🌿 Dal giardino alla Tuscia

Piante, tradizioni e racconti legati al territorio

I racconti dei Custodi fanno parte di una storia continua. Se è la prima volta che li leggi, inizia dal primo.

Il momento della ricostruzione

Il tempo dei nuovi equilibri

Racconti fantasy
Data inserimento: 25/10/2026
Ultimo aggiornamento: 26/10/2026

Parte I – La calma dopo la tempesta

Freja si allena con gli esercizi mattutini di squat nello spiazzo del casale del poggio.

La giornata era iniziata con la normalità degli ultimi due mesi, durante i quali si erano lasciati alle spalle Volterra, la Corsica e quanto accaduto in quei giorni. Hana e Freja lasciavano raramente il podere e la Tuscia sutrina; come se si fossero prese un periodo di riposo dalla Phénix e fosse stato loro concesso.

Freja si stava allenando nel piazzale, alternando piegamenti, squat ed esercizi per l’addome con la naturalezza di chi considerava quel tipo di lavoro parte della propria routine quotidiana. Ogni movimento metteva in evidenza un fisico asciutto e armonioso, con una muscolatura femminile ben definita che si intuiva sotto la pelle abbronzata senza mai risultare eccessiva.

Marco uscì dal casale del Poggio nella luce del mattino, reggendo tra le braccia un telo rosso con decorazioni orientali dorate che celava qualcosa al suo interno e raggiunse Freja, fermandosi a pochi passi da lei, osservandola, appena coperta da un sottile top giallo a fascia e calzoncini grigi, con la lunga cicatrice che dal fianco sinistro risaliva verso la schiena, netta sulla pelle abbronzata.

Lei aveva il tallone destro appoggiato alla staccionata e il busto disteso in avanti lungo la gamba tesa; lentamente girò la testa verso di lui e gli sorrise; il volto, come il resto del corpo e i vestiti, era coperto di sudore.

Abbassò la gamba prendendo l'asciugamano dalla staccionata e passandolo prima sul volto e poi sul corpo. "Ciao Marco, la mattinata è andata bene?" Era serena e felice. "Sono due mesi che siamo qui e ci metterei la firma, per sempre… Ma quello è per me?" Fece un passo avanti, sistemando il top.

"Queste terre hanno lo stesso effetto su tutti quelli che ci passano e le ascoltano, sono felice che anche tu ne senta l'effetto." Mosse le braccia in avanti verso Freja, avvicinandole l'involto rosso. "Mi ci è voluto parecchio tempo, ma ci sono riuscito e ti appartiene." Il tono era quasi formale.

Lei aprì delicatamente il telo, lasciandolo sulle braccia di Marco. "Un furoshiki di seta?" Era visibilmente emozionata e si bloccò vedendo il contenuto. "Pensavo fosse stata distrutta sotto le macerie della tomba di Volterra." Sorrise spontaneamente, prendendo l'impugnatura e sollevandola.

"Livia ne aveva recuperato i pezzi." Marco seguì i suoi movimenti con un'attenzione particolare. "Io mi sono limitato a rimetterli insieme." Sospirò indicando appena un punto della lama. "Quella zona della lama è rimasta scura ed è il segno di quello che hai colpito nella tomba. Livia mi ha assicurato che è solo un'ombra, senza alcuna implicazione."

Livia e Hana passarono loro accanto con un semplice cenno di saluto, provenienti dal Lago delle Tre Brecce, e attraversarono il piazzale, scomparendo all'interno del casale.

"Grazie, Marco. Per me questa spada è importante." Lo guardò con dolcezza. "È un regalo del padre di Hana. Qualcosa che mi lega a lei e che è parte di me." Piegò la testa di lato guardando l'ombra. "Adesso portiamo entrambe un segno di quello che siamo e facciamo." Sorrise, commossa.

Tenne la spada appoggiata sulle mani, in orizzontale, chinando la testa verso Marco e chiudendo gli occhi, per poi abbassarsi lentamente sedendosi a terra con le gambe incrociate e la lama distesa sulle ginocchia davanti a sé. Dopo un attimo di silenzio unì i palmi delle mani come in preghiera e pronunciò sottovoce delle parole in un arcaico dialetto giapponese.

Pochi istanti dopo, Hana uscì dal casale con la propria spada nel fodero fissato diagonalmente sulla schiena, con l'impugnatura che emergeva sopra la spalla destra. Si fermò di fronte a Freja con un fodero vuoto in mano e le rivolse un inchino. "Imouto yo, tonari ni tatasete. Chi o waketa ane to shite, tsurugi o waketa tomo to shite." [traduzione]

Freja aprì gli occhi, sollevando il capo verso Hana e rivolgendole un sorriso, mentre allungava la mano aperta verso di lei. "Tou ni akete aru. Ane-ue, koi." [traduzione]

Le sistemò il fodero sulla schiena, sulla pelle nuda, allacciandolo come in un rituale sacro e orientandolo verso la spalla sinistra, per poi tornarle di fronte.

Freja si alzò lentamente, infilando la lama nel fodero e chinando rispettosamente il capo verso di lei.

Hana la guardò. "Allenamento?"

Freja tornò seria. "Fino al casale dei Gelsi e ritorno, nessuna pietà."

Scattarono verso la staccionata, scavalcandola con naturalezza e, prima di toccare terra, le lame erano già sfoderate: una nella sinistra di Freja e una nella destra di Hana. Solo allora Marco vide, nel riflesso del sole, che non erano spade comuni. Erano spade gemelle.

Livia lo raggiunse affiancandosi a lui. "Sono incredibili, sembravano così diverse e ora che sono insieme sono come..." Fece una pausa cercando le parole. "Sono come un'unica entità." Sorrise guardando oltre la staccionata.

"Sono molto legate tra loro, più di quanto avessimo immaginato. Su una cosa hai ragione: sono molto diverse, ma sono una cosa sola, come le loro spade… Adesso lo so." Ripiegò il tessuto avviandosi verso il casale. "Tu resti qui?"

"Rientro con te, devo sistemare alcune cose." Livia fece una pausa, con lo sguardo perso nel bosco. "Marco, ho creduto di amare tante persone, ma con Hana ho scoperto cosa voglia dire amare." Si accodò a Marco. "Andiamo, il lavoro continua. Ho letto i documenti e valutato se partecipare al bando per sostituire Carlo… Ho tutti i requisiti necessari."

"Quello stro…" Marco si trattenne, respirando profondamente e tossendo appena. "Quindi hai deciso di proporti per quel posto a Volterra?"

Livia annuì. "Sì, ho deciso che non mi interessa." Rientrarono nel casale ridendo.

◯ ◯ ◯

La porta si aprì bruscamente, lasciando entrare Freja che sbuffava, agitando le mani e tenendo lo sguardo rivolto al cielo. Su un lato della maglietta aderente si vedeva sangue parzialmente coagulato. Hana era dietro di lei e parlava con tono contrito, apparentemente scusandosi.

Marco e Livia le seguirono con lo sguardo; avevano appena terminato di lucidare il tavolo della sala con dell’olio paglierino.

Fu Livia a parlare per prima. "Hana, hai cercato di uccidere tua sorella?" Il tono era incuriosito.

"Praticamente sì. Non ricordavo di sapermi battere in quel modo." Il tono di Hana era preoccupato. "Mia sorella è una valida combattente e, durante uno scambio su un albero, ho superato la sua difesa…"

Freja completò il racconto mentre versava la tisana. "Mi ha aperto una spalla con una destrezza incredibile, ma eravamo già arrivate al casale… Elisa ha sistemato il danno." Sbuffò. "E se non la pianti di scusarti, sarò io a superare la tua difesa… con un pugno sul naso."

Livia le guardò. "Forse l'intensità dello scontro ha risvegliato qualcosa che hai imparato durante la tua assenza." Abbozzò un sorriso. "È successo qualcosa di simile anche a me in Brasile, ma tu non ne hai memoria e farei volentieri a cambio."

"Lo penso anch'io. L'abbiamo ripresa dalle Valchirie e, per quanto testona, qualcosa deve aver imparato." Diede una pacca sulla schiena di Freja. "Non è successo niente e abbiamo capito qualcosa in più."

Livia scosse il capo. "Ricordate che Elisa può curare, ma non può riattaccare le teste e riportare in vita i morti."

"Cosa non può fare Elisa?" La sua voce, solare, entrò dalla porta.

"Buongiorno, amore. Non hai idea di quanto mi sia mancata." Marco le si avvicinò. "Non ho sentito la macchina…"

"Sono salita a cavallo, ho parcheggiato alla staccionata." Gli assestò una spinta sulla spalla, ridendo.

"Potrei averne altri da un amico di quel mio amico." Livia guardò dalla finestra. "Come sta andando con questi?"

Elisa sollevò le spalle. "Direi molto bene, ormai sono ambientati e si sentono a casa. Considerando le richieste che abbiamo, qualche capo in più non sarebbe male."

"E chi sarebbe questo amico?" Hana si era appoggiata al lavandino con una tisana tra le mani.

Elisa rifletté per un attimo. "Anche in questo caso il pagamento avverrebbe con prestazioni archeologiche?"

Livia sospirò. "No, è un artista. Mi darebbe i cavalli, ma in cambio bisogna posare per lui."

"Posare come?" Hana era contrariata.

"Cara, nel modo più naturale del mondo." Fece scorrere le mani sul corpo. "Senza niente addosso."

Freja ridacchiò al fianco di Hana, in attesa della reazione, che non tardò ad arrivare. "Quella versione di te è solo per i miei occhi."

La risata di Livia riempì la stanza per un lungo momento. "Non devo posare io, ha chiesto Marco."

Marco sbarrò gli occhi guardandola. "Ma non ci penso proprio, vado a fare il boscaiolo e li paghiamo."

Elisa iniziò a girargli attorno, osservandolo. "E perché no?" Gli sistemò meglio la maglietta. "Se poi facessero delle stampe, potrei appenderne una in camera. Mi sembra che averti in un dipinto sia una grande idea."

"Elisa, pensavo fossi gelosa." Sorrise Freja, spostandosi verso la rastrelliera e appendendo il fodero con la spada come fosse la cosa più normale del mondo.

"Sono gelosa, ma non morbosa… e visto che si tratta di un uomo, la cosa mi diverte."

"Vi ho detto come stanno le cose." Livia si spostò verso Hana. "Per avere cavalli gratis… Marco nudo in un quadro." Sollevò le spalle. "Decidete voi due."

Hana posò la spada nel fodero accanto alla gemella, poi si avvicinò a Livia cingendole la vita. "Per tanto tempo ho cercato la persona giusta e guarda cosa è successo." Sorrise, fissandola negli occhi.

Livia la guardò seria. "È successo che l'hai trovata dietro un hangar di periferia, prima di una battaglia per le sorti del mondo…" Mosse appena la testa e la baciò con trasporto.

Marco sorrise. "Siete sempre carine." Poi si diresse verso la porta.

"Ehi, tu! Dove pensi di andare?" Elisa lo bloccò afferrandolo per la cintura dei pantaloni. "Qui i cavalli ci servono, quindi vedi di fare la tua parte o da questa sera dormirai sul divano." Il tono era serio.

"Ma stai scherzando?" Marco si girò bruscamente, liberandosi. "Vuoi veramente che posi nudo per una persona che non conosciamo?"

Elisa annuì senza dire altro.

"Allora dormirò sul divano, che è comunque comodo…"

"E mi lasceresti sola notte dopo notte, mentre gli anni passano e divento vecchia?" Sospirò. "Senza nemmeno un erede?"

"Allora facciamo con calma. Prima lo chiamiamo per capire cosa abbia in mente e poi decidiamo." Allungò la mano verso Elisa. "Affare fatto?"

Elisa gli strinse la mano, rispondendo con decisione. "Affare fatto!"

Sentirono gli applausi e si girarono verso il camino, dove tutti erano appoggiati allo schienale del divano, applaudendo e urlando: "Bis… bis…"

Freja si zittì, inclinando leggermente la testa. "Con tutto quello che avete passato e con tutto ciò che potrebbe ancora accadere, riesci a pensare a un erede?" La domanda era seria.

Elisa si bloccò per un attimo. "Mi è uscito così, ma ora che me lo chiedi devo risponderti di sì. Senza dubbi. Non oggi o domani, ma se e quando accadrà." Spostò lo sguardo su Marco.

"Non posso che essere d'accordo." Le baciò la fronte. "Ne sarei felice."

Livia si passò una mano sugli occhi. "Sarebbe bello se diventassi zia." Strinse con forza la mano di Hana.

Hana si guardò attorno. "A proposito di questo… potreste essere meno rumorosi mentre fate le prove? La nostra camera confina con la vostra."

"Effettivamente siete un po' rumorosi…" aggiunse Livia, ridacchiando.

Elisa le guardò seriamente. "Hanno parlato le Valchirie… quando vi allenate trema il casale."

"Ma come ti permetti?" Il sorriso era sulle labbra di Hana.

"Elisa ha ragione, riuscite a far tremare i muri." Rincarò Marco.

"Fermi!" Freja si mise in mezzo. "Ho un'idea." Li guardò. "Marco, Elisa, potreste trasferirvi al casale della Quercia. Ognuno avrebbe la propria casa e sareste vicini."

Per un attimo calò il silenzio, interrotto da Marco. "Livia, cosa ne pensi? Potrebbe essere la scelta giusta."

Livia annuì. "Ci prendiamo cura del casale della Quercia e abitarlo sarebbe la soluzione migliore." Sospirò. "Certo che non averti più tra i piedi davanti alla porta del bagno mi mancherà." Spostò lo sguardo su Elisa. "La tua casa è diventata un agriturismo e sei venuta qui. Ora potrete avere una casa tutta vostra."

Elisa non rispose. Si aggrappò con le gambe ai fianchi di Marco, abbracciandolo. "Ci sto, ma tra qualche giorno. Prima c'è il raduno."

Freja si spostò vicino alla porta. "Comunque dormo dall'altro lato del corridoio e confermo che, con tutti e quattro voi, la notte è un problema dormire." Poi corse fuori.

La rincorsero all'esterno, ridendo e cercando di prenderla.

