsi, le braccia strette attorno al corpo e il volto contro il suo; l'impatto le fece arretrare di mezzo passo, ma Livia non cedette e Marco arrivò subito dopo, le prese entrambe senza misura, stringendo più del necessario, con il respiro corto e la risata che ancora gli spezzava la gola.
Nadia li raggiunse correndo, si fermò a un passo come se non sapesse dove entrare, poi allungò una mano, esitò un istante e si agganciò anche lei senza dire niente, e per un momento rimasero tutti così, stretti, troppo vicini, senza riuscire a fermarsi davvero.
Elisa non si staccava, il viso ancora contro il suo, come se bastasse allentare la presa per perderla di nuovo; Marco lasciò la stretta poco alla volta, senza allontanarsi davvero, mentre Nadia si fece spazio di lato, restando vicina ma senza toccarla più, e fu in quel momento che Livia mosse appena le braccia, non per stringerli, ma per liberarsi con calma, senza forza, facendo un passo indietro e riportando distanza tra i corpi. Si voltò verso il cavallo, tenendolo fermo con una mano sulla criniera, lo sguardo che andava oltre il piazzale, verso la strada da cui era arrivata.
"Erano fuori," disse, con voce bassa, come se stesse riprendendo un discorso lasciato a metà. "Li ho riportati."
Marco la guardò senza rispondere, ancora troppo vicino per accettare davvero quel passo indietro, mentre Elisa restava ferma dov'era, le mani sospese per un istante, prima di lasciarle cadere lungo i fianchi.
Vigil si avvicinò, annusandole le gambe e poi fermandosi, immobile, in ascolto.
Amani li raggiunse dal sentiero, attratto dal trambusto, e vide Marco muoversi verso il casale. "Entriamo, la colazione è pronta." Era felice. "Sei arrivata nel momento giusto e ci devi raccontare molte cose."
Entrarono tutti; Amani prese lo zaino di Livia e lo posò a terra, notando i segni marcati sulle braccia, dove finivano le maniche lunghe. Elisa la fece accomodare a capotavola, poi si abbassò per toglierle le scarpe, ma Livia la fermò abbozzando un sorriso e se le tolse da sola. Posò i piedi scalzi a terra e chiuse gli occhi respirando; Vigil si sdraiò al suo fianco, a contatto con le gambe coperte da larghi pantaloni cargo.
Fu Marco a parlarle. "Livia, temevo il peggio." Cercava di controllare l'emozione. "Cosa è successo? Dove sei stata?"
Livia lo guardò, restando seria. "Che altro di peggio poteva capitare dopo quello che abbiamo passato?" La risposta raggelò tutti.
"Ma… ma… Livia…" Elisa era sconvolta.
Nadia e Amani lasciarono la casa, andando a occuparsi dei cavalli.
Livia guardò la mano di Elisa. "Ti fa male?"
Elisa spostò lo sguardo sulla mano. "Solo a volte, come se mi venisse strappata…" Le parole uscirono spente.
"Dobbiamo sistemarla, è rimasta legata all'ombra della Legio e alla rete; solo la presenza della rete ti ha impedito di morire."
Marco corrugò la fronte. "Sei rimasta via per settimane e ora torni pontificando?" L'irritazione trasparì. "Se le cose stanno così, puoi anche andartene di nuovo."
Elisa spalancò gli occhi. "Marco, cosa stai dicendo?" Poi guardò il polso di Livia, nudo. "Il ciondolo…"
Livia si alzò lentamente, mostrando un piercing all'ombelico che reggeva il ciondolo. "Siamo cambiati tutti." Poi guardò Marco. "Sono tornata per restare e mantenere la mia promessa, ma la Livia che conoscevi è morta a Venta." Sospirò. "Insieme ad Hana, a tutti gli altri e alla memoria di Arianna."
Marco notò Amani che lo chiamava a gesti e si avvicinò alla porta aperta, dove parlarono a bassa voce.
Elisa guardò perplessa l'ombelico e la pelle abbronzata. "Questo non me lo aspettavo, la tua pelle è scurissima, dove sei stata?" Il tono era tornato calmo, nonostante i segni che vide sulla pelle.
"Sono stata in Sud America e sono entrata in visioni lontane." Finalmente sorrise. "Anche tu sei abbronzata, e direi parecchio." Il tono era sereno.
Elisa si alzò, sollevando la maglietta fino a sotto il seno. "Ho preso un po' di sole e non ho l'abbronzatura da muratore." Mostrò anche le gambe, tirando i pantaloncini fin dove possibile.
"Elisa, sei cambiata, siamo cambiati tutti." Sospirò. "Mi chiedo se in meglio o in peggio."
Marco tornò sorridendo. "Dunque sei stata in Sud America?" Le posò le mani sulle spalle, notando l'espressione dolorante.
Livia si scansò. "Fermo, mi fai male." Annuì appena, poi si tolse la maglietta e si girò, le braccia a coprire il seno.
Videro la sua schiena e il corpo, coperti di cicatrici irregolari; erano rimarginate, ma evidenti, come i segni profondi sulle spalle.
"Livia, che ti è successo?" disse Marco.
"Le visioni sono molto reali e ho visto cose orribili, che vanno oltre la nostra piccola rete."
Elisa si lasciò andare contro il piano del tavolo, mentre Marco sfiorava con le dita le cicatrici. "Cosa hai vissuto?" Il tono era distante.
"Ho visto il potere delle amazzoni e la loro caduta." Si rimise la maglietta prima di girarsi. "Ho visto le persecuzioni, gli stermini e le violenze dei secoli passati… ho visto le ancelle di Odino ."
Livia si rimise la maglietta e iniziò a camminare scalza nella casa, rivelando anche i piedi segnati. "Ho visto tante cose che ancora non ho compreso, potrò raccontarvele per sommi capi." Sorrise. "Come una persona che torna dalle vacanze."
"Non mi sembra tu sia stata in vacanza," la rimbeccò Elisa.
"Non avevo la rete di casa a proteggere il mio corpo e…" si rabbuiò "la mia mente."
"Come possiamo aiutarti?" chiese Marco.
"Non lo so, ma le cicatrici spariranno, è sempre così." Livia frugò nello zaino, prendendo un unguento grigiastro, che spalmò sulla mano di Elisa prima che potesse sottrarsi.
Elisa urlò, un urlo disumano, e ricadde svenuta sul tavolo.
Marco si mosse rapido contro Livia, che si spostò fulminea facendolo cadere con un movimento del piede. "Tranquillo, starà bene, guarda la sua mano." La sollevò dal piano del tavolo mostrandola: l'ustione si stava lentamente ritirando, sostituita da una lieve ombreggiatura.
"Livia, cosa ti è successo?"
"Tante cose e nessuna in particolare, ho vissuto negli incubi più terrificanti, non sono abituata alle altre persone." Sospirò. "Dovrete avere pazienza." Il suo sguardo non visto diceva altro.
