🌿 Dal giardino alla Tuscia

Piante, tradizioni e racconti legati al territorio

I racconti dei Custodi fanno parte di una storia continua. Se è la prima volta che li leggi, inizia dal primo.

Il Filo Eterno

Tra visioni celtiche e pigmento antico

Racconti fantasy
Data inserimento: 29/04/2026

Parte I – La donna fuori dal tempo

Marco precipita nella visione e incontra Rhiann

Marco scorse le schermate del computer, seduto al tavolo della cucina, in una mattina tranquilla; senza pensarci troppo accarezzò con la mano sinistra il collo di Vigil, immobile accanto alla sedia, mentre le posate davanti a lui attendevano ancora di essere sistemate. All'improvviso il collare emise una breve luminescenza e Marco si fermò, seguendo la direzione dello sguardo di Vigil.

Il cane non si mosse; lo sguardo restava fisso davanti a loro, verso il centro della stanza, dove una donna era in piedi a pochi passi dal tavolo. Non l'aveva sentita entrare: la porta era chiusa a chiave, non l'aveva aperta. Semplicemente era lì.

Aveva forse quarant'anni, un corpo snello e asciutto, più bassa di Livia. I lunghi capelli ramati, poco curati, erano raccolti dietro la nuca, con alcune ciocche che cadevano sul volto segnato da tre tratti rituali bianchi. Gli occhi, di un profondo grigio-verde, leggermente distanziati. Il corpo era coperto da un pigmento irregolare blu-verde. Indossava abiti arcaici: una fascia di lana grezza a coprire il seno quasi inesistente e una gonna, anch'essa di lana, sopra il ginocchio; alla vita, un pugnale in un fodero di cuoio legato con una cintura annodata.

Marco la fissò per un istante, cercando di capire cosa stesse guardando; solo dopo vide il pugnale al suo fianco e la mano destra si mosse quasi da sola, afferrando uno dei coltelli da cucina dal tavolo. Si alzò di scatto, facendo cadere la sedia.

Non vi fu rumore quando Vigil scartò di lato, lo sguardo che passava tra la donna comparsa dal nulla e Marco, senza alcuna tensione nel corpo. Alla reazione di Marco anche lei estrasse fulminea il pugnale: la lama, lavorata a mano, brillò per un istante mentre il corpo si abbassava sulle gambe, assumendo con naturalezza una posizione di combattimento istintiva, automatica.

Marco fece un passo avanti e solo allora si accorse che qualcosa non tornava: sotto i piedi non sentiva più il pavimento della cucina e l'aria era fredda e umida; intorno a loro si alzavano tronchi scuri di alberi alti. Era in piedi in mezzo a un bosco, il coltello stretto nella mano. La cucina, la casa, erano scomparsi.

La donna non si mosse, sempre lì davanti a lui, il pugnale nella mano destra, basso lungo il fianco. Portò la mano sinistra al cuore e, con un gesto ampio, aprì il braccio accompagnandolo con un leggero inchino verso Vigil.

Marco rimase immobile per un istante, il coltello ancora sollevato. Lo sguardo passò dalla donna agli alberi, poi a Vigil, e tornò su di lei. "Chi sei?" chiese, abbassando a sua volta il coltello lungo il fianco.

Lei aprì le braccia, scuotendo il capo come chi non capisce, e rispose con parole che Marco non riuscì ad associare a nessuna lingua. Poi guardò tra gli alberi, come se cercasse qualcosa, con l'urgenza di chi non ha tempo e deve farsi comprendere.

Dopo quello che parve un tempo sospeso, portò la mano al petto. "Rhiann."

Marco la fissò un momento, poi indicò sé stesso con la mano che stringeva il coltello. "Marco."

Rhiann infilò il pugnale nel fodero con un gesto naturale e si avvicinò lentamente. Marco tentò di infilare il coltello nella cintura dei pantaloni, ma la lama scivolò e dovette fermarla prima che cadesse.

Quando lei fece un altro passo, arretrò d'istinto, ma si fermò quasi subito. Qualcosa tra loro li legava, come quei fili di cui Agnese parlava spesso.

Rhiann gli girò attorno osservandolo, alzando lo sguardo per colmare la distanza tra i loro volti. Con esitazione lo toccò, saggiando la consistenza degli abiti. Un sorriso le illuminò il volto: era stupendo, ma non gli trasmetteva ciò che avrebbe fatto il sorriso di un'altra donna. Gli prese la mano e la guidò sul tessuto della sua gonna di lana; Marco ne sentì la trama antica, ruvida, quasi fastidiosa.

Poco più in là Vigil si muoveva tra le foglie, annusando il terreno come se quel bosco gli fosse familiare. Si fermò vicino a un tronco caduto, lo esaminò con attenzione e poi sollevò la zampa con tutta la calma del mondo.

Gli sguardi di Marco e Rhiann si spostarono all'unisono su di lui; entrambi inarcarono appena le sopracciglia. Tornarono a guardarsi e scoppiarono a ridere, una risata breve, liberatoria.

Rhiann si spostò a sedere su una pietra bassa, invitando Marco a prendere posto su quella di fronte; lui si sedette, mentre lo sguardo di lei scivolò per un attimo verso il bosco, richiamato da qualcosa. Marco sollevò gli occhi per seguirlo, fermandosi per un istante su ciò che la gonna antica non nascondeva, prima di andare oltre.

Estrasse il pugnale antico con calma e, con la punta, iniziò a disegnare sul terreno tra loro, fermandosi spesso a guardare il volto di Marco, come per verificare che stesse capendo. Il disegno prese forma, diventando via via più definito, anche se ancora rudimentale.

Marco raccolse una piccola pietra piatta da terra e la posò sopra l'ombelico di Rhiann; lei si ritrasse leggermente, più per istinto che per difesa. Con l'altra mano indicò il disegno e poi la pietra, mantenendo il gesto sospeso un istante.

Rhiann sorrise e annuì; prese la pietra e la tenne ferma sotto l'ombelico, quindi indicò il disegno come a confermare e, subito dopo, la lasciò cadere di lato.

Marco la guardò davvero: non sembrava giovane, sotto il pigmento si intravedevano i segni di una vita dura, dell'ambiente inclemente. Forse aveva meno di quarant'anni, o forse di più; il pigmento la nascondeva. Il corpo sembrava gracile, ma si intuivano le linee della muscolatura. La vide inclinarsi in avanti, avvicinarsi, appoggiargli le mani sulle guance, studiarlo per un attimo prima di posargli un bacio affettuoso sulla fronte.

Rhiann si alzò lentamente e si allontanò verso il bosco con movimenti fluidi, quasi felini; Marco si alzò per seguirla.

"Marco." Una voce lo chiamava da lontano, dentro la sua testa.

"Marco, cosa hai?!" La voce era insistente e ovattata, ma concreta.

