🌿 Dal giardino alla Tuscia

Piante, tradizioni e racconti legati al territorio

I racconti dei Custodi fanno parte di una storia continua. Se è la prima volta che li leggi, inizia dal primo.

🌊 Il Respiro della Terra - Parte Seconda

Racconto fantasy nella gola del Mignone

Racconti fantasy
Data inserimento: 05/03/2026

🌊 Parte I - La discesa

Incendio al ponte abbandonato sul fiume Mignone

Erano sul ponte, ma non potevano attraversarlo. Dall'altra parte, oltre il cancello a un centinaio di metri, si alzava un altro pennacchio di fumo. Un secondo focolaio si stava sviluppando. La via era sbarrata in entrambe le direzioni.

Vigil era vicino al punto in cui la struttura del ponte arrivava alla roccia, il naso puntato verso il basso, pronto a scendere da quella parte.

"Dobbiamo scendere" disse Livia. Indicò il punto dove si trovava Vigil, alle loro spalle. "Là, dove inizia la struttura. Lui lo sa."

Lo sguardo di Marco si fece vacuo. Immagini amplificate gli attraversarono la mente: persone che scendevano nella gola lungo la parete laterale, appigli, passaggi stretti.

"Quella è la strada" disse, tornando presente. Il suo sguardo incrociò quello di Livia e lei annuì.

Tornarono indietro di qualche passo, verso l'attacco del ponte sulla sponda da cui erano arrivati. Il fuoco era ancora oltre i cancelli, ma avanzava. Avevano poco tempo.

Marco si sporse. Sotto di loro, dove il ponte incontrava la roccia, il terreno scendeva ripido verso il fiume. Non era una parete verticale: tracce scoscese, passaggi informali battuti nel tempo da escursionisti e curiosi. Difficile, ma fattibile.

Dalla gola saliva un soffio d'aria più fresca. Le correnti che si infilavano tra le rocce rendevano il respiro meno difficile; scendendo sarebbe stato più facile respirare.

I lapilli incandescenti passavano accanto a loro, come lucciole di un rosso mortale.

"E adesso?" chiese Nadia. La voce era ferma, ma gli occhi tradivano la paura.

Livia si voltò verso gli altri e alzò la voce perché tutti sentissero.
"Scendiamo. Non possiamo attraversare il ponte. Andiamo giù, nella gola. Conosco questo fiume. Possiamo scendere qui, poi risalire lungo il letto. È l'unica via."

"Sei pazza?" Ruggero scosse la testa. "Con Lorenzo? È impossibile."

"Io non ce la faccio." Elisa fissava il pendio, il viso rigato di lacrime e fuliggine. "Non ce la faccio."

Nadia le mise una mano sulla spalla. "Ce la fai. Ce la faremo tutti."

Livia studiava il percorso con attenzione. "Si può scendere. È ripido, ma c'è dove mettere i piedi."

"E Lorenzo?" Ruggero alzò voce e indicò l'uomo ferito. "Non può scendere da solo."

Marco aveva già slegato le corde dallo zaino. "Lo caliamo. Costruiamo un'imbracatura improvvisata. Chi scende prima lo prende."

"Sai farlo?" chiese Amani.

Marco non rispose subito. La verità era che non l'aveva mai fatto — non così, non con una persona ferita, non con il fuoco alle spalle.
Ma le mani sapevano. Come con il cancello e la recinzione.

"Sì", disse. "So farlo."

Lavorarono veloci. Marco costruì un'imbracatura passando la corda sotto le ascelle di Lorenzo e intorno al torace, assicurandola con nodi che le sue dita sembravano ricordare da sole. Livia controllò che la caviglia ferita fosse immobilizzata.

Lorenzo aprì gli occhi, più lucido di prima. L'aria che saliva dalla gola lo stava aiutando.

"Riesci a tenerti con le mani?" gli chiese Livia. "A scansarti dalla roccia mentre scendi?"

Lui annuì, debolmente. "Credo di sì."

"Scendo prima io" disse Livia. "Trovo la via migliore."