Elisa si stava riprendendo e Marco le era vicino. "Sei diventata indifferente, distante…"
"Ho perso un'amica, morta per obbedire a un mio ordine, ho perso una figlia spirituale che ho concepito." Lo fulminò con lo sguardo. "Cosa ti aspetti da me?" Non c'era rabbia nella sua voce.
Marco la guardò allontanarsi e salire la scala, lasciando lungo il percorso i vestiti che indossava, le cicatrici visibili sulla schiena, sulle gambe e ovunque.
Livia rimase immersa nella vasca per diverse ore, aspirando gli aromi delle essenze; si appisolò per brevi momenti, rivivendo ogni volta le morti di Venta, sempre presenti quando chiudeva gli occhi, una in particolare.
Uscì dalla vasca e raggiunse la sua camera, dove tutto era in ordine come lo ricordava; con la mano sfiorò la parete, il letto, i comodini, per poi vestirsi con pantaloni e maglietta comodi; il sotto non era più un problema per lei.
Uscì senza farsi notare e raggiunse la breccia del pascolo, chiudendola rapidamente in pochi movimenti; la cenere messa da Marco era servita allo scopo.
Prima di tornare passeggiò nel bosco, fino ad arrivare alla radura guarita, dove accarezzò la lapide di quercia di Ghita percependo sollievo, ma lontano; poi toccò la lapide di quercia di Hana e la sentì vicina, come se le parlasse.
Tornò al casale che era quasi ora di cena e parlò con Marco ed Elisa, apprendendo che Nadia e Amani erano al casale di sotto; tutto sembrava essere tornato come prima della sua partenza.
"Dimenticavo, ho chiuso la breccia al pascolo." Sorrise apertamente. "Avevate già fatto un buon lavoro."
"Ottimo, così eviteremo di seguire ovunque i cavalli," replicò Elisa, sollevata. "La cena è pronta." Iniziò a portare i piatti al tavolo.
Livia si avvicinò alla cucina, dove su un piatto erano posati dei pezzi di carne da cuocere sulla brace; ne prese due, li mise sul piatto e li portò al tavolo, sedendosi.
Marco ed Elisa la guardarono perplessi; nessuno dei due parlò.
Livia prese con la mano un pezzo di carne e lo portò alla bocca, masticandone un pezzo crudo, in modo del tutto naturale.
Marco restò immobile per un istante, lo sguardo fisso su quel gesto, come se avesse bisogno di tempo per capirlo davvero. Elisa si fermò con i piatti tra le mani, senza appoggiarli subito, osservando Livia mentre masticava con naturalezza, poi li posò lentamente sul tavolo, senza distogliere lo sguardo.
"Livia…" la voce si fermò lì, senza trovare una forma.
Marco si passò una mano sul viso, poi si sedette, ancora guardandola. "Non è necessario," disse piano, senza durezza.
Livia non rispose.
Elisa si avvicinò di mezzo passo, come per intervenire, poi si fermò, le mani sospese, indecisa. "Possiamo cuocerla…"
Livia continuò a mangiare, senza fretta.
Marco abbassò lo sguardo sul tavolo, stringendo la mandibola, mentre Elisa restava in piedi accanto a lui, senza più sapere dove stare.
Livia si alzò andando a lavarsi le mani e la bocca nel lavello della cucina, poi tornò a sedersi. "Allora, cosa si mangia di buono questa sera?" il tono naturale e sereno "Mi manca la cucina di casa."
Marco sollevò appena lo sguardo, ma non rispose subito; restò fermo, come se quella normalità gli arrivasse fuori tempo, fuori posto, e per un attimo sembrò sul punto di dire qualcosa, poi lasciò perdere.
Elisa rimase immobile accanto al tavolo, lo sguardo ancora su Livia, cercando un appiglio che non trovava. Inspirò piano, si voltò verso i piatti e li sistemò meglio, più per fare qualcosa che per necessità.
"Sta cuocendo lo stufato," disse infine, con un tono che cercava di restare stabile. "Tra poco è pronto."
Livia si versò della tisana, bevendola avidamente. "Ottimo, nell'ultimo periodo ho mangiato molto crudo, forse troppo." Sospirò. "Non so se il mio stomaco sarà in grado di gustare uno stufato."
Marco continuava a fissarla, la nuca gli formicolava, ma non arrivavano visioni come al solito. Spostò lo sguardo verso Vigil, che dormicchiava vicino alla porta.
"Tutto bene Marco?" disse Livia. "Sembra che ti abbia morso una mano."
"Basta!" gridò Elisa.
Vigil balzò in piedi e Livia sobbalzò sulla sedia. "Che ti prende?"
"Che mi prende?!" Elisa la guardò. "Ti sei appena mangiata quattro etti di carne cruda senza battere ciglio!"
"Che mi sono mangiata?"
Marco annuì. "…quattro etti di carne cruda, fortunatamente non era la mia mano."
Livia scosse la testa. "Vi state sbagliando… Forse era una visione." Non c'era sicurezza nel suo tono.
Il fastidio dietro la nuca era incessante. "Potrebbe essere, ho i sintomi di una visione, ma non c'è stata." Elisa stava per replicare, ma lui la fermò con lo sguardo.
La cena proseguì in modo normale e Livia raccontò alcune delle sue esperienze dopo la partenza, ma restando nel vago, come se a tratti non distinguesse tra quanto le era accaduto e quanto erano state visioni.
Non erano ancora le dieci quando si alzò. "Chiamo Carlo e mi metto a letto, sono distrutta."
Marco stava per dirle della sua telefonata, ma si trattenne. "Buona notte, Livia."
"Vuoi che ti accompagni?" chiese Elisa.
"Non serve, ti ringrazio." Con passo celere fece le scale; appariva felice.
Chiuse la porta della camera, sedendosi sul bordo del letto con lo smartphone in mano, per chiamare Carlo. Il telefono squillò e, dopo un tempo che le parve lunghissimo, lui rispose.
"Ciao, Carlo." Salutò allegramente. "Sono Livia."
La replica tardò ad arrivare. "Ciao, Livia." Arrivò con indifferenza. "Tutto bene?"
"Sì, ho visto che non mi hai cercata, ma ero in giro per il mondo."
Di nuovo attesa. "In effetti… no." Fece una pausa. "Non sapevo bene cosa dirti."
Silenzio.
"Ho accettato l'incarico in via definitiva. Resto qui." Inspirò. "E… Livia…"
Si fermò un attimo, poi riprese più diretto.
"Noi stavamo bene, sì. Ma soprattutto a letto." Un'altra pausa, breve. "Non voglio continuare."
Guardò il telefono come fosse un oggetto sconosciuto, chiuse la chiamata senza replicare e bloccò il numero di Carlo, poi ripose il telefono nel cassetto del comodino e si stese vestita sul letto. Le lacrime le rigavano il volto, accompagnate da un mormorio. "Sibilla, Agnese, Rhiann… Carlo… mi avete abbandonata tutti."
