🌿 Dal giardino alla Tuscia

Piante, tradizioni e racconti legati al territorio

I racconti dei Custodi fanno parte di una storia continua. Se è la prima volta che li leggi, inizia dal primo.

Il Bifröst di Volterra

Quando il corno suona, il mondo trema

Racconti fantasy
Data inserimento: 31/08/2026

Parte I – Oltre la gamba rotta

Sofia percorre i corridoio del museo, tra sogno e realtà.

Sofia iniziò il turno al museo intorno alle ventidue, come sempre quello di notte, che preferiva e le permetteva di cogliere tutte le sfumature delle sale e dei reperti. Controllò metodicamente e con precisione ogni sala e ogni anfratto polveroso, per poi tornare a sedersi nell’ufficio di sorveglianza di fronte ai monitor della videosorveglianza, dove restò per un paio d'ore.

La frattura alla gamba le limitava i movimenti, ma doveva iniziare il secondo giro e quindi prese la torcia dal supporto di ricarica; tornando in corridoio, un rumore riecheggiò attirando la sua attenzione. Non era il solito ticchettio del riscaldamento che si spegneva, ma qualcosa che cadeva al primo piano, e il sistema di sicurezza non segnalava violazioni.

Raggiunse la scala puntando la torcia verso la cima e iniziò a salire, fino a scorgere nel cono di luce il corno posato sul pavimento, come se qualcuno lo avesse appoggiato con cura; lo girò tra le mani cercando ulteriori tracce di danni, poi alzò gli occhi verso la teca di fronte e si vide riflessa nel vetro, immobile, nuda, con addosso solo l’ingessatura.

Spalancò gli occhi ritrovandosi nel buio della stanza e sentendo il materasso sotto la schiena; poteva sentire il cuore battere all’impazzata sotto il pigiama e ci mise un po' a riprendere il controllo del respiro, stendendo poi il braccio per prendere lo smartphone e selezionare il tasto tre di chiamata di emergenza.

La voce preoccupata di un uomo rispose. "Sofia, ancora sveglia? Noie con la gamba?"

"Ricci. Scusa l’ora. Tutto bene lassù?" La voce di Sofia era tesa.

"Sì, tutto tranquillo. Perché?" Ricci era perplesso.

"Niente, ho fatto un sogno strano. Pensavo di raggiungerti subito." Sofia era incalzante.

"Sofia! Non se ne parla proprio, sei ancora in malattia, chi lo sente poi Mancini? Stai a casa. Ci vediamo a mattina." La tensione nella voce di Ricci era calata.

"Mi fai compagnia qualche minuto?" Sofia era quasi supplichevole.

Ricci si mise a ridere. "Tu che sfondi le montagne e mi chiedi di farti compagnia? Accetto volentieri, la voce di una donna a quest'ora migliora l'umore. Che mi dici della gamba?"

"Speravo mi considerassi una bella donna…" Sofia ridacchiò. "La gamba a volte mi dà noia. A cena ho preso un infuso di rosolaccio, avevo conservato i petali la scorsa stagione."

"Rosolaccio?" Ricci era divertito. "Ti fai di oppio?" Si mise a ridere per un lungo attimo. "Tranquilla, so che è un altro tipo di papavero, ma dovrebbe anche aiutarti a dormire, deve essere stato un brutto incubo."

Sofia sbuffò. "Come effetti può causare forte sonnolenza, ma ho iniziato ieri sera." La voce di Sofia si fece ironica. "Magari se ci fossi stato tu nel mio letto non mi sarebbero venuti gli incubi."

Ricci si fece serio. "Stiamo entrando in un terreno delicato, sono in servizio e sarebbe una molestia, poi mia moglie non gradirebbe." Si misero a ridere prima che lui continuasse. "Dai, Sofia, devo tornare al lavoro, prima ho sentito un rumore dal primo piano."

Sofia si zittì. "Un rumore? Fai attenzione quando sali."

Il suono dei passi la raggiunse. "Tranquilla, mi raggiunge Spartaco. A domani e dormi." Chiuse la chiamata.

Prima di posare il telefono guardò l’ora sul display: erano le due e mezza; si coricò e portò le mani dietro la testa, guardando il soffitto e pensando al sogno e al corno che aveva trovato nell’ipogeo sotto la frana. Scansò il lenzuolo e si alzò zoppicando, senza stampella, verso il cassetto della scrivania, sul quale posò la mano esitando prima di aprirlo: il corno era lì.

"Al diavolo, era un sogno." Tornò a letto. "Devo rivedere i manuali di psicologia, forse ho bisogno di un uomo… o di una donna?" Si girò su un fianco e chiuse gli occhi.

La mattina arrivò senza altri sogni strani, si svegliò e tastò il pigiama, trovandolo al suo posto, poi andò in bagno, si vestì, fece colazione e raggiunse il museo.

La stampella era diventata un prolungamento del corpo; avrebbe anche potuto usarla come arma. Entrò nel museo salutando Rossella, che la guardò cercando di attirare la sua attenzione. "Ma… Sofia… Fermati…"

Raggiunse il primo piano muovendosi lentamente tra i visitatori che riempivano le sale, notando che alcune persone la guardavano mormorando sottovoce e ridacchiando, ma Sofia aveva già visto quello sguardo addosso tante volte da quando aveva l'apparecchio gessato.

L’ufficio di sorveglianza era vuoto, così come quello di Mancini; si guardò attorno perplessa e accelerò il passo zoppicante, girando tra le sale insieme ai visitatori che la indicavano e la fotografavano, mentre una donna spostò il bambino coprendogli gli occhi. Sofia corrugò la fronte e proseguì senza fermarsi.

Giunse alla sua sala preferita e si fermò di fronte alla teca dell’Ombra della Sera, ma sul basamento vide il corno con la punta girata verso di lei; sentì le dita fredde di qualcuno sulla pelle dell’addome e abbassò lo sguardo: era nuda, con la gamba ingessata e il corno che la puntava, mentre un suono fastidioso le martellava nella testa.

La voce di Rossella la raggiunse; l'aveva seguita. "Sofia, sei nuda…"

Si svegliò terrorizzata nel letto con il lenzuolo stretto tra le mani, il pigiama bagnato di sudore e il cuore che pulsava nella gola; la sveglia dello smartphone suonava e segnava le sette e un quarto. Restò così, nel letto, per diversi minuti, per poi alzarsi e tornare a controllare nel cassetto: il corno era lì.

Fece colazione, temendo che anche quella non fosse reale. "Cosa sta succedendo?" mormorò tra sé. "Forse è una reazione al rosolaccio… O al trauma cranico."

Prese la piccola forchetta, che aveva usato per le uova, e la pulì con molta attenzione. Respirò profondamente, più volte, poi con un movimento rapido la conficcò nel braccio sinistro, urlando per il dolore.

Le lacrime rigavano il volto, mentre tamponava i buchi con il tovagliolo. "Sembra che sia sveglia... ma forse anche il dolore è un sogno."

Prese lo smartphone e compose il numero del museo e poi l'interno di Rossella.

"Museo Guarnacci, parla Rossella." La voce della donna era professionale.

"Ciao, sono Sofia." La voce era esitante.

"Ciao Sofia, come stai? Passi a trovarci uno di questi giorni?" Rossella era felice.

Sofia lasciò uscire il fiato. "Certo, contaci, tutto bene?" Era tornata serena. "La gamba a volte mi dà fastidio, ma sto recuperando e presto tornerò a correre. Ti lascio lavorare, volevo solo sentire la tua voce… Sono sempre sola."

Rossella si mise a ridere. "Mi fa piacere che tu abbia pensato di chiamarmi, se ti va posso passare a cena una di queste sere. Un bacio, sono arrivati dei visitatori."

"Ciao. Bacio… ci sentiamo." Sofia riagganciò sospirando. "Almeno non ero nuda al museo…"

Non posò lo smartphone e compose un altro numero, attendendo più a lungo.

"Pronto." La voce di Freja.

Non parlò.

"Pronto."

Serrò la mascella.

"Ma chi è, maledizione?" La voce di Freja era furiosa.

"Sono Sofia." Ingoiò. "Freja, sei veramente tu?"

"Se mi hai chiamato direi che sono io." Freja era irritata e allo stesso tempo preoccupata.

"Avevi una sorella?" La domanda di Sofia era ansiosa.

"Lo sai benissimo, ma che ti prende?" La preoccupazione di Freja era evidente.

"Come si chiamava?" Sofia la incalzò.

"Hana! E la amavo più di me stessa." La voce di Freja era preoccupata. "Sofia, che succede?"

"Forse sei proprio tu." Sofia stava trattenendo le lacrime.

"Sofia, per l'amor del cielo. Che succede?"

Sofia le raccontò nei dettagli i due sogni, concludendo poco dopo. "Forse il mio cervello non si è ripreso del tutto."

Freja restò in silenzio. "Tutto può essere, potresti tornare qui per dei controlli." Dei rumori di sottofondo. "Posso mandare a prenderti o vengo io." Si zittì, parlando con qualcuno.

"Freja, forse sto impazzendo."

"Sofia, il corno era nei tuoi sogni, sembra un elemento fisso." Freja parlò con qualcuno. "Dovresti sentire anche Elisa, io parto tra poco e ti raggiungo."

"Il tuo lavoro…"

"Il mio lavoro ora è questo!" replicò Freja. "Porta sempre con te lo smartphone e non spegnerlo."

"Va bene, lo farò." Ingoiò di nuovo. "Ho paura."

"Non devi, sei una custode e sei Sofia. Ci vediamo tra un paio di ore." Freja fece una pausa. "Ricorda di portare con te lo smartphone, se succede qualcosa posso trovarti."

Ripose lo smartphone nella custodia a tracolla e la indossò, iniziando a medicare il braccio, per poi vestirsi; vista la situazione si sistemò sul divano, riprendendo a studiare: con il ricovero era rimasta indietro e voleva dare due esami il prima possibile, ma non riusciva a concentrarsi; forse la sua città l’avrebbe aiutata.

Chiuse la porta di casa a chiave e, sfruttando la stampella, scese le scale a balzi; salutò la vicina del piano di sotto, che ricambiò scuotendo il capo. "Cerca di non cadere di nuovo…" Non sentì la fine della frase, era già in strada.

Girò per il centro, tra le torri, andò al belvedere e il sole calò rendendo l’aria del pomeriggio meno calda, forse troppo fredda; stava attraversando piazza dei Priori quando si fermò davanti alla vetrina di un negozio, dove vide il riflesso nel vetro: il corno esposto che la puntava e il suo corpo nudo. Una campana suonò.

Si svegliò sul divano, sudata e tremante, i libri erano ancora aperti davanti a lei, i fogli con gli appunti sparsi sul tavolino e la finestra socchiusa; fuori era chiaro. Sul tavolo, in mezzo ai fogli, c’era il corno.

Sentì una voce sulle scale e il campanello; lentamente aprì la porta. "Freja…" si lanciò su di lei abbracciandola e solo dopo vide alcuni dei vicini.

"Sofia, tutto bene?" disse Freja, preoccupata. "Sono dieci minuti che suono, stavamo per sfondare la porta."

Si accomiatarono con i vicini prima di rientrare e Sofia le raccontò l’ultimo sogno.

Freja la guardò, pensando a cosa dire. "Non sei pazza." Si sedette al suo fianco mostrando il tablet. "Questo è il percorso che hai fatto oggi pomeriggio, dopo la mia telefonata."

"Non è possibile, a meno che abbia dei blackout." Sospirò. "Mi hai trovato qui e non sono nuda," sbottò.