Lasciò il ponte iniziando a scendere lungo il pendio senza esitazione, sicura, precisa. Vigil la seguì, scivolando lungo una traccia laterale con un'agilità sorprendente.

"Prossimi" disse Marco.

"Io resto per aiutarti." Rispose Amani.

Ruggero capì. Il giovane era agile, forte. Serviva lui per calare Lorenzo.

Scesero uno alla volta. Prima Ruggero, poi Nadia che aiutava Elisa. L'aria si faceva più respirabile metro dopo metro, il fumo che restava più in alto.

Poi restarono solo Marco, Amani e Lorenzo.

"Pronti?"

Amani annuì. Insieme spostarono Lorenzo dal ponte portandolo all'inizio della discesa, vicino a un tronco a cui Marco passò la corda intorno, creando l'ancoraggio.

"Vai piano" disse a Lorenzo. "Usa le mani per tenerti stabile e lontano dalla roccia."

Iniziarono a calare. Il peso tirava, la corda scricchiolava. Lorenzo scendeva lentamente, tenendosi con le mani lontano dalle sporgenze. Il volto contratto dal dolore, mentre la gamba ferita picchiava accidentalmente contro qualche sporgenza.

Dal basso arrivò la voce di Livia: "Ancora cinque metri... quasi... È giù!"

Marco si voltò verso il ponte. Il fuoco aveva superato i cancelli e scendeva verso di loro, lambendo gli alberi della gola.

"Vai tu" disse ad Amani.

Il giovane iniziò a scendere, veloce. Marco sciolse la corda recuperandola e scese per ultimo, il calore alle spalle che si faceva più lontano, l'aria più fresca.

I suoi piedi toccarono il terreno alla base del ponte.

Ce l'avevano fatta. Per ora.

🌊 Parte II - Il fiume

Marco, Livia e i salvati fuggono nella gola del fiume Mignone

Erano scesi una trentina di metri dal ponte. Il Mignone scorreva sotto di loro, largo una decina di metri, l'acqua scura tra i massi. La gola era larga forse una ventina di metri da una parete all'altra. Ai lati del fiume restava spazio per camminare — ghiaia, roccia, lembi di terra strappati alle piene invernali, sezioni di prato dove il sole arrivava. Un paesaggio che univa ambienti e storie diverse.

Sopra di loro il fumo formava una cappa. Ma qui in fondo l'aria era diversa. Fresca, quasi umida. La gola creava un corridoio naturale dove il calore faticava a scendere. La fuliggine e i lapilli più grandi, ancora ardenti, riuscivano comunque a raggiungerli.

Livia si guardò intorno. Il suo sguardo seguiva il corso dell'acqua, leggeva la rete dei faggi e delle querce, che si univa a quella degli arbusti e del muschio che li ricoprivano.

"Dobbiamo seguire il fiume" disse. "Verso valle. Dopo qualche chilometro la gola si apre e potremmo trovare aiuto."

"Qualche chilometro?" Ruggero ansimava, le mani sulle ginocchia. "Con Lorenzo?"

Lorenzo era seduto su un masso, il viso cereo, la gamba ferita distesa davanti a sé. Respirava meglio qui, ma non poteva camminare.

"Lo portiamo noi" disse Amani. Guardò Ruggero. "Possiamo fare un seggiolino con le braccia, dovremmo farcela."

Ruggero si raddrizzò. Annuì.

"Prima di partire beviamo e rinfreschiamoci." Disse Marco. "La discesa è stata faticosa e il calore ci ha disidratato, qui siamo abbastanza al sicuro."

Livia stava già prendendo le borracce dai propri zaini e da quelli degli escursionisti salvati. Poi le avrebbero riempite con l'acqua del torrente.

Dopo qualche minuto, incoraggiati dalla sosta, Amani e Ruggero si posizionarono ai lati di Lorenzo, intrecciarono le braccia sotto le sue cosce, afferrandosi reciprocamente i polsi intrecciati. La tecnica del seggiolino, imparata chissà dove. Lorenzo passò le braccia intorno alle loro spalle, stringendo i denti.