Parte II – La donna inattesa

Elisa si lancia attraverso la finestra del casale per raggiungere Marco.

Elisa giunse al casale dal sentiero nel bosco. Era una bella giornata di aprile; come sempre si distingueva per un top rosso a vita alta, abbinato a degli shorts neri, guarniti alla cintura con alcuni monili new age. Aveva deciso di fare colpo su Marco con un look più audace; si guardò un attimo, sistemò il top e suonò la campana, attendendo una risposta dall'interno. Lo sguardo spaziò sull'orto e sui noccioleti, ma non c'era traccia di Agnese; quella donna la metteva a disagio.

Un rumore improvviso arrivò dall'interno, come qualcosa spinto e caduto. Si spostò verso la finestra a destra della porta e vide Marco rigido, in piedi, con un coltello da cucina nella cintura dei pantaloni e la sedia rovesciata dietro di lui.

Spinse e batté sulla porta, chiamando con tutta la voce che aveva in corpo, ma era chiusa dall'interno e nessuno rispondeva; tutto era immobile, in un silenzio innaturale per il casale.

Guardò il portico, si allontanò di qualche passo, prese la rincorsa e si spinse con un piede sul piano della sedia di vimini; portò le braccia davanti al volto e si lanciò attraverso la finestra. Il dolore delle ferite arrivò come un fulmine, lancinante, poi la caduta sul pavimento e l'aria che usciva dai polmoni con violenza.

Si mosse per alzarsi, ma il dolore la bloccò sul pavimento; le lacrime si mescolavano al sangue dei graffi, rigandole il viso. Chiuse gli occhi e prese respiri rapidi in successione, poi posò le mani a terra e spinse per alzarsi, ignorando il vetro che le entrava nei palmi.

Marco era lì, immobile come una statua. Elisa si scrollò di dosso i resti della finestra; vedeva il bianco dei suoi occhi e le parve che le guance, in alcuni punti, stessero assumendo un colore blu-verde pallido.

Lo chiamò, terrorizzata. "Marco!"

"Marco, cosa hai?!" Il panico le incrinava la voce mentre lo scuoteva, reggendolo per le spalle.

Marco iniziò a respirare, prima lentamente, poi sempre più profondamente. Gli occhi tornarono normali, ma lo sguardo restava vuoto.

"Ehi… ehi… mi senti?" Lui non rispose.

"Marco, ti prego…" Le lacrime ripresero a sgorgare.

Vigil si palesò al fianco di Elisa e la toccò sulla gamba nuda e ferita con il suo enorme tartufo, come a darle sicurezza.

Cercò di spostarsi per muoverlo, ma si rese conto che non riusciva a stendere completamente la gamba; prendendo Marco per il braccio, zoppicando, lo condusse lentamente verso il divano di fronte al camino. "Vieni, siediti."

"Cosa è successo?" La voce era debole e distante, lo sguardo perso nel camino spento, ma vigile.

"Non lo so, ti ho trovato in piedi in mezzo alla cucina con un coltello addosso," la voce di Elisa si spezzò per il pianto, "sembravi una statua."

La guardò perplesso. "Sei piena di tagli, cosa hai fatto?" la voce sempre bassa.

"Ho sfondato la finestra per entrare," tirò su con il naso. "Sono un ninja." Rise tra le lacrime.

"Non capisco." La voce era confusa.

"Come ti senti, ti gira la testa?" il tono ora concitato.

Elisa si mosse rapidamente, zoppicando e calpestando i resti della finestra sul pavimento, raggiungendo i fornelli. Con azioni rapide e quasi meccaniche mise sul fuoco il bollitore, per poi tornare da Marco con la tisana, trovandolo più presente.

"Bevi." Gli porse la tisana.

Marco prese la tazza, mentre Elisa spostò una poltrona di fronte a lui, osservandolo meglio e girandogli il mento verso la luce con un movimento lento della mano.

"Marco…" il tono secco.

"Che c'è?"

Elisa passò il pollice su una delle impronte blu delle dita e guardò la propria mano. "Che cos'è questa roba?"

Istintivamente Marco portò la mano alla guancia, trovò le dita sporche di blu e vide lo sguardo di Elisa fermo sulla sua fronte, dove faceva capolino il contorno blu di quelle che sembravano labbra.

"Marco…" Elisa si irrigidì sulla poltrona. "Con chi sei stato?"

"Con nessuno, ero con Vigil a leggere e poi ho visto te." Non poteva dirle la verità.

Elisa alzò la mano destra, coperta di graffi, per colpirlo, quando il volto di Agnese si affacciò alla finestra.

"Cosa avete combinato?" Il tono serio come sempre. "Aprite la porta, così posso dare a Marco la tintura di calamo." Scosse il capo. "Deve aver inalato dello stramonio e poi essersi chiuso in casa."

Il braccio di Elisa tremava per l'ira che controllava a stento. Prese un respiro e andò ad aprire la porta.

"Agnese, che stai farneticando?!" sbottò appena aperta.

Il tono non toccò Agnese, che entrò senza esitare, mostrando apertamente le mani blu.

"Io non farnetico mai…" guardò Elisa, ora con evidente preoccupazione. "Figliola, cosa ti è successo? Dobbiamo medicare quei tagli." Spostò lo sguardo sulla gamba. "E anche quella."

Si sedettero e parlarono a lungo, mentre Agnese mischiò il calamo alla tisana di Marco per poi dedicarsi a Elisa.

Marco raccontò di aver trovato dello stramonio secco tra le erbe del rimessaggio, di averlo bruciato senza sapere cosa fosse e che probabilmente aveva respirato il fumo prima di capire cosa stesse succedendo; fortunatamente Agnese aveva visto ed era intervenuta. Elisa lo guardò con un'espressione non molto convinta.

Agnese non commentò le parole di Marco e si limitò a prendere la mano di Elisa, esaminandola alla luce con la stessa attenzione silenziosa che riservava alle erbe.

"Siediti qui." Le indicò la sedia più vicina al tavolo, aiutandola a spostarsi. Elisa ubbidì senza discutere.

Agnese lavorò con metodo, tamponando i graffi sul palmo e sulle dita con acqua e sale, poi applicando una pasta densa color miele che odorava di propoli e qualcosa di più resinoso. Le dita si muovevano con precisione, senza fretta, sollevando ogni lembo di pelle prima di coprirlo. Elisa strinse i denti in silenzio su un taglio più profondo sull'avambraccio sinistro, e Agnese non rallentò né disse nulla, ma tenne ferma la mano con una presa leggermente più decisa finché il momento passò.

Marco restò sul divano, la tazza in mano, osservando Elisa e notando il suo look insolito, con un sorriso nascosto dalla tazza.

Il top rosso di Elisa aveva un taglio sul fianco, piccolo, quasi invisibile. Quando Agnese le prese il braccio per raggiungere un graffio sul gomito, si aprì completamente trascinando la spallina; Agnese la rimise a posto con un gesto distratto e chiuse lo strappo allo stesso modo con una spilla, senza interrompere il lavoro. Marco seguì il movimento e si fermò su altro.