"Non hai capito, hai fatto un percorso di circa quattro ore." Cambiò la velocità di aggiornamento del tablet. "Ma lo hai fatto in meno di mezz’ora. Inoltre mentre io bussavo tu eri fuori e poi sei comparsa qui."

"È successo qualcosa in quell’ipogeo, c’è dell’altro e non è follia." Sofia sorrise.

"Scommetto che se ripercorriamo il percorso che hai fatto, nessuno ti ha visto." Freja la stava guardando.

Sofia posò lo sguardo stupito su Freja. "Ehi! Alzati!"

"Perché?" chiese Freja alzandosi.

"Ma guarda un po’ cosa abbiamo qui." Sofia la fece girare con un movimento della mano. "C’è una donna normale… jeans attillati di marca, felpa bianca leggera." Rise.

"Anche io ho una vita, non sono sempre in divisa." Rise. "E in questo caso era la cosa giusta da fare e finalmente ridi."

Sofia annuì fermamente. "Quello che mi hai detto è la conferma che devo affrontare qualcosa del mio mondo e ora so come muovermi." Indicò con la mano il tavolino. "E quel cos…" si bloccò, alzandosi lentamente e raggiungendo il tavolino in camera, dove aprì il cassetto: il corno era lì.

Parte II – La comprensione prima dell'azione

Sofia e Freja aprono una web conferenze con Altheaa, per confrontare le informazioni.

Parlarono per oltre mezz'ora riordinando gli accadimenti, dalla frana fino ai sogni, prendendo appunti su tablet e computer, ognuna secondo il proprio metodo.

"La cosa particolare è che il corno sembra muoversi da solo." Disse Freja digitando. "Come se ti seguisse… e anche tu ti muovi senza muoverti." Fece scorrere il dito sullo schermo. "C'è un legame di qualche genere tra questi fenomeni."

Sofia appoggiò il mento sulle mani sollevate, guardandola. "Ma perché mi vedo nuda in mezzo alla gente? E mi toccano pure… maiali." Il tono era infastidito. "Ti va un caffè?"

"Sì, grazie. Fallo forte così resti sveglia… Comunque loro possono anche essere maiali, ma sei tu che giri nuda… giusto per precisare." Sorrise. "Credo che abbiamo abbastanza informazioni per sentire Althea, le mando prima i nostri appunti separati, così può farsi un'idea da punti di vista diversi."

Porse il caffè a Freja, restando appoggiata al banco della cucina con la gamba destra leggermente sollevata da terra. "Potrei prendere anch’io il farmaco che prendono gli altri?"

Freja scosse la testa. "Nel tuo caso temo che peggiorerebbe la situazione." Posizionò il tablet in verticale sul tavolo e avviò la chiamata.

"Buon pomeriggio Sofia… Freja." Althea era alla scrivania, ma non a quella della Valnerina.

Sofia mosse la mano in segno di saluto. Freja era seria. "Althea… Dovresti aver già ricevuto le nostre annotazioni."

"Le ho anche comparate con quelle precedenti e con altre cose." La voce di Althea era professionale.

"Quali altre cose?" replicò Sofia, preoccupata.

"Gli accadimenti sotto la Valdicecina, Marco e i corvi… e quelle cose."

"Quindi?" dissero all’unisono Freja e Sofia.

"Quindi niente." Sorrise. "Peccato non ci siano riprese di Sofia durante i sogni." Fece un gesto verso lo schermo. "Ok, torno seria. Da quanto mi avete detto dei sogni e del corno, la mia personale conclusione è che Sofia si vede nuda come segno che le manca qualcosa, e il corno è la presenza che le fa notare questa mancanza. Lo fa togliendole i vestiti, lasciandola esposta, indifesa."

"E cosa mi mancherebbe?" Sofia era evidentemente incuriosita, tanto da avvicinarsi al tavolo.

"Dimmelo tu. Sono anche convinta che la caduta nel sottosuolo non sia un caso." Lesse sullo schermo. "Un legnetto di quercia ti avrebbe bucato la gomma, cosa di per sé impossibile. Un altro legnetto di quercia stava per farti precipitare dalla parete. Per finire, un bastone di quercia ti ha aiutata a uscire." Althea passò una mano tra i capelli viola. "Sembra che le querce della Valdicecina ti abbiano dichiarato guerra e poi abbiano cambiato idea." Si trattenne dal ridere.

"Quindi vorresti dire che tutto quanto è accaduto e sta accadendo è collegato?" Sofia incrociò le braccia, caricando il peso sulla gamba sinistra e sollevando leggermente la destra.

"Forse. Sto facendo supposizioni," rispose tranquillamente Althea. "Due elementi sono importanti: l’oggetto di Marco è legato ai miti norreni e anche la quercia lo è."

Freja e Sofia si guardarono, poi tornarono allo schermo.

"I rilievi di Freja indicano chiaramente che non fai dei semplici sogni. Ti sposti anche nello spazio e, in un certo qual modo, anche nel tempo: hai vissuto quattro ore in dieci minuti."

Freja si spostò leggermente di lato. "In sostanza ci confermi che quando accade è legato al mondo dei custodi." Sorrise, guardando Sofia. "Visto, non sei pazza…" si fermò, pensando. "Ma dopo i sogni, quando ti svegli, cosa provi?"

"Mi sveglio sudata, il cuore batte all'impazzata, ma mi sento come se avessi dormito normalmente… non sono stanca." Spostò lo sguardo verso lo schermo. "Althea, che ne è stato del bastone?"

Althea tacque, pensando a cosa dire. "Lo stiamo esaminando, non è un semplice bastone: ha qualcosa di antico."

"Forse dovremmo sapere cosa intendi?" replicò Freja, seria.

"Va bene, hai ragione." Althea si raddrizzò. "Per quanto è vecchio, avrebbe dovuto essere concime da secoli." Toccò lo schermo del computer. "Freja, ti ho mandato delle fotografie, fate prima a vedere le incisioni che abbiamo trovato."

Freja aprì le immagini e Sofia si avvicinò saltellando per guardare meglio l’immagine ad alta risoluzione e i diversi tipi di viste spettrografiche. Il bassorilievo rappresentava in modo stilizzato un cavallo con un cavaliere; dagli zoccoli si diramavano delle radici che percorrevano il legno, dalla mano destra del cavaliere emergeva un’aquila e dalla sinistra un serpente.

"Cosa sarebbe questo?" Freja era perplessa.

"Dovremmo chiederlo a Livia ed Elisa." disse Sofia. "Possiamo farle entrare nella chiamata?"

"Datemi il tempo di organizzare la chiamata." rispose Althea, che già stava digitando. "Devono collegarsi al nostro sistema di sicurezza."

I minuti passarono senza una parola, fino a quando apparve il volto di Livia in un angolo. "Ciao ragazze, tutto bene." Era tesa. "Althea ci ha già informato di quanto sta succedendo. Elisa sta arrivando, stava parlando con Vigil di non so cosa."

Sofia si sedette al fianco di Freja. "Livia, ti viene in mente qualcosa?"

Scosse il capo. "Il mio campo sono gli etruschi e questo simbolo non è etrusco. Anche i sogni di Sofia mi lasciano al buio." Fece una breve pausa. "In quell'incisione c'è qualcosa di familiare, mi fa tornare in mente le fotografie del pavimento delle gallerie."

"Avete avuto qualche visione o qualche segnale?" chiese Freja.

"Nessuna, ma da quando usiamo il farmaco…" Livia fece una pausa. "Siamo più deboli anche su quel fronte e Marco lo aveva previsto."

Elisa comparve nello schermo, indicandolo, la felpa coperta di zampate. "Bella fotografia." Spostò la testa in diverse angolazioni. "Potete migliorare la risoluzione e mettere in evidenza i vari elementi attorno al cavaliere?" Sbuffò. "Marco, manda il video della chiamata sul televisore."

Althea cambiò le impostazioni di trasmissione, mentre Marco armeggiava sullo smartphone in Tuscia.

L'inquadratura di Elisa si stabilizzò. "Ottimo, adesso vedo qualcosa. Ciao a tutti." L'attenzione era altrove. "La rappresentazione è strana, molto antica, direi prima del mito norreno che conosciamo." Sorrise ed esclamò. "Certo: Yggdrasill!"

"Yggd… che?" rispose Freja.

Elisa rise. "Assomiglia a una libera interpretazione dell'albero cosmico norreno Yggdrasill, che però è un frassino." Si grattò la testa. "Sarebbe l'albero che collega i nove mondi, se volete saperne di più cercatelo su internet."

"Quindi, secondo la tua deduzione, possiamo dire che il bastone ha un collegamento con i corvi di Marco." rispose Althea. "Ma il bastone è di quercia e sembra un pezzo di un ramo. Non ho i dati definitivi della datazione, ma sembra avere più di tremila anni."

"Vero, Yggdrasill è rappresentato come un enorme frassino, ma il mito di Odino è anche legato alla quercia." Elisa sorrise ironica. "Non avete mai letto i vecchi fumetti, quelli stampati sulla carta ruvida? Un personaggio aveva un bastone di quercia ed era palesemente norreno." Continuò. "L'albero è anche il luogo del sacrificio di Odino, che gli ha permesso di capire le rune. Il suo nome significa destriero di Yggr, che è uno dei nomi di Odino." Allargò le braccia. "Quindi ecco la figura sul cavallo presente sul bastone."

Nessuno parlò e Sofia, saltellando, si diresse in camera, da cui giunsero lo scatto della chiave e il rumore di un cassetto. Tornò, fermandosi davanti allo schermo, ed estrasse dal sacchetto di tela il piccolo corno bucherellato, ponendolo di fronte alla telecamera. "E di questo cosa puoi dirmi?"

Elisa lo guardò torcendo il naso. "A parte che è orribile e potresti buttarlo, e che l'immagine non è nitida? Ci sono rune o pittogrammi?"

Sofia sbuffò quasi ringhiando. "Se provo a lasciarlo da qualche parte, torna nel cassetto, quindi la tua prima opzione non è applicabile." Guardò fugacemente Freja. "Freja, per favore, prova a sistemare l'immagine." Annuì verso lo schermo. "Ci sono dei pittogrammi, molto rovinati, simili a quelli della galleria."

Elisa corrugò la fronte. "Anche Carnwennan torna da me, come il collare di Vigil torna da lui."

Livia portò la mano al ventre. "Anche il mio ciondolo è sempre con me." Corrugò la fronte. "Si direbbe che tutti questi oggetti abbiano diverse cose in comune."

Sofia si spostò nervosamente tornando a sedere. "Già, ma voi non andate in giro nude alla velocità della luce."

Marco entrò nel campo visivo. "Forse sei nuda perché la velocità brucia i vestiti?" Si mise a ridacchiare.

"Fermi, ora lo vedo." Elisa li zittì bruscamente. "Possiamo forse continuare con i miti norreni, anche se non posso esserne sicura; quel corno fa pensare a Gjallarhorn, il corno risonante, ma quello è piccolo, brutto e tutto bucato." Si mise a ridere. "Forse è meglio che facciamo una pausa per raccogliere le idee."

"Aspetta." La fermò Sofia, riponendo il corno. "Parlami di quel corno impronunciabile."

"Come vuoi." disse Elisa, mettendosi a recitare come un bardo. "Ma dovete ascoltare fino alla fine o non inizio nemmeno." Era minacciosa.

Tutti annuirono. Elisa si sistemò di fronte alla telecamera, schiarì la voce; la postura era quella di un aedo. Iniziò a recitare come non l'avevano mai sentita: il suono della voce arrivava prima che le parole avessero senso, e solo alla fine si accorsero che stavano trattenendo il respiro.