La mattina Livia scese le scale lentamente, il volto stanco e il corpo indolenzito, come se avesse spostato delle montagne. Raggiunse la cucina e preparò la colazione con tisana di melissa e biscotti al miele, sistemando tutto sul tavolo in modo perfetto. Marco ed Elisa arrivarono poco dopo e la abbracciarono, ma lei non disse nulla di Carlo.
Marco accese la televisione a volume moderato e si sedette. "Mi mancavano le tue colazioni."
"Anche a me," rispose lei con tono distante. "Sono stanchissima, è come se non avessi dormito."
Elisa la osservò. "La tua abbronzatura è un po' spenta, oggi riposati, credo sia il minimo."
Livia immerse i biscotti nella tisana e iniziò a mangiare con voracità. "Sono buonissimi." Chiuse gli occhi per un istante.
Marco la guardava con attenzione, avvertendo che la rete non era ancora completa, nonostante il suo ritorno. "Elisa potrebbe restare qui e dare un'occhiata alle tue ferite," disse con tono calmo, senza distogliere lo sguardo da lei.
Elisa annuì. "Potremmo anche andare dal medico, con il giro che hai fatto potresti avere qualche infezione." Immerse a sua volta un biscotto nella tisana e lo portò alla bocca.
Livia sollevò leggermente la maglietta, mostrando una parte della schiena. "Rispetto a ieri i segni si sono ridotti. Essere tornata a casa mi sta aiutando… la rete ci protegge." Le ultime parole suonarono lontane.
Elisa osservò la schiena esposta. "Effettivamente stanno guarendo." Sospirò. "Come la mia mano."
Marco sorseggiò la tisana. "Con Nadia e Amani a darmi una mano, puoi comunque restare a casa con lei." Continuava a osservare Livia, percependo la rete distante, diversa.
Livia era già tornata a mangiare, con la maglietta rimasta leggermente fuori posto. "Potremmo andare al laghetto a prendere il sole e nuotare," disse sorridendo apertamente. "Ho un nuovo costume da provare."
Elisa e Marco si scambiarono uno sguardo perplesso, poi fu Elisa a parlare. "Bene, vediamo questo nuovo costume." Accennò un sorriso. "Hai sentito Carlo?"
Livia scrollò le spalle. "Sì, è stata una telefonata veloce, potevo anche non chiamarlo." Nella voce c'era una sfumatura di tristezza.
"Come sarebbe?" incalzò Elisa.
"Mi ha lasciata… in tutta tranquillità, come si lascia la carta dei biscotti nel secchio della spazzatura." Livia era indifferente.
Marco spalancò gli occhi. "Ti ha lasciata così, senza spiegazioni, in una telefonata?"
Livia annuì appena. "Noo, si è spiegato." Il tono era ironico.
Elisa si alzò e le si affiancò. "Quindi? Cosa ha inventato questa volta, sempre colpa del lavoro?"
Livia sorrise, con un'espressione difficile da decifrare. "In pratica il lavoro è importante e prioritario, lui resta dov'è e non tornerà a Viterbo; per il resto ha detto che stavamo bene a letto, ma che non ne valeva la pena."
Elisa rimase in silenzio per un attimo, poi sbuffò, incrociando le braccia. "Non mi ha mai convinta davvero," disse senza esitazione. "Era troppo pulito, troppo… impostato, e troppo assente quando tu andavi a casa sua a Viterbo." Fece un mezzo sorriso storto. "E comunque sì, ci avrei fatto un giro, ma non ci avrei perso tempo… giusto come passatempo."
Marco la guardò con un'espressione contrariata, poi tornò su Livia. "In sostanza per lui eri solo una distrazione tra i suoi impegni?" Strinse i pugni. "Si merita un ringraziamento in piena regola, una decina di minuti al computer e lo sistemo io." Si avvicinò a Elisa.
Livia finì la tisana e si alzò. "Non ne vale la pena, e so che detesti quel genere di azioni." Il tono era serio. "Arriverà il giorno in cui si pentirà delle sue scelte, e noi saremo sempre qui."
"Con lui eri felice, radiosa," replicò Marco.
"Ora devo passare oltre e pensare ad altro… Marco, ne avevamo parlato e mi avevi detto di fidarmi del mio istinto, questa volta non gli ho dato retta," chiuse Livia distrattamente. "Adesso vado a prendere il costume."
"Tra poco salgo anch'io, devo trovare un costume all'altezza del tuo." Elisa sorrise guardando Marco. "Credo che questa volta userò un due pezzi, altrimenti rischio di passare per la domestica di Livia." Si mise a ridere.
"Per me vai bene anche vestita con i calzoni da muratore e il cappello di carta." Marco si mise a ridere.
"Marco ha ragione, sei veramente in forma." Livia la guardò. "Vi trovate mai a pensare a Venta e a tutte le persecuzioni millenarie?" La voce si era fatta seria.
"Livia… Sì, ci penso spesso, ma non possiamo cambiare il passato, possiamo solo pensare al presente e al futuro." Marco le rispose serio.
"La notte sogno spesso i miti sugli Iceni e non so se siano solo incubi o visioni." Livia passò una mano sul volto cercando aria. "Il fatto che i legionari abbiano violentato le figlie di Boudica, avrei voluto essere lì con le nostre capacità."
"E cosa avresti fatto?" Elisa aveva abbassato lo sguardo. "Saresti morta anche tu… violentata… o peggio."
Livia fece per dirigersi verso la scala, ma deviò appena, colmando la breve distanza da Elisa e baciandola sulle labbra; poi fece lo stesso con Marco e se ne andò.
Marco ed Elisa rimasero immobili, seguendola con lo sguardo. Elisa prese la mano di Marco, in un gesto che non era di affetto, ma di paura. "Marco, cosa è diventata… dove è Livia, la Livia che conoscevamo…"
Marco chiuse gli occhi, stringendo la mano di Elisa e inginocchiandosi, mentre Vigil spalancava la porta socchiusa e si fermava seduto davanti a lui. Marco riaprì gli occhi e incrociò lo sguardo dorato del cane.
Parlò a bassa voce, tanto che Elisa faticò a distinguere le parole. "Amico mio. Ti affido Elisa, stai al suo fianco e proteggila."
Vigil inclinò leggermente la testa, spostando per un attimo l'attenzione verso la scala e il piano di sopra, poi tornò a fissare Marco.
"Non so chi sia lei, non fidarti." Deglutì dopo quelle parole. "Non è la Livia che conoscevamo, non la sento… non so chi sia diventata." Con la mano libera gli accarezzò il muso. "Solo tu puoi capire."