"La coscia." disse Agnese, senza alzare gli occhi.

"Sta bene."

"Non sta bene. Hai zoppicato tutto il tempo."

Elisa aprì la bocca, poi la richiuse. Spostò lo sguardo su Marco per un momento, poi di nuovo su Agnese. "È solo un livido."

"È quello che si vede sopra, ma non quello che c'è sotto. Andiamo sul divano, così stendi la gamba." Il tono non ammetteva repliche.

Elisa si alzò e si spostò senza protestare, abbassandosi accanto a Marco con un movimento controllato che tradiva il dolore. Gli shorts erano corti; il livido sulla parte alta della coscia era già violaceo, con il centro che virava al giallo-verde.

"Tu vai sulla poltrona," disse Agnese a Marco. "Se vuoi guardare Elisa, vai su quella di fronte." Guardò Elisa. "Sdraiati!"

Marco si spostò, lo sguardo fermo un istante sulla coscia. "Caz… volo." disse senza pensarci.

"Già." Agnese aprì uno dei vasetti sul tavolino, l'unguento scuro odorava di arnica e cera d'api.

"Visto che sta bene, dammi una mano," disse a Marco.

Si sporse in avanti, arrivando vicino a loro. "Cosa devo fare?"

"Darmi una mano." Agnese prese la mano di Marco, la aprì e la posò all'attaccatura della coscia di Elisa. "Premi qui e non fare né pensare altro."

Le dita di Agnese lavorarono sull'ematoma con pressione uniforme, dai margini verso il centro. Elisa teneva lo sguardo fisso al soffitto e respirava lentamente. Una volta sola si irrigidì, le dita che cercavano appoggio sul cuscino, e Marco si ritrovò con la mano di lei che stringeva la sua senza che nessuno dei due avesse deciso di muoversi.

Agnese non commentò neanche quello.

"Domani sarà più facile da sopportare," disse alla fine, richiudendo il vasetto. "Dopodomani cammini normalmente." Si alzò e raccolse le sue cose. "Lo stramonio," aggiunse piano, "brucia male. Bisogna stare attenti a cosa si raccoglie."

Elisa guardò Marco di lato. Lui sostenne quello sguardo per un secondo esatto, poi abbassò gli occhi e ritrasse la mano che aveva dimenticato sulla coscia.

"La prossima volta," disse Elisa, con la voce ancora un po' incrinata, "apri tu la finestra."

Parte III – La donna che torna casa

Livia arriva al casale con le scatole delle pizze e trova la finestra sfondata.

Il sole era ancora alto quando Livia svoltò nell'ultimo tratto di sterrato. Le scatole delle pizze sul sedile del passeggero profumavano di basilico e mozzarella scaldata. Livia aveva abbassato il finestrino perché quel profumo, alle cinque del pomeriggio, era semplicemente sleale.

Quattro pizze per due persone era oggettivamente eccessivo, ma Marco aveva detto che sarebbe rimasto a casa tutta la giornata e lei era uscita di mattina presto senza nemmeno fare colazione. Era certa che Elisa fosse salita per vedere Marco. Una pizza in più non sarebbe stata un problema.

Spense il motore e aprì lo sportello con la spalla, tenendo già le scatole tra le braccia. Aveva fatto tre passi verso la porta quando si fermò e vide la finestra.

Si avvicinò lentamente, come se muoversi piano potesse cambiare ciò che stava vedendo. Il vetro era sparito. Al suo posto, teso su qualcosa che sembrava un telaio improvvisato, c'era un sacco di juta tagliato netto, fissato con chiodi battuti alla bell'e meglio nel legno della cornice. Dall'esterno si vedeva chiaramente che i bordi del legno erano spaccati verso l'interno.

Livia restò ferma un momento, le pizze calde tra le braccia. Poi sentì le voci dall'interno e aprì la porta senza bussare.

Li trovò tutti e tre seduti di fronte al camino spento. Marco sulla poltrona più esterna; Agnese ed Elisa sul divano al centro.

Elisa aveva i piedi scalzi appoggiati al tavolino, le gambe nude distese; parti delle braccia e delle gambe erano fasciate con garze fermate da cerotti, così come il viso.

I tre si voltarono verso la porta mentre Livia entrava; lo sguardo di Elisa si posò sulle pizze, aprendo appena un sorriso, ma si fermò quando incontrò quello di Livia, che li stava già scrutando fino sotto la pelle: le medicazioni sulle sue braccia e gambe, il volto di Marco, Agnese immobile al centro.

"Pizza," disse Livia, poggiando le scatole sul tavolo senza distogliere gli occhi da Elisa. "Qualcuno mi vuole spiegare?" Il tono era teso.

Elisa sollevò appena una delle braccia fasciate, cercando il tono giusto. "L'ho visto dalla finestra… Marco… ho visto lui." Indicò con il mento il sacco di juta teso sulla cornice. "Era fermo in mezzo alla cucina e non rispondeva…"

Livia guardò il telaio spaccato, poi le bende sulle braccia e sulle gambe. Sbottò, interrompendola.

"Quindi deduco che hai pensato bene di sfondare la finestra?!" Strinse i pugni. "Senza usare una delle sedie per farlo!" grugnì. "Ammesso che servisse farlo."

Elisa abbassò lo sguardo. "La porta era sbarrata e…"

"E cosa? Era fermo in mezzo alla stanza, quindi? Magari stava pensando!"

Il volto di Elisa si contrasse; si alzò in piedi spingendo il tavolino contro il camino, una smorfia per il dolore alla gamba. I pugni serrati fino a sbiancare le nocche.

"Sì, era in piedi. Rigido. Con gli occhi girati e un coltello da cucina nella cintura dei pantaloni. Ti sembra poco, stupida?" Il tono era furioso. "Come ti permetti di trattarmi in quel modo?" Fece due passi zoppicando. "Perché io sono l'amica oca sfigata e quindi tutto è lecito?!"

Livia non rispose; fece un passo indietro. Non aveva mai visto Elisa in quello stato. Si limitò a osservare le macchie di sangue sulle garze, mentre il volto le impallidiva, iniziando a capire la gravità di quanto accaduto.

Elisa riprese. "Non puoi immaginare cosa abbia passato in quel momento. Pensavo potesse morire o che fosse morto," la voce ancora carica di rabbia. "E sì, sono saltata dalla finestra. Non avrei mai immaginato di poterlo fare."

Anche per Elisa era troppo. Affondò lentamente di traverso nel divano, portandosi le mani al volto per nascondere il pianto.

Nella stanza era calato un silenzio teso e Livia si avvicinò lentamente a Elisa, le braccia abbassate, leggermente spostate in avanti dal corpo.