"Ascolta, viaggiatore, ascolta.
C'è un corno nel mondo. Un solo corno, e il suo nome è Gjallarhorn.
Lo tiene Heimdall dalle mille voci, Heimdall che non dorme, Heimdall che vede nella notte come vedi tu in pieno giorno, Heimdall che sta sulla soglia tra i mondi fin dall’alba del tempo e non si muove mai.
Quel corno tace. Ha sempre taciuto. Giace nascosto sotto le radici dell'albero cosmico, vicino al pozzo dove Mimir custodisce la saggezza che il tempo ha dimenticato. Aspetta nell'ombra. Aspetta nel silenzio. Come aspetta un seme che sa già cosa diventerà.
Ma verrà il giorno, viaggiatore. Verrà il giorno. Lo dicono i saggi, lo sussurrano le Norne: verrà il giorno in cui Heimdall lo porterà alle labbra. Una volta sola. Non ci sarà una seconda volta. I giganti si muoveranno, il Bifröst tremerà, e il suono si spanderà nei nove mondi come una crepa si spande nel ghiaccio.
Quando sentirai quel suono, saprai che il mondo sta finendo.
Ma finché tace, viaggiatore. Finché tace, tutto è ancora possibile."

Elisa concluse portando il braccio al petto e facendo un leggero inchino, arretrando una gamba.

Ci fu un lungo silenzio e Freja iniziò ad applaudire, seguita dagli altri.

"Grazie… Grazie." Elisa tornò seria. "È solo mitologia creata per spaventare i bambini, ora prendiamoci una pausa e cerchiamo di capire qualcosa sui sogni."

Dopo una decina di minuti di valutazioni sparse, chiusero la chiamata.

Sofia guardava lo schermo. "Certo che se fosse lui… sarebbe un gran casino."

Parte III – Il Varco si apre

Mappa della tomba dei Marmini incisa su una pietra di smeraldo.

La notte trascorse tranquilla e Freja dormì nella stanza degli ospiti, piccola ma accogliente. La sveglia delle sette e un quarto scosse Sofia dal sonno. Si stirò nel letto e si alzò, protestando per la gamba, prima di raggiungere la cucina e preparare la colazione. Passando vide Freja ancora addormentata nel letto, con la schiena verso la porta.

Aprì il frigorifero sollevando lo sguardo verso il soffitto. "È finito il latte…" chiuse seccamente lo sportello e si infilò velocemente pantaloni e maglietta, scendendo in piazza e avviandosi verso il negozio di Paola.

Paola era sulla soglia, lo sguardo puntato su di lei, il volto perplesso.

"Ciao Paola, ho finito il latte."

"Forse è meglio se entri e chiudo." Paola le fece spazio chiudendo la porta. "Ti prendo il latte… E magari una giacca."

Sofia la guardò incuriosita. "Il latte mi serve, ma non ho freddo."

Paola le si avvicinò sorridendo. "Mi fa piacere, ma non sei normale ad uscire così di casa." Le accarezzò la gamba salendo lungo il fianco.

"Cosa?" Sofia rispose guardandosi, di nuovo senza vestiti, ma il corno e l'ingessatura erano spariti, quindi uscì di corsa dal negozio attraversando la piazza deserta e risalì in casa, ritrovandosi seduta sul bordo del letto in pigiama.

Sofia si alzò saltellando e appoggiandosi alle pareti, per arrivare in cucina, dove la vide: la bottiglia di latte sul tavolo. Allo stesso modo si avvicinò alla finestra sulla piazza aprendola; c'erano poche persone che la percorrevano e il negozio di Paola aperto.

Cercò il numero nei contatti dello smartphone, lo selezionò e attese.

"Alimentari, sono Paola." La voce della donna era calma.

"Ciao Paola. Sono Sofia. Sono venuta da te poco fa?"

Paola rispose tranquilla. "Sì, qualche minuto fa, ma eri strana, hai preso il latte e sei scappata come se ti inseguisse un cinghiale."

"Ero normale?" Sofia era preoccupata.

"Visto come sei scappata, direi di no." La voce perplessa. "Sofia, tutto bene?"

"Dopo l'incidente mi capitano dei vuoti di memoria." Inventò. "È venuta un'amica per darmi una mano."

"Me ne hai accennato prima, se hai bisogno sono qui. Anche solo per prepararvi pranzo e cena… E farti compagnia." Il tono di Paola era sincero.

"Grazie Paola, scusa se ti ho fatto preoccupare."

"Figurati, è tutta la vita che mi fai preoccupare." Risero e riagganciarono.

Lasciò il telefono sul tavolo e si diresse rapidamente da Freja. La camera era vuota, ma il letto era sfatto; sentì l’acqua nel bagno e si spostò, entrando di getto e vedendola sotto la doccia.

"Ehi, che ti prende?" disse Freja, avvolgendosi nella tenda.

Senza prestare attenzione alla situazione, Sofia le raccontò velocemente quanto accaduto e quanto emerso dalla telefonata a Paola.

Freja la guardò, arrotolata nella tenda della doccia. "Ho registrato. Se mi lasci vestire, ti raggiungo."

"Ok, preparo la colazione." Lasciò il bagno senza chiudere la porta.

Dopo pochi minuti Freja arrivò in cucina con i capelli umidi, jeans e felpa leggera come il giorno prima, ma di colore diverso. "Quindi i sogni sono cambiati: ora sono interazioni reali con chi incontri volutamente." Le si avvicinò alle spalle. "Questa volta però non c'era il corno e la gamba era sana."

Sofia annuì versando il latte. "Sì, ma mi vedono vestita. Il che è positivo. A parte il fatto che con Paola ho parlato di cose che non ricordo." Sospirò appoggiando le mani sul bordo del tavolo. "E sai qual è la cosa peggiore?"

Freja si sedette. "Credo di immaginarlo. Non sai mai cosa sia vero e cosa sia una visione, non li chiamerei più sogni."

Sofia si accomodò di fronte a lei. "Esatto, come posso sapere che sto veramente parlando con te? Magari tra poco mi ritrovo sul letto, o sul divano. Questa cosa mi sta esasperando."

Freja spalmò le fette biscottate. "Cosa si fa oggi?" cambiò discorso. "Potresti mostrarmi qualcosa di Volterra, senza che debba rischiare di annegare per salvarti. E potrebbe farti bene per non cadere nelle visioni." Guardò la gamba. "Quando lo devi togliere?"

"Tra qualche giorno. Se non fosse per questo, potrei mostrarti qualche ipogeo." Sbuffò. "Ma dovrai accontentarti del belvedere."

Freja si alzò andando in camera. "Prendo alcune cose, mentre mangi diamo un'occhiata alla gamba. Girati con la sedia così posso maneggiarla."

Sofia si mosse portando all'esterno la gamba. "Non sapevo fossi anche un'ortopedica." Era divertita.

Freja tornò con un paio di kit di soccorso compatti. "Siamo formati su diverse cose, gli aspetti medici sono presenti in tutti i percorsi di addestramento." Si mise a ridere. "Anche per i cuochi e gli esperti in pulizie. Togliamo l'apparecchio gessato e vediamo se la gamba regge." Il tono di Freja era del tutto naturale.

"E se non regge?" Sofia si ritrasse.

"Se non regge, inventeremo qualcosa, mal che vada si rompe di nuovo." Sollevò le spalle.

"Io potevo essere pazza, ma tu lo sei veramente." Stese la gamba. "Ma sai cosa stai facendo?"

"Assolutamente no." Iniziò a rimuovere la gessatura.

Freja tagliò con precisione la medicazione fino a rimuovere l'apparecchio gessato e, trattenendo la gamba, osservò la pelle sottostante: era pallida, segnata, con i muscoli meno tonici e una lieve tumefazione nella parte centrale della tibia, dove la frattura aveva lasciato il suo promemoria.

Freja non disse nulla. Appoggiò il guscio da parte e portò le mani direttamente sulla zona della frattura, lavorando con pressioni leggere e progressive lungo l’asse della tibia, senza mai forzare. Rimase lì qualche secondo, valutando stabilità e risposta.

Poi si spostò appena sotto, sul ventre del polpaccio, sciogliendo la tensione con movimenti lenti e controllati, evitando di trasmettere stress alla tibia. Risalì quindi verso la zona centrale, verificando di nuovo l’allineamento, e solo dopo passò alla caviglia, muovendola con delicatezza in flessione e rotazione, quanto bastava per controllare la rigidità. Il ginocchio lo sfiorò appena, senza soffermarsi.

"Fa male?" chiese senza alzare lo sguardo.

"Fastidio… più che altro è rigida." Sofia era rilassata.

Freja annuì appena e tornò ancora una volta sulla tibia, evitando pressioni dirette nel punto più sensibile, ma controllando la risposta complessiva della gamba.

"Alzati e prova a sostenere il peso." Freja si alzò mentre parlava.

Sofia poggiò il piede a terra con cautela, caricando lentamente. Il muscolo tremò per un istante, poi si stabilizzò, mentre appoggiandosi alla sedia e al tavolo si alzava stabilizzandosi su entrambe le gambe. "Non mi fa male, ma la sento più debole. Se vai in camera mia, nell'armadietto di fronte al letto, trovi un contenitore con scritto unguento Symphytum officinale."

Freja stava srotolando una benda elastica. "E cosa dovrei farci?" Il tono era serio e il volto incuriosito, mentre raggiungeva la camera.

Sofia le sorrise. "Applicarlo sulla gamba nella zona della frattura, sperando che l'osso sia saldato. Mi aiuterà nella guarigione, se non mi dimentico di metterlo."

"Sofia! Che è sto casino, c'è di tutto qui dentro?"

"Casino per te, ordine per me." Replicò Sofia sedendosi con una smorfia. "Forse è meglio se metto qualcosa per i muscoli."

Freja tornò contrariata. "Allora? Hai cambiato idea, che facciamo?"

"Dai qui!" Sofia allungò la mano. "Ci penso io." Prese la crema iniziando a massaggiarla delicatamente sulla gamba, chiudendo poi il contenitore. "Ok, ora metti la benda elastica e vediamo cosa succede."

"Bene, inizio da sotto. Dimmi se stringe troppo."

Freja ancorò la benda poco sopra la caviglia con alcuni giri regolari, poi iniziò a risalire lungo la gamba con una fasciatura incrociata, mantenendo la stessa tensione a ogni passaggio. Gli incroci si adattavano alla forma della gamba, seguendo il cambio di diametro senza creare pieghe o punti di pressione.

Chiuse con un paio di giri regolari e fissò la benda con un fermo, poi fece scorrere le dita lungo tutta la fasciatura per verificare che la tensione fosse uniforme e che non ci fossero cedimenti.

Sofia si alzò con calma spostando leggermente il peso, per poi iniziare a camminare usando la stampella, con il passo ancora irregolare, ma più sicuro rispetto a quello con la medicazione.

Freja risistemò il materiale guardandola. "Sembra che funzioni e non si è rotta di nuovo, dovrai fare un po' di esercizio e senza esagerare."

Sofia sollevò la stampella da terra. "Direi che riesco a camminare senza stampella e senza correre, da domani mattina tornerò alla mia routine." Spostò lo sguardo su Freja. "Dovrai abituarti al fatto che mi alleno in casa come riscaldamento."

Freja sistemò il materiale nello zaino con calma. "Ci alleneremo insieme, così si risparmia tempo, anche se io preferisco farlo all'aperto."

"Dopo il riscaldamento si corre nel bosco, che pensavi?" Sofia era divertita. "Grazie."

Freja alzò appena le spalle. "Non ringraziarmi, ho fatto pratica con il mio cane."

"C'è una cosa che voglio farti vedere," disse Sofia. "Una tomba etrusca, fuori dalle mura, a una quarantina di minuti a piedi." Si fermò un attimo guardando la gamba. "Si chiama tomba dei Marmini, dal nome del podere che sta sopra. L'hanno trovata intorno al 1880, era già svuotata, probabilmente saccheggiata secoli prima."