"Andiamo" disse Livia.

Vigil partì per primo, trovando la via lungo la sponda. Si mossero dietro di lui.

Non era facile. Il terreno cedeva sotto i piedi, i massi erano scivolosi dove l'acqua li lambiva. In alcuni punti la gola si allargava e il cammino diventava più agevole. In altri le pareti si stringevano, costringendoli a procedere nel letto del torrente, con l'acqua che arrivava oltre le caviglie.

Amani e Ruggero faticavano. Lorenzo non era leggero, e il terreno non perdonava. Dopo mezz'ora Nadia si avvicinò.

"Vi do il cambio."

Lei e Amani presero Lorenzo. Ruggero si fermò un momento, le braccia che tremavano, il respiro pesante. Poi riprese a camminare.

Marco camminava vicino a Livia. Ogni tanto la vedeva fermarsi, appoggiare una mano alla parete di roccia, chiudere gli occhi per un istante.

"Cosa senti?"

"Il fuoco" disse lei, piano. "Brucia ancora, sopra di noi. Ma qui l'acqua ci protegge. Il Caeritis protegge."

Marco la guardò. Il nome gergale del fiume. Livia parlava di queste terre come se fossero vive, come se avessero memoria.

Un restringimento con una curva del fiume li costrinse nuovamente a entrare nel fiume. L'acqua arrivava al ginocchio, fredda, la corrente che spingeva. Passarono con attenzione, Livia e Vigil in testa segnalavano i punti sicuri dove posare i piedi, tenevano Lorenzo sollevato più in alto per evitare che la gamba ferita sbattesse sulle rocce. Nonostante la prudenza Elisa scivolò su un sasso e Marco la afferrò prima che cadesse ferendosi seriamente.

"Piano" disse Livia. "Non c'è fretta. Il fuoco non può raggiungerci qui."

Aveva ragione. Le pareti della gola li proteggevano. Il fuoco bruciava in alto, ma non poteva scendere dove l'acqua dominava.

Continuarono. Un'ora. Forse più. Il sole era nascosto dal fumo, impossibile capire che ore fossero. I turni si alternavano: Amani e Ruggero, poi Nadia e Ruggero, poi di nuovo Amani e Nadia. Le braccia bruciavano, le gambe cedevano, ma nessuno si fermava.

Elisa camminava in silenzio, lo sguardo fisso davanti a sé, il corpo a tratti tremante per la fatica e probabilmente la paura. A un certo punto inciampò e di nuovo Marco la sorresse.

"Grazie" mormorò lei. Poi, più piano: "Chi siete voi due?"

Marco non rispose come avrebbe dovuto; parlò d'istinto.

"Siamo delle persone che sanno come muoversi in questi ambienti." Il tono calmo di chi conosce, calmo anche nei momenti avversi. Avevano imparato che la paura è una reazione naturale, ma che per sopravvivere bisogna saperla dominare e averla come alleata.

"Elisa, come ti senti?" Usò volutamente il suo nome per creare un legame e farla sentire parte del tutto.

"Mi fa male tutto e sono terrorizzata, ce la faremo?" Rispose Elisa con voce rotta e spaventata.

Marco annuì guardando Livia e Vigil far strada dal gruppo. "Sì, non temere, tornerete tutti a casa e potrete raccontare questa avventura ai vostri amici." Per la prima volta dall'inizio della fuga un sorriso si palesò sul suo volto.

La gola iniziava a cambiare. Le pareti si abbassavano, si allontanavano. Il letto del fiume si allargava. La luce filtrava più chiara attraverso il fumo.

"Ci siamo quasi" disse Livia.

Poi Marco sentì qualcosa. Un rombo lontano, sopra di loro. Elicottero. Il rumore passò, si allontanò. Non li aveva visti.

"I soccorsi" disse Ruggero. C'era speranza nella sua voce.

Livia annuì. "Dobbiamo uscire dalla gola. Farci vedere."

Trovarono un punto dove la parete cedeva il passo a un pendio praticabile. Salirono. Amani e Ruggero portavano ancora Lorenzo, i muscoli che bruciavano. Ma ce la fecero.