◯ ◯ ◯

Ridendo e scherzando si era fatta sera e Livia era andata a Roma Termini a prendere Sofia, mentre Freja si era recata a Vallicella per accogliere Althea e Arthur, in arrivo a bordo di un X-40.

Il volto di Hana era teso. "Quindi avete organizzato un festino per domani e avete invitato anche Arthur. Non comprendo cosa ci sia da festeggiare." Sbuffò. "Festeggiamo già tutti i giorni senza di lui."

Marco si arrovellava da mezz'ora nel tentativo di farla tornare a sorridere. "Qualsiasi cosa ci passi per la testa. Tra le tante, il fatto che sono passati due mesi e siamo ancora vivi." Sospirò, cercando di mantenere un tono garbato. "Non comprendo il motivo della tua irritazione. Faremo casino, dovresti essere allegra."

Elisa li osservava e li ascoltava da un po', ma ogni volta che pensava di aver capito, si rendeva conto che le mancava qualche informazione.

Hana fissò gli occhi su Marco. "Ero candidata con lui per il ruolo di comando della sicurezza della Phénix de Feu."

"Dopo la tua… morte… il ruolo è stato assegnato a lui. Mi sembra normale." Marco rispose prudentemente.

"Ha avuto il comando prima, per questo ero ai suoi ordini." La rabbia traspariva dal volto. "Ha sicuramente trovato il modo di farsi bello con qualcuno per ottenerlo."

"Durante il volo ti aveva già risposto in merito, ora lo ricordo." Marco era deciso. "Ha detto una cosa che ti ferisce, ma in questo momento la stai dimostrando."

"Che sono troppo impulsiva?" Lo fulminò con lo sguardo. "Tutta una montatura per screditarmi."

"Hana, ti stai ascoltando?" Elisa li interruppe seria. "Sento rabbia e rancore, due cose che non si conciliano con un ruolo di alto comando. Sei una persona eccezionale, ma quando ti toccano su certe questioni perdi il controllo."

Stava per replicare, ma si bloccò e si alzò rapidamente. "A me non sembra. Vado a fare un giro al lago, mi porto qualcosa da mangiare…" Prese al volo un pezzo di pane e della frutta dalla cucina, infilando tutto direttamente nello zainetto.

La videro allontanarsi verso il sentiero. "Veramente capa tosta la ragazza." Sorrise Marco.

"Forse è anche per questo che piace a Livia." Anche Elisa sorrise. "Ma quando la vedo, a parte questi momenti, capisco che è una persona di gran cuore." Fece una pausa. "Abbiamo sistemato tutto?"

"Direi di sì, mancano solo gli invitati."

Parte II – Cibo, discorsi e momenti importanti

Hana consegna uno dei trisceli gemelli a Livia, la promessa d'amore eterno.

Il Lago delle Tre Brecce era una macchia scura nella notte, con il riflesso di qualche stella; solo le deboli luci calde messe da Marco delineavano la spiaggia ai piedi del sentiero principale, dove Hana era seduta a terra piangendo in silenzio, con lo sguardo verso il nulla.

"Comandante Hana." La voce di Althea era serena; era ferma ai piedi del sentiero, a distanza.

Hana tirò su con il naso passandosi la manica sul volto e alzandosi, restando girata verso il lago. "Ormai sono solo Hana, la tornata dalla morte, il prima non ha più importanza." Il tono era basso, triste. "Mi avete ridotta a una cavia da laboratorio. Qui sto bene, lasciatemi in pace." Prese un respiro profondo per evitare di piangere di nuovo.

Althea le si affiancò lentamente. "Questo è quello che hai deciso di credere, ma sai bene che non è così."

"Ti ha mandata Arthur per buttarmi fuori? Ciao Hana, è stato un piacere averti con noi, ora non ci servi più?" Hana rispose scocciata, voltandosi verso Althea con calma.

"Hana, questo tuo atteggiamento ti è costato diversi comandi, cerca di non rovinare tutto di nuovo." Althea la guardò. "Siamo tutti qui per divertirci, come si fa tra amici e tu sei una di loro."

"Amici? Sono una di loro? Mi dite tutti che sono inadatta a fare le cose… Begli amici che siete!" Hana abbozzò un sorriso ironico.

Althea le porse una busta chiusa con i sigilli del Consiglio della Phénix. "Sei libera di pensarlo, io ti stavo cercando per consegnarti questo. Se sei convinta del suo contenuto, puoi anche buttarlo. Lì dietro c'è un secchio della spazzatura."

Hana prese con esitazione la busta, ruppe i sigilli e aprì il documento avvicinandosi a una luce, iniziando a leggere e dicendo ad alta voce alcuni passaggi. "Alto Consiglio Phénix de Feu…" Lo sguardo seguiva le parole. "Prot. CDP-2024/1147-R… Anche un protocollo, allora è una cosa importante." Piegò le labbra in un sorriso ironico.

Althea ascoltava, ma il suo sguardo era rivolto verso il buio del lago.

Hana continuò con tono canzonatorio. "Ordine esecutivo di nuovo incarico…" Si bloccò, facendosi seria. "Il Consiglio Direttivo della Phénix de Feu delibera l’assegnazione del comando della struttura Castra Cerberis a Hana…, per meriti speciali e per il sacrificio affrontato nel corso delle recenti operazioni. La nomina è stata proposta da Arthur… e approvata all’unanimità."

Hana ripiegò il foglio e lo ripose nella busta. "Non posso accettare…" Il tono era calmo.

"E per quale motivo? Perché la proposta è arrivata da Arthur?" Althea si voltò nervosamente verso di lei.

Hana le porse la busta scuotendo il capo. "Althea, qui ho trovato una famiglia e riscoperto mia sorella." Le lacrime ripresero a scorrere. "Qui vive la persona che amo e non voglio lasciare. L'incarico è prestigioso, ma perderei tutto questo."

Althea spinse indietro la sua mano e la busta. "Ti capisco e accetto i tuoi sentimenti e quello che stai provando." Le sorrise apertamente. "La proposta non è negoziabile, non per me." Sollevò una mano, bloccando la risposta. "Cerberis non è dietro l'angolo, ma non pensare che non abbiamo sistemato le cose per permettervi di stare insieme."

Hana serrò la mano sul polso di Althea. "D'accordo, accetto, in via provvisoria. Se Livia avrà bisogno di me, io lascerò immediatamente qualsiasi missione; stessa condizione se ci terrete lontane per troppo tempo." La guardò negli occhi nella bassa luce. "Consigliere, la Phénix de Feu lo accetta?"

Althea serrò il suo polso. "La Phénix de Feu lo accetta e noi possiamo andare a cena? O resti qui? Sappi che sono due giorni che non mangio per avere più spazio nello stomaco."

Si lasciarono, dirigendosi al sentiero, con Hana alle spalle. "Sono certa che la cena ti basterà anche per la colazione, ma prima devo parlare da sola con Livia e spiegarle."

Althea risalì prudentemente il sentiero a gradini. "Come pensi che la prenderà?" La voce era interessata.

Hana sorrise, rispondendo. "Non credo bene, ma la conosco e so che troveremo di volta in volta la soluzione migliore, insieme."

Entrarono nel casale e Hana rivolse un sorriso aperto ad Arthur, per poi salire le scale e raggiungere Livia.

◯ ◯ ◯

Hana, Freja e Livia avevano deciso di proporre una cena multietnica, che andava dalle tradizioni locali della Tuscia a quelle orientali, passando per quelle nordiche, coinvolgendo nel protocollo della cena tra amici anche le bevande alcoliche e non alcoliche.

Le portate e la compagnia resero la serata allegra e sostanziosa, con proposte tanto variegate da rendere impossibile stabilire quale fosse la migliore. Hana aveva manovrato con discrezione i partecipanti per riuscire a sedersi accanto a Livia, con cui aveva scambiato molte effusioni durante il banchetto.

Marco posò le bacchette sul piatto vuoto di Oyakodon, svuotando il bicchiere di Hojicha. "Se non ricordo male questo era il piatto di chiusura…" Si bloccò vedendo arrivare Freja con un carrello e altri piatti con delle piramidi di Köttbullar accompagnate da gräddsås.

"Inizio a pensare che non arriverò a domani… Viva." Sofia osservava il piatto che Freja aveva appena posato davanti a lei, già colmo di altro cibo.

"Coraggio, le porzioni sono piccole." Rise Freja. "Siamo solo a metà… Forse poco meno."

"Metà?" Si sporse verso la cucina. "Mi stai dicendo che sono due ore che stiamo mangiando e siamo solo a metà?" La voce di Sofia era quasi terrorizzata.

"Esatto." Replicò Livia. "Non dimenticare che poi c'è anche domani, con altri piatti tipicamente locali, accompagnati da polenta condita con formaggi."

"Livia! Ci ho messo mesi a perdere venti chili e a tornare a indossare vestiti che avevo dimenticato." Sbuffò. "Dopo questo raduno non potrò nemmeno rientrare in quelli di prima."

Elisa la guardò attaccando le polpette svedesi. "Sofia, se fai due giorni di ginnastica mattutina con Freja, torni al peso precedente e ne perdi altri dieci." Si guardò attorno. "Che beviamo con le polpette?"

Freja sostituì rapidamente i bicchieri con altri più piccoli e freddi. "Akvavit, preso direttamente dai magazzini della Phénix."

Arthur sorrise ingoiando una polpetta. "È bello essere qui senza problemi, solo per il gusto di esserci. Tu, Hana, ti sei ripresa alla grande, sei bellissima, più di prima." Sospirò guardandola e sbattendo scherzosamente le ciglia. "Ma il mio cuore batteva per Livia."

Hana lo guardò con falsa ostilità. "Tieni il tuo cuore a freno, oppure domani sarà il piatto principale del pranzo insieme alla polenta."

Livia si mise a ridere. "Hana, tu non sai che per un certo periodo ho flirtato con lui; siamo quasi finiti a letto insieme e non per dormire?" Allungò la mano sopra il tavolo, accarezzando quella di Arthur. "Ma lui è un vero gentiluomo e non ha nemmeno provato a baciarmi sotto la luce del portico."

Freja passò tornando al suo posto e colpì la mano di Livia con il cucchiaio di legno. "Non si amoreggia a tavola. E non si cava il cuore a nessuno." La guardò sorridendo. "Poi adesso il suo cuore è impegnato."

Hana guardò Arthur con aria seria. "Più che un gentiluomo, direi che sei un idiota. Sotto un portico con una strafiga, magari in abito da sera, e non la baci?" Scosse il capo. "No, non funziona. Arthur, sei un idiota."

"Sarò un idiota, ma forse avevo capito che nel cuore di Livia c'era già una donna dai lineamenti orientali."

Elisa si intromise. "C'era altro, Marco lo avevi notato anche tu?"

Marco annuì. "Sì, era chiaro da tempo."

"Ehi! State parlando di me e sono qui. Se avete qualcosa da dire, fatelo. Altrimenti tornate a mangiare." Livia era scocciata e divertita.

"Amica mia…" disse Elisa. "Anche i noccioli sapevano che solo una persona poteva esserti davvero vicina, e quella persona era Hana." Sospirò. "Solo tu ci hai messo un'eternità a capire come stavano le cose."

Livia guardò Hana, che aveva appoggiato le posate sul tavolo, girandosi parzialmente verso di lei e abbassando per metà la zip della blusa, rivelando solo la pelle abbronzata.

Elisa notò il movimento e, per un istante, temette che l’alcool stesse spingendo Hana oltre i limiti della decenza; sul suo volto si mescolavano preoccupazione e curiosità, mentre spostava la mano sugli occhi di Marco.

Hana infilò la mano sotto la blusa ed estrasse un triskelis che racchiuse tra i palmi. Un lieve scatto accompagnò il gesto. Una mano seguì il cordino, sfilandolo dal proprio collo e passandolo attorno a quello di Livia, rivelando due triskelia perfettamente uguali, con le superfici di tre colori distinti distribuiti casualmente.

Livia aprì leggermente la bocca, ma le parole non uscirono; sollevò una mano e richiuse lentamente la zip della blusa di Hana, poi si guardarono negli occhi e un grande sorriso prese forma sui loro volti, accompagnato dalle lacrime.

Il silenzio calò nella stanza, mentre Elisa, con il volto commosso, prese la mano di Marco cercando con le dita l'anello che portava, gemello di quello che anche lei portava.

Arthur si spostò al fianco di Freja, cingendole la vita e guardandola in volto, mentre lei girava il capo incrociando il suo sguardo.

Hana e Livia si alzarono e si baciarono con delicatezza per un lungo momento, per poi staccarsi e guardare gli altri con un sorriso commosso.

Arthur prese la parola. "Sono felice per voi, per te, Livia, e ancora di più per te, Hana. Finalmente siete un tutt'uno." Sorrise guardando di nuovo Freja e tenendola accostata a sé. "Visto che questa è una sera di rivelazioni, anch'io e Freja abbiamo qualcosa da confessare."

Freja li guardò sorridendo, soffermando lo sguardo su Hana. "Non sapevamo come dirvelo." Abbassò lo sguardo timidamente. "Per come mi conoscete mi vergognavo." Sollevò lo sguardo su Arthur. "Io e Arthur siamo insieme da quasi un mese."

Arthur fece scorrere una catenella dal collo di Freja e lei fece la stessa cosa con lui, rivelando due fáinne Chladaigh infilati che pendevano alla base.

"Sorella!" replicò Hana. "Con tutti quelli con cui convivi, dovevi scegliere proprio lui?" Il tono era serio, memore del vecchio astio. "Questa sera sono felice, sembra che tutto sia andato al suo posto." Si asciugò distrattamente gli occhi.

Freja allargò le braccia. "Sì, ma lui non è uno dei tanti." Sorrise felice. "Lui è l'unico, non ci sono e non saranno più altri… O altre."

"Questo è un problema." Livia inclinò leggermente la testa. "Arthur, ora metà degli uomini della Phénix attenterà alla tua vita."

Freja scosse il capo. "Più della metà." Posò un rapido bacio sulle labbra di Arthur. "E comunque l'altra metà attenterà alla tua Livia, per esserti presa Hana."