"Elisa, scusa… Non volevo. Non penso quelle cose di te… È che…" la voce si interruppe, come se le mancasse l'aria.

Le mani di Elisa, fasciate, non si mossero dal volto; il movimento del petto tradiva il pianto che cercava di reprimere.

"Elisa." La voce di Livia era un sussurro. "Sono io l'oca…" superò il bordo del divano, raggiungendola. "Ti ho assalita senza ascoltare." La voce si spezzò e le prese delicatamente il braccio tra le mani, osservando le medicazioni e i graffi rimasti scoperti. Poi si inginocchiò e la abbracciò.

Elisa non la respinse, ma spostò lentamente le braccia, stringendola a sé. "Ero terrorizzata e ho agito di istinto."

Livia la tenne stretta, sentendo qualcosa che arrivava dalla rete e passava attraverso Elisa, mentre una fitta di dolore le attraversò il polso, dove portava l'amuleto che le aveva regalato.

Agnese si alzò lentamente dalla poltrona, voltandosi verso Livia ed Elisa e posando le mani sulle loro spalle. "Può succedere di perdere il controllo. L'importante è ritrovare l'armonia." Il suo tono era materno, insolito. "Restate vicini lungo il cammino, potrebbe essere impervio, ma insieme potrete affrontarlo." Spostò lo sguardo su Marco.

Senza aggiungere altro si voltò dirigendosi verso la porta. "Ora devo andare." Il tono serio. "Livia, domani cambia le fasciature." Uscì, chiudendosi la porta alle spalle.

Livia si alzò lentamente, aiutando Elisa a fare lo stesso. Un sorriso le attraversò il volto, ripensando alle ultime parole di Agnese.

"Visto che devo farti da infermiera, stanotte dormi qui." Il tono ora calmo, accompagnato da una strizzata d'occhio.

Poi spostò lo sguardo su Marco. "Che ti sei messo in faccia?"

Lo sguardo di Marco, che si era alzato a sua volta, salì verso il soffitto. "Agnese dice che è blu di Prussia. Ci metterà un po' ad andare via."

Livia gli toccò la fronte con l'indice. "A me questo sembra un bacio."

"Vedi che non sono l'unica a pensarlo? Con chi sei stato?" Elisa tornò a farsi seria e rigida.

"Basta con questa storia." Marco era esasperato.

Livia guardò entrambi senza capire cosa avesse scatenato. "Calma. Calma." Si mise tra i due. "Sono chiaramente due dita sporche appoggiate lì. E poi Agnese aveva le mani blu." Uno sguardo ironico su Marco. "Hai una storia con Agnese?"

Elisa e Marco spalancarono gli occhi. Livia iniziò a ridere, seguita poco dopo da Elisa e infine da Marco.

La casa era stata ripulita prima del ritorno di Livia. Vigil dormicchiava vicino al camino, lasciato libero dagli umani disturbatori. Marco aveva acceso il fuoco nel camino e tenuto le pizze vicino al calore perché restassero calde senza bruciare.

Livia sistemò i piatti sul tavolo e il necessario per guarnire le pizze, lasciando Elisa e Marco liberi di parlare tra loro. Ogni tanto lo sguardo si posava su di loro, notando quanto si fossero avvicinati e come insieme stessero bene. La cosa la rendeva felice; forse un giorno anche lei avrebbe trovato qualcuno che la sopportasse.

Il sole stava calando. "Basta con sto pucci pucci bau bau, portate le pizze e mangiamo." Il tono di Livia era canzonatorio.

Sistematisi a tavola, si lanciarono sul cibo come cavallette a digiuno da mesi. Elisa mangiava con attenzione, rallentando ogni volta che doveva muovere le braccia o serrare con più forza la mascella.

Parlarono dell'incidente ed Elisa spiegò del salto come se stesse raccontando un'avventura, ma con quella tendenza che aveva a usare il tono leggero per le cose che l'avevano spaventata davvero. Di nuovo si definì un ninja. Marco fece una smorfia e lei rise, un suono breve che le costò una fitta visibile.

"C'è altro oltre i tagli?" disse Livia guardandola e masticando.

Elisa annuì. "Cadendo sul pavimento ho picchiato il fianco e anche le costole. Diventerò blu anche io." Sorrise appena.

"Allora dovremo fare anche degli impacchi, ho le erbe giuste in laboratorio."

Livia guardò Marco. Il blu sulle guance, nel calore del camino, sembrava più scuro. Lui parlava regolarmente, era presente, ma teneva la testa leggermente abbassata, come quando stava ancora digerendo qualcosa che non riusciva a classificare.

A un certo punto Vigil si avvicinò a Elisa e posò la testa sulle sue ginocchia con tutta la solennità del caso. Lei lo guardò come se fosse la cosa più strana della serata, il che diceva tutto. Senza farsi notare, gli allungò un pezzo di pizza.

Le ore passarono parlando di cose serie e leggere. I piatti furono lavati e il camino lasciato spegnere lentamente.

Vigil era rimasto accanto a Elisa per tutta la sera, finché non si sdraiò ai suoi piedi.

"Bene ragazzi, io andrei a dormire. Sono distrutta," disse Elisa con una voce che non lasciava dubbi sulla sua stanchezza.

"La tua stanza ti aspetta," disse Livia indicando la porta scorrevole in fondo alla stanza. "Prima di coricarti prendi queste compresse di erbe, ti aiuteranno a dormire." Guardò Marco mentre Elisa si alzava con cautela. "Marco, questa notte potresti dormire da lei, la poltrona è comoda. Nel caso non stesse bene."

Marco la guardò perplesso, ma grato. "Se per Elisa va bene."

Elisa annuì, dopo un attimo. "Certo, posso anche lasciarti metà letto." Si allontanò verso la camera con il flaconcino.

"Aiuto Livia a sistemare le ultime cose e ti raggiungo, non fare sforzi inutili ed evita anche quelli utili," disse Marco.

Marco tornò a sedersi al tavolo e attesero che Elisa si chiudesse nella stanza, restando in silenzio, senza tensione. Finalmente si girò verso Livia. "Adesso possiamo parlare liberamente."

"Cosa è successo veramente?" chiese Livia senza fare pressione.

"Quanto ha raccontato Elisa è corretto, ma la cosa importante è ciò che è successo prima… o forse durante, e che lei non ha visto."

"Coraggio, parla. Mi sento come chi aspetta per anni il seguito di un film." Non c'era leggerezza nella sua voce.

Le raccontò tutto senza interruzioni, con quella precisione analitica che gli veniva quando cercava di tenere a bada qualcosa arrivato dalle visioni: la donna comparsa nella cucina, il bosco con gli alberi alti e l'aria fredda, la posizione da combattimento della donna, naturale come un'abitudine, il gesto di saluto verso Vigil, il disegno con l'ombelico e un oggetto, il bacio sulla fronte e il motivo del colore sulla faccia.