Marco si alzò, si girò verso Elisa e la abbracciò. "Resta vicino a Vigil e fidati delle sue reazioni, qualsiasi cosa faccia e verso chiunque la faccia." La voce era seria.
Elisa lo strinse a sua volta. "Anche tu… anche tu non capisci. Non la riconosco." La voce spezzata.
Lui la allontanò delicatamente e la baciò. "Capiremo… come sempre." La guardò, posandole le mani sulle braccia lungo i fianchi. "Ora devo andare da Amani e Nadia. Fai attenzione."
La mano di Elisa scese su un rigonfiamento nel fianco dei calzoncini, lasciando intravedere l'impugnatura del pugnale che aveva dimostrato di saper usare.
Marco sospirò. "Spero che non serva."
Livia salì al piano di sopra e si cambiò, indossando calzoncini corti e una maglietta larga; sotto aveva già messo un costume scuro a due pezzi. Si sedette sul letto, prese il telefono dal comodino e cercò un numero, poi chiamò.
"Ciao Livia!" Il tono era caldo e amichevole.
"Ciao Arthur, ti sei ripreso?" La voce di Livia era allegra, quasi leggera.
"Sì, sto benissimo, le ferite di Venta sono andate… e le tue?" chiese, con un velo di preoccupazione.
"Le mie sono in parte guarite, ma quelle profonde sono ancora lì, ogni notte." Sospirò, senza perdere quell'apparente serenità.
"Passeranno anche quelle, tu sei forte… cosa posso fare per te?"
"Avrei bisogno di un favore e mi farebbe piacere uscire per quella famosa cena." Fece una breve pausa. "Se non puoi per il favore, la cena resta comunque: voglio rivederti."
Ci fu un attimo di silenzio. "Per la cena… che ne pensi di domani sera? Passo a prenderti verso le diciassette, così parliamo un po'."
"Va bene, ma non aspettarti la solita figa, sono ridotta uno straccio dopo il viaggio."
"Non mi aspetto niente, mi basta vederti." La voce di Arthur era sincera, quasi sollevata. "Per il favore, cosa ti serve?"
"Avrei bisogno delle provette per test WGS. Se riesci a farmele avere prima che ci vediamo…"
Arthur la interruppe. "Cosa succede, Livia? Va tutto bene?"
"Tranquillo, c'è qualcosa di diverso e vorrei che Althea rifacesse i test sul mio sangue, per capire se è cambiato qualcosa, e poi li facesse anche su Vigil."
Seguì un silenzio più lungo. "Le porto io." Un'altra pausa. "Ma tu stai bene?"
"Sì, sto bene, tranquillo." Il tono restava leggero. "A domani, baci."
"Baci," replicò Arthur, chiudendo la chiamata.
Livia si alzò lasciando la stanza.
Raggiunto il lago, si tolsero le scarpe e si lanciarono in acqua vestite. Risero, spinte dai balzi e dalle schizzate di Vigil. Le ore trascorsero felici, come mesi prima. Livia restò in costume, mentre Elisa trovò una scusa per tenere i calzoncini e la maglietta annodata in vita; spesso portava la mano al fianco, controllando che il coltello fosse al suo posto.
Uscirono dall'acqua stravolte e si sistemarono sulla sponda per un pranzo rapido ed essenziale. Vigil continuava a passare tra loro, presenza costante ma mai invadente.
"Hai perso il pallore," esordì Elisa.
"Mi sento bene." Livia sorrideva, e lo faceva anche la sua voce.
Elisa sfiorò alcune delle cicatrici, percependo un fremito sotto la pelle segnata. "Si stanno riducendo, un paio di giorni e spariranno." Sospirò. "Sarebbe bello se funzionasse per tutte le ferite."
Livia, di schiena, si puntellò sui gomiti, lasciando cadere la testa all'indietro. "Domani esco a cena con Arthur," disse con semplicità.
Elisa girò la testa verso di lei e batté le mani. "Evviva! Quindi non tornerai a casa?" sorrise.
"Tornerò. Arthur non è quel genere di uomo." La guardò dall'alto. "E non sono ancora pronta per rimettermi in gioco."
Elisa si alzò, sistemando i capelli e dandole le spalle. "E che genere di uomo è?"
"Di quelli che ti portano a cena e non vanno oltre, se non lo scrivi." Anche Livia si alzò, osservandola dai piedi alla testa. "A che serve la lama che porti nei calzoncini?" chiese, avvicinandosi alle sue spalle.
Elisa si irrigidì. "A niente. Sono stati avvistati dei piccoli predatori e mi fa sentire più sicura."
Si sentì spingere in avanti: Vigil era passato tra loro, separandole.
"Se lo dici tu," rispose Livia, tuffandosi.
Elisa rimase ferma sulla riva a guardarla nuotare. Prima avrebbe potuto batterla senza difficoltà nuotando, ma ora, dopo il ritorno, il corpo di Livia era più forte e più agile di quanto ricordasse. Allungò la mano, sfilò il coltello e lo infilò nello zainetto, poi si liberò anche dei vestiti e si tuffò restando in costume.
Verso le cinque uscirono dal lago, presero i vestiti senza indossarli e risalirono il sentiero a gradoni, scalze. Lungo il cammino risero e scherzarono, poi varcarono la porta lasciata aperta. Livia si portò davanti a Elisa entrando per prima, le mani per un attimo in una posizione da predatore, per poi rilassarsi e tornare a ridere.
"Vado di sopra a farmi una doccia, penso che mi stenderò, sono stanca." Guardò Elisa. "Mi dispiace lasciarti sola, se vuoi resto."
Elisa scosse la testa, agitando le mani per allontanarla con leggerezza. "Vai e riposa, intanto sistemo qui sotto, prima che torni Marco."
Livia la abbracciò d'istinto. "Ti voglio bene." Poi la lasciò e salì le scale di corsa.
Elisa la seguì con lo sguardo, poi abbassò gli occhi sulle proprie mani. Subito dopo guardò la tasca dello zaino, dove aveva infilato il coltello, e rimase ferma al centro della stanza, il corpo ancora umido, i capelli bagnati, mentre le lacrime scendevano in silenzio.
Vigil scese dal piano di sopra con qualcosa di scuro in bocca e si avvicinò a Elisa, porgendolo, allungò la mano, ancora tremante, e lo prese: sembrava un taccuino rilegato in pelle, molto logoro, macchiato in diversi punti. Sulla copertina erano incise a mano le iniziali di Livia.
"Dove lo hai preso?"
Il cane le toccò la mano con il muso, spingendo appena il taccuino verso di lei, come a dirle di tenerlo.
Lei lo guardò meglio: forse un diario. Il cuore le cedette. Senza dire nulla uscì, ancora in costume, dirigendosi verso il suo posto segreto nel bosco. I piedi scalzi le facevano male, quando si sedette su un tronco, in punto da dove non poteva essere vista, ma poteva vedere chi si avvicinava, il legno irregolare le graffio le gambe, ma non ci presto attenzione, mentre le mani aprivano a chiusura mostrando le pagine ingiallite all'interno.