Si fermò un momento e vide che Freja la stava ascoltando con interesse.

"Non è come le classiche tombe turistiche. Ci si scende per una rampa del ottocento, poi gira sul dromos originale e scende ancora, arrivando in un vestibolo centrale da cui si staccano quattro celle laterali, è tutto tagliato a mano nella roccia e non ci sono decorazioni o iscrizioni." Alzò le spalle. "La forma è strana, le camere sono disposte in modo irregolare, è come se avessero seguito la roccia invece di forzarla."

"Come ci si arriva?" chiese Freja

"Usciamo da porta Diana e scendiamo a piedi lungo la strada, poi c'è un breve sentiero sulla destra che costeggia il podere."

"Oppure scendiamo a porta a Selci e prendiamo la mia moto." Propose Freja. "Meno sforzo per la tua gamba, soprattutto al ritorno."

Sofia annuì. "Al ritorno possiamo risalire a Porta Diana e usare uno dei parcheggi vicini."

"Bene, scarpe da ginnastica e zainetto con la merenda." Sorrise. Vado a cambiarmi.

○ ○ ○

La prima rampa di scale che conduceva alla tomba era di fronte a loro, insieme a qualche altro turista che aspettava per entrare o stava uscendo. La luce automatica era accesa e, scesi due gradini, Sofia si appoggiò alla parete.

"Sofia, stai bene?" Freja la sostenne.

Sofia annuì leggermente. "Sì, per un attimo mi è mancata l'aria, ma ora sto bene." Si raddrizzò. "Scendiamo."

"Forse dovremmo tornare, questi giorni non sono stati leggeri." Freja continuava a sostenerla cingendole il fianco.

"No, scendiamo. È passato, ora sto bene." La risposta non ammetteva repliche.

Arrivarono nel piccolo vestibolo, semplice roccia irregolare e pietre sparse a terra per precedenti cedimenti. Alcune persone si muovevano tra gli ambienti e una di loro mormorò: "Che puzza!"

Anche Sofia la sentì. "Ha ragione, c'è puzza," bisbigliò verso Freja, appoggiandosi alla parete con la testa bassa.

"Saranno liquami o qualche infiltrazione d'acqua piovana, che ha fatto marcire le foglie," disse un altro.

"Sofia, un altro mancamento?" Freja era preoccupata.

"Sì, è forte, la sento," bisbigliò Sofia. "Non sono liquami, è qui." Cercò di staccarsi dalla parete. "Dobbiamo tornare questa notte, portami fuori."

Freja le cinse la vita e, con non curanza, si diressero verso l'esterno senza parlare, dove la fece sedere su un muretto.

Sofia riprese colore. "Si tratta di una breccia, molto forte, dovremo chiuderla e dovremo essere riposate ed equipaggiate."

Freja stava riflettendo. "A volte mi chiedo se sia giusto chiuderle a prescindere."

Sofia la guardò seria. "In che senso? Cosa vorresti fare?"

Freja si sedette al suo fianco. "E se non tutte le brecce fossero da chiudere?" Fece una pausa vedendo alcuni turisti passare. "Se alcune avessero uno scopo diverso? Dalla puzza, questa la chiuderei. Stavo facendo un discorso più generale."

Sofia si alzò lentamente. "Potresti anche avere ragione, ora torniamo a casa."

Lasciarono la moto al parcheggio sotterraneo di Porta Diana, tornando a casa a piedi, dove trascorsero il resto della giornata preparando il materiale di Sofia, che aggiunse alla terra delle necropoli anche farina di panporcino e scaglie di corteccia di quercia caduta da sola. La cena fu rapida ed essenziale, ma nutriente e leggera.

Lasciarono Volterra nel cuore della notte; la moto sfrecciava a luci spente, con Freja che seguiva la strada con il visore e i fanali a luce nera. In meno di cinque minuti arrivarono al sentiero, avvolto nelle tenebre, percorrendo poi con l’attrezzatura il tratto al buio, una guidata dal visore, l’altra dalle proprie percezioni.

"Sofia, qualcosa non va," bisbigliò Freja. "Gli alberi sono freddi… come morti, il visore percepisce tutto allo stesso modo… Non ci vedo."

"È la breccia. Metti la mano sulla mia spalla e seguimi, io vedo chiaramente." Sofia tossì. "L'odore è peggiorato, è cambiato."

Freja spostò il respiratore nasale. "Lo sento anch'io, l'aria non è pura… Sei sicura di voler continuare, forse dovremmo chiamare un altro Custode."

Sofia abbozzò un sorriso. "Non serve, è una delle tante anomalie di queste terre, ne chiudo ogni giorno. Un po' della mia miscela e torniamo a casa a dormire."

Il percorso fu più lungo del viaggio in moto e piuttosto faticoso. Sofia voltò a destra e scese i primi gradini fino alla svolta; poi le luci si accesero e il fetore la raggiunse facendola indietreggiare.

Freja la raggiunse sorridendo e sistemandole al naso il filtro. "Con questo respirerai meglio."

Sofia prese un respiro profondo. "Funziona, posso tenerlo? Tu, fermati qui. Sotto non potresti aiutarmi."

Freja si spostò nell’angolo che le permetteva di tenere sotto controllo sia la scala che risaliva sia il dromos che scendeva. "Non mi piace lasciarti sola."

Sofia le toccò la spalla. "Non sono sola, ho la Rete, poi ci sei tu, qui sopra. Se succede qualcosa, so che mi tirerai fuori oppure potrai ritirarti e chiamare Livia e gli altri."

Freja controllò la torcia alla cintura e quella al polso, poi provò il comunicatore con la Phénix, corrugando la fronte. "Il comunicatore non funziona." Riprovò. "Niente, a questa profondità dovrebbe funzionare senza problemi." Le afferrò il braccio. "Forse dovremmo rimandare e chiamare gli altri."

Sofia accennò un sorriso. "Ci saranno rocce magnetiche che disturbano il segnale." Si liberò dalla presa continuando a scendere.

La discesa, per quanto breve, le pesò più del previsto; per un attimo tornò con la mente alle parole di Freja, poi scosse il capo e proseguì. L’odore era più forte, più mefitico rispetto alla mattina, e stava crescendo con una rapidità che non le piaceva, superando anche il filtro nasale.

Continuò a camminare, attraversando il vestibolo, fino a quando la vista le si appannò e si rese conto che c'era un tremore nell'aria vicino all'ingresso della cella più lontana verso il lato sinistro.

"Freja, vedo la breccia." Parlò con voce alta per farsi sentire. "Procedo con il rituale."

Come aveva già fatto molte volte, estrasse dalla cintura a tracolla i sacchettini di tela e iniziò a spargere la miscela nel vestibolo, con gesti regolari e controllati, avanzando verso la cella e tracciando un perimetro; i granelli toccarono il suolo e brillarono dorati per un attimo.

Parlò di nuovo ad alta voce, guardando per un attimo verso il dromos. "Tutto bene, sto per entrare nella cella di fondo a sinistra."

La voce di Freja la raggiunse. "Sono sempre qui, fai attenzione. Siamo senza appoggio e nessuno sa dove siamo."

Sofia si accostò all'imboccatura della cella lanciando la polvere oltre il varco e i granelli diventarono luminosi, ma si spensero prima di toccare il suolo. Sofia si fermò, aggiungendo alle luci quella della torcia da polso della Phénix, illuminando la cella dall'esterno; nel potente fascio di luce l'aria sembrava muoversi, viva, e sul fondo notò una sporgenza nella parete: sembrava un'urna sepolta, che non ricordava di aver mai visto prima.

"Freja, resta dove sei e fai attenzione. Qui non è come sembra." Si morse il labbro. "Nella parete della cella c'è un'urna. Credo che arrivi tutto da lì. La miscela sembra non funzionare." Fece una pausa. "Ora entro."

La voce di Freja, ora più alta e seria, la raggiunse. "Sofia, torna indietro, se quella è diversa dalle altre, servono gli altri."

Sofia rispose cercando di mantenere un tono tranquillo. "Va tutto bene, è più reattiva per via del luogo antico dove si trova. Entro."

Superò la soglia senza attendere risposta e sentì subito l'aria fredda sulla pelle; il fiato le uscì in piccole nuvolette bianche, ma continuò a camminare verso la parete, con passo sempre più lento, e ruppe due sacchetti riempiendo le mani della mistura di granelli. Senza esitare si lanciò sull'urna posandovi le mani.

Una nebbia scura la avvolse, spostandosi di fronte a lei e prendendo una forma umanoide, di cui sentì la voce, ma non era una voce: le parole prendevano forma nella sua testa senza essere pronunciate.

"Ma guarda, una piccola custode, che sorpresa. Finalmente qualcuno con cui parlare." Il tono cambiava, a volte uomo, a volte donna, a volte altro e sempre ironico. "Mi aspettavate tra mille anni e vi ho sempre fatto credere che fosse così, ma avete sempre sbagliato e…" Il suono di un vento impossibile coprì la voce. "Tu sei la discepola di colei che mi sconfisse in un altro luogo, in un altro ipogeo."

"Lasciami andare. Io sono la Custode di Volaterrae, una volta discepola della Custode di Sutrium." Sofia parlò senza usare la voce.

"Povera cucciola, siete sempre state ingannate, generazione dopo generazione. Ora puoi scegliere ed essere libera. Coraggio, vieni, unisciti a me e avrai tutto ciò che desideri e potrai desiderare, per sempre."

"No!" rispose con fermezza e sentì la propria voce.

"Allora, stolta… Muori!"

Il suono del vento la raggiunse, colpendola con violenza al torace e lanciandola oltre l'ingresso, nel vestibolo, fin contro la parete, dove sentì il rumore del proprio corpo contro la roccia prima di svenire.

Parte IV – Il fallimento dei custodi

Sofia è a letto incosciente, monitorato da Custodi e strumenti, imprigionata nella Rete Oscura.

"Sì, Livia, ha parlato di un’urna e ha detto che non era come sembrava."

Il silenzio tornò e cercò di parlare, ma anche quello le causava dolore; chiuse gli occhi, concentrandosi su quanto accaduto e su quello che sentiva. Il suo corpo non rispondeva e non sapeva se avrebbe più risposto. Poi la voce di Freja tornò, seria.

"Esatto, ha le dita nere e il nero si estende salendo lungo le braccia." Fece una pausa. "Credo abbia la schiena spezzata in più punti e non posso portarla in ospedale e nemmeno la Phénix potrebbe fare qualcosa."

Immaginò di sorridere; aveva affrontato qualcosa oltre i suoi limiti e ora ne avrebbe pagato il prezzo. Di nuovo Freja.

"D'accordo, ma non c'è tempo. Un X-40 della Phénix è già decollato; in meno di mezz'ora dovreste essere al campo base del 118 di Volterra. Vi aspetto."

Per un momento ci fu silenzio, poi arrivò il rumore di ciotole e vasetti; Freja stava facendo qualcosa, forse Livia le aveva dato istruzioni per aiutarla. Di nuovo silenzio, poi un pestello nel mortaio. Sentì il dolore lungo le braccia, ma se la schiena era spezzata, non avrebbe dovuto poterlo sentire.

Freja entrò nella camera; Sofia ne sentì i passi e poi vide il volto sopra di lei; cercò di parlare, ma non poteva.

"Sofia, stai tranquilla, Livia e gli altri stanno arrivando e sanno cosa ti è successo." Cercò di rimanere nel suo campo visivo. "Devo metterti questo unguento, rallenterà la cosa che ti ha colpito, ma per fermarla serve Livia." Vide Sofia chiudere gli occhi. "Ti farà male."

