Piante, tradizioni e racconti legati al territorio
Il sole di luglio entrava dalle finestre del casale, basso ma già caldo. Marco era in cucina da un po', il caffè pronto sul fornello, il portatile aperto sul tavolo. Controllava le notizie locali, un'abitudine che aveva preso da quando viveva lì. Vigil dormiva accanto alla porta, il muso appoggiato sulle zampe, gli occhi dorati socchiusi.
Sentì la porta del bagno aprirsi, movimento nel corridoio.
"Hai visto la mia fascia? Quella blu."
Si voltò. Livia era ferma sulla soglia della cucina, un asciugamano stretto intorno al corpo che le copriva appena dalla curva del seno a metà coscia. I capelli neri le ricadevano sulle spalle nude, ancora umidi, qualche goccia che scivolava lungo il collo. Con una mano teneva fermo l'asciugamano sul petto, con l'altra indicava vagamente verso il soggiorno.
"Tavolo in veranda" disse Marco. "L'hai lasciata ieri sera, vicino al libro."
"Ah, giusto. Grazie."
Sparì lungo il corridoio, lasciando impronte umide sul pavimento di pietra. Marco tornò al portatile, scorse un articolo sulla sagra di Barbarano, un altro sul restauro di una chiesa a Sutri.
Vigil alzò la testa, con poco interesse seguì Livia con lo sguardo finché non scomparve, poi tornò a dormire.
Qualche minuto dopo Livia ricomparve, vestita come al solito con jeans e maglietta, i capelli ancora umidi raccolti nella fascia. Si versò il caffè e si sedette di fronte a Marco.
"Qualcosa di interessante?"
"La solita estate. Sagre, restauri, il caldo."
"Il caldo." Una smorfia attraversò il viso, nonostante la doccia già stava sudando.
Bevvero il caffè in silenzio. Il tipo di silenzio comodo che non ha bisogno di essere riempito. Fuori, le cicale avevano già iniziato il loro coro. L'aria era ferma, densa.
Livia posò la tazza e il suo corpo si piegò su sé stesso. Un suono le uscì dalla sua gola — non un normale grido, qualcosa di più profondo, viscerale. Le braccia si strinsero intorno allo stomaco e le ginocchia cedettero, mentre la sedia cadde di lato con Livia che si accasciava sul pavimento di pietra.
"Livia!"
Marco fu su di lei in un istante. Vigil abbaiava in un profondo latrato. Livia era rannicchiata su un fianco, le braccia premute contro l'addome, il viso contratto in una smorfia di dolore.
"Livia, cosa succede? Livia!"
Lei non rispondeva. Tremava violentemente e respirava a strappi. Marco le prese il viso tra le mani, cercò i suoi occhi — erano aperti ma non lo vedevano. Guardavano qualcosa che lui non poteva vedere.
"Dio, Livia, parlami..."
Non sapeva cosa fare. Chiamare un'ambulanza? Chiamare Agnese? Cosa stava succedendo?
Vigil smise di abbaiare. Si accostò a Livia, il muso premuto contro la sua schiena, e da lui usciva solo un guaito basso, continuo.
Poi, così com'era arrivato, il dolore iniziò a defluire.
Marco se ne accorse dal suo corpo: i muscoli che si rilassavano, le mani che allentavano la presa, il respiro che tornava lentamente regolare.
Livia sbatté le palpebre e lo guardò.
"Marco."
"Sono qui. Cosa diavolo è successo?"
Lei non rispose subito. Con l'aiuto di Marco si tirò a sedere, lentamente. Era pallida, i capelli sfuggiti dalla fascia, gli occhi ancora velati.
"Non lo so" sussurrò. "Non lo so."
Rimase seduta sul pavimento, la schiena appoggiata alle gambe di Marco, Vigil stretto al suo fianco. Fuori, le cicale continuavano a cantare, indifferenti.
Ma qualcosa era successo. Qualcosa che nessuno dei due sapeva ancora nominare.
Livia era in veranda, seduta sulla sedia di vimini, lo sguardo fisso oltre i noccioli. Si era ripresa — almeno in apparenza. Aveva bevuto acqua, aveva detto a Marco che stava bene. Ma lui la vedeva: le mani che, a tratti, tornavano allo stomaco, come a cercare un'eco di quel dolore.
Vigil non si era mosso dal suo fianco. Anche lui sembrava in attesa.
"Dovremmo chiamare qualcuno" disse Marco dalla soglia. "Agnese, o un medico."
"E cosa gli dico? Che mi ha fatto male la pancia per cinque minuti e poi è passato?"
"Non era la pancia, Livia. Ti ho vista."
Lei non rispose. Continuava a guardare oltre i noccioli, oltre la valle.
Agnese uscì dall'orto, un cesto di erbe fresche sotto il braccio. Si fermò vedendo Livia seduta così, pallida, lo sguardo perso.