Giorno 1
Dopo Venta non riesco più a continuare. Ho perso tutto, amici e affetti. Pensavo che in qualche modo avrei avuto in Arianna la figlia che non potrò mai avere, perché io non posso. Devo andare. Devo lasciare questa Rete senza anima e trovare una ragione per tutto questo. Perderò anche Elisa e Marco, gli ultimi rimasti della mia famiglia.
Giorno 5
Ho vagato per giorni nelle vie cave. Sono tornata anche al Mitreo, dal passaggio segreto, ma nulla è cambiato. La rete cercava di portarmi indietro, ma alla fine sono riuscita a partire. Ho preso un biglietto per il Brasile e messo le mie cose in un paio di zaini. Dopo diversi voli improvvisati sono arrivata alla foresta. Ora devo trovare delle guide per entrare nel cuore di questa terra persa nel tempo. Ma non so perché sono qui, non so se mi sono liberata della Rete.
Giorno 9
Siamo arrivati alle rive di un grande fiume, ho perso l'orientamento, le sue acque costellate di mangrovie e altri alberi. Mi resta una sola guida a cui affidarmi, le altre due mi hanno abbandonata. Dicevano che andare oltre è pericoloso, che la foresta è maledetta. Io devo continuare. Non so perché, ma devo. Da alcuni giorni cado nelle visioni, ma non riesco a focalizzarle. È qualcosa di diverso da quelle del casale, da quelle che vivevo con Marco.
Giorno 11
Sono sola, anche l’ultima guida se n’è andata durante la notte, portando via tutto, anche il cibo. Sono vicino a una diramazione del fiume, che ho provato a risalire, ma sono caduta. Ho dovuto fasciare la gamba con delle foglie, fatico a muoverla e potrebbe peggiorare. Il telefono non prende più e la batteria è scarica da tempo. Farei di tutto per poter risentire la voce di Marco ed Elisa.
Giorno 13
Qualcosa mi ha morso durante la notte al braccio ed ora è gonfio e arrossato. Sto cercando delle erbe per medicarmi. Fatico a muovermi per il braccio e la gamba, ma sono riuscita a costruire una piccola piattaforma sollevata. Mi fermerò qui. Le visioni continuano. Sarà la febbre.
Giorno 19
Oggi sto meglio. Credo di essere rimasta incosciente, quindi non so con precisione che giorno sia.
Ho trovato delle erbe che sono riuscita a riconoscere e preparare. Per le infezioni interne ho usato un decotto di Uncaria tomentosa. Ho combattuto la febbre con un infuso di corteccia di Quassia amara. Per le ferite sto usando la resina di Croton lechleri, che cicatrizza rapidamente. Per il dolore un infuso di Maytenus krukovii. Forse riuscirò a continuare. O morirò qui.
Giorno 20
Ho trovato bacche e animali striscianti da mangiare e sono riuscita a cuocerli. Fanno schifo. La scorsa notte ho visto delle donne: nude, con archi e frecce. Sicuramente era un’allucinazione, la febbre è tornata. Con della corteccia flessibile, liane e resina sono riuscita a creare una borraccia. Devo lasciare questo posto.
Giorno 30
Ho camminato per giorni, non so quanti. Sono arrivata a quelle che sembrano rovine, ma non le ricordo sulle mappe, forse sono in coma e sogno di scrivere, ho anche trovato della carne. Non ho potuto cuocerla, ho dovuto mangiarla cruda e se il predatore era ammalato, non avrò scampo. Ho avuto diverse allucinazioni, o visioni, non lo so più. Devo pensare anche al predatore che gira in queste rovine. Mi sono trovata in un campo, sembravano conquistadores e mi hanno catturata: frustata, picchiata e violentata. Era una visione antica di questa terra, o così credo, ma quando sono tornata, i segni erano sul mio corpo. Tutti i segni.
Giorno 31
Sono rimasta alle rovine e mi sono addormentata a tratti in un punto asciutto vicino a delle radici, qualcosa mi ha svegliata movendosi sulle gambe, credo fosse un Boa smeraldino, farà parte della dieta. Stanotte non era la febbre e ho visto di nuovo le donne nude del fiume. Erano più vicine e non parlavano, mi guardavano. Una si è avvicinata e mi ha strattonato con forza il braccio, al risveglio avevo i segni delle dita nella pelle. Non riesco a capire se sono visioni o sono reali, i segni sono reali, ma non ci sono impronte sul terreno. Probabilmente sto impazzendo, o forse sono già pazza.
Giorno 32
Sono tornate di nuovo e continuano a non parlare, non capisco cosa vogliano. Mi hanno messo in mano un arco corto, duro, fatto male. Una mi ha preso le braccia da dietro, mi ha corretto la posizione. Le altre guardavano. Non so quanto sia durato, ore, giorni. Abbiamo tirato senza sosta e ad ogni errore una bastonata mi colpiva le gambe. Quando mi sono svegliata avevo le mani rigide, le spalle bloccate e le gambe livide, ora non riesco a camminare, ma ho la carne del serpente e accanto a me un arco e so usarlo. Non ricordo di averlo costruito. Ma è mio.
Giorno 33
Gli uomini con le armature sono tornati, mi hanno trascinata di nuovo al campo, le mie gambe erano doloranti e si sono arrabbiati perché non potevo camminare. Mi hanno di nuovo colpita, bloccata a terra e ho perso il conto di quanti di loro. Al risveglio ero sola nelle rovine, con i nuovi segni.
Giorno 34
Oggi sono riuscita ad accendere un fuoco decente e cuocere il serpente, con delle erbe, era buonissimo. Sono stata di nuovo ingannata, pensavo di essermi staccata dalla Rete, ma comprendo solo ora che sono caduta nella sua trappola. Lei ci ha sempre protetti, ma ora mi sta facendo soffrire, mi sta facendo male.
Giorno 45
Sono tornate le donne. E mi hanno fatto muovere, colpire, cadere. Mani, gomiti, ginocchia. Il corpo contro il corpo e ogni errore si paga. Quando mi sono svegliata il corpo rispondeva, ora è più forte e più veloce. Mi sono rifocillata con quello che avevo e ho tolto quello che resta delle scarpe, come loro vado a piedi nudi. Ho anche tagliato i pantaloni, ne ho fatto strisce, come con la blusa. Non mi serve altro, solo il corpo libero di muoversi. Con un pezzo di legno ho sistemato i capelli, Elisa diceva che sono figa, se mi vedesse ora. Ma devo essere presentabile per gli uomini in armatura, sono pronta e spero che tornino, ora so come muovermi.