Livia ascoltò senza interromperlo. Quando smise, restò un momento a guardare Vigil, che dormiva. "Il collare ha emesso luce quando tutto è iniziato?" disse.

"Sì." Annuì.

"E Vigil non era agitato."

"No. Nemmeno un po'. Si è comportato come se la conoscesse."

"E si chiamava Rhiann." Livia si fermò su quel nome. "Nell'antico è un'abbreviazione o una variazione di Rhiannon." Fece una pausa, cercando di ricordare la derivazione. "Nel protoceltico, mi sembra significhi Grande Regina o Regina Divina."

Marco ascoltò. "Spesso ho la sensazione che la rete non scelga a caso i suoi custodi e, in qualche modo, consideri anche le competenze terrene delle persone. Comunque si è presentata in quel modo, ma non capendoci potrebbe anche avermi detto che domani piove." Sorrise. "Una cosa rilevante è che le mani e quasi tutto il corpo erano dipinti con un pigmento irregolare, blu-verde."

"Isatis tinctoria," disse Livia piano. "O qualcosa di simile. I Celti lo usavano. Per i rituali, per la guerra."

"Vuoi dire che era una guerriera celtica?" Lo stupore era evidente. "Se non fosse stato per come è arrivata e per la comparsa del bosco, potevo pensare a uno scherzo."

Livia allargò le mani. "Non lo so, ma potremmo esaminare quello che hai sulla faccia." Si alzò andando in laboratorio.

"Ci sono delle cose poco chiare. Se ero in una visione, come è rimasto il colore del contatto su di me? E per me l'evento è durato diversi minuti, ma Elisa ha sentito cadere la sedia: sembra che qui siano passati secondi."

Livia tornò con dei batuffoli, che passò sul volto di Marco prendendo dei campioni, per poi riporli in contenitori ermetici.

"Domani li porto a Viterbo per analizzarne la composizione e tentare una datazione."

"Ma cosa voleva da me? Non uccidermi: avrebbe potuto farlo con un solo dito. E sono stato io ad attaccarla."

"Marco, non so come spiegarlo, non ancora. Ora andiamo a dormire anche noi."

Senza far rumore raggiunsero le camere al piano superiore, preparandosi per la notte e coricandosi; il clima di aprile iniziava a essere caldo e le finestre erano socchiuse.

Parte IV – Il silenzio della notte

La rete trascina nel panico Livia, che fugge nel bosco.

Livia faticò a prendere sonno, tormentata dai ricordi della giornata che si mescolavano al racconto di Marco. Anche la maglietta e i calzoncini leggeri da notte le davano fastidio sulla pelle, ma non era il caldo. Il sonno si avvicinò, ma i pensieri su Marco vennero sostituiti da quanto accaduto a Elisa: con il suo gesto impulsivo per aiutarlo avrebbe potuto ferirsi gravemente, o peggio.

Irritata, spinse via il lenzuolo, scese dal letto e percorse a piedi nudi il corridoio fino alle scale. Era buio, ma non se ne rese conto; con passi misurati scese. Nemmeno Vigil si svegliò al suo passaggio. Il noccioleto era silenzioso: né uccelli né grilli. Il nulla. Ma non ci badò.

Posò la mano sulla maniglia della porta della camera di Elisa e la fece scorrere silenziosamente. L'interno era illuminato da una luce di cortesia. Senza fare rumore si avvicinò al letto. Elisa dormiva, il respiro regolare, senza segni di sofferenza. Livia sospirò, più serena. Anche Marco dormiva, sistemato sulla poltrona accanto al letto.

Poi lo sentì.

Un silenzio pieno, compatto, che inghiottiva ogni cosa attorno al casale. La rete la raggiunse: un formicolio le corse sotto i piedi nudi e lungo le gambe. Qualcosa non andava. Doveva uscire. Doveva scappare.

Si girò di scatto e corse fuori dalla stanza, lasciando la porta aperta. Attraversò la casa e superò la porta d'ingresso, raggiungendo l'esterno.

Si trovò tra il casale e la staccionata, con il sentiero verso il bosco davanti a sé. I muscoli erano tesi, il corpo contratto e pronto allo scatto. Guardò attorno con rapidi movimenti della testa, come una preda braccata. Il terrore prese forma sul volto.

Iniziò a correre lungo il sentiero verso il bosco, i piedi che si ferivano sulle rocce e le gambe graffiate dai rami. La rete le vibrava dentro con violenza, come se volesse distruggerla, come una breccia pronta a ingoiare il mondo. Urlò, ma nessuno poteva sentirla, e poi cadde.

Le gambe non la reggevano più. Non riusciva ad alzarsi. Sentì il dolore ai piedi e alle gambe e la rete che si stava ritirando: era ancora connessa, ma non più straziata.

Il buio era assoluto. Si trovava nel bosco, da sola, vicino al punto in cui Elisa aveva baciato Marco per la prima volta; lo percepiva. I suoi occhi reagirono a una luce tremolante che si avvicinava, illuminandola dall'alto: vide prima degli stivali, poi un lungo bastone appuntito che venne piantato nel terreno accanto a lei. La luce arrivava dalla cima, una fiamma.

Sentì la presa di una mano forte sul braccio, che la sollevò senza esitazione come fosse un fuscello, e vide il volto di quell'uomo che non apparteneva al suo tempo.

Era più alto di lei di almeno cinque dita. Il corpo asciutto e muscoloso, le spalle larghe; il modo in cui stava fermo ricordava più un guerriero abituato al bosco che un soldato. I capelli castano scuro, lunghi fino alle spalle e raccolti dietro la nuca con una striscia di cuoio, cadevano disordinati. Nella luce instabile del bastone il volto appariva segnato dalle stagioni, incorniciato da una barba corta e irregolare.

Sulla pelle, tra le ombre e la luce, si distingueva un pigmento rituale blu-verde steso in modo irregolare. Il corpo era vestito con abiti antichi e semplici: una tunica corta di lana grezza stretta alla vita da una cintura di cuoio, pantaloni aderenti infilati in stivali consumati. Sulle spalle portava un mantello pesante, fermato da una fibula metallica. Alla cintura pendeva una lunga spada in un fodero di legno rivestito di cuoio, portata con la naturalezza di chi l'aveva sempre avuta al fianco.

Livia fece un passo indietro, istintivo. "Chi sei?" La voce le uscì più roca di quanto volesse.

L'uomo non sembrò capire. La guardava con attenzione, gli occhi fermi nella luce tremolante del bastone, e disse una frase breve, dura, in una lingua che Livia non aveva mai sentito. Il suono sembrava antico quanto il bosco attorno a loro.

Livia scosse la testa. "Non capisco." Portò la propria mano sul braccio dolorante, dove lui l'aveva sollevata.