Sentì il dolore invaderle il corpo, ma non poteva fare niente; era come se centinaia di piranha la divorassero, anche se non sapeva davvero cosa si provasse: sapeva solo che era quello e il buio la avvolse.

Qualcosa la svegliò: era la voce di Elisa, poi quella di Livia e Marco. Riuscì a inclinare la testa e li vide tutti, ma non riusciva a parlare. Di nuovo il dolore insopportabile. Basta, non ne posso più. Poi la voce di Marco.

"Sta soffrendo, è al limite. Dobbiamo fare presto o cadrà oltre la soglia oscura."

"La senti?" chiese Elisa.

"Sì, la sento," rispose Marco.

"Cacciate la presenza che cerca di passare, poi la curo… di nuovo." La voce di Elisa era tesa.

"Potrebbe essere troppo per te, la scorsa volta sei quasi morta," disse Livia. "Marco, reggi i polsi e concentrati. Io mi occupo di canalizzare la Rete."

"Questa volta sono pronta e potrei dovermi occupare anche di voi." Elisa si rivolse a Freja. "La tua Warband è qui, se le cose vanno male portateci alla Serra."

Non sentì la risposta di Freja, ma percepì il calore ai polsi e poi alle tempie; qualcosa la attraversava e combatteva. Le sembrò di udire il clangore delle armi nel suo corpo travolto dal dolore, ma era cosciente in quella Rete che non era la sua: era quella di Livia, la sentiva diversa e allo stesso tempo uguale, ma le stava permettendo di lottare contro quella presenza oscura che voleva passare.

"Livia!" urlò Freja.

"Freja, sistemala sulla sedia." La voce di Marco era seria. "Si riprenderà presto, da sola." Si fermò. "Elisa, è viva, ma per poco. Ora devi pensarci tu."

Sentì delle mani sulla testa e poi lungo il corpo; le sentiva, non era una sensazione: vi sento.

"Sente il contatto, ma sta perdendo molto sangue, non c'è più la presenza che la tiene in vita." Marco era teso.

Sto perdendo sangue, ma vi sento e devo tornare. Marco mi sente e sa che devo tornare per chiudere la soglia.

"Non vuole mollare," disse Marco. "Elisa, forza, resisti… Sta funzionando… La sto perdendo, si sta addormentando."

Sentì il calore sul volto e aprì lentamente gli occhi, vedendo la luce del sole alta che filtrava dalle tende chiuse. "Sono viva?" Sofia mormorò sollevando leggermente la mano dal letto.

Freja sobbalzò sulla sedia. "Sì… sì… sei viva, maledetta pazza… sei viva…" la voce si spezzò e poi urlò: "È sveglia… ragazzi, è sveglia."

La stanza si riempì velocemente di persone che conosceva e di estranei in una mimetica che riconosceva. "Ehi, chi vi ha invitati tutti a casa mia?" Sbottò abbozzando un sorriso.

Una presenza altissima le si parò di fianco. "Ci siamo invitati da soli e direi proprio che stai bene." Arthur rise, spostando la strumentazione medica dal corpo.

Sofia guardò Livia. "Cosa mi è successo? Credo tu lo sappia." La voce era calma e affaticata.

"Sì, ci sono passata anche io, mi ha salvata Agnese. Solo che io non ero ferita come te. Hai rischiato grosso, se non fossimo arrivati con i mezzi di Arthur… Saresti morta." Livia era tesa, ma sorridente.

Sofia annuì. "Avrei dovuto ascoltare Freja e chiamarvi, là sotto c'è qualcosa, un'entità. Elisa come sta?"

"Elisa è debole, ma sta bene." Livia la guardò. "Cosa hai visto là sotto? Ti va di parlarne adesso?"

Sofia spostò per un attimo lo sguardo sui medici che la stavano visitando, sbuffando, per poi concentrarsi su Livia. "I miei soliti rimedi sono stati inefficaci, il loro effetto si è estinto ancora prima che cadessero dentro la cella. Poi c'era quella sporgenza sul fondo, che sembrava un'urna, ma nelle mie visite precedenti non l'avevo mai vista." Fece una pausa scansando seccata la mano di un medico. "L'aria era densa e quando ho toccato l’urna, con le mani coperte dal rimedio, mi sono ritrovata in un luogo oscuro; non era una breccia, era un passaggio verso altro, con quella cosa dalle tante voci."

Livia ascoltò. "Sembra simile al passaggio che avevo chiuso al Mitreo, durante la mia iniziazione, ma secondo Sibilla si apre ogni mille anni."

Sofia mosse l'indice davanti alla faccia di Livia, negando. "Sembra non sia esattamente così, forse Sibilla ha qualche problema con il calendario, idem chi è venuto prima di lei. L’entità ha detto che avete sempre sbagliato e che vi ha ingannate, ma il suono di un vento infernale ha coperto parte della frase."

Livia spostò lo sguardo sulla dottoressa. "Ne avete ancora per molto." Per quanto lo sembrasse, non era una domanda.

Sofia cacciò di nuovo la mano di un medico. "Ho capito che quella cosa è la stessa che hai affrontato, lo ha detto chiaramente, e credo tu l'abbia affrontata più volte." Sbuffò sollevandosi sui gomiti. "Ho anche capito che dovete visitarmi, ma vediamo di chiudere in fretta e di farmi sentire una porno star!"

Livia si spostò mettendosi tra Sofia e i medici. "Sofia, hai rischiato di morire, ma il fatto che l'entità abbia fallito, ti ha permesso di apprendere cose che ignoravamo." Senza curarsi del personale, Livia si sedette sul bordo del letto. "Significa anche che la massa oscura che mi ha colpita al lago delle Tre Brecce, poteva essere la stessa cosa, ma non l’ho percepita come è accaduto a te; forse era debole nella Tuscia e qui è più forte."

Marco si affacciò nella stanza. "Ciao Sofia, bentornata." Sorrise. "Quando avrete finito di fare ipotesi, i mezzi della Phénix stanno attirando l'attenzione e bisogna tenere un profilo basso." Spostò lo sguardo tra Freja e Arthur. "Siete troppi, e con troppi mezzi."

L'attenzione si spostò su di lui. "Hai ragione," disse Freja. "Arthur, devi portare via i tuoi, in modo che i volterrani non si agitino, ne avrebbero motivo con tutto quello che avete mobilitato."

"Avete qualche idea?" chiese Arthur, serio. "Abbiamo mobilitato sei Warband, e passare inosservati non sarà semplice." Guardò dalla finestra. "Qualcuno sta iniziando a curiosare, inoltre siamo entrati con i veicoli in una zona esclusivamente pedonale."

"Tutto sommato una scusa plausibile ci sarebbe." Freja sorrise divertita. "Siamo qui per girare alcune scene di un film di fantascienza. Sui mezzi ci sono telecamere e tutto quello che serve. Un paio di ciak e tutti a casa." Batté il palmo di una mano sul taglio dell'altra. "Sciò, via, sgommare… a casa." Si mise a ridere.

Arthur la guardò e rise. "Un comandante giovane con idee semplici. Era ora che l'età media dei comandi Phénix si abbassasse. Via il vecchio e spazio ai giovani." Guardò la folla nella camera da letto. "Avanti, fuori dai piedi. Abbiamo un film da girare e un budget da rispettare. Se qualcuno chiede perché siamo in questa casa, la risposta è che io sono amico di Sofia a vario titolo, quale in particolare non si sa… Solo gossip."

Freja controllò che i medici sgombrassero, consapevole che dopo il passaggio di Elisa erano completamente inutili. "Ci saranno sempre i complottisti, ma ci siamo abituati. Il fatto che un figo del cast possa avere una storia con una del paese sarà anche un diversivo migliore… Forse meno per Sofia che ci dovrà convivere nel tempo." Freja era divertita, ma si fece seria. "Terrò qui quattro dei miei e due fuoristrada civili, solo abbigliamento civile, come il mio." Guardò Arthur. "Lasciami due X-40 e falli spostare al campo volo, l'equipaggio di uno lì sorveglierà, l'altro se serve lo piloto io con il mio copilota. La base del 118 deve restare libera per le loro necessità."

Arthur si mise a ridacchiare. "Ragazzi, se dovrete usarli, non prendete quello di Freja, potreste star male." Si spostò guardando meglio la piazza e i mezzi che si spostavano per far spazio ad un set cinematografico improvvisato.

Sofia si era messa seduta. "Ok, ok… Mi sono fatta un ganzo che lavora nel cinema e quindi, caro mio, dovremo dividere il letto, o addio montatura." Si mise a ridere. "Il piano mi sta bene, anche se mi frega poco, ma a patto che compriate da mangiare da Paola."

Arthur sollevò il pollice. "Avviso subito che il suo alimentari sarà il nostro riferimento, inoltre prepara delle pietanze veramente notevoli… Ho assaggiato qualcosa mentre davo un'occhiata."

Livia seguì dalla finestra il movimento del personale della Phénix. "Sembra che stiano girando davvero un film. È incredibile quanto siate versatili."

Freja le si fermò alle spalle. "Per essere credibile lo faremo davvero. Tra qualche mese uscirà in internet come un cortometraggio di un regista semisconosciuto, a cui daremo spazio pubblicitario, per rendere tutto credibile." Freja abbozzò un sorriso. "Se inventiamo una palla, facciamo in modo che sia credibile."

Livia appoggiò la testa alla finestra, parlando con voce piatta. "Spesso mi chiedo cosa o chi siate veramente. Vi muovete senza dare spiegazioni e, se dovete darle, vi nascondete come ombre tra le ombre." Il tono si fece distante. "Mi sembra che ci consideriate degli strumenti nelle vostre mani."

Freja le si avvicinò lentamente, posandole una mano sulla spalla. "Livia, nemmeno io so cosa siamo veramente, e quello che so non posso rivelartelo." Era calma, con un tono da amica. "Posso però dirti che non siete burattini nelle nostre mani; è forse il contrario."

Livia si girò irrigidendosi. "Come sarebbe? Non capisco."

"È giusto così. Per noi siete importanti e siamo disposti a morire per proteggervi. E dicendoti questo ho già violato diverse regole… e mi sono già spinta troppo oltre." Freja si girò, allontanandosi di qualche passo. "Rifletti su una cosa e prova a mettere insieme i pezzi… C'è un fenomeno in corso a Volterra, Sofia è quasi morta e sono arrivati qui duecento operativi, tra ricercatori, medici e combattenti." Sorrise apertamente. "Secondo te, chi sono i burattini?" Lasciò la stanza con passo deciso, raggiungendo la sua squadra.

La casa si era svuotata rapidamente e il rumore dei mezzi e delle voci si era spostato all’esterno, insieme alle riprese del film, che avrebbe coinvolto anche le tombe etrusche. Sofia si era cambiata e si era seduta al tavolo, le mani intrecciate davanti a sé; Livia era vicina alla finestra della sala, lo sguardo fuori, ma non stava guardando davvero. Freja era tornata sedendo sul divano con le gambe raccolte. Fu Marco a parlare per primo.

"Ok," disse, secco. "Ora possiamo tornare al punto e cercare di capire come affrontare questa situazione. Il problema è che non abbiamo mai affrontato niente del genere e non sappiamo nemmeno cosa sia."

Freja si lasciò sfuggire qualche parola distratta, stringendo le gambe con le braccia. "Ma questa volta siete in quattro…"

Sofia spostò lo sguardo. "La tomba è pervasa da un odore mefitico, ho dovuto usare un respiratore per entrare e anche con quello si sentiva. Avevo già sentito quell'odore, qualche settimana fa, vicino a una breccia che ho chiuso, ma all'aperto e non così intenso, per questo ho commesso l'errore di valutazione." Sospirò scuotendo il capo.

