Piante, tradizioni e racconti legati al territorio
Il largo schermo televisivo sopra il camino era acceso ininterrottamente da giorni, diviso in cinque sezioni in cui si alternavano informazioni e notizie.
"A cinque giorni dal sisma globale, la comunità scientifica continua a non avere risposte. La scala sismica identica in tutti i luoghi non trova riscontro nei modelli. Resta inoltre senza spiegazione l’assenza totale di scosse di assestamento. Continuano ad arrivare segnalazioni sulla percezione anomala associata all’evento: non un suono nel senso tradizionale, ma una vibrazione accompagnata da una sensazione. Gli esperti invitano alla cautela, attribuendo queste testimonianze a reazioni soggettive. Il fenomeno ha causato panico collettivo, che tuttora permane in alcune comunità. Cadute di mobili e piccoli crolli hanno causato feriti, con alcuni decessi dovuti allo spavento."
Lo schermo passò ad un altro notiziario.
"Dopo cinque giorni, non sono emerse variazioni significative tra le aree del mondo colpite. Il sisma ha interessato tutto il globo terracqueo, elemento che porta molti ricercatori a escludere un’origine legata al movimento delle placche terrestri. Gruppi di studio neurologici stanno analizzando le testimonianze legate alla percezione del fenomeno, in cui alcune persone riferiscono di aver sentito una voce che parlava di loro, come se il suono avesse un contenuto comprensibile. Non esistono al momento evidenze che confermino queste interpretazioni. Si segnala il protrarsi di manifestazioni ed azioni di sciacallaggio in diverse zone del globo, oltre all'aumento del numero di feriti causati dal sisma, a cui si aggiungono decessi per problemi cardiaci e atti di violenza."
Il volume si abbassò per alzarsi su un'altra sezione dello schermo.
"La comunità scientifica ancora non riesce a spiegare l'evento sismico che ha interessato il pianeta cinque giorni fa. Alcune fonti interne riportano che i governi stanno nascondendo un esperimento militare sfuggito al controllo. Gli elementi che sembrano lasciare nello sconcerto la comunità scientifica sono la contemporaneità della scossa, lo stesso grado sismico ovunque e la mancanza di scosse di assestamento e di un epicentro. Le nostre fonti informate associano all'esperimento la percezione di un suono, non suono, e di voci. A livello globale non si registrano danni diffusi, ma sono stati segnalati alcuni cedimenti localizzati. Tra questi, in Italia, nella zona di Volterra, dove nella notte dell’evento è crollata la cosiddetta Tomba dei Marmini, una struttura ipogea di epoca etrusca. Le autorità locali attribuiscono il cedimento alle sollecitazioni del fenomeno, nonostante la bassa magnitudo rilevata. L’area è stata interdetta e sono in corso rilievi tecnici."
L'audio tornò alla sezione precedente, passata nel frattempo a una diversa emittente.
"A livello internazionale proseguono le analisi su quello che viene ormai definito un evento anomalo globale. I centri di ricerca concordano su un punto: è stato registrato un segnale reale, ma non esiste un modello in grado di spiegarne l’origine. Resta aperta anche la questione delle percezioni associate all’evento, segnalate in modo diffuso ma non verificabile. Le verifiche continueranno nei prossimi giorni. Ancora non è possibile stabilire un numero certo di feriti e decessi."
Le notizie passavano in continuazione con parole diverse, ma con i medesimi contenuti; nessuno capiva, ma quelle più vicine alla verità erano forse quelle complottiste. Marco, alla sua postazione informatica, non dormiva da tre giorni, raccogliendo notizie sulle conseguenze delle loro azioni.
Sofia entrò nella stanza in calzoncini corti; la fasciatura era scomparsa e il tono muscolare stava tornando alla normalità. "Marco, devi dormire, in quelle condizioni non ci saresti di aiuto", disse, andando direttamente in cucina a versare la tisana fredda.
"E tu devi smetterla di correre nel bosco di notte." Sorrise. "Sei inquietante." Si stirò. "Hai trovato tracce di Vigil?"
"Niente tracce di Vigil, né di brecce o strappi nel velo… è semplicemente sparito." Mosse le mani a enfatizzare la sparizione. "Livia ed Elisa stanno esaminando di nuovo la radura; a parte Gleipnir attorno alla lapide, non c'è altro." Sospirò. "Le ho lasciate mentre stavano discutendo: Elisa vorrebbe esumare il corpo, ma Livia non è d'accordo."