🌊 Parte III - I Soccorritori

La pioggia improvvisa sconfigge l'incendio.

In cima si fermarono. Il pianoro si apriva davanti a loro, erba secca e terra screpolata. Avevano lasciato la gola, ma il fumo li aveva seguiti. Si alzava dai crinali intorno, grigio e denso, e l'aria sapeva di cenere.

Lorenzo era disteso nell'erba. Respirava, ma ogni respiro sembrava costargli fatica. Amani e Ruggero si erano accasciati accanto a lui, le braccia abbandonate lungo i fianchi, i muscoli che tremavano ancora per lo sforzo. Nadia era in piedi, le mani sui fianchi, lo sguardo che cercava qualcosa all'orizzonte. Elisa si era seduta con le ginocchia strette al petto, piccola, lo sguardo perso.

Marco li guardò. Cinque persone strappate al fuoco. Vive.

Livia si era allontanata di qualche passo. Stava ferma al centro del pianoro, il viso rivolto verso l'alto, gli occhi chiusi. Il vento le muoveva i capelli, portando con sé l'odore acre dell'incendio.

Marco la raggiunse. Non disse nulla. Aspettò.

Quando Livia parlò, la sua voce era diversa. Più bassa, più lontana.

"La terra sta soffrendo" disse. "Il fuoco la sta divorando. Ma c'è qualcos'altro. Qualcosa che sta arrivando."

Marco guardò il cielo. Solo fumo, grigio su grigio.

"Cosa?"

Livia non rispose. Le sue labbra si muovevano appena, formando parole che Marco non riusciva a sentire. O forse non erano parole — erano qualcos'altro, qualcosa di più antico.

Vigil le si avvicinò. Si sedette accanto a lei, il muso alzato nella stessa direzione, gli occhi dorati che fissavano qualcosa oltre il visibile.

L'aria cambiò.

Marco lo sentì sulla pelle, prima ancora di capire cosa fosse. Una tensione, un fremito. Il vento che spingeva il fumo verso di loro si fermò. Per un istante tutto fu immobile — l'erba, gli alberi lontani, il fumo stesso sospeso a mezz'aria.

Poi la prima goccia cadde.

Colpì la terra secca con un suono che sembrava un sospiro. Ne seguì un'altra, e un'altra. In pochi secondi la pioggia era ovunque, fitta, pesante, verticale.

Non c'erano stati segni. Niente nuvole scure all'orizzonte, niente tuoni in lontananza. La pioggia era semplicemente arrivata, come se qualcuno avesse aperto una porta nel cielo.

Ruggero alzò la testa. La pioggia gli rigava il viso, lavando via la fuliggine.

"Ma come..." mormorò.

Elisa si era alzata. Stava in piedi con le braccia aperte, il viso rivolto al cielo, lasciando che l'acqua la investisse. Un singhiozzo le sfuggì dalla gola, ma stava ridendo. Piangeva e rideva insieme.

L'acqua scendeva densa, implacabile. Il fumo si abbassava, si dissolveva. Marco sentì il crepitio dell'incendio affievolirsi in lontananza, soffocato dalla pioggia.

Guardò Livia. Lei aveva riaperto gli occhi. Lo stava fissando.

Non disse nulla. Non c'era niente da dire. Ma qualcosa passò tra loro in quello sguardo — non una spiegazione, ma un riconoscimento. La consapevolezza che certe cose accadono senza poter essere nominate.

La pioggia continuò. Venti minuti, forse trenta. Poi, con la stessa naturalezza con cui era arrivata, si affievolì. Le ultime gocce caddero sparse, e il cielo sembrò schiarirsi, anche se il sole restava nascosto.

L'aria era diversa adesso. Pulita, lavata. L'incendio non era spento del tutto — in lontananza si vedevano ancora fili di fumo alzarsi dai crinali — ma aveva perso forza.

Poi Marco lo sentì. Un rombo lontano, ritmico.

"Elicottero" disse Nadia, gli occhi che scrutavano il cielo.