○ ○ ○
Elisa posò il diario al fianco, portando le mani al volto, le lacrime erano inarrestabili. "Amica mia…" mormorò. Doveva continuare a leggere, ma aveva paura di leggere ancora, erano sicuramente visioni di una trama della rete, ma erano state reali, Livia le aveva vissute ed era sola. Come avevano potuto non comprendere e lasciarla arrivare a quel momento. Tirò su con il naso prima di riprendere, con rispetto, quel piccolo libricino. Vide il colore delle lettere sulla pagina successiva, non era inchiostro, era sangue.
○ ○ ○
Giorno 46
Scrivo su queste pagine segnando dei giorni, ma ho solo una vaga idea del tempo passato. Ho finito anche l'inchiostro con cui scrivere, oggi ho dovuto intingere il pennino di legno nel mio braccio, ma ormai non sento più un dolore così banale. Ho esplorato e trovato delle erbe per curarmi, ho trovato anche del cibo nutriente e delle tracce reali di vita.
Giorno 48
Non ero nella foresta e l'aria era fredda, con un terreno duro con donne diverse dalle altre: capelli chiari, occhi chiari, armature leggere. Fose valchirie, se esistessero le ancelle di Odino sarebbero loro. Mi hanno messo in mano una lancia con asta lunga e punta stretta e pesante. Non era da lancio era per uccidere da vicino. Una di loro mi ha fatto vedere come impugnarla, corta, vicino al ferro e mi ha spinto in avanti, ho perso l’equilibrio e le altre hanno riso. Mi hanno fatto avanzare e colpire. Sempre in avanti. Mai indietro. Ogni errore si paga. Al risveglio avevo le mani tagliate e le spalle indolenzite, il corpo ferito in nuovi punti. Accanto a me c’era la lancia, ora è mia e so dove colpire.
Giorno 49
Ho passato la mattina a medicare le ferite di lancia con le erbe, il dolore è insopportabile, ma non ho scelta. Nel pomeriggio ho cercato del cibo, di nuovo carne cruda, ma è carne e non larve. Sono disperata, ma non sento più la necessità di andarmene, semplicemente attendo che i miei maestri tornino.
Giorno 50
Scrivo i giorni cercando di dare senso a tutto questo. Mi sono allontanata verso le voci, poi è successo qualcosa che non ricordo chiaramente e al mio risveglio ero di nuovo alle rovine, sangue non mio sul corpo. Gli uomini in armatura sono tornati, correndo verso di me, ridendo, aspettandosi il solito premio. Le mie mani si sono mosse rapide tendendo l’arco e il primo è caduto, calpestato dal successivo che cadeva colpito dalla seconda freccia. Gli altri sono venuti avanti urlando, meno sicuri. La lancia è entrata nel terzo, dritta, senza fermarsi. Il quarto ho dovuto prenderlo da vicino, nel fianco, spingendo con tutto il corpo. L’ultimo, il più grosso, mi ha presa e stretta, non riuscivo a liberarmi. La mia bocca lo ha raggiunto alla gola, stringendo, il gusto del suo sangue che scendeva dentro di me non mi ha fatto schifo. Al risveglio ero coperta del loro sangue, ci sono volute ore per pulirlo, il torace mi fa male, devo avere delle costole crinate.
Giorno 53
Volevo tornare a cercare la fonte delle voci, ma la visione mi ha imprigionata. Forse sto impazzendo, ma sono ancora viva, credo. Ho visto di nuovo le donne nordiche. Questa volta mi hanno messo in mano uno scudo, tondo, pesante. Fatto per avanzare, non per difendersi. Dovevo superarle tutte e al primo impatto ho perso l’equilibrio, il piatto della punta di una lancia mi ha colpito il fianco. Mi alzavo, avanzavo spingendo e colpendo con lo scudo, poi cadevo e venivo colpita, senza tregua. Ho preso colpi sulle braccia, sulle costole. Uno mi ha aperto la pelle sopra il fianco. Il sangue usciva, ma non si sono fermate. Poi è arrivato il risveglio, come sempre peggiore delle visioni, ma avevo lo scudo accanto. Non riesco muovermi e a respirare, il lato destro del torace è un unico livido scuro, le costole devono essere rotte, ma nella saliva non c'è sangue.
Giorno 56
Negli ultimi giorni non ho avuto visioni, il mio corpo si sta riprendendo lentamente, ma sento una nuova forza dentro di me. Non ho bisogno di essere aiutata, sono passata oltre i Custodi e oltre la Rete. Sono riuscita a lasciare le rovine, portando con me quanto arrivato dalle visioni: arco, lancia, scudo e il corpo allenato a combattere. Credo che le visioni mi abbiano portato in quello che abbiamo sempre creduto essere mito, credo di aver trovato la realtà delle crudeltà dei conquistadores sui popoli di questi luoghi e il mito delle Amazzoni e delle Valchirie, che forse non sono solo mito. Devo essermi addormentata scrivendo, ho visto una ragnatela di luce blu, al centro una donna, sembravo io, alla mia destra un'Amazzone e alla mia sinistra una Valchiria. Questa sera ho visto le luci distanti di un accampamento, domani, all’alba, nascosta dalle ombre e con il sole nascente alle mie spalle, lo raggiungerò. Domani sarà salvezza o morte.
Giorno 57
Il sole filtrava alle mie spalle tra gli alberi, le cui ombre nascondevano il mio corpo ferito, sporco di terra e sangue. Prima di muovermi ho usato tutta l’acqua per pulire i capelli, raccogliendoli in una coda nera, non so perché. Elisa, amica mia, rideresti per questo mio vezzo. Il campo era lì, le bandiere di un’organizzazione di ricerca internazionale. Ero salva, almeno lo credevo. Poi il rumore, urla e spari dal fiume, uomini armati che correvano dentro al campo. I ricercatori scappavano, senza direzione. Ho preso l’arco e le frecce sono passate rapide dalla faretra improvvisata alla corda. Il primo è caduto mentre correva verso una tenda. Il secondo si è girato, non ha fatto in tempo. Il terzo e il quarto erano vicini, uno dietro l’altro. Ho continuato a tirare e sei sono caduti prima che capissero da dove arrivavo. Gli altri hanno iniziato a cercarmi. Nascosta come un’ombra, ho preso la lancia e lo scudo quando si sono fatti vicini, il respiro lento. Uno è caduto colpito al volto dallo scudo, con un suono secco di qualcosa che si rompe. Quello al suo fianco mi ha guardato, trafitto dalla lancia. Gli ho sorriso. Gli altri arrivarono mentre avanzavo verso il campo, mietuti dalla lancia, evitati dal corpo agile e falciati dalle gambe veloci. Alla fine sono arrivata al campo. Uomini e donne mi hanno guardata perplessi, spaventati, avvicinandosi cauti e parlando una lingua che conoscevo. Ora potevo riposare davvero e sono svenuta. Si è fatta sera. Sono su una brandina da campo, lavata e rivestita. Voci di uomini e donne parlano, parlano in inglese. Gli aghi della flebo nelle braccia. Una ragazza mi ha detto che il loro elicottero di supporto arriverà domani, ma per andare dove, questa è casa.