"Freja come sta?" Marco l'aveva raggiunta al piano della cucina.
"Non sta bene, non per la possessione, ma per la comparsa di Hana." Lo guardò. "Si sta controllando mantenendo i collegamenti con la Phénix, ma prima o poi esploderà… che stai combinando nel vecchio capanno? Esce fumo dal camino e si sente martellare."
"Sto riparando la spada di Freja, per lei era importante e, per farlo, sto cercando di usare tecniche antiche con strumenti moderni." La voce era tesa.
"Mi sembra che ci sia qualcosa che non ti convince. Quindi?" Sofia lo incalzò.
"Il metallo è cambiato in alcuni punti; è più scuro e mi fa pensare a un'altra spada di re che fu riparata." Si spostò verso la scala. "Su una cosa hai ragione, devo dormire. Se ci sono novità chiamatemi."
"Prima di dormire, dovresti fare una doccia, si sente che ne hai bisogno." Sofia portò la tazza alla bocca e bevve.
Marco fece un cenno con la mano continuando a salire. "Ricevuto… E anche sulla doccia hai ragione."
Sofia finì la tisana in un lungo sorso. "C'è una cosa su Freja a cui Livia inizia a credere e che potrebbe spiegare perché Gjallarhorn abbia suonato. Anche se è una cosa molto tirata."
Marco si fermò a metà scala, voltandosi. "Crede di poter riportare indietro Hana, ma sappiamo bene che non si può fare e va contro certe regole cosmiche, tanto da poter rappresentare un'interpretazione moderna del Ragnarök." Riprese a salire la scala. "Sofia, temo tu abbia ragione sul corno, ma se ha suonato è segno che è già iniziato, e quindi Freja potrebbe avere ragione."
○ ○ ○
Stava albeggiando quando le voci alterate di Elisa e Livia percorsero il piazzale prima di superare la porta di ingresso; le loro mani, il volto e i vestiti erano sporchi di terra, alla stregua dei capelli.
"Non ha senso che tiriamo fuori il corpo e poi non sono d'accordo." Livia era seria e nervosa.
"Dobbiamo capire se è ancora lì o se è sparita anche lei, come è sparito Vigil." Elisa aprì il frigorifero, prese un tramezzino e rimosse la carta di protezione.
Livia serrò la mascella e picchiò il palmo sul tavolo. "Elisa, cazzo, mangi sempre, quando non sai cosa fare mangi e quando sai cosa fare mangi comunque, fai schifo!"
Elisa le calciò contro una sedia. "Io faccio schifo? Stronza, cosa mi dici di quando mangiavi carne cruda e andavi a caccia di notte!"
"La piantate? Se volete ammazzarvi, fatelo fuori di qui; qui c'è gente che vorrebbe dormire." Sofia si era affacciata dalla porta scorrevole della camera, la voce irritata. "E guardandovi bene… fate schifo tutte e due. Avete sparso terra ovunque, ripulitevi e ripulite la casa. A meno che non preferiate essere pestate a sangue da una custode museale incazzata."
Elisa si voltò verso Sofia, con la mano vicina al fodero del pugnale. "Coraggio, fammi vedere cosa sai fare." Lasciò cadere a terra il tramezzino morsicato, dirigendosi velocemente verso Sofia.
Sofia superò la porta della stanza e con rapidi movimenti felini si fermò in piedi sullo schienale della poltrona, pronta a saltare su Elisa.
Un suono secco le fece trasalire: Elisa era stordita a terra con mezzo geode accanto e Marco sulla scala con l'altra metà in mano, la voce calma. "Avete finito di fare le bambine?" Guardò Livia. "Perché pensate di poter decidere tu ed Elisa in merito al corpo di Hana?" Avanzò verso Elisa. "L'unica persona che ne avrebbe diritto è Freja, sua sorella."
Sofia saltò giù dalla poltrona. "Che fine ha fatto Freja?"
"È al casale dei Gelsi," rispose Marco, risistemando il geode su una mensola che non gli apparteneva.
"Come avete spiegato la situazione a Nadia e Amani? Anche la scomparsa di Vigil, per loro sarà stato sconvolgente." Continuò Sofia.
"Ci ho pensato io, ora non ricordano." Elisa si alzò massaggiando la nuca. "Marco, me la pagherai, ma comunque grazie."