Hana passò dall'altro lato del tavolo, abbracciando prima la sorella e poi Arthur; quindi si fermò di fronte a Freja e si schiarì la voce. "Stando così le cose vivremo insieme molti momenti intensi. Oggi è successo anche altro e ho preso una decisione." Estrasse qualcosa dalla tasca e lo posò nel palmo della mano di Freja.

"Giornata di regali?" Freja accolse il gesto con allegria, ma si fece seria non appena riconobbe l'oggetto. "Hana, non capisco… sono le mostrine delle Warband che scortano i comandanti delle basi Phénix." Guardò Arthur e Althea, per poi fermarsi su Hana.

Hana annuì felice. "Sì, lo sono. Tu e la tua Warband sarete la mia scorta scelta a Castra Cerberis e ovunque io vada."

Freja strinse le mostrine nel pugno prima di abbracciarla con forza.

Althea si alzò, assumendo per un istante il tono di un consigliere della Phénix. "Questa sera mi avete regalato più emozioni di quante ne abbia vissute in tutta la mia vita, salvo forse quella volta in cui Marco, da bambino, era rimasto incastrato con i calzoncini nella gamba del tavolo." Tutti scoppiarono a ridere.

"Althea, era un'informazione secretata. Poi vi mostro le foto…" Marco riprese a ridere. "Anche quelle di Althea ragazza che resta incastrata con il reggiseno nella maniglia della porta."

Althea lo guardò male, prima di continuare. "Questa sera tra amici ha creato nuovi equilibri e nuove famiglie e vorrei chiarire alcune cose in modo definitivo… Almeno lo spero." Spostò lo sguardo su Livia.

Livia prese la parola. "Sì, mi sono confrontata molto con Althea in questi giorni e non solo con lei." La guardò serenamente. "Questo raduno ha anche permesso che fossimo tutti qui: Phénix e Custodi. Ma spetta ad Althea parlare."

Althea fece scorrere lo sguardo e prese un profondo respiro. "La Phénix ha commesso molti errori nel rapporto con voi e il più grave è stato l'ultimo, quando abbiamo pensato di isolarvi." Chiuse gli occhi per un istante. "Per questo mi scuso come Consigliere. È tutto parte della nostra storia e del nostro retaggio, dobbiamo cambiare e imparare… Come state facendo voi."

Althea guardò Livia seriamente. "I segreti della Phénix resteranno della Phénix, ma quando lavoreremo insieme, i nostri archivi vi saranno aperti." Ingoiò con fatica.

Tutti gli sguardi erano puntati su di lei.

"Non vi tratteremo più con sufficienza." Althea cercò per un istante le parole. "Sappiamo da tempo di voi Custodi. Solo ora abbiamo iniziato a cooperare." Girò leggermente la testa verso Freja. "Ricordo ancora la ragazzina che intervenne per salvare Sibilla, senza farsi scoprire. Quella ragazzina trascorse diversi mesi nel centro medico della Phénix. Vero, bambina?"

Freja annuì, portando istintivamente una mano al fianco.

"Ora basta chiacchiere o finirà in lacrime." Sbottò Althea. "Voglio quindi garantirvi che farò in modo che da oggi si sia veramente una squadra."

"Con qualche segreto che dovrà essere mantenuto." Aggiunse Livia, sorridendo.

"Quindi possiamo avere anche noi i tablet e i super smartphone?" chiese Marco entusiasta.

"Meglio i cuochi di Dumnon, direi che sono molto più utili." Replicò Elisa.

Sofia scosse il capo. "Concordo con quello che vi aspettate, ma vorrei farvi notare che per arrivare qui in treno mi ci sono volute ore e non ci avrei impiegato meno in macchina. Il nostro grosso punto debole sono gli spostamenti."

Arthur fece un passo avanti. "Esatto, Sofia." Spostò lo sguardo su Marco. "Avrete gli smartphone modificati." Tornò a parlare verso Sofia. "Il nostro personale ha dato uno sguardo qui attorno… Potremo realizzare una piattaforma permanente per un X-40." Sorrise divertito. "Avrete un eliporto dietro casa."

"E ora tutti al lago per un bagno notturno!" disse Althea. "Se qualcuno ha domande, se le tenga per sé. Ne parliamo domani. Ora lago, cocktail e divertimento… qualcuno porti la musica."

Parte III – L'alba dei sopravvissuti

Livia si dirige alla dispensa, con la sola maglietta bagnata, mentre Vigil la segue annusandole il sedere.

Poteva sentire il peso di Hana sopra di lei, che le comprimeva il ventre con i glutei, mentre le baciava con trasporto le guance e, con una luce che le colpiva fastidiosamente il viso, aprì lentamente gli occhi, coricata sul divano, con il muso di Vigil sopra la faccia e una zampa sulla pancia, i vestiti della sera prima umidi dell'acqua del lago.

"Ehi! Tesoro. Pensavo fossi qualcun altro." Sorrise guardandolo allegramente. "Che fine avevi fatto? Ieri sei sparito… troppa confusione?" Gli allontanò leggermente il muso, guardandolo seria. "Questo odorino dalla tua boccuccia mi dice che hai assaggiato qualcosa della cena."

Lui si spostò, continuando a guardarla, seduto, con la zampa sul ventre.

"Se ti sposti mi alzo e ti preparo la pappa… Diciamo mezza porzione?" Gli passò la mano sulla testa, cercando di guardarsi attorno.

Vigil si spostò indietro permettendole di sedersi; la luce che passava dalle finestre era quella delle nove del mattino e la porta era aperta, ma la sala e la cucina erano vuote.

"Ma che cavolo!" sbottò levandosi le scarpe bagnate. "Vigil, se non riesco a togliere i jeans credo che la tua pappa tarderà." Cercò di slacciare i bottoni, ma il tessuto umido e irrigidito lo rendeva impossibile, così come rendeva impossibile alzarsi e camminare normalmente. "Non ricordo di essermi tuffata nel lago… Vigil, tu sai cosa è successo?"

Si sporse in avanti, contorcendosi, e aprì il cassetto del tavolino con Vigil che l'anticipò annusandone l'interno. "Non ci sono biscotti, sposta il capoccione." Sorrise prendendo il fodero del pugnale di Elisa, lasciato come sempre nel posto sbagliato.

"Vigil, stai indietro o finisce male per entrambi." Infilò la lama a doppio filo nel tessuto vicino ai bottoni, facendo saltare le cuciture e, dopo un tempo che parve eterno, riuscì a liberarsi dei jeans, lanciandoli con rabbia oltre la porta aperta, notando che sotto le mancava altro, senza ricordare il motivo.

Livia guardò Vigil negli occhi. "Ok ragazzone e ora pappaaaa." Si alzò dirigendosi verso la sezione della dispensa dedicata a Vigil, con la maglietta ancora umida che la copriva, mentre lui le annusava con insistenza il sedere.

"Ehi, come ti permetti, screanzato?" Livia mosse una mano dietro il sedere per allontanarlo. "Per punizione ti tolgo un decimo della pappa… Quindi ne avrai il quaranta per cento." Sorrise muovendogliela di fianco al muso. "E per ogni annusata non autorizzata un altro decimo, vedi tu cosa vuoi fare."

Vigil la superò, come se avesse capito, e posò per un attimo la zampa sull'anta della dispensa, per poi sedersi aspettando, con lo sguardo su Livia e la lingua a penzoloni.

Sistemò la ciotola al solito posto, con la dose di cibo normale, con poco distante quella dell'acqua, per poi avviarsi verso il bagno e notare che sotto la maglietta c'era solo il medaglione di Hana. Sorrise al pensiero di Hana e a qualche ricordo della notte al lago che riaffiorava.

La tarda ora la costrinse ad una doccia veloce, che concluse vestendosi con una maglietta e pantaloni cargo asciutti, e scalza, ma con sotto tutto il necessario. Vigil era sparito e le ciotole erano vuote. "Ho fatto la mia parte, le ciotole le laverà qualcun altro…" Mormorò divertita.

Le lancette dell'orologio sopra il camino segnavano le dieci e Livia uscì indossando gli zoccoli di legno di Elisa, lasciati come sempre nel posto sbagliato. I jeans tagliati erano sotto il portico, ma la polvere sollevata da un veicolo lungo la strada la fece accelerare verso la staccionata.

La macchina dei carabinieri di Sutri emerse dalla polvere lungo la strada; non correvano e non avevano acceso i lampeggianti, ma il modo in cui l'auto si fermò nel piazzale le fece contorcere le mani mentre si dirigeva esitante verso il veicolo. Due agenti scesero dall'abitacolo e uno di loro le era sconosciuto; Livia ingoiò a secco senza nemmeno capirne il motivo.

Lo sconosciuto fece un passo verso di lei mostrando un tesserino. "Buongiorno… Capitano Cadinici… Lei è?" il tono era serio, ma cordiale.

Guardò per un attimo il maresciallo, per poi rispondere al capitano. "So… sono Livia… Sono la dottoressa Livia Cardeni." Le sfuggì un colpo di tosse. "Cosa spinge un capitano a venire fino a qui?"

L'uomo sorrise. "Dunque è lei la famosa archeologa esperta di erbe?"

"Questa mattina sembro una stracciona, ma sono io… anche se non mi risulta di essere famosa e non ha risposto alla mia domanda." Incrociò le braccia al petto sentendo la presenza rassicurante del ciondolo.

"Sappiamo di molti dei suoi lavori e non perché stiamo indagando su di lei." Lo sguardo spaziava sul casale e sulle finestre. "Sono qui perché stiamo… indagando… su una ragazza anglo-giapponese che sembra vivere qui e che dovrebbe essere morta."

Livia fece istintivamente un passo indietro cercando una risposta, quando il suo sguardo notò Arthur e Freja giungere dal Casale della Quercia; erano entrambi in abiti sportivi e lui cingeva la vita di lei.

Il tono di Arthur era serio, come non lo sentiva dalla battaglia di Venta. "Buongiorno capitano Cadinici, possiamo esserle utili." Poi indicò Freja con il capo. "Le presento il capitano Freja Hawthorn."

Cadinici si voltò parzialmente. "Buongiorno… colonnello… anche lei qui?" Rivolse un sorriso a Freja. "Piacere di fare la sua conoscenza, capitano Hawthorn."

Freja si staccò leggermente, fermandosi dietro Arthur con le gambe appena allargate e le mani incrociate dietro la schiena, lo sguardo sorridente su Cadinici.

"Capitano, siamo spesso qui." Arthur sorrise. "Non trova che sia un posto rilassante? Inoltre, la dottoressa e i suoi colleghi collaborano spesso con il nostro dipartimento."

"Fanno parte del vostro dipartimento?" chiese Cadinici, colto di sorpresa.

"No, sono consulenti, ognuno di loro ha competenze specifiche in diversi ambiti storici e di ricerca." Arthur voltò il capo verso l'ingresso del Casale del Poggio. "Maggiore! Ci raggiunga."

Hana uscì dal casale, anche lei in abiti sportivi. "Colonnello, capitano… buongiorno a voi." Sorrise verso Arthur e Freja. "Buongiorno anche a te, tesoro." Baciò fugacemente Livia prima di mettersi al fianco di Freja.

Arthur sorrise a Hana prima di continuare. "Questa è la mia piccola unità, comunque siamo in vacanza, nessuna missione o incarico." Lo guardò. "Ma se possiamo darle una mano siamo a sua disposizione."

Cadinici rispose ad Arthur, avvicinandosi a Hana. "Colonnello Arthur, sono qui per lei, la signorina Hana Uchūni, per noi deceduta per cause misteriose o secretate, che dir si voglia." Porse la mano verso Hana. "Maggiore, per cortesia, i suoi documenti."

Hana infilò la mano in tasca estraendo un tesserino che porse a Cadinici. "Capitano, ecco i miei documenti." Il tono era serio.

Cadinici controllò i documenti, restituendoli. "Lei risulta sepolta in questo casale e scoprirla viva ha fatto sorgere qualche domanda. Anche se ci sono documenti che giustificano questa sua resurrezione miracolosa di due mesi fa."

A quelle parole Livia chiuse la mano sul ciondolo sotto la maglietta, lo sguardo fermo sul volto di Hana.

"Capitano Cadinici, quei documenti dovrebbero aver chiarito la situazione, me ne sono occupato personalmente." Arthur era serio. "Credo che a questo punto debba parlare con me, il maggiore è sotto il mio comando, oppure con la mia superiore che sta riposando." Indicò con la destra il Casale della Quercia.

"Colonnello Bytheseashore, i documenti sono carta." rispose serio Cadinici. "E la carta può raccontare tante verità." Fece un cenno al maresciallo. "Ci lasci soli."

Hana si rivolse a Freja. "Bene capitano, andiamo a fare colazione? Ho un mal di testa pazzesco dopo ieri sera." Rise raggiungendo Livia e prendendola sotto braccio. "Andiamo amore? Ho bisogno di una tisana e di te." Fece un occhiolino verso il maresciallo. "Viene con noi? La macchina sta bene anche da sola."

Il maresciallo sorrise facendo un leggero cenno di rifiuto con la mano e prendendo un voluminoso plico dalla macchina. "Livia, devo consegnarvi questi documenti, sono arrivati in municipio e visto che venivamo qui, li hanno dati a noi."

Livia corrugò la fronte. "Ho già visto un plico come quello… Di solito annuncia una morte." La voce era tesa e preoccupata.

"Non credo, sono accuratamente sigillati, ma sembra una matrioska di fascicoli." Il maresciallo si era spostato all'ombra, lo sguardo su Livia.

"Ti ringrazio, sei sicuro di non voler entrare?" Livia era tornata sorridente.

"Certo, sono sicuro e sono in servizio." Sorrise ad entrambe. "Ci si incrocia qualche sera al pub."

Livia e Hana superarono la porta del casale del Poggio, dove il lungo tavolo era ingombro nel modo tipico delle mattine affollate: tazze e biscotti fatti in casa, coltelli con tracce di marmellata, le tisane ancora calde nelle teiere, con la luce delle undici che entrava dalle finestre aperte.

Althea era seduta appiccicata a Sofia leggendo distrattamente qualcosa sul tablet, con Sofia che ogni tanto allungava il collo per vedere, muovendo lentamente la mano appoggiata alla coscia dell'altra.