"Cosa è successo?"
"Un malore" disse Marco. "Improvviso. Forte. Poi è passato."
Agnese posò il cesto, si avvicinò a Livia. Le studiò il viso, le prese una mano tra le sue. Non disse nulla per un lungo momento.
"Come ti senti adesso?"
"Vuota" rispose Livia. "Come se qualcosa mi avesse attraversata."
Agnese annuì lentamente. Se riconosceva qualcosa in quelle parole, non lo disse. Si limitò a stringerle la mano.
"Riposati. E bevi."
Sparì dentro il casale, silenziosa com'era apparsa.
Fu Marco a trovare la risposta. Aveva riaperto il portatile quasi senza pensarci, più per fare qualcosa che per vera curiosità. Notizie locali, la solita routine. Scorse i titoli senza attenzione, finché uno non lo fermò.
Incendio sulla ferrovia dismessa Capranica-Civitavecchia. Fiamme nella zona del ponte sul Mignone.
"Livia."
Qualcosa nel suo tono la fece voltare subito. Si alzò, venne a leggere da sopra la sua spalla.
L'articolo era scarno. Un incendio scoppiato nelle prime ore del mattino, causa ancora da accertare. Vegetazione secca, zona impervia, difficoltà di accesso per i mezzi di terra. Squadre al lavoro per contenere la propagazione.
Livia si era irrigidita.
"Che ore erano?" chiese. "Quando è scoppiato?"
Marco scorse l'articolo. "Non dice con precisione. Prime ore del mattino."
Si guardarono. Non c'era bisogno di dirlo ad alta voce. Il malessere di Livia, il dolore improvviso — erano arrivati all'alba.
"È quello" disse Livia. La voce era diversa adesso. Non più incerta. "È quello che ho sentito."
"Ma come..."
"Non lo so. Ma lo sento ancora." Si portò una mano allo stomaco. "Adesso che so cos'è, lo sento. Come una ferita aperta. Qualcosa sta bruciando che non dovrebbe bruciare."
Marco guardò di nuovo l'articolo. Ferrovia dismessa. Ponte sul Mignone. Zona isolata.
"È a una ventina di chilometri da qui" disse.
"Lo so."
Vigil si era alzato. Stava immobile tra loro, il pelo nero che sembrava assorbire la luce del mattino, gli occhi dorati fissi su Marco.
Poi la visione arrivò.
Marco la sentì prima di vederla: una pressione dietro gli occhi, un ronzio nelle orecchie. Vigil che amplificava, che apriva un varco. E poi le immagini.
Fumo. Fumo ovunque, denso, che bruciava la gola. Figure che tossivano, che si trascinavano. Una donna con una giacca rossa che piangeva, un uomo dai capelli grigi che urlava qualcosa. Cancelli di ferro, saldati, invalicabili. Alle loro spalle il crepitio delle fiamme che si avvicinavano. Intrappolati. Erano intrappolati.
La visione si dissolse.
Marco barcollò, si appoggiò al tavolo. Livia lo teneva per un braccio.
"Cosa hai visto?"
"Persone." La voce gli uscì roca. "Escursionisti, credo. Sono intrappolati vicino al ponte. I cancelli sono chiusi, saldati. Il fuoco sta arrivando."
"I soccorsi..."
"Non arriveranno in tempo. La zona è impervia, non c'è copertura telefonica. Nessuno sa che sono lì."
Livia lo guardò. Marco la guardò.
Non c'era bisogno di discutere. Non c'era bisogno di decidere. Sapevano entrambi cosa dovessero fare.
"Preparo gli zaini" disse Livia.
"Io prendo le corde. E la cassetta del pronto soccorso."
Vigil era già alla porta.
Furono pronti in pochi minuti. Zaini leggeri ma essenziali: acqua, corde, la cassetta del pronto soccorso, torce. Livia aggiunse un sacchetto di erbe dal suo laboratorio — achillea, piantaggine, calendula. Cose che potevano servire davvero.
Agnese li guardò dalla porta mentre caricavano la macchina.
"Dove andate?"
"C'è un incendio vicino al Mignone" disse Livia. "Persone in pericolo."
Agnese non chiese spiegazioni. Annuì e basta.
"State attenti."
La macchina di Marco era un fuoristrada vecchio ma affidabile. Vigil saltò sul sedile posteriore, occupandolo quasi tutto. Livia si sedette davanti, il telefono in mano a controllare la mappa.
"Prendiamo verso ovest" disse. "Capranica, poi Barbarano e Blera. Da lì scendiamo verso la ferrovia."
Marco mise in moto. Il casale scomparve nello specchietto retrovisore, poi i noccioli, poi la valle. Presero la provinciale verso Capranica, il sole già alto che batteva sul parabrezza.