Il suono si avvicinò. Un punto scuro apparve oltre il crinale. E in lontananza, sulla strada sterrata che costeggiava il pianoro, lampeggiavano luci blu.

"I soccorsi" disse Ruggero. La voce gli si spezzò. "Ce l'abbiamo fatta."

Si voltò verso Marco e Livia per dire qualcosa.

Non c'erano.

Ruggero sbatté le palpebre. Guardò intorno, confuso. Il pianoro era vuoto. Tranne loro cinque. L'erba bagnata, le querce in lontananza, il cielo che si schiariva.

"Dove..." iniziò.

"Erano qui" disse Elisa. La voce le tremava. "Erano qui un secondo fa."

Nadia scrutava il limitare del bosco. Niente. Nessun movimento tra gli alberi, nessuna sagoma che si allontanava. Come se non fossero mai esistiti.

"Il cane" disse Amani. "Il cane nero. Dov'è?"

Silenzio.

I soccorritori li raggiunsero qualche minuto dopo. Trovarono cinque escursionisti esausti, uno ferito.

"Non sapevamo ci fossero escursionisti nell'area. Come siete usciti dalla gola?" chiese con tono calmo e rassicurante un vigile del fuoco.

I cinque si guardarono incerti e Amani rispose. "C'erano due persone. Un uomo e una donna. E un cane." Il tono della voce era stanco ed incerto. "Ci hanno trovati, ci hanno guidati, ci hanno salvati. E poi sono scomparsi." Non aggiunse altro, non sapeva nemmeno i loro nomi e se fossero esistiti veramente. Lo sguardo si spostò sul paramedico che lo stava visitando, mentre un profondo sospiro lasciò le sue labbra.

Ruggero, Nadia, Lorenzo ed Elisa semplicemente annuirono senza aggiungere altro.

Il vigile del fuoco li guardò, perplesso, ma comprendeva lo stato di confusione del gruppo dopo una tale esperienza.

"Ci sarà tempo per dopo per i resoconti e i rapporti. Adesso vi portiamo al campo di coordinamento e alle ambulanze."

Mentre salivano sulle ambulanze, alcuni ricordi sembrarono sfumare, come se la natura sapesse preservare alcuni dei suoi segreti e di quelli dei suoi Custodi.

Una frase emerse, come evocata, dalle labbra di Elisa. Ricordava una voce di donna che diceva: Il bosco va rispettato. Avrebbe ricordato quella frase ogni volta che fosse entrata in un bosco.

🌊 Parte IV - Il ritorno

Agnese medica il braccio ferito di Livia.

Era passato quasi un mese dagli eventi nella gola del Caeritis, il casale era tornato alla sua particolare normalità.

Nei giorni trascorsi, mentre chiudevano brecce e sistemando l'orto e le coltivazioni, Marco e Livia avevano pensato di creare una fossa per realizzare quello che avrebbe potuto diventare uno stagno naturale. Avevano già sviluppato un progetto e procurato delle attrezzature, ma ancora i veri lavori non erano iniziati.

L'estate era ancora piena, con il caldo di agosto che gravava sulla valle. Ma l'aria sembrava diversa, più leggera. Il cielo sopra i noccioli era limpido, senza traccia del fumo che per giorni aveva coperto l'orizzonte verso ovest.

Livia era seduta in cucina, il braccio sinistro appoggiato sul tavolo. Agnese le stava cambiando la fasciatura, le mani sicure che svolgevano la garza con gesti lenti e precisi.

"Sta guarendo bene" disse Agnese, esaminando il taglio. Era lungo, dalla spalla fino a quasi il gomito, ma pulito. "Non lascerà quasi segno."

"Lo so" disse Livia.

Agnese non chiese come se lo fosse procurato. Non aveva chiesto nulla quel giorno in cui erano tornati — sporchi, esausti, con l'odore del fumo ancora addosso. In quella occasione aveva preparato il bagno, aveva cucinato, aveva curato la ferita senza una parola. Come se sapesse già tutto quello che c'era da sapere. O come se certe cose non avessero bisogno di essere dette.