Giorno Ultimo
Sono in volo verso l’Europa, non so bene cosa abbia vissuto, so solo di aver fatto una strage e salvato dei ricercatori nel cuore della foresta. Ho chiesto delle mie armi, ma l’elicottero che mi ha trasportata alla capitale non le aveva caricate, quindi non so se esistessero veramente, ma visti i racconti dei soccorritori soccorsi credo di sì. Sono rimasta in ospedale una decina di giorni e ho appreso di essere rimasta nella foresta per cinquanta giorni, avevo sbagliato di poco con i miei conti. Le autorità mi hanno interrogata e ho saputo di aver eliminato un gruppo di pirati che imperversa nel fiume, ho neutralizzato trentadue uomini. Non sanno spiegarsi come sia stato possibile, tutti morti al primo colpo. Nessuno dei ricercatori ha dato informazioni che potessero incriminarmi, mi hanno protetta a loro rischio e pericolo. Io ho ricevuto il foglio di via e un biglietto di sola andata per sparire dal Brasile e credo da tutto il sud America. I medici hanno confermato che ho subito ferite da armi non più in uso da secoli o forse mai esistite, come hanno confermato le violenze che ho subito, ma per me sono solo qualcosa di vago e lontano, come se non le avessi subite io, pur portandone i segni. Ora chiudo questo diario, che dopo il mio rientro brucerò.
○ ○ ○
Elisa chiuse lentamente il diario, posandolo sul terreno di fronte a sé. Era sconvolta e aveva freddo, il sole era calato. Si lasciò scivolare dal tronco fino a terra, le gambe nude graffiate dal legno, restò lì un lungo momento, le gambe trattenute dalle braccia. Non aveva più lacrime.
Aprì il diario schiacciandone le pagine e, al centro, posò un piccolo disco metallico preso dall'elastico del costume. Lo schiacciò e il fuoco divampò, incendiando le pagine e illuminando lo spiazzo nascosto.
Una voce la raggiunse. "Da questa parte, è qui." Era Livia, seguita da Amani e Marco.
Livia si fermò davanti a lei, lo sguardo sulle fiamme e poi su Elisa, verso cui tese la mano mormorando: «Lo hai fatto… Io non riuscivo.»
Elisa prese la mano e si fece aiutare. Livia si mosse rapidamente, in quello che le parve un istante le aveva messo una giacca sulle spalle e l'aveva sollevata tra le braccia. Lei si resse al collo di Livia. Superarono Amani e poi Marco, nessuno disse niente.
Livia arrivò al casale eretta, senza cedimenti, come se Elisa fosse un fuscello.
La mattina successiva si alzarono presto, come al solito. Livia aveva già preparato la colazione ed era seduta al tavolo quando Elisa entrò, posandole una mano sulla spalla prima di prendere posto di fronte a lei. Il suo volto era segnato da profonde borse sotto gli occhi, velato da una tristezza che non cercava nemmeno di nascondere. Marco era a capotavola e la osservava, con un accenno di ringraziamento ancora visibile per la sera precedente.
Il silenzio era pesante, quasi immobile, e fu Livia a spezzarlo. "Mi occuperò io del casale." Il tono era serio, fermo. "Elisa credo sia meglio che si riposi, oggi tocca a lei."
Marco annuì lentamente. "Hai ragione…" Si fermò, e quella pausa fece voltare entrambe le donne verso di lui. "Livia, non ti sento… sei qui, ma non ti percepisco come prima." Sospirò, passandosi una mano sul volto. "Ieri ho avuto paura della tua presenza."
Elisa spalancò gli occhi. "Marco, dalle il tempo di riprendersi." La voce era dolce, ma stanca. "Non sappiamo cosa…"
La mano di Livia si sollevò appena, fermandola. "Fai bene ad avere paura." rispose con calma. "Quello che ho vissuto mi ha spostata dalla Rete… ho una percezione diversa, che mi impedisce di riallinearmi con te."
Marco scosse il capo, confuso. "La Rete riporta indietro, non ha senso quello che dici."
"La Rete è qualcosa di diverso da quanto ci hanno detto. Forse nemmeno i vecchi custodi la conoscevano davvero." Mosse la mano sul tavolo, prendendo quella di Marco. "Hai visto cosa è successo con Arianna, nemmeno Agnese sapeva cosa fosse."
Marco strinse la sua mano. "Vuoi dire che ci hanno mentito?" Si fermò un istante, guardandola negli occhi. "E perché hai detto che dovrei avere paura?"
Livia scosse lentamente il capo. "Non hanno mentito. Ignoravano delle verità, come le ignoro ancora io." Strinse con più forza la mano di Marco. "È per questo che dovresti avere paura."
Marco ritrasse la mano dolorante. "Ma cosa ti è successo?"
Elisa mangiava senza alzare lo sguardo, il cucchiaio che si muoveva piano nella tazza, ormai fredda. Aveva allungato i piedi fino a sfiorare quelli scalzi di Livia, come per assicurarsi che fosse ancora lì.
"Ho sperimentato diverse cose. Brutte cose. Mi hanno cambiata." Livia spostò lo sguardo su Elisa. "Lei ha capito."
"Ieri… ho riposto il mio pugnale." La voce di Elisa era bassa, incrinata. "Marco, lei potrebbe ucciderci senza muovere un muscolo." Deglutì. "Ha imparato dalle guerriere dei miti… ieri mi ha portata a casa in braccio, senza nemmeno affannarsi."
Marco spostò lo sguardo dall'una all'altra, incapace di mettere insieme le parole. "Quindi mi state dicendo che lei…" La fitta arrivò improvvisa, dietro la nuca, tagliandogli il respiro.
La visione lo travolse, violenta, come se qualcosa avesse finalmente trovato un varco dopo settimane. Vide Livia combattere con altre donne, l'arco teso, il corpo che si muoveva con una precisione feroce. Poi la vide con la lancia e lo scudo, il sangue, le ferite. Vide uomini in armatura, scontri, urla che non riusciva a sentire ma che sentiva dentro. Sapeva che era un passato. Poi tutto cambiò. Tre donne, vicine, che parlavano e ridevano. Riconobbe Livia. Poi Elisa. E la terza… sembrava Hana, ma non poteva essere.
Marco tornò alla realtà di colpo. La mano scattò, urtando la tazza ormai vuota che cadde a terra. Il respiro era affannato, lo sguardo fisso su Livia. "Cosa hai visto?" chiese lei, alzandosi per raccogliere i cocci.
"Ti ho vista subire… e lottare per emergere, per vincere…" La voce gli tremava. "Livia, non potevo immaginare… ma non poteva essere la Rete. Non poteva."