Guidò veloce ma attento. Le strade della Tuscia erano strette, curve cieche, trattori che spuntavano dal nulla. Conosceva quel percorso, l'aveva fatto altre volte per esplorare la zona. Ma mai così. Mai con quell'urgenza che non lo lasciava respirare.
Livia era silenziosa. Teneva una mano appoggiata al finestrino, gli occhi socchiusi.
"Lo senti ancora?" chiese Marco.
"Sì. Più forte adesso. Ci stiamo avvicinando."
Attraversarono Capranica senza fermarsi, poi presero verso ovest in direzione di Barbarano Romano. Il paesaggio cambiava — più boschi, meno case, la vegetazione che si faceva più fitta. A un certo punto Marco vide una colonna di fumo in lontananza, grigia contro l'azzurro.
"Eccolo" disse.
Livia aprì gli occhi. Guardò il fumo senza parlare.
Barbarano Romano apparve dopo una curva — un pugno di case arroccate sulla collina, la torre medievale che svettava. Ma qualcosa non andava. C'era gente per strada, capannelli di persone che indicavano verso la valle. Un uomo con il telefono all'orecchio gesticolava. Due donne anziane parlavano fitte sulla soglia di un bar.
Marco rallentò. Abbassò il finestrino.
"...dicono che brucia da stamattina..."
"...i vigili del fuoco sono laggiù, ma non riescono..."
"...la ferrovia vecchia, quella abbandonata..."
Ripartì senza fermarsi. Non c'era tempo per domande.
Proseguirono verso Blera, poi presero una strada secondaria che scendeva verso la valle. La macchina sobbalzava sulle buche, i rami sfioravano la carrozzeria. A un certo punto dovette fermarsi — un tronco caduto bloccava il passaggio.
"Da qui a piedi" disse.
Scesero. L'aria era diversa — più calda, più secca. Un odore acre, inconfondibile. Fumo, e una cenere sottile che si posava ovunque.
Vigil saltò giù e si fermò, il muso alzato, le narici che fremevano. Poi partì in una direzione diversa da quella che Marco si aspettava — non verso il fumo, ma lateralmente, seguendo il crinale.
"Non andiamo dritti?" chiese Marco.
Livia scosse la testa. "Il fuoco è tra noi e loro. Dobbiamo aggirarlo."
"Come lo sai?"
Lei indicò Vigil, che li aspettava qualche metro più avanti. "Lui lo sa. Lo sento. Da quella parte brucia. Da questa no. Non ancora."
Entrambi ebbero la sensazione che le incisioni dello strano e antico collare di Vigil, per un breve istante, risplendessero dorate come i suoi occhi.
Lo seguirono.
Il sentiero che Vigil tracciava era tortuoso e faticoso. Saliva lungo il fianco della collina, si infilava in un bosco di querce, poi scendeva all'improvviso in un fosso secco, pieno di sassi e rami spezzati. Marco sudava, il respiro corto e pesante. Livia arrancava dietro di lui, ma non rallentava mai.
Ogni tanto si fermava, appoggiando una mano al tronco di un albero, gli occhi chiusi, come in ascolto.
"Di qua" diceva. "Ancora sicuro."
Oppure: "No. Cambiamo. Sento calore."
Marco non metteva in discussione. Aveva imparato a fidarsi.
Il tempo sembrava dilatarsi e, al contempo, comprimersi. Quanto avevano camminato? Un'ora, due? Il sole era più alto adesso, il caldo soffocante.
Poi Marco vide qualcosa: una traccia nel terreno, impronte fresche.
Si fermò. Chiuse gli occhi.
"Sono passati di qui stamattina" disse. "Erano allegri. Ridevano."
La traccia degli escursionisti, ancora ignari di ciò che li aspettava.
"Quanto manca?" chiese Livia.
Marco seguì la visione: le impronte, le risate, il gruppo che camminava verso il ponte. Poi il fumo, il panico, la corsa disordinata all'indietro.
"Poco" disse. "Sono vicini."
Accelerarono.
L'odore di fumo era fortissimo adesso. Non più un sentore lontano, ma una presenza densa, che bruciava gli occhi e la gola. Attraverso gli alberi, Marco iniziò a scorgere bagliori arancioni alle loro spalle. Il fuoco stava avanzando. La via alle loro spalle non sarebbe rimasta aperta a lungo.
"Livia..."
"Lo so" disse lei. "Si sta chiudendo dietro di noi."
Nella sua voce non c'era paura. Solo consapevolezza.
Poi il terreno scese bruscamente e, davanti a loro, si aprì la gola del Mignone.
Li videro subito.
Il gruppo era ammassato contro i cancelli del ponte. Grandi inferriate di ferro arrugginito, saldate anni prima per impedire il passaggio. Oltre, il ponte monumentale con le sue arcate di pietra e ferro si allungava sul vuoto della gola. Al di qua, solo roccia, rovi e il fuoco che avanzava.