Sofia si diresse verso la cucina. "Marco, chiama Freja. Intanto preparo la colazione, ci sono molte cose di cui parlare e in questi giorni ognuno è andato per la sua strada. Ora dobbiamo capire, prima di tutto, come stiamo." Le guardò. "E voi due andate a darvi una pulita o niente colazione e questa sera a letto senza cena… E anche senza pranzo." Ridacchiò.
"Di sopra o di sotto?" chiese Livia.
Elisa si guardò attorno. "Troppa confusione, andiamo di sopra così stiamo tranquille nella vasca con le essenze."
Livia si avviò di corsa verso la scala. "Ho quello che serve: lavanda, melissa, rosmarino e calendula."
Elisa le corse dietro. "Spero che almeno mi aiuti a lavare la schiena."
La voce di Livia arrivò ovattata dal piano di sopra. "Se vuoi anche altro…"
Sofia e Marco prepararono un’abbondante colazione, sistemando sul tavolo diversi tipi di tisane e piatti di biscotti che Livia aveva imparato a fare, seguendo la ricetta di Agnese e usando il suo miele, che ormai solo lei sapeva dove trovare.
La luce del sole filtrò dalle finestre e illuminò di taglio il tavolo, quando Freja varcò la porta con il volto serio e i movimenti bruschi; si sedette senza dire una parola, trascinando rumorosamente una sedia con il piede.
Sofia si voltò, guardandola, e corrugò la fronte. "Buongiorno anche a te, Freja." Disse cordialmente. "Spero che non ti metterai anche tu a lanciare sedie." Fece una pausa. "Ti prego, almeno un sorriso, come quelli che ricordo della Serra di Dumnon."
Freja abbozzò un sorriso. "Scusami Sofia, anche tu, Marco." Portò alla bocca un biscotto. "Capisco quello che cercate di fare… ma non riesco più a sorridere, non riesco a essere felice… Per me è tutto così difficile."
Il frastuono annunciò Livia ed Elisa, che arrivarono dalle scale ridendo, indossando solo un ampio telo da bagno.
All’udire le risate, Freja posò le mani sul tavolo e fece per alzarsi, ma Sofia la trattenne con le mani sulle spalle, mormorandole: "Ricorda i momenti belli e lascia che portino la luce."
Elisa si sedette in un posto a caso. "Buongiorno a tutti. Grazie per questa colazione, ne abbiamo bisogno e…" Vide Sofia dietro Freja e si zittì.
Livia si sedette lentamente, lo sguardo sul volto di Freja. "Ciao Sofia, finalmente la tua colazione ha attirato Freja." Fece un occhiolino verso Freja. "Dopo la colazione, se te la senti, posso lavarti la schiena con un massaggio." Le mandò un bacio accompagnato da un sorriso.
Marco era vicino alla cucina. "Com'è andata la lavata alla schiena?"
Elisa morse un biscotto lentamente. "Fantastica, ho scoperto cose di Livia che tu potresti solo immaginare e senza avvicinarti alla realtà."
Freja le guardò perplessa, portando una mano alla bocca per celare un sorriso.
"Visto, Elisa? Ha funzionato." Livia stava sorridendo. "Freja, oggi cercheremo di capire e non lasceremo questo tavolo senza aver preso una decisione, fosse anche per la ricetta del pane." Allungò la mano sopra il tavolo, toccando quella di Freja. "È una promessa."
Freja le prese la mano guardandola negli occhi e poi guardò Elisa. "Se devo scegliere, credo mi farei fare il massaggio da Elisa, è stata più convincente." Sorrise di nuovo. "Ma avreste il coraggio di andare fino in fondo?"
Elisa sollevò le spalle. "Per me va bene, basta che ci sia anche Livia." Riprese a mangiare con indifferenza.
Livia ritrasse la mano arrossendo. "Ehi, ma che vi siete messe in testa?"
Sofia si mise a ridere. "Livia, mi pare che il detto sia: chi è causa del suo mal pianga se stesso…" Dopo un attimo di silenzio, si misero tutti a ridere.
Freja bevve il caffè d'orzo tornando seria. "Cosa possiamo fare? Anche la Phénix non riesce a capire. Questa notte mi hanno comunicato che le vostre classificazioni sono cambiate."
Marco posò la tazza, guardandola. "Cambiate? Come sono cambiate?"