Lui rimase immobile un momento, poi il suo sguardo salì lungo il braccio che aveva appena afferrato, fermandosi sull'abbigliamento di lei, quasi trasparente; allungò la mano, sfiorando delicatamente il tessuto, e piegò la testa di lato, perplesso. Poi spostò la mano verso le gambe di lei, ferite, e quindi verso un ceppo di legna, invitandola a sedersi.

Livia indietreggiò senza perderlo di vista e si sedette lentamente, sopprimendo una smorfia di dolore. Ricordando Marco, avvicinò il palmo della mano al proprio petto. "Livia..." Poi spostò le mani sulle gambe, coprendole insieme a parte del corpo.

Il volto dell'uomo si aprì in un sorriso e, con lo stesso gesto, disse: "Caran…" Avanzò di un passo, riprendendo il bastone con la fiaccola. Lo sguardo era fisso sulla fronte di Livia, dove un mandala dorato aveva preso forma.

Qualcosa si muoveva poco lontano da loro, un'ombra incerta tra i tronchi, e quando si avvicinò a Caran capì che non era davvero un'ombra. Era una presenza, incorporea, o forse solo difficile da mettere a fuoco. Le ricordò Vigil.

Caran sfilò la spada con un movimento lento, che non incuteva timore, poi posò la punta sul petto di Livia, all'altezza del cuore, facendola scorrere di pochi millimetri, tagliando il tessuto e la pelle. Livia serrò la mascella e cercò di alzarsi, senza riuscirci; vide la spada abbassarsi e, al suo posto, sentì il calore della grossa mano: sotto quel tocco il taglio nella pelle scomparve.

Il dolore nelle gambe svanì e il respiro tornò profondo, come dopo una lunga corsa. Livia rimase immobile per un istante, sorpresa da quella calma improvvisa. Poi la stanchezza la travolse e il bosco oscillò davanti ai suoi occhi. L'ultima cosa che vide fu la luce del bastone e la figura di Caran davanti a lei. Poi il sonno la prese.

I raggi del sole erano ancora bassi, invisibili, quando Livia aprì lentamente gli occhi, circondata dai suoni del bosco. Subito abbassò lo sguardo sulla maglietta: il taglio nel tessuto era lì, non era stato un sogno.

Quando tentò di alzarsi, appoggiandosi al ceppo da cui era caduta, il dolore ai piedi la costrinse a fermarsi; vide che le piante erano segnate da piccoli tagli e abrasioni, con resti infissi, sporche di terra e sangue secco. Restò immobile, respirando lentamente: non sarebbe riuscita a tornare al casale del Poggio in quelle condizioni, e quello dei Gelsi era troppo lontano.

Facendosi coraggio, prese dell'erba umida e iniziò a rimuovere le schegge da sotto i piedi, trattenendosi da urlare; lasciò scorrere le lacrime, con la sensazione di aver sofferto ore per quell'azione.

Si guardò attorno nella luce del crepuscolo, cercando qualcosa. Poco distante, un tronco era coperto di edera. Livia si avvicinò in ginocchio, trascinandosi, e strappò alcune foglie larghe e coriacee, appoggiandone due sotto il piede sinistro e sovrapponendole come piccole tegole. Ne aggiunse un'altra verso le dita, dove il terreno aveva ferito di più. Ripiegò i bordi lungo i lati del piede e prese lunghi fili d'erba, tirandoli con decisione fino a separarli dal ciuffo.

Con pazienza li intrecciò, creando dei nastri che fece passare attorno alla caviglia, fissando le foglie. Il risultato era goffo, ma stabile. Ripeté il gesto sull'altro piede. Quando si rialzò, il dolore era ancora lì, ma attutito. Restò un momento ferma tra gli alberi, respirando l'odore della terra umida e delle foglie, poi si voltò verso il sentiero che portava al casale del Poggio.

I primi raggi del sole iniziavano a toccare la radura del casale quando arrivò zoppicando, faticando a tenere le gambe dritte, il corpo e il pigiama strappati in più punti. Sul volto si distinguevano i segni delle lacrime, ormai asciutte, tra lo sporco.

Marco si era appena alzato; notata la porta aperta, uscì dal casale per controllare e la vide, correndole incontro. Non disse niente: semplicemente la prese sotto le gambe e dietro la schiena, sollevandola tra le braccia. Lei gli cinse il collo, appoggiando la testa sulla sua spalla e lasciandosi andare.

La posò delicatamente sulla sedia di vimini sotto il portico ed esitò un istante, poi si voltò e andò a bussare da Agnese. Livia la vide aprire la porta e rientrare, poi li vide tornare entrambi da lei, Agnese con il necessario per la medicazione.

"Bambina mia," disse Agnese avvicinandosi, "volete farmi morire prima del tempo?" Il tono era serio e preoccupato. Con delicatezza rimosse la calzatura improvvisata e iniziò a pulire e medicare le ferite.

"Perché sei andata nel bosco di notte?" Marco era irritato e spaventato per quanto stava accadendo, ma la domanda era retorica.

"E tu perché stavi con un coltello da cucina nei pantaloni?" La sofferenza traspariva dal volto; per quanto Agnese fosse abile nelle cure, non si curava molto del dolore.

Marco rispose semplicemente: "Anche tu?"

"Sì. Caran."

Parte V – Un giorno ci fu una laurea

Livia in tailleur blu scende la scala ballando con Marco.

Erano passati alcuni giorni dall'incontro di Livia e la casa era tornata alla sua apparente normalità.

Marco aveva riparato la finestra ed Elisa era tornata al casale dei Gelsi, ancora con qualche segno delle ferite, ma camminando normalmente. Non era stato semplice spiegarle cosa fosse successo a Livia, e dubitavano che avesse creduto alle loro spiegazioni.

La mattina era giovane e Marco era seduto al tavolo, rivolto verso il camino e Livia. "Possiamo affermare che erano qualcosa di simile a dei custodi o proprio dei custodi?"

Livia era seduta di traverso su una delle poltrone, girata verso Marco e ancora avvolta nell'asciugamano. "Caran mi ha mostrato il taglio al petto che guariva sotto la sua mano." Spostò la mano sul cuore. "Direi che erano… sono… custodi, ma di un tempo diverso." Sospirò. "Poi non ho capito una parola di quello che hanno detto, forse sono Celti antichi o qualcosa di vicino."

"Su Rhiann non c'erano simboli, a parte il pigmento." Si fermò, richiamando i ricordi. "Era solo lei, il pugnale in un fodero anonimo e l'abbigliamento in lana grezza… molto grezza."

Livia rispose un attimo dopo. "Anche Caran non aveva simboli. Era enorme e forte, ma questo non lo identifica. Però…" fece una pausa, reggendo l'asciugamano e raddrizzandosi, "dopo la guarigione del taglio non ho più sentito dolore e mi sono addormentata. Sono certa che sia stato il suo tocco a farmi cadere nel sonno."

"Non ci hanno lasciato molto su cui ragionare," disse Marco, fissando improvvisamente Livia.