Marco era in veranda, il portatile aperto davanti a sé. Controllava le notizie, come ogni mattina. L'incendio del Mignone era già scivolato nelle pagine interne, sostituito da altre emergenze, altri titoli. Cento ettari bruciati, scrivevano. Danni ingenti alla vegetazione. Nessuna vittima. Causato probabilmente da qualche oggetto abbandonato.

Nessuna vittima.

Vigil dormiva ai piedi della sedia, il muso appoggiato sulle zampe. Ogni tanto un orecchio si muoveva, attento a suoni che gli umani non potevano percepire.

Fu lui a sentirli per primo arrivare.

Si alzò, la testa rivolta verso il viale che saliva al casale. Un secondo dopo, Marco sentì il rumore di un motore. Un'auto che si avvicinava, lenta, incerta sulla strada sterrata.

Livia uscì dalla cucina, il braccio ancora fasciato. Scambiò uno sguardo con Marco.

L'auto si fermò davanti al casale. Una berlina grigia, impolverata dal viaggio. Le portiere si aprirono.

Scesero in cinque.

Li riconobbero subito. Elisa, con la sua giacca rossa. Nadia, alta, i capelli ricci raccolti. Amani, giovane, lo sguardo attento. Ruggero, i capelli grigi, la barba. E Lorenzo, che camminava con una stampella ma camminava.

Si fermarono a qualche metro dal portico. Nessuno parlava.

Fu Nadia a fare il primo passo avanti.

"Vi abbiamo cercato" disse. "Non sapevamo dove. Non sapevamo come. Ma sapevamo che dovevamo trovarvi."

Marco scese i gradini del portico. "Come ci avete trovati?"

"Non lo so." Nadia scosse la testa. "Abbiamo guidato. Ci siamo fermati a chiedere. Una donna a Sutri ci ha detto di un casale, di una donna che conosceva le erbe. Abbiamo seguito le indicazioni." Fece una pausa. "O forse le indicazioni hanno seguito noi."

Livia si era avvicinata. Li guardava uno per uno, in silenzio.

Elisa si fece avanti. Aveva qualcosa in mano — un sacchetto di carta.

"Non sappiamo come ringraziarvi" disse. La voce le tremava appena. "Non sappiamo nemmeno i vostri nomi. Non sappiamo niente di voi. Ma siamo vivi. E volevamo..." Si interruppe, cercando le parole.

Ruggero continuò per lei. "Volevamo dirvi grazie. E volevamo capire."

"Capire cosa?" chiese Livia.

"Chi siete. Come sapevate. Perché ci avete salvati." Ruggero la guardò negli occhi. "E la pioggia. Come avete fatto con la pioggia."

Livia non rispose subito. Il vento muoveva le foglie dei noccioli, portando l'odore dell'erba tagliata, della terra umida.

"Alcune cose non si spiegano" disse infine. "Si accettano."

Lorenzo fece un passo avanti, appoggiandosi alla stampella. "La caviglia guarirà" disse. "I medici non capivano come fossi ancora vivo, con tutto quel fumo nei polmoni. Dicevano che era un miracolo." Fece una pausa. "Ma io so che non era un miracolo. Eravate voi."

Livia si avvicinò a lui. Gli prese la mano, come aveva fatto con Nadia sul pianoro, settimane prima.

"No!" disse. "Eravate voi. La vostra forza, la vostra volontà di sopravvivere. Noi vi abbiamo solo mostrato la strada."

Elisa porse il sacchetto di carta a Livia. "Abbiamo portato questo. Non sapevamo cosa portare. È miele. Di Barbarano. Il signore che ce l'ha venduto ha detto che voi lo conoscete."

Livia prese il sacchetto. Un sorriso le attraversò il viso.

"Grazie."

Rimasero ancora qualche minuto. Non ci furono altre domande — forse avevano capito che le risposte non sarebbero arrivate, o forse le risposte non servivano più. Bevvero un caffè sotto il portico, guardando la valle che si stendeva sotto di loro.