"Hanno un indice di pericolo fuori scala, non so cosa significhi né chi aggiorni quelle informazioni." Rispose Freja, prendendo due biscotti e mettendo della marmellata in mezzo. "È comparso anche un altro nome associato a voi, antico e anch'esso pericoloso. Mi sembra sia Ghita, o qualcosa di simile, sapete chi sia?"
Gli occhi di Livia erano sbarrati, fissi su Freja. "Non è possibile… Ghita è morta sul rogo nel 1347."
"Forse stiamo affrontando la situazione nel modo sbagliato." Elisa sorseggiò la tisana. "Dovremmo guardare le informazioni come se non fossimo custodi… o quello che siamo."
Livia spostò la tazza d'impulso. "Ghita è morta, questo è certo. L’ho rivista insieme a Rhiann e Caran." Passò la mano tra i capelli. "Credo sia passata oltre con loro… ma se ora è un pericolo associato a noi, significa che in qualche modo è parte di quanto sta accadendo." Spostò lo sguardo su Elisa. "Quando è morta non sapeva di essere parte del nostro mondo; qualcosa è cambiato quando gli ascesi mi hanno portato da lei, o mentre accadeva quello che mi hanno mostrato."
Elisa era infastidita e sistemò il telo da bagno sul corpo. "Le vostre visioni sono un casino, è complesso capire quanto sia presente e quanto appartenga a un altro momento, o addirittura voglia dire altro." Fece scorrere lo sguardo. "Per confondervi meglio… avete notato che, dopo quasi una settimana dal sisma, non è successo altro? Niente eventi catastrofici nel mondo e la gente sta già tornando alla normalità… l'uomo ha la capacità di dimenticare velocemente."
Marco annuì. "La comunità scientifica continua a porsi domande, ma i discorsi assumono sempre più toni da professionisti, fuori dalla portata di chi non conosce gli argomenti." Guardò Elisa. "Per le persone sta diventando troppo complicato; ci sono disordini in alcune regioni, ma si stanno spegnendo. "
Elisa si alzò di scatto. "Livia, ne ho piene le scatole di questo coso!" Lasciò cadere a terra il telo da bagno. "Ora va meglio."
Livia le sorrise, vedendola sedersi con i calzoni corti e una maglietta senza spalline, per poi liberarsi a sua volta del telo.
Freja le guardò per un attimo scuotendo la testa. "Siete proprio al di fuori di ogni logica. Comunque sembra che tutto si stia concentrando attorno a voi Custodi."
Marco scosse il capo sporgendosi in avanti. "Non solo su di noi. Anche tu sei parte di questa cosa: il tuo gesto a Volterra, in qualche modo, ti ha portato dentro." Fece una breve pausa. "Sei parte di questo casino." Allargò leggermente le mani.
Anche Sofia si era seduta. "Gjallarhorn è arrivato nel momento in cui serviva." La voce calma. "Probabilmente se non fossi caduta in quella galleria, lo avrei trovato in un altro modo." Guardò Freja intensamente. "Inoltre la mia caduta ha fatto sì che Freja venisse mandata a cercarmi… Freja è sorella di Hana… Hana ci ha aiutato a fermare l’entità, o quello che lei è diventata."
"Vuoi dire che in qualche modo siamo tutti collegati e guidati in un cammino, come marionette in un teatrino?" Freja sostenne lo sguardo di Sofia. "Siamo di nuovo al discorso sui burattini…" Fece una smorfia.
Sofia bevve la tisana, vuotando la tazza. "In realtà credo di no; è come se ci fossero delle cose che devono accadere, in un modo o in un altro. Ma solo cose precise." Sospirò. "Diciamo che, se fossi andata al mare, magari avrei trovato il corno sotto l’asciugamano."
Elisa aveva ascoltato con attenzione. "Mi sembra che possa essere la strada giusta. Per quanto sapevamo, gli ascesi intervengono per dare indicazioni e non per cambiare le cose. In qualche modo questo fenomeno è simile."
"Simile, forse." Livia era seria. "Non sembra legato agli ascesi, è altro, forse più esterno e complesso. Gli oggetti non sono casuali e interferiscono con noi, ma non in modo attivo… lo fanno quando non possiamo agire da soli."
"Se Sofia fosse andata al mare, non avrebbe avuto bisogno di me." Disse Freja.
Sofia rise. "E come fai a dirlo?" Versò altra tisana. "Qualche situazione avrebbe potuto isolarmi e richiedere il tuo intervento, magari senza che mi rompessi una gamba. Poi il resto sarebbe venuto da solo." Fece una pausa. "E comunque io non vado al mare."