"Hai detto a Livia che l'aria era densa, o qualcosa del genere, come un assottigliamento del velo?" chiese Elisa, appoggiata al tavolo con un fianco.

Sofia scosse la testa. "Poteva somigliare, ma quando l’ho attraversato ero in un luogo diverso." Sbuffò, cercando le parole. "Quando attraversiamo un velo passiamo tra due luoghi vicini, c’è continuità tra loro. Lì invece ero in uno spazio diverso…" Li guardò. "Ero in un altro mondo."

Freja li seguì con lo sguardo e rabbrividì nel sentire la ricostruzione, poi sganciò il tablet dalla cintura e si lasciò andare sul divano, girandosi leggermente per dar loro le spalle; il dito esitò sullo schermo mentre ingoiava a vuoto, e le lacrime non viste iniziarono a rigarle il volto davanti alla fotografia di Hana.

Livia annuì lentamente. "È una sensazione simile a quella che sperimentai al Mitreo di Sutri, ma più netta. A me è stata proposta un’alleanza, che ho rifiutato, e le custodi del passato mi hanno aiutato a chiudere il varco." Scosse la testa. "No, lo hanno chiuso loro, non io."

"Cosa vorresti dire con «lo hanno chiuso loro»?" Elisa si scostò dal tavolo, fermando per un attimo lo sguardo su Freja rannicchiata di spalle.

"Ho sempre pensato di sapere tutto quello che c’era da sapere." Livia era seria e preoccupata. "Sibilla mi ha spiegato, Agnese mi ha spiegato…"

"Eravamo già arrivati alla conclusione che le cose non sono come i custodi hanno pensato per secoli." Marco la interruppe. "Livia, passiamo oltre e cerchiamo di capire; comprendo il tuo disappunto e credo che stiamo pensando tutti che le tradizioni rigide dei Custodi sono una presa per il culo."

Fu Sofia a riprendere. "Tu hai insegnato a me, ma ogni giorno impariamo qualcosa." Si alzò e iniziò a camminare nella stanza. "Dobbiamo partire dal presupposto che quello che sappiamo non è una scienza esatta, ma va arricchito costantemente con quanto emerge dalle nuove esperienze… Possibilmente senza schiattare nel tentativo di farlo."

"Non sono completamente d’accordo." Elisa stava pensando, incrociando il proprio cammino per casa con quello di Sofia. "Non dobbiamo semplicemente colmare i vuoti; dobbiamo comprendere come muoverci nel modo corretto." Annuì tra sé. "Questa cosa si trova da qualche parte ed è nel suo elemento; chiamiamolo mondo, dimensione, regno o come vi pare." Li guardò. "Noi abbiamo due scelte: o lo combattiamo lì dentro o lo combattiamo sul nostro terreno."

"Vorresti farlo passare e colpirlo qui?" replicò Livia.

"Perché no?" disse Marco. "Nel nostro elemento siamo più forti e ora siamo uniti."

Freja si girò lentamente, riportando il tablet alla cintura e asciugandosi il volto arrossato. "Ma adesso siete deboli!" Il tono era duro. "Avete consumato le vostre forze per soccorrere Sofia e lei le ha lasciate nella tomba." Scosse il capo. "Avete bisogno di tempo, dovete essere al vostro massimo prima di agire."

Livia la guardò severa. "Vorresti dire che avremmo dovuto lasciar morire Sofia?" Fece un passo verso di lei.

Freja scosse con forza il capo serrando i pugni. "No! Sto dicendo che se lo affrontaste ora potreste non tornare… Io c'ero, e non ho potuto fare niente per impedire quello che è successo."

Sofia si avvicinò, posandole una mano sulla spalla. "Calmati, ha ragione. Dobbiamo smettere di agire di impulso. Io sono stanca, Elisa è stanca e siamo tutti stressati…"

Livia sbottò verso Sofia. "È solo una bambina, non capisce ancora queste cose… Cosa può saperne lei di quello che facciamo?"

Freja si alzò di scatto. "Stronza, capisco più di quanto tu creda! Secoli e generazioni trascorsi a proteggervi dalla vostra incompetente ignoranza. Hai forse dimenticato mia sorella? È morta per ciò in cui credeva e per obbedire a un tuo ordine." Con un unico gesto si sfilò la felpa, rendendo evidente la cicatrice che partiva dal suo fianco sinistro e terminava al centro delle scapole. "Avevo sedici anni quando ho impedito che la tua maestra finisse uccisa. Lei non se n'è nemmeno resa conto. Senza questa tu non esisteresti nemmeno." Con la felpa in mano uscì, sbattendo la porta.

Il silenzio calò nella stanza, un silenzio che si poteva sentire sulla pelle, mentre Livia si sedeva lentamente, il volto contratto nel dolore.

Una voce smorzata li raggiunse dalle scale. "Warband, ce ne andiamo!"

Parte V – La voce della fine

Freja mostra la cicatrice sulla schiena, inferta per salvare Sibilla.

La giornata era trascorsa con silenzi tesi e poche frasi, con Livia che aveva concluso che era meglio rimandare l'azione di una notte, visto che l'accesso alle tombe era mantenuto in sicurezza da alcuni operativi di Arthur, così loro si sarebbero riposati.

La notte successiva arrivò con fatica su Volterra, senza rumore, ma con i Custodi incapaci di sedersi insieme attorno a un tavolo, dopo quello che le parole di Freja avevano lasciato. Anche la Phénix aveva lasciato la cittadina, in modo ordinato, senza fare rumore. Salvo la voce che circolava, con Sofia amante di una star del cinema.

Marco guidava in silenzio, le mani ferme sul volante del fuoristrada della Phénix, lo sguardo fisso sulla strada che scendeva verso la valle. Accanto a lui, Sofia osservava l’oscurità fuori dal finestrino, riconoscendo i punti del terreno più con la memoria che con la vista. Dietro, Elisa e Livia non parlavano.

"Ora siamo soli." disse Elisa con voce piatta. "Se n’è andata."

Livia non rispose subito. "Dovevo stare zitta. Freja ha perso sua sorella e poteva morire per Sofia." Scosse il capo. "E le ho parlato in quel modo, perché mi comporto così?" Passò una mano sugli occhi, con un'indifferenza mal celata.

Marco non distolse lo sguardo dalla strada. "Non saprei, se fosse veramente andata via, qualcuno della Phénix ci avrebbe avvisato."

Marco rallentò accostando all’altezza del podere e sfilando al fianco di un fuoristrada simile, parcheggiato vicino all’imbocco del sentiero. Spense il motore e scesero, prendendo la loro attrezzatura; le torce da polso si accesero, mostrando lo stretto sentiero sterrato tra alberi e cespugli.

"Di chi è quella macchina?" chiese Sofia.

Elisa stava osservando l’interno. "Non posso affermarlo, ma spero sia di chi credo."

Sofia era in testa al gruppo, la luce bassa, finché una figura non le si palesò di fronte: Freja era lì, poco distante, a metà del percorso, in piedi con la divisa della Phénix de Feu.

"Vedo che avete comunque deciso di prendervi una giornata di riposo, prima di scendere. Forse questa ragazzina non è poi così stupida. Ora, se qualcosa va storto, dobbiamo morire per voi?" disse, secca, togliendosi il visore dal volto.

Sofia abbassò il capo, scuotendolo lentamente. "Ti abbiamo ferito, lo capisco." Respirò. "Noi e i nostri predecessori eravamo all'oscuro di tutto quello che ci hai detto con rabbia… Una rabbia giustificata… Ma noi Custodi non vi abbiamo chiesto di morire per salvarci. Non sapevamo nemmeno della vostra esistenza."

Freja rispose con un ghigno sul volto. "Siamo delle ombre nascoste tra le ombre, vero Livia?" La voce era seria e accusatoria. "Sofia, tu non ci hai offeso. Lo ha fatto Livia, che pensavo fosse quasi una sorella."

"Non è così." Livia superò Sofia.

"Livia… Cosa vuoi? Ferirmi di nuovo e ferire i miei compagni morti per voi?" Indicò Elisa con la mano. "Il suo pugnale potrebbe servirti." Estrasse con la sinistra la spada orientale da sopra la spalla. "Non sarò inerme questa volta." Il rumore delle armi automatiche alle sue spalle li raggiunse. "Siamo solo io e te."

Sofia fece un passo indietro, dando spazio a Elisa che aveva già estratto Carnwennan, ma Livia allargò le braccia bloccando il passaggio. "Freja… Siamo io e te. Ti ho ferita come nessuna arma può fare… ora sono qui per pagarne il prezzo, ti chiedo solo di colpire con precisione e non farmi soffrire come io ho fatto con te."

Freja piegò la bocca. "E perché non dovrei farti soffrire?"

Livia la fissò in volto. "Perché sono stanca di soglie e presenze oscure, non l’ho scelto e non lo controllo più. Ho perso tutto quello a cui tenevo, ho perso anche te. Colpisci e fai in modo che nessuno possa riportarmi indietro, così finiranno la mia stanchezza e il male che faccio agli altri."

Elisa fece due passi indietro riponendo Carnwennan e bloccando Marco con la mano. "Custodi, è la loro battaglia, comunque vada a finire dovremo accettarlo." La voce era bassa e anche lo sguardo si abbassò verso il terreno buio, accompagnato dalle armi automatiche, che venivano disarmate.

La spada di Freja tagliò l'aria con un sibilo e con velocità, raggiungendo Livia senza alcuna esitazione.

Livia era ancora in piedi con le braccia allargate ai fianchi e il filo della lama, di lato al collo, rifletteva il rosso del sangue che la bagnava.

"Livia, Custode, sappi che ho giurato e non posso ucciderti." La voce di Freja era fredda e distante. "Questo sangue ha chiuso una ferita, che non dimenticherò. Hai accettato la morte per mano mia, e questo per ora mi basta." Il tono della voce si alzò. "Io mi fido di te e mi fido di voi Custodi. Ma ho bisogno di sapere che anche voi vi fidate di me, sempre e non solo quando vi servo." Pulì la lama, riponendola dietro la schiena.

Livia abbassò le braccia. "Freja, io mi fido di te e avrei preferito morire, che continuare." Avanzò di un passo. "Ma dopo quello che ho detto non potrà più essere come prima, lo capisco."

Anche Freja avanzò. "Se lo vogliamo può tornare a esserlo, fino a quando ci confronteremo ad armi pari alla Serra di Dumnon." Fece una pausa. "Adesso abbiamo un lavoro da fare e anche gli X-40 sono pronti, se dovessero servire."

Le torce illuminavano il sentiero a giorno e anche l’ingresso era stato illuminato con due luci esterne; l’odore mefitico si percepiva già da fuori e gli alberi attorno alla struttura stavano perdendo le foglie sul terreno, dove l’erba si era fatta scura. Tre membri della squadra di Freja controllavano il perimetro.

Marco si avvicinò a Freja. "Sappi che tutti noi ci fidiamo di te, non devi pensare il contrario."

"Ora le priorità sono altre, ma ti ringrazio per averlo detto." Freja era calma e seria, con il visore sul volto, diverso rispetto a quello che aveva usato durante la prima spedizione.

Marco si guardò attorno. "Con tutte queste luci attireremo l’attenzione."

Freja si spostò verso l'ingresso, restando a distanza. "Può essere, ma abbiamo informato le autorità che stiamo facendo delle riprese notturne e ci serve tranquillità, oltre al solito bla bla che ci occupiamo noi della sicurezza."