Althea sollevò qualcosa da sotto il tavolo vedendole entrare. "Questi di chi sono? Li abbiamo trovati questa mattina su un cespuglio." Sventolò come bandierine un paio di slip e un reggiseno coordinato.

Livia arrossì e lasciò cadere il plico in mezzo al tavolo, per poi lanciarsi in avanti con estrema precisione e afferrarli al volo. "È roba mia e non ho la minima idea di come siano finiti su un cespuglio." Era imbarazzata e infilò tutto sotto la maglietta, mentre Arthur rientrava tranquillo.

"Com'è andata con quell'ufficiale?" Il tono di Hana era preoccupato.

"Facciamo colazione o si passa al pranzo?" Arthur stava esaminando il tavolo. "Tranquilla Hana, tutto risolto, qualche chiarimento da dare sulla tua missione sotto copertura per cui abbiamo dovuto far credere che eri morta."

"Sorella, dove sei stata… e io che mi sono disperata pensando che fossi morta."

"Piantatela voi tre." Sbottò Livia spingendo la busta verso Sofia. "Fai tu, sei più allenata per queste cose, intanto iniziamo a preparare per il pranzo, tanto ci vorranno un paio d'ore."

Sofia la guardò male aprendo la busta ed estraendo diversi fascicoli. "Hmhm… interessante, una parte è intestata a te e una parte a Marco… e arriva tutto da Sibilla, con destinatario iniziale il comune di Sutri. Lasciatemi leggere."

Hana si accostò a Livia, sussurrandole nell'orecchio. "Da qualche parte devono esserci anche i miei." Poi le morse leggermente il lobo dell'orecchio.

Livia girò la testa guardandola e sussurrando. "Non ricordo niente di preciso, abbiamo bevuto troppo…"

Hana scosse il capo continuando a sussurrare. "Per quello devi ringraziare Elisa, ci ha fatto bere qualcosa, forse Turbina corymbosa, il resto è venuto da sé. Solo che su di me non ha avuto effetto e ho dovuto compensare da sola."

Livia si voltò verso Elisa, per raggiungerla, ma Hana la trattenne mormorando. "Lascia stare, è stato bello, ricorderai."

Le voci di Nadia e Amani arrivarono dall'esterno, insieme a quella di Gianni. "Prendiamo i cavalletti e le assi e montiamo il tavolo, tu Nadia accendi la brace e chi resta sistemi le vettovaglie da cuocere."

Sofia sospirò, con gli occhi lucidi, tossicchiando per ottenere l'attenzione di tutti. "Tutto bene, scusate, ma prima di parlarvi dei fascicoli devo leggervi questa lettera che li accompagnava."

"Cari Livia, Marco, Elisa,

custodi vicini al mio cuore.

Sto percorrendo in moto la Mother Road e mentre dormivo con i serpenti a sonagli, ho sentito che era tempo di passarvi questo ultimo testimone.

Prima dell'Inghilterra, Agnese mi aveva lasciato qualcosa, ma mi aveva chiesto di non darvelo fino a quando non avessi saputo che era il momento giusto.

Il momento è questo e ho aggiunto anche io qualcosa al suo.

Non so se ci rivedremo, ma sarete sempre insieme a me.

La vostra S.

PS: Piccola Freja, so che sei insieme ai miei custodi, come ho sempre saputo quello che hai fatto per me. Anche tu sei da sempre nel mio cuore."

Livia si avvicinò prendendo delicatamente la lettera dalle mani di Sofia e stringendola al cuore. "Mia maestra, mia amica… un giorno ci rivedremo… lo sai." Hana si avvicinò abbracciandola.

Sofia le accarezzò il volto. "Ora veniamo alle cose meno importanti… il testimone." Li guardò seria. "Agnese aveva stabilito che il Casale della Quercia diventasse la dimora di Marco ed Elisa, non di uno solo, ma di entrambi." Sospirò. "Quindi ora è a tutti gli effetti casa vostra. Sembra che sapesse che avreste fatto coppia, ma dalle date lo sapeva prima di voi."

Spostò lo sguardo su Livia e Hana, abbracciate. "Sibilla ha invece deciso che il Casale del Poggio sia effettivamente tuo, Livia, quindi ora non ti limiterai a custodirlo per suo conto, ma lo farete per voi due." Sorrise. "Aveva stabilito che sarebbe accaduto quando il cuore di Livia avesse trovato pace e un cuore affine."

Marco si rattristò. "Questo significa che è un addio definitivo." Si interruppe. "Non la vedremo più, almeno non come la vedevamo e come l'hai conosciuta tu, Livia."

"Pensare che Agnese mi ha sempre terrorizzato e lei aveva già capito tutto, decidendo che avessimo la sua dimora come casa." Elisa si asciugò gli occhi con la mano.

La voce di Hana li scosse. "Oggi doveva essere un giorno di festa e dopo questo passaggio ha ancora più senso che lo sia." Li guardò uno alla volta. "Quindi che oggi sia la festa per Sibilla e Agnese."

Parte IV – Schiaffi e balli al casale

Freja assume il comando della scorta di Hana e le due sorelle si abbracciano.

Il banchetto si era aperto attorno alle tredici, con tre lunghi tavoli, realizzati con cavalletti e tavole di legno, dove gli ospiti sedevano quando capitava e come capitava. Le braci e i pentoloni erano controllati da Nadia e Amani, nonché dai vari vicini invitati. Verso le sedici Marco era arrivato a contare una trentina di persone, tutte con un piatto pieno di qualcosa.

Con il passare delle ore il pranzo si era fatto merenda ed era andato oltre, il sole era tramontato, seguito subito dopo dalla luna e gli aromi dei cibi cotti sulla griglia continuavano a saturare l'aria.

Elisa raggiunse Livia, portandole un bicchiere di rosso novello. "Abbiamo cibo in abbondanza, ho mandato Amani a invitare anche gli ospiti del casale dei Gelsi per la cena e gli show." Sorrise allegra, con un lieve rossore sulle guance, ma non per la vergogna.

"Bene, allarghiamo la festa." Livia era felice. "Questi due giorni sono stati fantastici e vorrei che durassero per sempre."

"E perché non dovrebbe durare? Aggiungiamo dell'essenza di fiore di loto e non avrà mai fine…" Elisa le posò un bacio sulla guancia. "Salgono anche degli ospiti arrivati questa sera, la figlia ha insistito per ragioni sue, ma più siamo e meglio è."

Arthur passò al loro fianco. "Livia, penso ti faccia piacere sapere che domani mattina arriva anche Paolo." Strizzò un occhio passando oltre.

Livia spalancò gli occhi. "Veramente? Sono due mesi che non lo sento, da quando lo avete blindato in Corsica." Si mise a ridere cercando Hana con lo sguardo. "Elisa, a proposito di fiori di loto, cosa hai dato da bere a me e Hana l'altra sera?" Il tono era vago.

Elisa corrugò la fronte. "Lasciamo perdere, ho fatto casino e praticamente vi ho drogate con un allucinogeno naturale, con effetti secondari che vanno dalle allucinazioni al sesso sfrenato… Mi perdoni?"

Il fuoristrada della Phénix entrò nel piazzale accostando in disparte, con la testa di Althea fuori dal finestrino. "Uomini, è tempo di svuotare la stiva… Abbiamo portato altra verdura, frutta, carne, bevande e cose varie… bastano per dodici battaglioni che non mangiano da sei mesi."

"Elisa, quanta gente abbiamo ai Gelsi con gli arrivi di stasera?" Strillò Livia attraverso lo spiazzo, dirigendosi alla macchina.

"Con i tre di questa sera sono una dozzina…" Elisa rispose nello stesso modo andando ai bracieri.

"Tranquilla, il cibo pronto basta… Ne stiamo preparando altro, saremo una cinquantina con gli ultimi in arrivo." Disse Marco passando con una pannocchia grigliata tra i denti.

Il rumore dei carri e il vociare delle persone arrivarono dalla strada, accompagnati da qualche nitrito, e Marco spostò una luce della staccionata per illuminare meglio la strada sterrata.

Livia si accostò a Elisa. "Ecco Elisa i tuoi testoni biondi insieme agli armadi con gli zoccoli." Si misero a ridere.

"Tieni lontani i biondi o la cena se la mangiano loro." Replicò Elisa ridendo.

"Elisa… ricordi quel giorno? Parlavamo di biondi e armadi… e Marco ti ha infilato l'anello al dito."

"Lo ricordo come fossero passati solo dieci minuti. Era stata una giornata pessima e tu hai sfoderato un progetto per il futuro, mentre io mi sono fidanzata." Sollevò la mano guardando l'anello intrecciato. "Anche l'impegno di Hana di ieri sera è stato fantastico, quei triskelia sono bellissimi." La guardò serena. "Potevi immaginare tutto questo?" Passò la mano sugli occhi.

Livia scosse il capo seguendo con lo sguardo i carri che raggiungevano lo spiazzo. "Io sinceramente no, ma lo speravo… Godiamoci questi momenti, non sappiamo ancora cosa ci aspetti domani."

Elisa si avvicinò abbassando la voce. "Marco mi ha fatto notare che i vostri ciondoli sono un insieme di argento, oro e platino."

Livia portò la mano al petto. "Per me è solo un legame con un altro cuore… muoviamoci, dobbiamo accogliere gli ospiti."

"E ora anche la cena all'aperto… Almeno si fa qualcosa in questo buco tra gli alberi…" La voce proveniva da una ragazza scesa da uno dei carri, accompagnata dal nitrito di due dei cavalli. "Io volevo andare al mare con i miei amici… in discoteca… Senza rotture di palle e magari farmi una scopata in pace!" Guardò i Noriker passando loro accanto. "E senti come puzzano…"

Livia la vide e sentì le ginocchia venirle meno, mentre le mani di Elisa la sostenevano. "Elisa… Eli…" iniziò a piangere lasciandosi andare.

Elisa spostò la testa guardando la giovane dai capelli castano chiari e sbiancando. "Oddio… è lei… Arianna." Poi chiamò a piena voce. "Hana, dammi una mano, veloce."

Hana accorse senza fare domande; aveva riconosciuto la ragazza, e insieme fecero sedere Livia in disparte sui gradini del portico.

"Perché è tornata?" Elisa era irritata. "Proprio oggi, proprio questa sera e ha voluto salire qui… perché?" Strinse la mascella. "Non la sopportavo e direi che è peggiorata!"

Hana stava cullando Livia. "Non lo so, ma forse quello che è stata l'ha riportata qui, anche se sembra non ci volesse venire." Guardò un attimo Elisa. "Ma hai detto che aveva insistito per venire alla cena, forse per rovinarla? E trattieniti, già sono venuti i carabinieri questa mattina, ci manca il rompicidio di un ospite."

Livia prese un respiro profondo. "Hana, abbracciami un po' e coccolami. Poi dovrò affrontarla. Hana, lei non ha ricordi della battaglia di Venta, della tua morte e di quanto accaduto prima, non parlarle di quei momenti."

"Come sarebbe che non ricorda?" Spostò leggermente la testa per cercare di guardarla. "Con tutto quello che è successo lei non ricorda?" Era perplessa.

"Ha dimenticato tutto subito dopo la fine del rito e la tua morte, probabilmente la Rete ha rimosso tutto dalla sua memoria e le ha tolto ogni potere." Disse Elisa lentamente.

Arianna si parò di fronte a loro. "Siete voi che gestite questo posto?" Il tono era arrogante.

Livia si alzò lentamente guardandola dall'alto del portico. "Sì, siamo noi. Io sono Livia, loro sono Hana ed Elisa."

"C'è qualcosa con cui divertirsi veramente in questo mortorio? " Arianna si guardò attorno senza interesse.

Livia la guardò seria, il tono cordiale. "Potresti andare da Nadia e aiutarla a sganciare i cavalli e magari scoprire che non sono così male."

"Vicino a quei cosi puzzolenti? Così mi sporco di merda di cavallo?" La guardò facendo una pausa e osservandola meglio. "Ma tu sei la donna del Mitreo, quando ero piccola? Quella che un giorno mi avrebbe raccontato storie di custodi e di soglie…" Si mise a ridere con veemenza.

"Sono la donna che aveva visto una bambina con grandi potenzialità e ora vede una donna sciocca e arrogante." Livia scese lentamente dal portico, mentre Elisa e Hana si allontanavano a parlare con Marco.

"Grazie per la donna, almeno qualcuno lo ha notato." Si spostò come se fosse una modella. "Eri interessante nel Mitreo, ma ora sei diventata solo una zotica campagnola ignorante."

Livia la guardò per un attimo, prima che la mano scattasse colpendole il volto e facendola cadere a terra. "Per te sono una dottoressa in archeologia."

Arianna si portò la mano al volto, spingendo con i piedi per allontanarsi. "Non finisce qui!" I genitori si avvicinarono rapidamente aiutandola ad alzarsi.

"Le ci voleva una lezione…" disse il padre. "Signorina, mi spiace, sono suo padre, non sappiamo più come contenerla." Sospirò scuotendo il capo. "Ci scusi, se qualcuno ci accompagna torniamo ai Gelsi, così non roviniamo la festa."

Livia lo guardò. "No, non ve ne andrete. Non è giusto che paghiate per i capricci di una bambina." Poi scrollò le spalle. "Se non vuole mangiare le cose dei zotici contadini può saltare la cena, ma sarebbe lei a rimetterci." Sentì la Rete avvolgerla e sorrise all'uomo. "Questa sera siete ospiti del casale del Poggio e miei, quindi divertitevi e lasciate che questi boschi vi parlino."

La voce di Sofia richiamò l'attenzione di tutti. "Altro cibo è pronto e non ci sono regole, servitevi di quello che volete e accodatevi dove preferite." Sorrise indicando i tavoli con il cibo e quelli dove sedersi. "Questi giorni sono stati per noi importanti, da un punto di vista emotivo… e vogliamo che anche voi sentiate la nostra gioia…" Fermò lo sguardo serio su Arianna. "Tutti voi…"

Elena, la madre di Arianna, si avvicinò a Livia. "Mi spiace per quello che è successo." Era contrita. "Da qualche tempo è intrattabile, non le va bene niente." La voce si spezzò. "Forse sono gli incubi, sogna spesso una guerra, morti e… fantasmi. La psicologa ha detto che sono situazioni adolescenziali."