Livia ricambiò il suo sguardo, ma stava guardando qualcosa di specifico su di lei. "Devo togliere l'asciugamano così vedi meglio?"

"Il tuo ciondolo…" rispose Marco.

"Devo togliere il ciondolo?"

Marco sbuffò. "Stavo pensando al sasso che Rhiann ha sistemato sotto l'ombelico." Guardò Livia in quella direzione. "La pietra potrebbe essere un ciondolo, legato all'ombelico o a un centro."

Livia si alzò. "Non pensare che mi faccia un piercing per le tue fantasie." Sorrise.

"Non ti starebbe male," rispose sorridendo. "Devi andare dal tuo conoscente a Viterbo per far analizzare i campioni?"

Livia annuì, scuotendo i capelli e passandoci una mano. "Sì, ho già fissato l'incontro e devo prepararmi." Raggiunse la scala e salì al piano di sopra.

Dopo un'ora buona scese con calma le scale. I piedi le davano ancora noia e Marco l'attendeva alla base, osservandola. La salutò con un fischio di apprezzamento poco civile. "Direi che oggi qualcuno in ufficio avrà difficoltà a dirti di no," disse Marco con tono divertito.

Indossava un tailleur blu con la gonna alla linea del ginocchio e la giacca allacciata, con un profondo collo a V. Sotto portava una camicetta bianca aderente e abbottonata. Non indossava calze: le sue gambe abbronzate e toniche non ne rendevano necessario l'uso. Ai piedi portava scarpe chiuse con un tacco da dieci centimetri.

I lunghi capelli neri erano sciolti e resi più voluminosi del solito, pettinati con cura. Anche il trucco era presente, ma leggero, appena sufficiente a valorizzare i tratti del volto. Sapeva che quel giorno avrebbe dovuto trattare con degli uomini e voleva presentarsi nel modo più efficace possibile.

Livia sollevò la mano in modo aggraziato, lasciando che Marco la sorreggesse senza stringerla.

"Mia signora, mi concede questo ballo?" disse con tono pomposo.

"Certo, mio cavaliere," rispose con uguale formalità.

Poi iniziarono a ridere, spezzando il momento cavalleresco.

Marco indicò la borsa elegante sul tavolo. "Ho sistemato i campioni nella borsa."

Livia annuì, andando a controllare. "È tutto in ordine. Spero di non metterci troppo, mi stanno già aspettando."

"Riesci a resistere con quelle scarpe? I tuoi piedi non sono ancora guariti e Agnese ha detto che dovresti riposare."

"Lo so. Ma non abbiamo tempo."

Marco annuì. Sapeva che era inutile cercare di convincerla. La seguì con lo sguardo mentre usciva di casa. Lasciarla andare da sola lo preoccupava, dopo quanto era successo a entrambi. Se si fosse ripetuto mentre guidava, sarebbe stata una catastrofe.

Vigil arrivò al suo fianco toccandolo, mentre una fitta fastidiosa lo colpì dietro la nuca e la vista si annebbiò.

Vide per un istante Livia sorridente in un ufficio con un uomo. La visione si spostò: lo stesso uomo era in un letto, accanto a una donna che sembrava Livia, senza che riuscisse a capire se fosse presente o passato. Si spostò di nuovo e vide la mano di Livia bloccare sullo smartphone il numero di un uomo chiamato Carlo.

Poi la stanza tornò davanti ai suoi occhi e vide Vigil uscire tranquillo di casa.

○ ○ ○

Percorse rapidamente i corridoi dei laboratori della soprintendenza di Viterbo, la postura eretta e la borsa tenuta con la mano sinistra lungo il fianco. Il rumore dei tacchi risuonava perfettamente cadenzato sul pavimento.

Entrò nell'ufficio rivolgendo un cenno del capo alla segretaria e andando diretta alla porta successiva, che aprì senza attendere, mentre la donna la seguiva protestando.

Un uomo di qualche anno più anziano di lei le andò incontro tendendole la mano, che prese con una stretta decisa. "Dottoressa Cardenti, ben arrivata." Guardò la segretaria congedandola.

"Carlo, cos'è tutta questa formalità? Adesso devo chiamarti anche io dottore?"

"Di solito ti vedo con i jeans. Credo di averti vista così solo il giorno della tua laurea."

"C'eri anche tu? Non mi ricordo." Lo guardò scherzosamente, come chi non riconosce una persona.

"Sì, Livia. C'ero ed ero in prima fila."

Livia sorrise, quel sorriso che aveva visto Marco.

Si sedettero in modo informale al tavolo dell'ufficio. Carlo si versò un caffè americano e portò a Livia una tisana.

Livia sfiorò la tazza con la mano e abbassò la testa quanto bastava per aspirarne l'aroma, chiudendo gli occhi per un istante. "Ti sei ricordato della mia tisana preferita." Sollevò lentamente lo sguardo verso di lui.

"Sai che mi ricordo tutto di te," disse con tono sereno, con lo sguardo di chi attende.

"Bene. Ho bisogno del tuo aiuto per un'analisi non ufficiale su del materiale che ho rinvenuto durante una passeggiata." Sorseggiò lentamente la tisana, osservandolo sopra il bordo della tazza.

Carlo scosse leggermente la testa, come per destarsi, quindi si schiarì la voce. "Prima di dirti se posso, dovresti dirmi cosa ti serve." Il tono era tornato professionale.

"Credo di aver trovato, durante un incendio, della Isatis tinctoria su alcuni frammenti ormai distrutti, come del pigmento. Sono riuscita a prendere dei campioni e vorrei la conferma della composizione chimica e una datazione."

"Eri in un incendio e hai trovato il tempo di prendere dei campioni?" Il tono era incredulo e diffidente.

"Sai che vivo per queste cose," replicò con un sorriso malizioso.

"E tu sai che servono dei permessi per queste analisi, ma sai anche che non posso dirti di no."

"Quando servirà saprò sdebitarmi." Gli porse la confezione dei campioni che aveva tolto dalla borsa.

Carlo prese i campioni, alzandosi e guardandola. "C'è parecchio lavoro arretrato e abbiamo poco personale, potresti darmi una mano."

Lei annuì semplicemente. "Lo farò. Mandami le richieste, così potrò accedere al materiale da esaminare."

Erano vicini, uno nello spazio personale dell'altra, come se per loro fosse una cosa naturale. Senza malizia Livia gli posò un bacio sulla guancia e lui accarezzò quella di lei.

"A presto, Livia." Il tono basso e distante. "Quando avrò i risultati ti chiamo."

Lei si girò e, con la borsa tenuta dalla mano sinistra al fianco, lasciò l'ufficio. I tacchi risuonavano ritmici nel corridoio.

Parte VI – Una prima risposta

Carlo telefono a Livia, i risultati sono sorprendenti.