Elisa non alzò lo sguardo. Continuava a girare il cucchiaio nella tisana fredda. "Ora sai anche tu…" mormorò.
Livia si alzò con i cocci in mano e li portò via. "Le visioni sono tornate. Forse ci siamo allineati." Il tono era serio. "Non era la Rete che conosciamo, ma allo stesso tempo lo era… qualcosa di più vasto."
Marco deglutì. "Ho visto anche un futuro… credo. O forse un passato che doveva essere."
"Non mi interessa." replicò Livia, tornando verso il tavolo. "Sappiamo che le visioni del futuro possono essere ingannevoli." Fece una breve pausa. "Ora al lavoro." La voce era tornata serena.
Arthur arrivò con un'ora di anticipo e il rumore della moto si sentì dal noccioleto prima ancora che comparisse nel vialetto. Livia era fuori e lo vide arrivare. Gli andò incontro senza esitazione mentre lui si fermava davanti al casale, spense il motore e scese togliendosi il casco.
Si abbracciarono nel cortile, lei più fisica, stringendolo e posando la guancia sulla sua, alzandosi sulla punta dei piedi scalzi.
"Sei in anticipo." Gli sorrise allontanandosi di un passo e guardandolo come una preda.
"Non riuscivo ad aspettare." Sorrise. "Sono mesi che aspetto per la cena." Risero entrambi.
Elisa spiava dalla finestra, avrebbe voluto avere una telecamera.
Arthur sganciò lo zaino e lo posò sul tavolino. "Prima il favore, così poi possiamo rilassarci." Lo aprì con gesti ordinati, tirando fuori il kit e disponendo il necessario senza fretta.
Livia osservò un attimo, poi annuì e prese una provetta a cui montò l'ago cannula con un movimento sicuro.
"Vigil." chiamò con voce serena e lo vide uscire fermandosi accanto a lei.
Si abbassò accarezzandolo e passandogli una mano lungo il collo, lenta, familiare, poi inserì l'ago con precisione. Vigil borbottò appena, senza ritrarsi. Il sangue riempì la provetta, che sfilò, tamponando il punto e porgendola ad Arthur.
Senza perdere tempo si sedette su una delle poltroncine di vimini, sollevando appena il pantalone; le dita cercarono il punto e, con naturalezza, inserì l'ago nella safena vicino al malleolo.
Arthur fece un mezzo passo avanti, poi si fermò, lo sguardo allucinato, quasi spaventato da quella naturalezza.
"Ecco." Livia tolse l'ago, gli passò la provetta e premette con il pollice sul foro.
Arthur etichettò entrambe senza dire nulla e richiuse la valigetta, rimettendo tutto nello zaino con movimenti più lenti di prima. "Non ti dà fastidio?" Con il mento indicò la caviglia.
"È solo sangue." Livia portò il pollice alla bocca alzandosi. "Vieni, c'è ancora luce." Gli prese la mano e lo trascinò verso il sentiero a gradoni.
Il laghetto era fermo, scuro, con la luce del pomeriggio che scivolava sull'acqua. Si tolsero i vestiti senza pensarci ed entrarono nell'acqua.
Rientrarono quando il sole stava scendendo dietro le colline. "Fai come a casa tua," disse Livia indicando il bagno al piano di sotto. "Ci sono asciugamani puliti." Lei salì senza aspettare una risposta, fermandosi a mezza scala. "No, sali… la doccia è abbastanza grande…" Poi riprese a salire.
Arthur si fermò un attimo corrugando la fronte e guardandola, poi entrò nel bagno di sotto, rifiutando l'invito, e fece una rapida doccia; quando uscì, lei stava scendendo le scale.
Il nero le stava addosso senza concessioni: minigonna, top sottile con spalline, pelle coperta alla vita. I tacchi alti e sottili scandivano i passi e i capelli sciolti cadevano sulle spalle. I segni delle cicatrici erano solo leggere ombre nella luce della sera.
Arthur rimase in silenzio, mentre Livia inclinava appena la testa avvicinandosi. "Troppo?"
"No."
Le sfilò davanti, ondeggiante, e prese il giubbotto nero, indossandolo senza chiuderlo. "Andiamo in moto… Guido io." Tese la mano per prendere le chiavi.
Arthur le porse il casco e Livia lo infilò, sistemando il sottogola senza guardarlo. Salì al posto di guida e attese che Arthur si sistemasse dietro di lei, appoggiandole con delicatezza le mani sui fianchi nudi.
Il motore si accese. Il casale rimase alle spalle mentre imboccavano la strada in discesa, inghiottiti dalla luce che stava finendo.
La notte avvolgeva il casale quando tornarono e il rumore del motore sovrastò il silenzio. Livia scese ancora prima che la moto fosse ferma, posando il casco sul sellino. Insieme raggiunsero la luce del portico e lui spostò il viso baciandola sulle guance.
Livia sorrise. "Avevo detto che non sei quel genere di uomo."
"Che genere di uomo?"
"Quello che esce a cena per poi andare a letto a fare altro."
Lui sorrise. "Sai bene che mi piaci." Le sfiorò la guancia con il palmo. "Ma so che per te non è la stessa cosa."
"Mi spiace."
"Va bene così." La guardò negli occhi. "A me basta una cena o una telefonata." Sospirò. "Ti ferirei, sono sempre via con la fondazione."
"Se non fossi quello che sono…" la voce si spezzò "forse…"
Lui le pose un dito sulle labbra. "Non dire niente."
Livia spostò il dito e si avvicinò posando le labbra socchiuse su quelle di lui per un lungo momento. "Possiamo essere solo amici, ma mi piaci… molto." Scrollò le spalle. "Non so spiegarmi… Ora è meglio se vai, potrei non rispondere delle mie azioni." Gli sorrise dolcemente.
Risalì in moto, sparendo nella notte. Livia stava sorridendo e a lui bastava.
Lei attese sotto il portico, fino a quando il silenzio tornò, restituendo i suoni della notte. Si voltò verso la porta per aprire, ma la mano con le chiavi rimase sospesa a mezz'aria. Il cuore batteva all'impazzata e sentì le cosce umide.
Lasciò il portico tornando nel piazzale, inciampando per i tacchi; tolse le scarpe reggendole in mano e sollevò la minigonna che le intralciava i movimenti, poi si avviò con passo rapido lungo i sentieri del bosco. La terra la guidò nel buio.
Arrivò alla radura guarita e la mano trovò la lapide di Hana, scivolando sul legno fino a riconoscerne i bordi, poi scese sulla terra seguendone la consistenza fino a individuare senza esitazione il profilo del corpo sepolto, la linea delle spalle e del fianco, e si abbassò lasciandosi andare accanto a lei fino ad aderire e allinearsi, il viso vicino al punto dove sapeva esserci il suo, il corpo che trovava posizione da solo, il respiro si fece più lento, finché rimase così e si addormentò.
© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.