Livia la riconobbe; vide la giovane donna in cui aveva albergato prima della nascita di Arianna e per un attimo restò in silenzio, ingoiando per respingere le lacrime. "La capisco. Probabilmente avrebbe preferito fare cose diverse con gli amici. Sono certa che dentro di lei ci sia molto di più di quanto sta mostrando e…" Fece una pausa sorridendole. "La psicologa ha ragione in parte, ma solo in parte… Io sono Livia."

"Mi chiamo Elena… Anche lei è psicologa?" Elena la guardò incuriosita.

Livia scosse il capo. "Assolutamente no. Sono archeologa… e questo mi permette di vedere le cose in modo diverso e cogliere le sfumature." Le appoggiò una mano sulla spalla. "Ora andiamo a divertirci, le feste servono a questo, e vedrà che anche Arianna alla fine si divertirà." Indicò una direzione con il capo.

Arianna era vicina a Hana, sorridente, affrontandola con la spada di Freja in pugno, che le mostrava come parare e colpire. La gente era attorno guardandole e a tratti applaudendo.

Elena spalancò gli occhi. "Oddio, Livia, non sarà pericoloso?" Si fermò un attimo. "Sta ridendo, guarda… sta ridendo…"

Livia le cinse la vita, come a una sorella. "Non preoccuparti, sono addestrate." Le indicò Freja. "Quella ragazza è un capitano di un corpo operativo ed è tutt'uno con la sua spada, ma la sta facendo usare ad Arianna." Sorrise guardando Elena. "L'altra è sua sorella ed è un maggiore."

Le ore passarono, alternando cibo, balli folcloristici, balli moderni, canzoni ed esercizi di abilità, senza una logica precisa, compresa la dimostrazione di combattimento con la spada tra Hana e Freja.

"Livia, scusami." Elena le era alle spalle. "Pensavamo di ritirarci, ma non sappiamo come tornare al Casale dei Gelsi."

Livia la guardò allegramente voltandosi. "Elena, se volete, può accompagnarvi Sofia in macchina, lei vede bene al buio… oppure potete dormire qui, per noi non è un problema."

"No… dai mamma, fermiamoci ancora." Arianna la guardò piegando buffamente le labbra. "Ti prego…"

"Arianna, è tardi. Oggi è stata una giornata pesante e sai che devi riposare." Il tono di Elena era protettivo.

Livia le guardò sempre allegra. "Elena, credo che possiate concedervi una lunga notte e lasciarvi per un attimo alle spalle i pensieri."

Arianna la guardò perplessa, abbozzando un sorriso. "Dai mamma, ascoltala…"

"Vai sciagurata, ma poi domani non lamentarti tutto il giorno perché hai sonno." Guardò Livia con un'espressione di ringraziamento mentre Arianna tornava alla festa, passando tra la gente e fermandosi a tratti a ballare con chi incrociava.

"Arianna!" La chiamò Livia. "Se domattina avrai sonno, fatti accompagnare al Lago delle Tre Brecce." Le sorrise. "Lì potrai dormire e prendere il sole, facendo morire d'invidia i tuoi amici che sono andati al mare. E se non hai il costume giusto ti presteremo uno dei nostri."

Elena la guardò con un velo di commozione. "Sta parlando come se la conoscesse e…" Fece una pausa cercando le parole. "Anche a me sembra di conoscerla da tanto tempo."

"Faccio spesso questa impressione." Livia tornò in mezzo alla gente, annodando la maglietta in vita e iniziando a ballare un pezzo metal, con i lunghi capelli sciolti.

Parte V – Speranze e delusioni

Arianna indica la voglia sulla gamba di Livia.

La luce del mattino filtrò tra gli alberi attorno al Lago delle Tre Brecce, riflettendosi sull’acqua quasi immobile, e Livia galleggiava lentamente vicino alla riva, lasciandosi cullare dal movimento leggero del lago, con i capelli scuri bagnati che si aprivano attorno al volto.

Sulla piccola spiaggia di terra e foglie aveva lasciato un cestino di vimini con un termos di tisana di Vaccinium myrtillus dolcificata con miele di acacia e diversi biscotti fatti in casa avanzati dalla sera prima. Li aveva presi senza pensarci davvero, quasi per abitudine. Il suo piccolo zaino era appoggiato a terra, poco distante dal cestino.

Il bikini scuro che indossava lasciava poco spazio all’immaginazione pur senza risultare eccessivo; il tessuto aderiva al corpo abbronzato evidenziandone le forme con una sicurezza quasi provocatoria, mentre le gocce d’acqua le scorrevano lentamente lungo la pelle ogni volta che emergeva un poco di più.

Chiuse gli occhi inspirando profondamente. Paolo sarebbe arrivato a breve e il solo pensiero le metteva addosso una serenità difficile da spiegare. Dopo tutto quello che avevano attraversato, il fatto che stesse tornando davvero sembrava quasi irreale.

Il rumore di passi esitanti tra le foglie la fece voltare, ma chi vide la colse di sorpresa: Arianna era ferma poco oltre gli alberi con uno zainetto appeso alla spalla e un costume a due pezzi adatto alla sua età, decisamente diverso da quello di Livia, e di colore rosso. Per qualche secondo restò immobile guardando Livia uscire lentamente dall’acqua, senza alcuno sforzo apparente.

Non vide la donna del Mitreo. Non vide la campagnola zotica che aveva insultato la sera prima. Vide soltanto una donna. Bella, sicura, viva.

L’acqua scivolava lungo le gambe di Livia mentre camminava lentamente sulla riva, prendendo un asciugamano dallo zainetto e passandoselo sulle braccia. "Pensavo dormiste tutti fino a stasera. Vedo che hai deciso di seguire il mio consiglio, dai vieni…" Sorrise divertita.

Arianna distolse lo sguardo per un istante. "Mia madre dorme ancora." Fece una pausa. "Io no… dormo poco… cioè non perché faccia tardi, non riesco a dormire." Si avvicinò lentamente, con timore, lo sguardo verso terra.

Livia annuì come se fosse la cosa più normale del mondo. "Succede spesso dopo le feste belle e quando si hanno tanti pensieri che non si riescono a spiegare."

Arianna si fermò guardando il cestino. "Hai portato la colazione?" Fece una pausa. "Non l'ho fatta…" La voce era titubante.

"Ho portato della tisana di mirtillo nero, il gusto è un po' amaro, ma con il miele di acacia non è male, poi ovviamente dei biscotti fatti in casa, che avevo nascosto prima della festa o non sarebbero arrivati a mattina." Livia era tranquilla, mentre finiva di asciugarsi.

"Che biscotti sono?" Arianna guardò il cestino. "Hanno tanti grassi o zuccheri?"

Livia si mise a ridere. "Sono biscotti fatti da questa zotica ignorante, con il miele delle api di queste terre." Il tono era sereno.

Arianna rise senza riuscire a trattenersi davvero, poi si bloccò quasi infastidita da sé stessa. "Scusami, ero arrabbiata con i miei genitori, sono stata veramente arrogante, invece tu mi hai… accettata." Il tono era dispiaciuto. "Sono stata obbligata a venire qui, i miei genitori mi hanno messa in punizione."

"Allora per punire loro hai cercato di punire tutti, attaccando qualsiasi cosa." Livia scrollò le spalle. "Se non c'è altro, per me è cosa chiusa… Messa in punizione per cosa?"

Arianna restò in silenzio guardandosi attorno distrattamente. "Mi hanno beccata mentre mi baciavo con un ragazzo in ascensore." Lo sguardo era ancora basso sul cestino.

Livia si mise a ridere. "Tutto qui?" Si abbassò versando la tisana in una tazza. "Questa ti farà sentire meglio e anche i nostri biscotti."

"Non proprio, aveva una mano sotto la mia maglietta…" Il rossore si diffuse sul viso.

Livia le porse la tazza. "Beh, forse alla tua età non è il massimo farsi beccare sul divano con un ragazzo." La voce era tranquilla e colloquiale.

Arianna esitò qualche secondo prima di sedersi accanto al cestino. "Fa così schifo come l’odore dei cavalli?"

"No, quella è un’esclusiva dei Noriker." Livia rispose seria.

Arianna scoppiò a ridere, senza riuscire a fermarsi davvero e guardandola in volto. "Non era sul divano, era in ascensore… Io gli stavo sbottonando i pantaloni…" Distolse per un attimo lo sguardo. "Buoni questi biscotti." Ne prese subito un altro. "Li vendete anche?"

Livia annuì stendendosi al sole. "Sì, li puoi chiedere direttamente a Nadia e posso mandarteli a casa." Fece una pausa sistemando i capelli umidi. "La spedizione a casa è solo per te, non siamo ancora organizzati per questo."

"Perché lo faresti per me?" La curiosità era reale.

"Perché mi va di farlo." Livia sorrise sistemando il costume. "Ti sei interessata alla spada di Freja e lei ti ha permesso di maneggiarla." Il tono si fece serio. "Per lei quella spada è la vita, il fatto che te l'abbia fatta usare significa che ti ha accettata, quasi come una sorella." Fece una pausa chiudendo gli occhi. "A me questo basta, anche se sono una zotica."

"Ti chiedo di nuovo scusa." Le accarezzò i capelli. "Ma come fai ad avere dei capelli così belli con la vita che fai? Ti invidio." Le sfiorò la pelle del volto. "La tua pelle… è… non so come dirlo."

Livia si sollevò appoggiandosi ai gomiti. "Il punto non è il lavoro che si fa, ma quello che si usa e noi usiamo i prodotti della terra e parecchio balsamo." Scosse il capo. "Dovresti vederli dopo una giornata passata a sistemare i muri a secco. Comunque il tuo taglio di capelli mi piace, direi che è il tuo volto ad attirare i ragazzi, non quello che hai sotto la maglietta."

Le fece scorrere lo sguardo sul corpo, sospirando. "Mi piacerebbe avere un corpo come il tuo." Sfiorò la sottile spallina scura con la punta delle dita.

"Non dire così, questo corpo, alla tua età, mi creava solo problemi… e anche prima." Le spostò una ciocca di capelli dal volto. "Sei perfetta come sei, imparalo e vivici felice." Guardò le dita sulla spallina. "Se stai cercando di provocarmi, sappi che sono fidanzata." Le sorrise apertamente, tornando a coricarsi.

Arianna ritrasse la mano arrossendo. "Scusa, non lo so, qualcosa in te mi attira, ma non in quel senso." Si spostò avvicinandosi. "Sei fidanzata? Pensavo avessi uno stuolo di uomini ai tuoi piedi… lui c'era ieri sera? L'ho visto?"

Livia si mise a ridere spingendola con la mano. "Ma che ficcanaso sei, ci conosciamo da poche ore e già vuoi conoscere tutta la mia vita?" Le fece l'occhiolino. "C'era e ci hai combattuto con le spade."

Arianna spalancò gli occhi. "Hana? Siete fidanzate?" Sorrise felice. "Vivi con una donna, wow. Sei proprio figa!"

Livia annuì, sconcertata e sorridente. "Ci siamo dichiarate due sere fa. Pensavo che la cosa ti sconvolgesse."

Arianna sollevò le spalle. "E perché? Mi piacerebbe provare con una donna." La guardò ammiccando, per poi ridere. "Tranquilla, sto scherzando e per me hai qualche annetto di troppo."

"Almeno non hai detto che sono vecchia." Livia chiuse gli occhi. "La cosa più importante è che sono fedele."

Arianna fece scivolare la mano sul polpaccio di Livia, fermandola in un punto preciso. "Questo cos'è? Pensavo fosse sporco… è una piccola macchia." Spostò la propria gamba, mostrando lo stesso punto. "Guarda, ne ho una uguale… no, è identica, sembra fatta con la fotocopiatrice."

Livia corrugò la fronte cercando le parole per nascondere quello che non era una coincidenza. "Magari siamo sorelle senza saperlo." Si mise a ridere. "Ma non credo sia possibile, come non è possibile che sia tua madre, non trovi?"

Arianna si sdraiò al sole al fianco di Livia, restando un attimo in silenzio. "Non lo so, a volte ho la sensazione che mia madre non sia mia madre." Scosse il capo. "No, scusa, mi sono spiegata male, so che è mia madre, ma è come se ci fosse altro… non lo so, come due madri?"

Livia ne fu sconvolta, ma riuscì a nasconderlo. "E dai, sai che non è possibile e se fossi tua madre credo lo saprei: non ho mai avuto figli e mai potrò averne." Abbozzò un sorriso.

Arianna si mise a ridere. "Sono sciocca, mi sto facendo tante seghe mentali. Come ci è finita qui un'archeologa? Ci sono tanti scavi in zona, ma tu hai cambiato vita." Fissò il cielo. "Ti conosco da poco, ma mi piacerebbe avere una mamma come te, non che non ami la mia, che sia chiaro."

"Non proprio, vivo qui, ma continuo a fare il mio lavoro a Viterbo." Il tono era rilassato. "Al casale ho un laboratorio completamente attrezzato. Ma tu hai pensato di fare altro dopo il liceo o quello che stai studiando?"

"Sono interessata agli aspetti filosofici… filosofia teoretica, coscienza, metafisica… quella roba." Il tono era naturale e non lasciava dubbi.

Livia corrugò la fronte. "E da dove arriva questo interesse? Non mi hai dato l'impressione di una ragazza con quel tipo di inclinazione."

"È una cosa che mi frulla in testa da qualche tempo, non conosco il motivo esatto, ma mi appassiona e…" si interruppe coprendosi con le mani e abbassando la voce. "E quello chi è?" Lo sguardo sul piccolo sentiero. "Hmm… chiunque sia sembra interessante." Lasciò scivolare le braccia.

Livia sollevò leggermente la testa per poi alzarsi e corrergli incontro. "Ciao Paolo, temevo non venissi più…"

L'abbracciò, anche lui in costume, pelle contro pelle. "Ho tardato, ma alla fine sono arrivato, contrattempi in laboratorio… e chi è quello splendore?" Lo sguardo superò la spalla di Livia fermandosi su Arianna.