Prima di andare, Nadia si fermò accanto a Livia.

"Torneremo nel bosco" disse. "Tutti e cinque. Abbiamo deciso. Ma lo faremo in modo diverso."

"Come?"

"Con rispetto." Nadia guardò verso i noccioli, le querce in lontananza, il cielo limpido. "Prima non capivo cosa significasse. Adesso sì."

Elisa si avvicinò a Livia. Aveva gli occhi rossi, il viso ancora segnato dal fumo e dalle lacrime. Aprì la bocca per parlare, ma non uscì nulla. Frugò nella tasca dei pantaloni e tirò fuori qualcosa di piccolo, lo premette nella mano di Livia.

"Era di mia nonna" disse, e le labbra si piegarono in un sorriso appena percettibile.

Poi si voltò e raggiunse gli altri.

L'auto ripartì lungo il viale, sollevando polvere nel sole del pomeriggio. Marco e Livia restarono a guardarla finché non scomparve oltre la curva.

Livia aprì la mano. Un amuleto di bronzo scuro, consumato dal tempo e dalle dita che l'avevano toccato per generazioni. Un simbolo che non riconobbe subito, inciso nel metallo con tratti sottili. Antico. Più antico di quanto Elisa probabilmente sapesse.

Lo chiuse nel pugno.

Agnese era sulla soglia della cucina. Non aveva detto una parola per tutto il tempo.

"Torneranno" disse.

Livia si voltò. "Come lo sai?"

Agnese non rispose. Rientrò in casa, e un attimo dopo si sentì il rumore delle stoviglie, dell'acqua che scorreva. Di nuovo dopo settimane Agnese stava curando la loro casa, una cosa insolita per lei, che già doveva pensare al suo casale.

Marco si sedette sui gradini del portico. Vigil gli si accucciò accanto.

"Mi sono posto molte domande su quanto è successo." Lo sguardo di Marco era perso oltre il noccioleto. "Come hai sentito l'incendio e come era collegato al dolore che hai provato?"

Livia non rispose e Marco continuò.

"È stata la prima volta e poi non si è ripetuto, ci sono stati altri incendi."

"Credo che il mio legame con questo," — il braccio destro si mosse a indicare la valle, gli alberi e le colline — "sia qualcosa che prescinde dai rituali. Ho accettato di custodire questo territorio. Quando succede qualcosa di non naturale, io sento quello che gli alberi sentono." Il tono di Livia era riflessivo, come se stesse cercando delle parole per spiegare quello che conosceva dentro di lei.

Marco era perplesso, ma a suo modo anche lui capiva cose che non sapeva come spiegare a parole.

"Questo significa che dovresti sentire anche gli incendi in Sardegna o le inondazioni da qualche altra parte, non credi?" Il discorso stava diventando colloquiale, come il parlare del colore delle tende, per loro era normale.

Livia scosse lentamente la testa.

"Sono legata a questo territorio, non a tutta la Terra." Sorrise di un sorriso aperto, felice. "Se una custode sentisse il dolore di ogni luogo, credo che impazzirebbe. Credo anche che quello che sento sia il dolore di eventi legati alla trascuratezza, cose cattive e non naturali."

Marco semplicemente annuì, tornando a parlare delle persone appena andate via.

"Pensi che capiranno?" chiese. "Un giorno?"

Livia si sedette accanto a lui. Si guardò il braccio fasciato, poi lo sguardo si perse verso la valle.

"Non hanno bisogno di capire" disse. "Hanno bisogno di ricordare. E ricorderanno."

Il sole scendeva verso i colli. Le cicale cantavano, come sempre. Come se niente fosse cambiato.

Ma qualcosa era cambiato. Nel bosco che si stendeva oltre la valle, nella terra che aveva bruciato e ora iniziava a rinascere, nei cinque che erano tornati a casa portando con sé qualcosa che non sapevano nominare.

E nel casale tra i noccioli, tre figure — due persone e un cane nero — continuavano a vegliare su un territorio che aveva bisogno di custodi.

Storia creata in collaborazione con l'Intelligenza Artificiale.
© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.