La vita al casale continuò come al solito, ma Livia e Marco stavano coinvolgendo sempre di più gli abitanti della zona nelle loro conoscenze. Livia aveva iniziato a spiegare la preparazione di tisane e tinture a chi lo desiderava: c'erano molte donne, ma gli uomini non mancavano.

Marco, grazie al suo legame con il tempo, aveva riportato alla luce antiche tecniche di potatura e di manutenzione dei sentieri, che stava trasmettendo ad altre persone; alcune di loro seguivano anche le spiegazioni di Livia e le donne non mancavano, causando una certa gelosia in Elisa.

Il sole calò mentre Livia, Marco ed Elisa erano seduti a tavola, intenti a consumare un enorme piatto di pasta alla carbonara, rigorosamente senza panna e con il pecorino. Erano passati una decina di giorni dalla visita di Livia a Viterbo e ancora non c'erano notizie.

Il telefono di Livia iniziò a suonare e lei lo raggiunse cercando di ingoiare il boccone. "Pronto!" disse con un tono innaturale, per la pasta ancora in bocca.

La voce era concitata. "Stai mangiando? Non importa. Ci siamo! Ho i dati!"

La bocca ora era vuota. "Carlo, calmati. Dimmi cosa hai."

"Devi venire qui. È troppo per parlarne al telefono, devi vedere. Ti aspetto domani mattina."

Livia stava per replicare, ma aveva già riagganciato.

"Cosa ha detto?" chiese Marco.

Livia si scosse, girandosi verso Marco. "Niente, era eccitato ed entusiasta. Mi aspetta domani mattina."

Elisa guardò entrambi. "Chi ti aspetta domani mattina?" chiese con voce curiosa.

Livia non rispose: quella telefonata l'aveva confusa. Fu Marco a parlare. "Livia ha trovato dei campioni unici e ha chiesto a un suo collega di esaminarli." Il tono era naturale.

"Conoscete gente strana. Uno ha delle risposte e riaggancia il telefono." Elisa era perplessa.

Livia sorrise. "Devo leggere i risultati, e lui si eccita facilmente. Non è strano."

"Si eccita facilmente?" Elisa la guardò inclinando la testa. "Si eccita per i risultati o per altro?" Guardò Marco cercando sostegno.

Marco colse lo sguardo e ne approfittò. "Sicuramente per altro…"

"Ora basta!" sbottò Livia. "Se non ho un uomo fisso non posso farci niente." Sorrise maliziosa. "O forse non voglio farci niente." Si riaccomodò. "Finiamo di mangiare prima che si freddi."

○ ○ ○

Quando Livia scese vide Elisa già all'opera con la macchina fotografica: si era alzata prestissimo e, sentendola, si girò inquadrandola e scattando attraverso la porta; la sequenza di scatti si disperse.

"Niente vestito da parata questa mattina," rise Marco guardandola entrare in cucina.

Livia indossava i soliti jeans blu attillati e un top scuro che lasciava intravedere l'ombelico, con scarpe comode e i capelli raccolti in una coda.

"Non devo convincere nessuno oggi. Ho visto che questa notte non hai usato la tua camera," rise anche lei.

Elisa era entrata, appoggiandosi con la spalla alla cornice della porta. "Se devo essere sincera, io mi farei convincere dal look di oggi e molto poco da quello della scorsa settimana." Continuò a guardarla. "Che ne dici, Marco?"

"No comment." Marco indicò a Livia la colazione sul tavolo. "Fai colazione prima di andare. Anche tu ne hai bisogno."

Livia si sedette al solito posto, iniziando a spalmare la marmellata sulle fette di pane. Mangiarono entrambi in silenzio, quel silenzio naturale che non crea disagio.

Livia allungò le braccia in alto, stirandosi. "Il tempo è giunto."

"Come ogni giorno per ogni cosa."

"Non restare ad aspettarmi." Il tono era sincero.

"Non c'è problema. Andrò con Elisa a fare un giro al lago di Vico."

"Un altro giro?" La domanda nascondeva molti sottintesi, ma Livia aveva già lasciato la casa.

○ ○ ○

Livia trovò Carlo che l'attendeva in corridoio. Le si avvicinò subito, prendendola per la vita da dietro e spingendola nell'ufficio. La segretaria non c'era.

"Veloce, non ho tempo da perdere." Era eccitato.

"Ehi, tieni giù le mani." Non c'era rimprovero nella voce quando si allontanò da lui, girandosi.

Carlo le porse un plico di elaborati presi dal tavolo e iniziò a parlare. "Il pigmento è guado, quindi viene da Isatis tinctoria. Fin qui avevi ragione." Si fermò, aspettando di vedere la reazione.

Il volto di Livia si distese. "Quindi, che altro c'è?" Agitò le mani per sollecitare la spiegazione: non aveva ancora letto gli stampati.

"Ma non è semplice tintura: il guado è stato mescolato con ferro e cenere. Qualcuno ha preparato una pasta pigmentaria."

Livia sbuffò, agitando il plico che teneva in mano. "Continua."

"Questo tipo di miscela non serve a tingere i tessuti: è fatta per essere spalmata sulla pelle o su oggetti."

"Quindi potrebbe essere un pigmento rituale!"

"E la cosa interessante è che la degradazione del pigmento indica che non è moderna… è molto più antica di quanto pensassi."

"Sai di quanto?" Il corpo di Livia era teso quanto la voce.

Un ampio sorriso illuminò il volto di Carlo. "La datazione stima i reperti attorno al terzo secolo dopo Cristo."

Livia fece un salto in aria, lasciando cadere il plico. "Cos'altro hai trovato?" chiese, cercando di riprendere il controllo e allontanare quanto appena accaduto.

Carlo si chinò, raccogliendo parte dei fogli caduti. "Leggi tu stessa cos'altro abbiamo trovato e da dove viene."

Livia iniziò a scorrere i fogli sempre più velocemente, tornando indietro per rileggere alcuni passaggi. Il suo volto era eccitato da ciò che leggeva e, a tratti, sorpreso. "Carlo, è straordinario."

Lui annuì. "Sì, lo è. Peccato che non ci siano altri reperti."

"Se erano Celti, si erano spostati molto." Lo sguardo di Livia si muoveva sui fogli. "Le particolarità degli ossidi di ferro e dei sali parlano chiaro."

Carlo concluse: "Il pigmento è stato realizzato nel terzo secolo a Hallstatt!"

Livia lo guardò. "Ti ho mai detto che ti amo?" Il tono non era quello di una dichiarazione, ma di un riconoscimento.

"Sì. Tanto tempo fa." La voce lasciava trasparire una certa tristezza.

Livia posò il plico sfatto sul tavolo e, senza fretta, raggiunse la porta; la mano si posò sulla chiave, girandola. Tornò vicino a lui, posandogli le braccia sulle spalle e baciandolo, senza attendere, spingendolo verso la scrivania.


© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.