"È una nostra ospite, è qui con i genitori ed è minorenne, quindi non farti venire strane idee." Si sganciò girandosi. "Arianna lui è Paolo, Paolo lei è Arianna."

"Ciao Paolo, sono molto felice di conoscerti… ma veramente molto." Si alzò cercando la posizione migliore.

"Arianna, siete ospiti dei Gelsi, quindi evita situazioni come quella dell'ascensore o passerai guai anche con me e non solo con i tuoi genitori." Livia era seria.

Arianna si sfiorò la guancia. "Lo so, ieri sera mi è bastato e mi fa ancora male." Sorrise verso Paolo. "Dai Paolo, stenditi qui e parliamo, magari poi facciamo un bagno." Si avvicinò.

"Sono venuto per parlare con Livia, ci conosciamo da qualche tempo." Sorrise ad Arianna. "Ma questo non mi impedisce di parlare anche con te." Sospirò. "Ma niente serate sotto le stelle, giusto Livia?"

Livia infilò le dita dietro l'elastico del costume di Paolo trattenendolo. "Esatto, vedo che hai capito e bada bene che sono seria, su questo non scherzo."

"Ma questo non vieta che ci si possa stendere vicini, o è vietato?" Il tono di Arianna era irritato mentre faceva scorrere le dita sul petto di Paolo.

"Arianna, sei qui?" la voce di Elisa arrivò dal sentiero a gradoni.

"Elisa, è qui. C'è anche Paolo." Livia rispose seria. "Ci sono problemi?"

Elisa comparve dal sentiero. "Nessun problema, i genitori la stavano cercando, hanno in programma una gita."

"Che palle." Sbottò Arianna. "Trovo qualcosa da fare che mi rilassa e ora mi tocca sta gita in mezzo alle foche."

Livia corrugò la fronte. "Foche? Vorrai dire forre." Scosse il capo. "Potresti trovarle stimolanti invece…"

"Non mi interessa, se per Paolo va bene resto qui con lui a parlare." Il tono di Arianna era tornato arrogante.

"Per me non ci sono probl…" Paolo si interruppe sentendo lo strattone di Livia sul costume.

Elisa li raggiunse seria. "Arianna, come avrai capito, non ti adoro in modo particolare. L'acqua è calma, che spettacolo." Spostò lo sguardo verso il lago. "Ieri sera hai fatto la figura della bambina capricciosa, vuoi farla anche con Paolo? Oppure vuoi che ti insegni qualcosa anch'io?" Si girò guardandola negli occhi. "Sento dall'odore quanto ti eccita stargli vicino."

Arianna si girò completamente verso Elisa, divertita. "Vuoi una sfida?" Sorrise guardandola. "Tra noi ci sono almeno vent'anni di differenza e non mi sembri particolarmente in forma."

Livia girò la testa verso il lago sorridendo al ricordo delle due ragazze che avevano sfidato Elisa alla Serra di Dumnon. Spostò la mano sul fianco di Paolo stringendolo leggermente e spostandolo per fare spazio.

"Ieri sera non ho preso le pastiglie per i reumatismi", rispose seria Elisa. "Potremmo fare andata e ritorno a nuoto nel lago, magari mi dai un po' di vantaggio." Si massaggiò la spalla come se fosse dolorante. "Se vinci resti qui, se perdi vai a vedere le forre."

"Nuoto? Potrebbe essere un'idea, ma poi dovrei rianimarti." Arianna rise con arroganza. "Freja, alla festa, mi ha detto che combatti. Io mi alleno in diverse arti marziali; vediamo chi finisce giù per prima?"

Elisa si abbassò sfilando le scarpe e restando scalza. "Come vuoi, è da diversi anni che non faccio corpo a corpo, spero di ricordarmi come funziona." Lanciò uno sguardo a Livia, che le annuì sorridendo.

Si misero una di fronte all'altra e Arianna partì all'improvviso con un calcio alto diretto al volto di Elisa, che lo parò d'avambraccio avanzando nello stesso momento. Il piede di Arianna tornò a terra appena in tempo perché Elisa la colpisse lateralmente alla gamba, spezzandole l'equilibrio e facendola crollare a terra senza nemmeno riuscire a riprendere la guardia.

Elisa si spostò infilando le scarpe e dirigendosi verso il sentiero. "Ti aspettano, le forre ti piaceranno."

Livia spinse Paolo verso Arianna, mormorando appena. "Vai da lei e rispetta i limiti, noi parleremo." Alzò la voce. "Arianna, stai bene? Ci sono poche cose che Elisa non sappia fare, ma mantenere la calma non è proprio una di quelle." Sorrise divertita.

"Ha solo avuto fortuna." Replicò Arianna vedendo la mano tesa di Paolo. "Posso alzarmi da sola… ma grazie." Sorrise prendendo la mano.

"Arianna, ho visto queste persone fare cose incredibili, meglio non sfidarle." Paolo la sollevò, trovandosela tra le braccia.

"Ho perso e quindi rispetto l'accordo." Lo abbracciò baciandogli la guancia. "A questa sera…" Corse via lungo il sentiero.

Paolo passò il palmo sulla guancia. "Non me ne sono nemmeno reso conto, prima era a terra… e poco dopo questo." Guardò Livia. "È una di voi?"

Livia si avvicinò a lui. "Pensavo che saresti andato con lei, visto quanto le sbavavi addosso. Paolo, fai pure amicizia, ma stalle lontano se hai altre intenzioni. Arianna ha dei problemi seri, deve trovare la soluzione e non è questo il momento di legarsi a un ragazzo come te." La voce si spezzò per un attimo.

"Livia… non capisco." La guardò sentendo la voce diversa. "Vuoi dire che non sono la persona adatta per lei? Posso anche aspettare, ma non ti nego che mi piace."

"Sei più che adatto per lei, non è questo il punto." Gli sorrise avvicinandosi. "Non fare domande per cui non ho la risposta, ti chiedo solo di fidarti."

Annuì. "Sai che mi fido di te per qualsiasi cosa, quindi farò come dici." Si sedette sulla riva mettendo i piedi in acqua. "Siediti qui, è da tanto che non parliamo come amici di finestra." La guardò. "E oggi sei proprio da finestra." Si misero a ridere.

◯ ◯ ◯

Livia aveva rivisto Arianna nel tardo pomeriggio; al ritorno dalla gita Arianna l'aveva raggiunta al casale del Poggio, entusiasta, mostrandole i circa duecento scatti realizzati con la Nikon D3500 e tornando poi sorridente al casale dei Gelsi, dopo averle detto che intendeva fare qualcosa con Paolo la sera.

I resti della festa del giorno precedente avevano accompagnato tutta la giornata trascorsa, con spuntini disordinati per tutto il tempo, e come buona norma non avevano lasciato avanzi, finendo per trasformare la cena al casale dei Gelsi nella prosecuzione della festa al casale del Poggio.

Alla fine, la giornata era scivolata via nella più totale confusione e senza musi lunghi, con gli ospiti del casale dei Gelsi che avevano trasformato il piazzale in una pista da ballo, mangiando all'aperto.

Paolo era appoggiato alla colonna esterna del porticato, guardando le persone allegre e cercando un momento di riposo dopo la pesante giornata al fianco di Nadia e Amani; poteva vedere, nella luce tenue, il cielo limpido e le stelle, sentendo il rumore del vento in mezzo agli alberi, simile a una melodia antica.

Un contatto morbido contro la schiena lo scosse e vide Arianna che gli si strusciava contro, passandogli di lato; il suo profumo dolce e leggero, con un sentore di vaniglia, lo raggiunse subito. Nella luce notturna sembrava abbronzata, vestita con una minigonna e un top a fascia, entrambi scuri.

Gli si fermò davanti quasi a contatto, alzando appena il viso verso il suo. "Ti va di ballare?" Il tono era basso e caldo, mentre si alzava sulle punte baciandolo con trasporto.

Paolo si irrigidì per un attimo, per poi abbracciarla e ricambiare il bacio, sentendo la pelle della schiena sotto le mani.

Arianna staccò le labbra alzando lo sguardo. "E se andassimo in camera tua?"

Paolo la allontanò con naturalezza, sorridendo. "E se ballassimo come avevi proposto?" Le prese la mano indirizzandola verso il piazzale. "Arianna, mi piaci da impazzire, ma ho fatto una promessa a Livia e mantengo la parola data."

Dal piazzale arrivò la risata lontana di Livia, accompagnata dalla voce di Hana e dal rumore di bicchieri.

Arianna inclinò appena la testa verso quei suoni stringendogli la mano. "Va bene, andiamo, ma sappi che dormo poco e stanotte vedrò la tua camera."

"Credo sia uguale alla vostra, nulla di speciale. Come è andata la gita?" Chiese, iniziando a ballare un lento che era appena partito.

"Molto bene, i posti che abbiamo visto erano stupendi e trasmettevano forza…" Lo avvicinò con dolcezza, appoggiando il viso alla sua spalla.

Livia stava posando i vassoi con i bicchieri vicino all'ingresso, mentre Hana li portava in cucina, quando vide Paolo e Arianna ballare il lento, d'istinto si mosse per raggiungerli, ma una mano le si posò sulla spalla trattenendola.

La voce di Elena la raggiunse. "Livia, lascia che ballino. Tu non sai." La voce era serena. "Di solito, quando esce a ballare, ci chiamano per come si comporta. Ora guardala, sembra serena, calma, in pace con il mondo."

Livia si girò leggermente. "Conosco Paolo, è un bravo ragazzo, ma non voglio che si leghino in qualcosa di impossibile e che ne soffrano."

Elena le tenne la mano sulla spalla. "Lasciali. Se sarà necessario faremo la nostra parte, per ora possiamo sederci e bere qualcosa guardandoli."

Livia si morse il labbro, temporeggiando. "Prima devo portare dentro questa roba, se per te è uguale potresti darmi una mano." Si mise a ridere per un attimo. "Sto scherzando, finisco e ti raggiungo."

Elena prese uno dei vassoi avviandosi all'ingresso. "Io no, diamoci una mossa, la notte è ancora giovane e questa sera voglio divertirmi. Prima che tu me lo chieda, il mio lui sta lavorando."

Paolo sussurrò nell'orecchio di Arianna. "Livia e tua madre hanno parlato, credo di noi. Ora sono entrate nel casale."

Arianna sorrise. "Mia madre le avrà detto che quando vado a ballare, spesso devono venirmi a prendere al commissariato." Fece una pausa. "Se non ci vedono possiamo salire, ho voglia di te… Adesso."

"Arianna, ho detto che mantengo la parola data e ci conosciamo da poche ore." La spostò dolcemente, smettendo di ballare. "Non voglio correre e rovinare tutto." La voce era calma.

Il volto di Arianna si adombrò. "A me non frega niente, ho voglia! Se vuoi aspettare balla da solo, me ne vado." Si voltò bruscamente raggiungendo il casale e salendo verso le camere.

◯ ◯ ◯

La stanza al piano di sopra affacciava sulla copertura del porticato oltre il quale era visibile il piazzale, dove non c'era più Paolo, lasciò scivolare la tenda, con il volto rigato dalle lacrime e si voltò, tirando con rabbia un calcio contro una sedia, mandandola a schiantarsi al centro di una parete.

Sorrise sfilando le scarpe e percorrendo il pavimento scalza, con la minigonna che lo raggiunse e subito dopo la fascia, restando nuda e sedendosi nel buio, a luci spente, di fronte allo specchio della toilette, con la mano che faceva scorrere una salviettina per togliere il trucco.

"Ciao, è da qualche giorno che non parliamo e che non vieni a trovarmi nei sogni." La voce di Arianna era distante e adulta.

Vedeva i propri occhi dorati guardarla dallo specchio. "Arianna, ti sono sempre stata vicina, come doveva essere. Questo è sbagliato, noi non dovremmo parlare."

Arianna ghignò in modo sinistro. "Mi sembra che lo facciamo, se è come dici, il problema sei tu e non io." Prese un'altra salviettina togliendo il rossetto. "È oltre un anno che mi stai addosso, se non dobbiamo parlare, vattene e lascia che sia me stessa… Lascia che me ne vada da tutto, per sempre."

La voce le rispose. "Sai che non posso farlo, ho agito per un bene superiore e ho sbagliato, nella mia lunga esistenza non avevo mai tentato quello che ho fatto con te."

"Parli sempre di questa cosa." Arianna passò lentamente le mani tra i capelli. "Ma non mi dici cosa hai tentato e perché sono così."

"Sai che non posso farlo." La voce era tenera, materna. "Qui troverai te stessa e presto troverai le risposte… E ci separeremo."

Parte VI – Dalle sei alle dieci e sembra una giornata

Arianna si sveglia nuda e scopre la sedia distrutta conto il muro.

Si svegliò con la luce del sole che entrava in diagonale dalla finestra, era nuda, appoggiata al piano della toilette con la schiena indolenzita, poco di lato c'erano delle salviettine sporche di trucco e aveva il ricordo di un incubo, con Hana sanguinante e un gladio conficcato nel ventre.

Raddrizzandosi e stendendo le braccia, notò una sedia spaccata a terra, a ridosso della parete, e si alzò, piangendo, entrando nel bagno. "Di nuovo… Sono pazza… Dio, aiutami…" Il pianto spense il mormorio, coperto dal rumore dell'acqua della doccia.

Scese di corsa la scala, indossando dei pantaloni lunghi e una maglietta comoda, con i piedi scalzi. Si affacciò verso il bancone. "Nadia, buongiorno, mi sono svegliata e c'è una sedia rotta…" Fece una pausa. "Non so come sia successo, ma farò in modo di pagarla, promesso."

Nadia corrugò la fronte. "Sarà stato un fantasma o sei sonnambula." Le sorrise. "Non preoccuparti, ci pensa l'assicurazione, la tua sincerità vale più della sedia." Le indicò l'esterno con la testa. "Paolo è fuori, si è alzato prima del sole questa mattina. Parlatevi."

Paolo era seduto sotto il portico del casale dei Gelsi, la tazza vuota tra le mani e lo sguardo oltre la staccionata.