Marco le rimase al fianco. "Vedi? Di nuovo questi muri e sono queste le cose che ci fanno diventare dubbiosi: la facilità con cui sistemate le situazioni che non possono essere sistemate con facilità." Sbuffò. "Ma non è questo il momento per parlarne."

Freja sorrise. "Sbagli, voi avete i vostri mezzi per restare nell'ombra, noi abbiamo i nostri. Non c'è molta differenza, salvo che a voi viene più naturale e quasi sempre è una cosa automatica. Succede e basta."

Livia e Sofia erano ferme sul primo gradino e stavano sistemando sul naso il filtro per l’aria; i fasci di luce illuminavano la svolta dove si era fermata Freja nella discesa precedente e i loro volti erano preoccupati.

"Cosa succede, ragazze?" Anche Elisa aveva sistemato il filtro. "La puzza è diventata insopportabile."

"Guarda." Sofia mosse la mano spostando la luce. "L’aria sta pulsando, è passato oltre il vestibolo."

Elisa si alzò in punta di piedi per guardare meglio sopra le loro spalle. "Questo ci impedisce di organizzarci nel vestibolo. Se scendiamo ci troveremo in trappola e saremo in fila indiana, giù il primo, giù tutti."

Freja era sul perimetro e alzò leggermente la voce. "Siamo anche pronti a far esplodere tutto o a creare passaggi secondari." Fece una pausa sorridendo verso Marco. "Anche in questo caso sapremmo come giustificarlo. Siamo fatti così."

Livia si avviò verso le Custodi, rispondendo a Freja. "Freja, per ora niente esplosioni, ma tenetevi pronti." Fece una pausa rallentando. "Forse un X-40 già in volo potrebbe far comodo." Poi si avvicinò alle compagne. "Ragazze, considerando che sulla scala saremmo in trappola, qui fuori c’è più spazio, anche se è pieno di recinzioni."

Freja attivò il comunicatore dando istruzioni, per poi replicare a Livia. "Sta decollando, ma è un mezzo veloce e con poca autonomia, forse tre ore in volo di ricognizione e niente possibilità di rifornimento." Vide il cenno di assenso di Livia, prima di continuare. "Probabilmente l’idea di combatterlo in questo piano non era del tutto sbagliata; inoltre, anche se inefficaci, le nostre armi possono essere una distrazione."

Livia si girò leggermente guardandola. "Purtroppo non abbiamo molte alternative. Voi cosa ne pensate?"

Elisa scosse il capo. "Ho pensato a quell’idea, ma di fatto è già fuori, si sta espandendo. Non sappiamo cosa comporti farlo uscire materialmente nel nostro mondo e non sappiamo nemmeno come farlo."

Il tremore salì rapidamente lungo la scala e Livia e Sofia fecero un balzo indietro, trascinando con sé anche Elisa.

"Si sta espandendo, se non lo fermiamo entro mattina sarà oltre la strada." Sofia era preoccupata.

Freja porse a uno dei suoi uomini la spada e il resto dell'equipaggiamento, che poteva servirle come arma o come difesa, restando con i pantaloni tattici e la maglietta grigia senza maniche, a piedi scalzi.

L'operativo che stava sistemando l'equipaggiamento di Freja la guardò. "Freja, prendo il comando, quali sono le istruzioni operative?"

Freja chiuse gli occhi prendendo un respiro profondo ed esitando. "Se le cose vanno male… Abbattetemi con tutto quello che avete, lui è un'entità ultraterrena, io sono mortale."

L'uomo le rivolse il saluto della Phénix, guardandola. "Comandante, per noi è stato un onore e un divertimento servire sotto di lei, anche se per poco tempo."

Marco notò i movimenti aggrottando la fronte. "Freja, cosa stai facendo?"

"L'unica cosa che abbia senso fare. Voi conoscete le tecniche, io la strategia." Abbozzò un sorriso. "Abbiamo tre opzioni: contenerlo e guadagnare tempo, ma sarebbe pericoloso per eventuali curiosi; rafforzare la sua ancora e portarlo indietro, ma l’ancora è nella cella fuori dalla vostra portata; oppure lo portiamo fuori, ancorato a qualcosa legato a questo mondo."

Livia scosse il capo. "Non ci pensare nemmeno… Ho già perso tua sorella… e… e… non posso perdere anche te… no, non voglio." La raggiunse afferrandole le braccia. "Era meglio se mi avessi uccisa prima."

Elisa era perplessa. "Non capisco, cosa succede?"

Freja sorrise. "Non ci sono altre opzioni ed è una scelta mia, non ricade su di te e non ricade su di voi. Questa è la mia missione e quello in cui credo." Si sottrasse alla stretta di Livia e velocemente scese la scala fino alla curva e sparì alla vista entrando nell'aria nebulosa.

"Cosa ha fatto?" disse Sofia scioccata. "Non può affrontarlo… la ucciderà." Marco la trattenne dal seguirla.

Elisa si spostò, Carnwennan in pugno, al fianco di Livia, che era rimasta rigida e pallida. "Dobbiamo prepararci, non sappiamo cosa accadrà… Sofia, non intende affrontarlo, lo sta portando fuori dandogli un corpo terreno. Un corpo privo di difese."

Sofia spalancò gli occhi. "E come ci prepariamo? Come lo combattiamo senza uccidere Freja? Non ne ho la minima idea." Fece una pausa perplessa. "O forse sì, la sentite anche voi?"

Mentre gli altri Custodi annuirono, il nuovo comandante rispose a Sofia. "Dovete pensare solo a combatterlo, Freja ha già fatto la sua scelta." Caricò le armi e si posizionò con gli altri due operativi in punti protetti.

Elisa si posizionò ad alcuni metri dalla scala, leggermente in diagonale per massimizzare lo spazio, mentre Sofia prendeva posto alla sua destra e Livia alla sua sinistra, entrambe le posarono la mano sulla spalla. Marco si mise dietro di lei, posando le mani sulle spalle esterne di Sofia e Livia.

Freja, o qualcosa che le somigliava, risalì la scala emergendo dall'arco dell'ingresso. "Finalmente ho un corpo forte e giovane. Questa donna ha compreso quale era la scelta giusta. Ora tocca a voi."

Elisa si abbassò leggermente, senza perdere il contatto con le mani sulle spalle; il pugnale pronto a colpire divenne leggermente dorato, prima l’impugnatura, poi la lama.

"Ci avete sempre impedito di tornare." Freja rise. "Ma non avete mai compreso la verità e ormai per voi è tardi. Noi siamo tanti e dopo di me arriveranno gli altri."

"Quella donna è nostra amica e qualunque cosa tu sia, ti fermeremo, come altri hanno già fatto." disse seccamente Elisa. "Abbiamo sconfitto una legione, tu sei solo qualcosa intrappolato in un corpo umano." Allungò il braccio coprendo la breve distanza che le separava, ma Carnwennan scivolò sui contorni del corpo di Freja.

La luce di Omphalos apparve sotto la maglietta di Livia, seguita da quella di Huginn e Muninn al collo di Marco, mentre un sottile filo dorato prendeva forma attorno al polso destro di Sofia: era Gleipnir.

Il corpo di Freja si fermò, il volto aveva perso la spavalderia iniziale. "Li avete presi, vi hanno trovato, ma non vi salveranno. Non sapete cosa sono e come usarli, lo vedo." Si mise a ridere, con la voce di Freja e i suoi tratti deformati.

Il suono delle armi automatiche riempì l'aria, con i proiettili che graffiavano il corpo di Freja, per poi girarle alle spalle.

Sofia mosse la mano destra e Gleipnir si svolse dal polso, stringendo la vita di Freja, che vacillò retrocedendo verso la scala, dove l'aria era tornata normale e anche l'odore si stava disperdendo nell'aria.

Il fuoco delle armi cessò per un momento, per poi riprendere da posizioni diverse, colpendo il corpo di Freja dietro i fianchi, con rivoli di sangue che scorrevano sul corpo nei pochi secondi in cui le ferite si chiudevano.

"Tienilo," disse Livia. "Se scende li perdiamo entrambi."

Sofia tirò Gleipnir verso di sé. "Non riesco, è troppo forte. Ci trascina."

Elisa sentiva i piedi conficcati nel terreno scivolare, scavando un solco. "Perché i proiettili lo feriscono?"

Un'esplosione arrivò alle spalle di Freja, facendola avanzare verso i Custodi; parte dell'accesso crollò su sé stessa, colpita da una granata.

Sofia tese Gleipnir. "Ora lo tengo."

"Tutti indietro!" urlò Marco guidandoli alle spalle. "Dobbiamo resistere, vedo qualcosa e dobbiamo restare fuori…"

Il vento iniziò a muovere gli alberi del piccolo spiazzo, mentre Carnwennan diventava più luminoso e Gleipnir si sganciava dal corpo di Freja, riavvolgendosi al polso di Sofia.

Freja allargò le braccia, con i palmi avvolti da una densa nebbia nera, accompagnata da una risata non umana. "Ora è il mio turno, io so come colpire attraverso i corpi di cui mi vesto, non sono come voi."

Elisa scattò in avanti, sganciandosi dalle mani di Livia e Sofia, che si chiusero tra di loro, mentre Gleipnir si distese raggiungendo la vita di Elisa, con il pugnale proteso verso Freja.

La lama penetrò nel torace ed Elisa vide gli occhi di Freja che le sorridevano, sereni. Poi qualcosa cambiò e una forza la travolse, lanciandola via, insieme agli altri, contro le reti e gli alberi, ferendoli. Il torace di Freja si era già risanato e lei stava avanzando verso Livia, le mani unite e pronte a colpire come un maglio.

Elisa si sollevò, lanciandosi su Livia per farle scudo, e sentì la presenza di Freja sopra di loro. Marco vide le mani di Freja calare sulla nuca di Elisa e chiuse gli occhi.

Parte VI – Il mondo trema

Il mondo si spezza alla presenza degli antichi Dei.

Non ci fu alcun suono o urlo, solo il silenzio e il vento, ma era un vento diverso, caldo, che dava forza. Marco aprì gli occhi e vide Elisa girare la testa verso le mani di Freja che la sfioravano; Sofia vide l’origine di quel cambiamento. Una forma chiara era dietro Freja, con la mano infilata nella sua nuca, ma senza ferite: era eterea. Il corpo di Freja non riusciva ad avanzare e cercava di liberarsi, lottando con forza e rabbia, mentre veniva trascinato indietro.

Una voce indefinita li raggiunse; anche le armi avevano smesso di sparare. "Ombra oscura, non avrai questi umani, non avrai mia sorella e non avrai la mia donna."

"Figlia di Brúnn, non puoi fermarmi, nulla in questo mondo può farlo," disse il corpo di Freja. "Il passaggio è di nuovo aperto. Ora assaggerai il mio potere."

La forma parlò di nuovo, con la voce di una donna. "Stolta Ombra, Io non sono di questo mondo e nemmeno dell'altro!" Per un attimo si sentì solo il suono del vento e dei tuoni, con i fulmini che attraversarono il cielo senza nuvole. "Io sono il ponte e il sigillo, nessuno passa senza che io lo voglia."

La presenza dietro Freja divenne più consistente: la forma di un volto contornato da capelli chiari e sormontato da un elmo alato; il corpo lucente, con una forma dietro le spalle; la mano sinistra conficcata nel collo di Freja e un’asta nell’altra mano.

Le lacrime rigarono il volto di Freja. "Sorella…"

"Non puoi sfuggirmi, noi siamo invincibili e tu hai scelto di unirti a me!" La voce arrogante aveva perso sicurezza.

La donna in armatura parlò, quasi divertita. "Ombra oscura, maestro dell'inganno, questa volta sei stato ingannato. Freja, questo è il suo nome, ti ha intrappolato nel suo corpo e ora sei vulnerabile, seppur potente."