Cinque persone.
Una donna minuta con una giacca rossa singhiozzava seduta a terra. Un uomo robusto dai capelli grigi scuoteva le sbarre urlando qualcosa. Poco più in là, una donna alta, atletica, la pelle scura lucida di sudore, cercava di mantenere la calma. Un giovane dalla pelle color mogano era arrampicato sui cancelli, alla ricerca di un punto debole, di un varco. A terra, poco distante, un uomo ferito. Immobile.
"Ehi!" gridò Marco, alzando un braccio. "Ehi, siamo qui!"
Le teste si voltarono. Per un istante, solo stupore.
Poi l'uomo dai capelli grigi — Ruggero, avrebbe saputo dopo — corse verso di loro.
"Dio santo, da dove venite? Siete dei soccorsi?"
"Qualcosa del genere" disse Livia. "Quanti feriti?"
"Uno. Lorenzo. È caduto cercando di scavalcare. La caviglia, forse rotta. E ha respirato tanto fumo."
Livia era già in movimento: si inginocchiò accanto all'uomo a terra. Pallido, il respiro rantolante, gli occhi semichiusi. La donna alta — Nadia — lo teneva sollevato per le spalle.
"Da quanto è così?"
"Mezz'ora. Forse di più. Non riusciva a smettere di tossire, poi è diventato così."
Livia aprì lo zaino, tirò fuori le erbe. Le mani che lavoravano veloci, sicure.
"Marco. I cancelli."
Lui era già lì. Guardò il giovane, Amani, scendere dai cancelli.
"Non si aprono. Abbiamo provato tutto. Sono saldati."
Amani e Ruggero continuavano ad accanirsi sul cancello. Le sbarre vibravano sotto i colpi, il metallo rispondeva con gemiti sordi, ma non cedeva. Il fuoco era sempre più vicino, il fumo rendeva l'aria irrespirabile.
Marco li osservò per un istante. Capì che non sarebbero passati di lì.
Si voltò, lasciando il cancello alle spalle, e chiuse gli occhi.
La visione arrivò, diversa dalle altre. Non il ferro, non le saldature. Il luogo. La recinzione che proseguiva sul lato sinistro, rattoppata alla meglio. I pali storti, i fili tesi e consumati, un punto in cui la rete era stata già piegata, forzata da chi era passato prima.
Aprì gli occhi.
"Di qua" disse, indicando a sinistra.
Amani e Ruggero, perplessi, lo seguirono.
La recinzione lì non era un vero cancello, solo rete metallica fissata in fretta a un palo. Il terreno era irregolare, scavato dalle radici.
Marco afferrò un ramo lungo e robusto e lo infilò tra la rete e il palo sul lato sinistro. Fece leva di lato, con decisione. Amani si unì a lui. I fissaggi cedettero uno dopo l'altro. La rete si staccò dal palo e ricadde, piegandosi verso l'interno.
Il passaggio si aprì.
"Passate!" urlò Marco. "Tutti, adesso!"
Elisa passò per prima, minuta com'era, la giacca rossa che scomparve oltre il passaggio. Poi Amani, che si infilò con agilità seguito da Nadia. Ruggero fece più fatica, il torace ampio, il fiato corto, ma passò.
Restava Lorenzo.
"Non possiamo portarlo con il seggiolino" disse Livia. "Il varco è troppo stretto."
Marco annuì, ormai si capivano senza parlare. Si chinò sull'uomo ferito, afferrandolo sotto le ascelle. Livia si chinò sulle gambe afferrandole. Lorenzo gemette, gli occhi che si aprirono per un istante senza vedere nulla.
"Piano" disse Livia. "La caviglia."
Lo trascinarono verso il varco, cercando di tenere la gamba ferita sollevata. Marco passò attraverso il varco trascinando il corpo centimetro per centimetro, le spalle, il torace, i fianchi. Dall'altra parte Nadia e Amani lo afferrarono, lo tirarono fuori con delicatezza.
Livia passò. Un'espressione di dolore le attraversò il volto, ma non un suono o una parola uscirono dalla sua bocca. Vigil per ultimo.
Erano sul ponte.
Ma il ponte finiva contro un altro cancello, a un centinaio di metri verso l'altra sponda. Oltre, i segni di un altro incendio nascente.
"E adesso?" chiese Nadia.
Marco guardò giù. Il Mignone scorreva in fondo alla gola, molto più in basso. Roccia, arbusti, ombre profonde.
Alle loro spalle, il fuoco aveva raggiunto i cancelli. Le fiamme leccavano il ferro.
Marco guardò Livia. Lei ricambiò lo sguardo.
Il fuoco alle spalle. La gola davanti. Cinque sconosciuti che dipendevano da loro.
Storia creata in collaborazione con l'Intelligenza Artificiale.