"Ciao Paolo…" la voce di Arianna lo raggiunse, bassa, timorosa. "Posso sedermi?"

Lui la guardò serio. "Certo, siediti pure. Ho qui della tisana e un pezzo di crostata, se preferisci c'è anche del caffè e del latte." Le indicò distrattamente il tavolo. "Oppure, se vuoi altro, trovi la colazione dentro." Notò perplesso l'abbigliamento sobrio che indossava e i piedi nudi.

"Scusa…" si sedette di fronte a lui versandosi la tisana. "Ieri sera ho perso la testa, capita spesso, qui di meno. Vado da una psicologa, se non mi vuoi più attorno lo capisco."

"Avevo colto delle vostre frasi, quando parlavi con Livia e con tua madre. Non ti caccio, tranquilla, mi piace stare con te." Prese il termos sfiorandole la mano. "Sai, ho conosciuto Livia in modo strano e ci capiamo senza parlare. Sembra che ti stia proteggendo." Sorrise fissando un punto in lontananza. "Ma non siamo legati sentimentalmente, intendo con lei."

"E come vi siete conosciuti, se posso chiedere?" Gli accostò una fetta di crostata guardandolo.

Paolo prese la torta e vide una ragazza diversa da quella del giorno prima. "Meglio che non te lo dica, magari quando ci conosceremo meglio e sarà Livia a raccontartelo."

"Vuoi dire che continueremo a sentirci?" La voce di Arianna apparve felice. "Pensavo che dopo ieri sera mi avresti messa da parte come una smorfiosa."

Scosse leggermente la testa. "No, ti ho pensata tutta la notte e non come puoi immaginare. Ti chiamerò quattro volte al giorno come minimo, in questo periodo sto studiando a Viterbo e facendo tirocinio in Corsica."

"Ieri ti ho dato il tormento e non ti ho nemmeno chiesto cosa studi." Gli sorrise da sopra la tazza. "Io farò filosofia, o almeno è quello che ora vorrei fare."

"Sto seguendo Conservazione e Restauro dell’Ambiente e delle Foreste." La guardò corrugando la fronte. "Filosofia? Non ti ci vedo…"

"Lo ha detto anche Livia, ma questo è quello che voglio fare." Allargò le braccia guardandolo negli occhi. "Non so come sia successo, ma credo di essermi innamorata di te… Ho avuto diversi ragazzi, forse troppi, pensando di amarli, ma con te è diverso e non so spiegarlo." Il tono era calmo e rilassato.

Paolo le sfiorò la mano. "Provo la stessa cosa, ma non ho avuto tante ragazze." Sorrise serenamente. "Sento che per andare oltre, dovremmo aspettare."

Lei gli tenne la mano. "Dopo il mio compleanno può andare? Resisti fino a novembre?" Lo guardò ammiccando. "Io non lo so, ma ci proverò… Promesso, croce sul cuore." Fece il gesto con la mano libera.

Una femmina di Noriker si infilò sotto il porticato spingendolo con il muso e nitrendo. Paolo le accarezzò la testa. "Credo che lo spirito di Livia sia dentro di lei." Scoppiarono entrambi a ridere.

Arianna annuì guardando la cavalla. "È il cavallo… o meglio la cavalla di Livia?"

"Sì, non è sua, hanno un forte legame e spesso riesce ad uscire dai recinti, non si sa come faccia." Paolo si guardò attorno cercando Amani. "Elisa li definisce armadi con gli zoccoli. Per quanto riguarda Livia, se la vedrai cavalcare senza finimenti, posso solo dirti che per lei è normale."

Arianna si alzò avvicinandosi alla cavalla. "Mi insegneresti a cavalcare?" La voce si era fatta timida.

"Dicevi che puzzano e ora vuoi imparare?" Paolo si mise a ridere. "Potrei farlo, ma è meglio se lo chiedi a Elisa, è lei l'esperta."

"Paolo, ho detto tante brutte cose, ma gli animali mi piacciono tutti." Passò la mano sul fianco dell'animale. "Allora parlerò con Elisa, sempre che lei voglia insegnarmi, visto come mi sono comportata."

"Se vuoi possiamo farlo anche ora, è nel pascolo, così le riportiamo la fuggitiva." Paolo si alzò guardandola. "Devo dirti una cosa, questa mattina ho parlato con tua madre."

"Hai parlato con mia madre? Di cosa?" Si fermò per un attimo, spaventata. "Con Elisa preferisco parlare da sola, devo imparare a rimediare ai casini che combino."

Paolo le sorrise avvicinandosi e tenendo la cavalla. "Le ho detto che mi piaci e mi piace stare con te, lei mi è sembrata contenta e mi ha dato un bacio sulla guancia."

Arianna si avvicinò. "Se lei ti ha dato un bacio sulla guancia, non posso essere da meno." Si sollevò sulle punte baciandolo con passione.

◯ ◯ ◯

Quando Livia raggiunse il pascolo, Elisa era appoggiata alla staccionata con le braccia incrociate e Arianna era poco distante accanto alla cavalla, con la maglietta e i pantaloni sporchi di polvere e terra, mentre i capelli corti erano schiacciati dal sudore. I piedi scalzi erano chiazzati di diversi colori, un misto indistinto di erba umida, fango e altro di non profumato.

"Livia… Stronza… Mi hai lasciata sola con lei per oltre due ore e me la pagherai." Lo sguardo indagatore di Elisa era fermo sulla ragazza. "Sai che ha fatto?"

Livia sorrise appena. "Ti ha fatta impazzire? Potevi mollarla a Nadia."

"No." Elisa scosse lentamente il capo. "È questo il problema. Guardala."

Arianna infilò il piede scalzo nella staffa e salì in sella con un movimento naturale, fluido, senza esitazioni. La cavalla mosse appena le orecchie, tranquilla.

Livia corrugò la fronte, alzando la voce. "Ciao Arianna, hai iniziato oggi a cavalcare?"

"Ciao Livia, oggi è la prima volta e mi piace un casino." Arianna rispose guardandola.

Elisa restò in silenzio qualche secondo. "Le ho spiegato una volta come si sistema la sella." Fece una pausa. "Alla seconda stava già facendo tutto da sola. Credo che potrebbe competere con te… e sappiamo anche il perché."

Arianna mosse il corpo dirigendo la cavalla verso la staccionata, le redini trattenute tra due dita. "Livia, hai visto?" Sorrise. "Ho imparato ad andare a cavallo e spero che un giorno mi perdonerai per tutto il casino che ho fatto."

"Veramente Elisa mi ha detto che hai imparato molto in fretta, come se avessi sempre cavalcato." Cinse la vita di Elisa con il braccio. "Per il resto posso anche perdonarti, ma non avrai una seconda possibilità."

Arianna abbassò lo sguardo sulla cavalla accarezzandole il collo. "Non so spiegarti il motivo… ma quando la tocco è come se sapessi già cosa fare." La cavalla sbuffò piano.

Elisa sorrise appena. "Allora… benvenuta nel club." Appoggiò affettuosamente la mano su quella di Livia.

"Buongiorno a tutti." La voce di Elena li raggiunse. "Arianna a cavallo?" Sorrise stupita.

"Mamma… perché non provi anche tu?" Arianna stava sorridendo, conducendo la cavalla con il corpo.

"Buongiorno, Elena." Disse Livia, girando leggermente la testa. "Avete dormito bene? Dove hai lasciato il marito?"

"Sta preparando il cestino del pranzo. Pensavamo di andare al lago… Tu, Arianna, resti qui?" Si appoggiò alla staccionata.

"Elena, non serve che vi portiate tutto. Se vi serve qualcosa, potete salire al Casale del Poggio." Commentò Elisa con tranquillità.

Arianna smontò da cavallo, lasciando le redini ad Amani. "Vengo con voi." Scavalcò la staccionata con naturalezza, semplicemente appoggiando una mano sulla traversa più alta. "Vado a cambiarmi. Se andate avanti, vi raggiungo."

"Scusate…" La voce preoccupata di un ragazzo si intromise. "Mio fratello è caduto e si è tagliato… avremmo bisogno di qualcosa per medicarlo."

Elisa, senza perdere il sorriso, si girò. "Accompagnami, ci penso io… come ti chiami?" Lo affiancò serena. "Io sono Elisa, ma penso tu lo sappia."

"Sono Luca… so chi sei." Sorrise tranquillizzato. "Da questa parte." Si diresse verso il tavolo esterno, indicandolo.

"Ciao, sono la fata Elisa e tu chi sei?" Elisa controllò il braccio del piccolo, cercando di calmarne il pianto. "Ho capito, sei un folletto dei boschi…"

Nadia la raggiunse con la borsa medica. "Fisiologica e garza?" le chiese.

Elisa annuì, tenendo le mani ai lati dell'abrasione sul braccio. "Sì, grazie Nadia… credo sia più lo spavento e lo sporco che il danno." Sorrise. "Vero, folletto dei boschi?"

Il bambino la guardò incuriosito con un lieve sorriso, mentre Nadia puliva delicatamente il braccino, rivelando la totale assenza di lesioni.

Luca la guardò sorpreso. "Ma il sangue… sembrava un taglio…"

"Forse è caduto su delle bacche ed è uscito il perfetto make-up di un taglio." Prese le salviette dalla borsa, pulendosi le mani. "Fata Elisa ha salvato un folletto… evvai…" rise verso il piccolo. "Se entrate, sono certa che ci sia della torta che vi aspetta. Fate attenzione nel bosco, è facile farsi male."

Nadia scosse il capo seguendoli con lo sguardo verso il casale. "Come sapevi della torta?" sorrise apertamente. "Sei stata fantastica, hai calmato entrambi con una naturalezza incredibile… Fata Elisa." Si mise a ridere.

"C'è sempre una torta." Il volto si rattristò per un attimo al riaffiorare dei ricordi. "Quel giorno stavamo per morire nel bosco e non avrei nemmeno saputo mettere un cerotto." Le sorrise. "Tu eri la più solida di tutti noi e ora guarda cosa sono diventata."

Nadia le accarezzò il volto. "Restando in tema, eri la fatina del gruppo. Ora potresti affrontare un esercito e hai trovato un compagno fantastico." Si mise la borsa a tracolla.

"Anche tu direi. Ormai vivi da tempo con Amani, sarebbe ora di ufficializzare." Si affiancò a lei dandole una spallata. "Quando? Dai su, puoi dirmelo, quando?"

"Sei cambiata in tutto, ma sei rimasta una ficcanaso." Sollevò la mano destra, mostrandole l'anello e sorridendo felice. "È già successo…"

Elisa la abbracciò. "Sono contenta, ma non mi hai detto niente. Perché?"

"Avresti organizzato una festa e la cosa ci avrebbe messi a disagio." Ricambiò l'abbraccio. "Tanto ci eri arrivata da sola, me ne ero accorta."

Elisa si staccò annuendo. "Hai ragione, ma dimmi… Poi avete deciso se restare fissi qui a lavorare con noi?"

"Ormai siamo sempre qui e ci troviamo bene. Ne parlavo ieri con Amani e chiuderemo con il lavoro in città." Sospirò. "Questo posto è magico e alla fine cattura tutti. Probabilmente faremo come Livia e porteremo avanti il nostro lavoro in altro modo."

Elisa appoggiò il sedere al tavolo guardandosi attorno. "Se ne sono andati tutti, per qualche ora staremo tranquilli."

Nadia si girò tornando verso il casale. "Veramente tra dieci minuti arriva il gruppo di ragazzi per la lezione di equitazione, devi darti una mossa e prepararti."

"Dieci minuti…" portò la mano alla fronte. "Mi ero completamente dimenticata." Si alzò correndo verso il capanno dell'attrezzatura da equitazione.

Parte VII – I segugi del tempo

I nuovi segugi del tempo emergono dalla terra.

Il sole era alto, si era quasi fatto mezzogiorno e Vigil si era fatto seguire, nervosamente, da Marco e Sofia, sollecitandoli a colpi di muso lungo il sentiero che univa il casale del Poggio con la Radura Guarita.

"Vigil, ho solo due gambe, non posso volare su questo sentiero. Che ti piglia oggi?" Sofia aveva accelerato il passo per la terza volta, spingendo a sua volta Marco senza poter cambiare direzione perché Vigil non lo permetteva.

Marco stava ormai correndo. "Nemmeno con le brecce peggiori si è mai comportato in questo modo. Ho avvisato gli altri con un messaggio e ci stanno raggiungendo."

Vigil abbaiò, un abbaio stanco, ma accelerò entrando nella radura in un rapido giro di perlustrazione, come faceva sempre, per poi sedersi pesantemente sbuffando, impaziente.

Livia entrò nella radura di corsa, bloccandosi e guardandolo con il volto preoccupato, vedendolo quasi gracile, nonostante le dimensioni. "Vigil…" mormorò.

"Elisa, ci ha portati qui… non capisco." Marco la guardò con il volto di chi non capisce o non vuole capire.

Elisa si avvicinò inginocchiandosi al suo fianco e accarezzandogli la grande schiena. Sentì il peso del suo corpo gravare su di lei, seguito da una grande leccata sul viso e da un sommesso guaito.

Vigil si alzò camminando lentamente verso Livia, lo sguardo a tratti rivolto a Marco, che nel frattempo gli si era avvicinato. Potevano sentire il pianto sommesso di Elisa, rimasta a terra dando loro le spalle.

Livia e Marco si inginocchiarono vicino a lui, raggiunti da Hana e Sofia, vedendo le zampe tremanti che faticavano a reggerne il peso. Un abbaio possente scosse la radura, per poi accompagnarlo nell'eco mentre si lasciava andare al fianco della lapide di Ghita, la testa sollevata fiera e il solito muso con la lingua ciondolante.

Per un attimo il volto di Ghita inciso nella quercia parve farsi reale, attraversato da un sorriso, mentre la terra della Radura Guarita, ponte tra i Custodi, fremeva abbracciando il possente segugio del tempo come un'accogliente coperta.

Elisa si alzò di scatto correndo dagli altri e abbracciandoli, colta dalla disperazione, ma non trovò conforto in quell'abbraccio, sentendo la disperazione degli altri confluire in lei, una disperazione che avvolgeva la Rete, ma era anche altro.