Sofia vide il piccolo fastidioso corno al suo fianco, che prima non c’era, e lo prese, alzandosi, insieme agli altri. Marco posò le mani sulle spalle di Livia ed Elisa; loro le posarono sulle spalle di Sofia.

La voce della donna era chiara. "Ora tocca a voi, solo a voi." Ritrasse la mano dal collo.

Sofia spinse il corno contro la testa di Freja e disse una sola parola: "Gjallarhorn!"

Sentirono una pressione nell’aria, poi un tono grave, pieno, con un’armatura di armoniche che si stratificavano l’una sull’altra, come ghiaccio che si forma su ghiaccio, e infine entrò nelle ossa dello sterno. Il suono proveniva da ogni luogo, come se dicesse qualcosa, e il respiro si fermò, trattenuto. Poi fu il silenzio assoluto, più profondo del silenzio stesso.

Freja scivolò a terra sulla schiena, in una posizione scomposta, con le lacrime sul volto, che girò lentamente verso la figura alle sue spalle, mentre le ferite subite presero forma sul suo corpo, con il sangue che usciva dalle pugnalate, dai proiettili e dall'esplosione.

La presenza dietro Freja si fece definita, pur restando eterea: un volto dai lineamenti asiatici, contornato da capelli castani e sormontato da un elmo alato; il corpo protetto da una corazza di maglie lucente, con lo scudo dietro le spalle; la mano sinistra lungo il fianco e una lancia sostenuta nella destra.

Livia scattò in avanti. "Hana!"

Freja sollevò con fatica un braccio. "Portami con te…" La voce era debole, mentre il sangue si allargava sul terreno.

La figura sollevò la lancia sorridendo verso Livia, per poi dissolversi, lasciando solo i suoni della notte e della brezza tra i rami.

Sofia era ferma, immobile, lo sguardo sul polso sinistro, dove ora era presente un bracciale a spire dalla forma di un sottile corno. Era lì, ma non lo sentiva sulla pelle. "Cosa è successo questa notte?" Spostò lo sguardo lentamente nella luce artificiale: prima su Livia, immobile in piedi, il volto contratto; poi su Freja, a terra di fronte a lei; infine su Marco ed Elisa, abbracciati tra loro, silenziosi, che guardavano Freja.

Elisa scansò bruscamente Marco, inginocchiandosi al fianco di Freja e posando le mani sul suo corpo, mentre le ferite più gravi iniziavano a chiudersi, seguite da quelle provocate dagli spari, nelle quali non erano rimasti proiettili.

Freja si spostò lentamente. "Era lei? L'avete vista anche voi?" Cercò di alzarsi, ma le gambe le cedettero. "Mi fa male tutto…"

Livia annuì avvicinandosi. "Sì, era lei, l'abbiamo vista tutti."

Elisa era seduta a terra, le braccia dietro la schiena a sorreggerla. "Era lei e l'entità l'ha chiamata figlia di Brúnn." La voce era stanca e perplessa, mentre il suo corpo si risanava. "Se vi avvicinate voi, curo le vostre ferite, ma non fatemi alzare per almeno sei mesi."

"La figlia di chi?" replicò Sofia avvicinandosi.

Elisa sospirò. "Ve lo dico in una lingua che conoscete, la figlia di Odino… Una Valchiria."

La mano di un uomo in divisa si allungò verso Freja, la voce leggera. "Le restituisco il comando e sono lieto di poterlo fare."

Freja abbozzò un sorriso e prese la mano sollevandosi. "Riprendo il comando. Grazie per quello che avete fatto, un'ottima strategia di attacco. Ma ora ridatemi la tuta da combattimento, con tutti questi buchi potrei anche andare nuda." Il tono era allegro, ma il volto diceva altro.

Elisa le porse i vestiti, avuti da uno degli operativi. "Se vuoi ti aiuto a vestirti, sei solo una piccola ragazzina." Le fece un occhiolino, per poi mormorare. "Freja, sei stata grande e molto coraggiosa."

Livia si girò sollevando una gamba e dando un calcio in rotazione a Elisa. "Ho sbagliato con Freja, sono stata arrogante, ferisco le persone… Ma adesso piantala." Dopo un attimo di silenzio si misero tutti a ridere.

Lo smartphone di Marco iniziò a suonare, obbligandolo a rispondere, con il volto che si fece preoccupato. "Cosa? Ti metto in vivavoce." Alzò leggermente il tono. "Sono Nadia e Amani."

"Vigil è scomparso?" Era la voce di Amani.

"Sarà uscito come al solito." Disse Elisa, ma il tono della voce diceva altro.

"È uscito di corsa una mezz’ora fa e lo abbiamo seguito fino alla radura, quella con le lapidi." La voce di Nadia si spezzò per un attimo. "Si è fermato in piedi alla testa della tomba di Hana… poi… poi…"

Anche Livia e Freja si erano avvicinate a Marco, raggiunte da Sofia.

Amani riprese. "A un certo punto il suo collare ha emesso un bagliore ed è scomparso." Si fermò, cercando le parole. "Pochi minuti fa Vigil è sprofondato nel terreno… Abbiamo scavato con le mani, ma non c’è nessun segno."

"È cambiato altro lì vicino?" Chiese Elisa, soffocando le lacrime.

"No… Sì…" Rispose Nadia. "Attorno alla lapide di Hana c’è un filamento dorato… è caldo."

Sofia guardò il polso e si guardò attorno, muovendo la torcia. "È sparita…"

"Cosa?" Disse Elisa.

"La fune dorata, Gleipnir, è sparita." Ribatté Sofia.

"È andata da lei… alla radura." Livia ingoiò. "Ma Vigil era tutt’uno con il collare… Gleipnir."

"Nadia, sei lì?" disse Elisa. "Che altro è successo… è successo altro? In giro?"

"Sì, ma voi dove siete? Dovreste saperlo."

"Sapere cosa?" Replicò Elisa.

"Una specie di suono ha investito tutto, non era un suono, ma possiamo chiamarlo solo così." Nadia fece una pausa. "La terra ha tremato ovunque, piccoli terremoti ovunque, ci sono stati danni."

"Ovunque dove?" Rispose Marco.

"Ovunque… in ogni angolo del mondo." Replicò Amani.

Freja era scesa nella tomba all’inizio della telefonata, reggendo la sua spada orientale. Le luci automatiche si erano accese, scortandola nell’ultima cella, dove sulla parete di fondo faceva bella mostra di sé un’urna, ora bruciata.

Sollevò la spada e la calò con tutte le sue forze sulla forma nera, una prima volta, una seconda, una terza, finché la massa che era stata un’urna si frantumò in piccole pietre e, insieme a lei, la spada si spezzò. Quindi Freja si sedette a terra, abbracciando le gambe al petto, i tre frammenti della spada al fianco.

Marco sentì qualcosa nella mente. "Nadia… Amani… dobbiamo chiudere." Riagganciò senza attendere risposta, guardandosi attorno. "Dov’è Freja?" Poi sentì la terra tremare sotto i piedi.

"Un terremoto!" urlò Sofia. "Allontaniamoci da qui."

Elisa corse verso la tomba. "Freja è di sotto." Imboccò la prima rampa e sentì la terra muoversi.

Livia le corse dietro. "Elisa, ferma… rischia di crollare tutto."

Elisa arrivò alla cella e si bloccò sulla soglia: vide l’urna in pezzi a terra e Hana di spalle che aiutava Freja ad alzarsi. Corse verso di loro e si trovò con le mani che reggevano Freja, nessun altro; la strattonò per portarla verso l’uscita.

Livia entrò poco dopo e vide Elisa con Freja: stavano cercando di correre verso l’uscita, ma il movimento della struttura rendeva difficile l’avanzata. Corse, le superò e raccolse i pezzi della spada.

Anche Marco e Sofia erano scesi; insieme riuscirono a raggiungere la scala e l’esterno. Elisa stava per parlare, ma si bloccò vedendo la testa di Freja muoversi in segno di negazione: sapeva che l’aveva vista, non voleva che ne parlasse. Un frastuono e una nube di polvere li avvolsero: la tomba era crollata.

○ ○ ○

Il personale di Freja smantellò tutto l’equipaggiamento a tempo di record; il sisma globale avrebbe spiegato il crollo della tomba, e la loro presenza dopo il crollo avrebbe creato problemi. Lasciarono il luogo con le macchine, diretti verso Volterra; nessuno parlò, nessuno sapeva cosa dire.

Freja accese distrattamente la radio, passando da un canale all’altro senza una specifica volontà; l’argomento era lo stesso ovunque.

"…edizione straordinaria. Un fenomeno sismico senza precedenti ha interessato l’intero pianeta nelle ultime ore. I principali istituti di geofisica confermano che si è trattato di un evento globale, registrato simultaneamente in tutti i continenti. I dati indicano una magnitudo compresa tra il secondo e il terzo grado della scala Richter, rilevata in modo uniforme ovunque, un’anomalia che gli esperti definiscono inspiegabile. La particolarità, spiegano, è anche l’assenza totale di repliche: nessuna scossa di assestamento è stata registrata dopo l’evento principale. Le autorità invitano alla calma, sottolineando che non si registrano danni diffusi riconducibili a un epicentro specifico…"

Un fruscio, poi la voce cambiò.

"…continuano le analisi sul fenomeno sismico globale rilevato nelle ultime ore. Le reti sismiche internazionali riportano valori omogenei tra il secondo e il terzo grado della scala Richter in tutte le aree monitorate, senza variazioni significative tra i diversi continenti. Secondo i ricercatori si tratta di un comportamento incompatibile con la dinamica delle placche terrestri. ‘Non esistono precedenti di un evento di questa portata con magnitudo così bassa e distribuzione uniforme’, spiegano gli esperti, che escludono al momento cause tettoniche tradizionali. Non è stato individuato alcun epicentro e non si registrano sequenze sismiche successive…"

Freja ruotò appena la manopola.

"…gli scienziati parlano di un evento globale anomalo, caratterizzato da una magnitudo contenuta, tra due e tre gradi della scala Richter, ma percepita contemporaneamente in ogni parte del pianeta. Un dato che, secondo la comunità scientifica, esclude le normali cause geologiche. Alcuni centri ipotizzano un fenomeno di natura ancora sconosciuta, mentre altri invitano alla cautela. ‘È la prima volta che osserviamo un segnale sismico sincronizzato su scala planetaria con queste caratteristiche’, dichiarano fonti internazionali. Le verifiche proseguono, mentre resta senza spiegazione l’assenza di qualsiasi scossa di assestamento…"

Lasciò la mano sulla radio per un istante, poi la ritirò. Nessuno disse nulla.

Livia, sul sedile posteriore, si voltò verso Elisa. "Ora cosa facciamo?" la voce era stanca. "Non riesco a capire cosa sia accaduto, né come Custode né come archeologa… Forse tu puoi."

Elisa scosse il capo. "Non lo so… ho delle ipotesi, ma dobbiamo fermarci e tornare lucidi, poi potremo mettere in ordine i pezzi e cercare di comprendere." Sospirò. "Stiamo imparando, in questo momento siamo come bambini alle elementari… il primo giorno della prima elementare."

"Freja, chiama la tua squadra e avvisali che torniamo a Sutri," disse Marco deciso. "Fai decollare l’X-40 e digli di anticiparci, può scendere al campo volo."

"Andiamo a Sutri?" disse Sofia perplessa. "Pensavo di tornare a casa e mettermi sotto la doccia." Sorrise. "Freja, avvisa anche Arthur di spostare la mia malattia a Sutri e di raggiungerci per mantenere vivo il gossip."

Freja stava già dando istruzioni alla radio, poi calò il silenzio.


© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.