La radura tremava sotto i loro piedi e il corpo di Vigil era quasi scomparso nella terra, ancora per un attimo con lo sguardo su di loro, uno sguardo che sembrava felice, ma un nuovo abbaio li raggiunse, uguale e diverso dal precedente, che pareva giungere dalla terra stessa, ora gonfia e pulsante attorno a ciò che era stato Vigil.

Hana spinse via gli altri correndo verso il vuoto lasciato da Vigil e spostando la terra sollevata ai suoi lati. E allora li videro: due cani, diversi, di nessuna razza particolare, solo due cani. Uno snello, bianco con pezze arancio, e uno più massiccio, fulvo. Entrambi con un dolce muso da lupoide.

Elisa era confusa e li guardò, lasciandosi sfuggire dalle labbra un debole "Vigil…"

I due cani abbaiarono all'unisono correndo verso di lei.

"Cosa è successo?" Sofia sorrideva e piangeva allo stesso tempo, la domanda rivolta a nessuno.

Hana si alzò, la terra sulle mani. "Tutto sta cambiando, il Vigil che conoscevamo non era più adatto a muoversi nel nostro mondo." Tirò su con il naso, asciugando gli occhi con le mani sporche e macchiando il viso. "Ci ha chiamati qui per tornare alla Rete, alla sua casa, e dalla Rete è tornato da noi in una forma diversa."

Elisa aveva ritrovato il sorriso, nonostante le lacrime. "Due meticci di taglia media, che possono spostarsi tra la gente senza scatenare il panico. E ora potrà essere un cane tra i cani."

"Hanno bisogno di un nome, non possiamo chiamarli Vigil o Vigil uno e Vigil due…" Disse Livia voltandosi verso Marco, seguita nel gesto da tutti.

"Dunque devo essere io a dar loro un nome?" Sorrise per un attimo.

Livia annuì. "Credo di sì, Vigil era venuto da te, quindi tocca a te dar loro un nome." La voce era commossa e triste, ma emozionata.

"Il fulvo sarà Dojo e il bianco sarà Edward." Marco pronunciò i nomi senza esitazione.

Entrambi i cani abbaiarono, iniziando a rincorrersi nella radura e coinvolgendoli nel loro gioco confuso.

◯ ◯ ◯

Si era fatto pomeriggio quando Dojo ed Edward irruppero nel portico del Casale dei Gelsi, saltellando attorno a uno degli ospiti.

"Ehi! Voi due… lasciate stare il signore." Livia li chiamò severa.

"Naaa… lasci fare, ci sono abituato." Li accarezzò vivacemente. "Questa mattina non li avevo ancora visti e mi mancavano."

Una ragazza si alzò dal tavolo chinandosi e facendosi leccare. "Avete fatto lo spuntino pomeridiano? Non si può saltare." Si mise a ridere divertita.

Livia si bloccò guardando gli altri. Nessuno parlò osservando quei cani che, per quanto diversi, per tutti erano ancora Vigil.

"Ragazzi, dove vi eravate cacciati?" Amani li guardò dall'ingresso del casale. "Ci serve una mano per sistemare." Poi guardò i cani. "Ho messo da parte qualcosa anche per quei due birbanti." Sorrise. "Le ciotole sono nell'angolo."

"Arriviamo, Amani, scusa, c'è stata un'urgenza." Hana lo raggiunse rapidamente. "Hop hop… su, veloci. E tu, Elisa, hai l'ultima lezione della giornata, ti stanno aspettando."

La merenda trascorse senza problemi, con Dojo che cercava di scroccare cibo ed Edward diffidente con tutti. Marco era rimasto con Elisa al Casale dei Gelsi quando videro arrivare dal bosco Elena, seguita dalla famiglia.

"Avete pranzato?" Elisa si alzò per farli accomodare.

"Sì, grazie. Ora andiamo a farci una doccia e poi decideremo cosa fare per la serata… insieme, Arianna vorrebbe fare un giro prima di partire." Disse Elena avvicinandosi a Dojo e accarezzandolo. "Ciao bello, ti aspettavo a pranzo ma non ti sei fatto vedere… e dove sta tuo fratello?"

"Ma che dici, mamma? È un cane nuovo, quando mai lo avresti visto?" Arianna passò scuotendo il capo. "Stai invecchiando male se confondi i cani." Rallentò posandole un bacio sulla guancia.

Marco attese che passassero prima di parlare a Elisa con voce bassa. "Arianna ha perso la memoria, ma non le sue capacità. Le sue doti a cavallo, la percezione corretta di Dojo…" Fece una pausa. "Tornerà a essere consapevole o, purtroppo, finirà in manicomio."

"Non credo… che finirà in manicomio." Gli prese il braccio in modo rassicurante. "Credo che Livia abbia un piano o, quanto meno, abbia capito qualcosa." Sospirò. "Se poi dovesse finire male… con il manicomio… la Phénix potrà darle una mano."

Lui si sporse leggermente baciandole il viso. "Dobbiamo smettere di pensare che Livia abbia sempre un piano, potrebbe anche non averlo e fare affidamento sulla buona sorte." Guardò verso il casale. "Da quando è scesa dal carro protestando, ho la certezza che non sia arrivata qui per caso… una di quelle cose che sai dovevano accadere."

"Ne sono convinta anch'io, è stata lei a voler salire al Poggio e alla fine a far salire tutti." Elisa si spostò stirando la schiena. "Qualcosa l'ha spinta a venire quassù e non credo sia stata la rabbia." Infilò la mano sotto la maglietta di Marco. "E se andassimo a fare una nuotata?"

Marco rise. "Tu nuoti, io resto a guardare, chi riesce a starti dietro?" Le fermò la mano. "Ma non è detto che si debba per forza nuotare."

◯ ◯ ◯

La mattina dopo Dojo mangiò insieme a Edward al casale del Poggio, per poi raggiungere il casale dei Gelsi, dove il bianco rimase in disparte, protetto dagli alberi, mentre il fulvo ispezionò i tavoli e in particolare i clienti, fermandosi di fianco a Paolo con lo sguardo di chi sta morendo di fame.

Paolo finse di ignorarlo e sentì la panca vibrare, vedendo una caviglia abbronzata scavalcare la seduta. "Posso sedermi al tuo fianco questa mattina, o devo mettermi di fronte?" Arianna posò la tazza e il piattino con la torta sul tavolo. "Questa notte ho dormito senza incubi e ho potuto spegnere la sveglia."

Paolo la vide con i calzoncini corti al ginocchio e una maglietta comoda con disegni heavy metal. "Puoi sederti, non serve che me lo chiedi." Guardò la colazione di lei. "Nadia mi ha detto che hai ordinato i biscotti, come ti sembrano le torte?" Le accarezzò delicatamente la gamba con il dorso della mano.

"Sì, ho anche chiesto a Nadia se mi manda i biscotti. Stavo accordandomi per pagarli e mi ha detto che ci pensa Livia, questa cosa mi pesa però." Socchiuse per un attimo gli occhi sentendo il contatto. "Paolo, se tocchi tu, poi tocco anch'io e sappiamo come può finire."

Paolo ritrasse la mano. "Hai ragione, meglio evitare di litigare o che tu mi molli qui da solo." Sorrise avvicinando la testa e baciandola sulla guancia.

"Paolo, l'altra sera…" Fece una pausa guardandolo. "Ho sognato Hana, stava morendo con una spada nella pancia." Era spaventata. "Faccio spesso incubi, sempre di gente che combatte e muore, ho sognato anche Elisa, Sofia, Marco… Poi due donne anziane."

Paolo bevve lentamente la sua tisana, guadagnando tempo prima di rispondere. "Mi stai dicendo che tutte le notti fai quei sogni? Se le hai viste in sogno, prima che dal vivo, sei una veggente." Sorrise spalancando gli occhi. "Ti capita anche di sognare le verifiche scolastiche? Tra qualche giorno avrei un esame."

Arianna strinse i pugni. "Paolo, non sto scherzando, qui sono quasi spariti." Fece una pausa ingoiando. "A casa ogni notte e sempre diversi, sogno persone e luoghi che esistono e in cui non sono mai stata." Lo guardò negli occhi baciandolo fugacemente sulle labbra. "Tu non c'eri e non sogno le verifiche, ma avrei potuto disegnare la planimetria del casale del Poggio e della Quercia prima di vederli."

"Scusami, non ti sto prendendo in giro." Paolo era calmo e le prese le mani. "Non conosco queste cose, qualsiasi cosa dica sarebbe stupida." Abbassò lo sguardo. "Hai dello sporco sul polpaccio."

Edward li raggiunse fermandosi di fianco ad Arianna, fissandola con la bocca chiusa e uno sguardo interrogativo, prima di iniziare a leccarle le gambe e annusarle i calzoncini.

Arianna sorrise sfiorandogli il fianco. "Ciao piccolo, tu chi sei?" Era divertita e rispose distrattamente a Paolo. "Non è sporco, è una voglia, anche Livia ne ha una identica."

Paolo corrugò la fronte. "Come chi è? Lui è Edward, il fratello domestico di Dojo, sono qui da sempre…" Si bloccò guardandola. "Com'è possibile che Livia ne abbia una uguale? Se sono identiche, è un tratto genetico."

Arianna porse un pezzo di torta a Edward, che la prese appoggiandole il muso sulle gambe. "Guarda che questo cane è nuovo, non c'è da sempre: c'è Vigil, il gigantone nero." Passò le dita tra le orecchie di Edward. "Che tenero, è coccoloso."

Paolo era confuso. "Chi sarebbe Vigil?" Si abbassò passando la mano sul polpaccio di Arianna fino al piede scalzo. "Hai ragione, sono identiche e non è possibile."

"Come sarebbe a dire chi è Vigil?" Anche Arianna era confusa. "Veramente non lo ricordi?" Socchiuse gli occhi sentendo la mano sulla gamba. "Paolo…"

Si sollevò guardandola. "Forse è meglio se dimentichiamo i cani e la voglia." Le sorrise. "Potremmo andare al lago, domani partiamo."

Arianna annuì alzandosi. "Ho il costume sotto, possiamo andare anche subito, mi faccio dare un cestino da Nadia e avviso mamma."

◯ ◯ ◯

Il rumore di una macchina disturbò la tranquillità della sera al casale del Poggio, seguito dai passi sul terreno sterrato e dal suono della campana sopra la porta.

"Chi è?" La voce di Hana rispose dall'interno. "La porta è aperta e se sei un malintenzionato preparati a raggiungere l'ospedale."

La voce di Livia si aggiunse. "Ma ti pare il modo di rispondere? Tanto vale che spari attraverso la porta."

"Ciao ragazze, o devo dire comandanti?" Paolo entrò sorridente. "Domani parto per la Corsica, prima vorrei parlarti, Livia."

Hana si alzò. "Ciao Paolo, come ti pare." Si diresse alla scala. "Salgo, si è fatto tardi. Livia, mi metto a letto."

Livia indicò la sedia. "Vieni, Paolo, siediti. Con Arianna va tutto bene?"

Paolo si mise comodo di fronte a lei. "Direi di sì, è calma, ci piacciamo e resteremo in contatto." Fece una pausa cercando le parole. "Ho una domanda da farti su di lei… Su di voi."

Livia si irrigidì, restando calma e sorridente. "Certo, dimmi, se posso aiutarti…"

Paolo mantenne un tono calmo. "Livia, cosa è Arianna per te e cosa sei tu per lei?"

Livia corrugò la fronte. "Scusami, ma non capisco la domanda."

"Sai cosa sento per te e che mi fido." Paolo era cordiale. "Tuttavia, ci sono cose di questi giorni che mi hanno fatto sorgere delle domande."

"Paolo, ti ho deluso in qualche modo?" Livia era preoccupata. "Ti ho offeso? Non capisco."

Paolo scosse il capo. "La proteggi, anche la sua virtù, dove c'è poco da proteggere…"

Livia lo bloccò. "Cosa stai dicendo? Come ti permetti?"

"Ecco, questa tua reazione lo dimostra." Paolo fece una smorfia. "Non temere, non sono andato a letto con lei."

"Allora cosa stai farneticando?" Livia era irritata.

"Avete un tratto che vi accomuna, può essere solo una convergenza genetica." Mosse la mano in direzione del polpaccio di lei.

Livia si mise a ridere. "Non possiamo essere parenti, non essere sciocco."

"Livia, non prendermi in giro." La guardò serrando il pugno sul tavolo. "Lei è tua figlia? Tutto lo fa pensare, oppure siete sorelle."

Livia scattò in piedi aprendo un cassetto chiuso a chiave e gettando sul tavolo una vecchia cartella sanitaria. "Trai le tue conclusioni!"

Paolo aprì la cartella cambiando espressione e portando la mano alla bocca. "Livia, non sapevo… Mio dio." La guardò. "Ma questo non esclude che possiate essere sorelle."

"Certo, quindi sarei figlia di Elena? O forse pensi che siamo state adottate dopo qualche storia strana?" Livia era furiosa.

Paolo si avvicinò per abbracciarla e lei lo assecondò, ma sentì qualcosa pungerle il braccio, mentre Paolo indietreggiava.

"Paolo, cosa hai fatto?" Livia guardò il puntino rosso sul braccio, mentre lui riponeva il campione di sangue accanto a un altro in un astuccio termico.

"Ho i vostri campioni, adesso posso chiedere un test genetico alla Phénix." Paolo era serio.

Livia scosse il capo. "Non otterrai niente, non siamo parenti, sappi solo che lei per me è importante."

"Mi hai chiesto fiducia e te l'ho data, ma ora mi servono risposte… Non mi fido più." Paolo uscì dal casale attraversando il piazzale e aprendo con un movimento del polso la macchina della Phénix, lasciando il casale sgommando, sotto lo sguardo di Livia, il cui volto si adombrò.

Seguì con lo sguardo la macchina che si allontanava e la tristezza le segnò il volto. Lentamente superò il cancello della staccionata, sistemando i finimenti sulla cavalla e lasciando il casale del Poggio per addentrarsi nel bosco, con Dojo ed Edward silenziosi al suo fianco e gli occhi annebbiati dalle lacrime.


© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.