Freja si alzò pensierosa. "Tu, Livia, hai detto di aver incontrato quella cosa al Mitreo di Sutri e forse alla radura." Tacque un attimo. "La breccia di Volterra era forse un passaggio, che ora è chiuso, ma forse quello del Mitreo è ancora aperto in attesa."
Elisa annuì fermamente. "Ha ragione, lì esiste un varco ed esiste da sempre. Potremmo fare un esperimento e provare a varcarlo, o a vederci attraverso."
"E cosa vorreste fare, cosa avete in mente?" Chiese Livia incuriosita.
Fu Freja a rispondere. "Andiamo al Mitreo. Io farò da ancora, come a Volterra, e voi vi legherete alla Rete… se siamo sulla strada giusta, il varco dovrebbe aprirsi e dovremmo vedere di nuovo qualcuno… forse Hana."
Livia la guardò. "Sei sicura di volerlo fare? Potremmo anche ritrovarci ad affrontare un'altra Ombra Oscura."
Il silenzio calò nella stanza e tutti gli sguardi si fermarono su Freja. Il momento parve interminabile. "Sì, sono sicura. Come sono sicura che i vostri giocattoli ci proteggeranno, insieme a Hana."
Marco scosse il capo. "Non sono contro il vostro progetto, ma potrebbe succedere qualsiasi cosa. Vorrei inoltre ricordarvi che non basta bussare per entrare al Mitreo di Sutri."
Livia sorrise e si alzò senza esitazione. "Ho un piano e non dobbiamo sembrare turisti, andiamo a cambiarci, tutti." Si diresse verso le scale. "Tutti vestiti comodi, ma istituzionali."
Arrivarono al Mitreo in tarda mattinata. L’area era transennata, con il nastro bianco e rosso tirato lungo il perimetro e un cartello provvisorio che indicava la chiusura per verifiche strutturali. Due uomini erano presenti all’ingresso, uno appoggiato alla barriera, l’altro con un tablet tra le mani.
Livia rallentò, osservando la scena senza fermarsi, notando che non c’era confusione, nessun gruppo di visitatori, solo silenzio e lavoro. "Buongiorno," disse avvicinandosi con naturalezza agli agenti. "Siamo qui per il sopralluogo." Il tono era sicuro e cordiale, con un ampio sorriso sul volto.
L’uomo con il tablet alzò lo sguardo, studiandoli. "Quale sopralluogo?" Sospirò spostando goffamente le dita sullo schermo del tablet. "Siete il terzo gruppo questa mattina."
Livia non esitò. "Dobbiamo fare altre verifiche dopo il casino dei giorni scorsi." Sbuffò contrariata. "E ci hanno girato la segnalazione ieri sera, una collega è arrivata questa mattina dalla Toscana e un'altra dall'Umbria ha viaggiato tutta la notte." Fece un mezzo passo di lato, indicando gli altri. "Siamo in cinque per la parte tecnica e la raccolta dei dati."
Elisa annuì appena. "Analisi dei contesti e delle superfici."
Sofia restò composta, lo sguardo fermo. "Sicurezza ambientale, e sono quella arrivata dalla Toscana, dove sarei rimasta volentieri."
Marco sollevò leggermente il laptop che aveva con sé. "Registrazione e controllo dati."
Freja fece un passo avanti, tirando fuori il documento. Non lo agitò, lo mostrò e basta. "Supporto logistico. Spero ci abbiano registrati." Guardò i compagni. "Se qualcuno si è dimenticato di segnarlo… Tutti a casa e al diavolo le rovine archeologiche, o quel cavolo che sono." Il tono era scocciato.
L’uomo esitò un istante, ridacchiando, prima di guardare l’altro. "Ci hanno detto che sarebbe stato un continuo passaggio e voi non ci siete." Guardò un attimo Freja e poi Livia, su cui si soffermò. "Vi capisco, noi siamo al secondo turno e credo copriremo anche il terzo… Quello che è successo ha richiesto tutti gli effettivi e noi siamo stati mobilitati dal Molise."
Freja allargò le braccia girandosi e guardando il cielo. "Burocrati, tanto loro sono seduti in ufficio con l'aria condizionata." La voce era irritata.
L'agente sorrise. "Rispetto ai precedenti, voi non mi sembrate burocrati… Entrate, e state attenti dentro. Potrebbe non essere stabile."
Livia sorrise ammiccante. "È rimasto in piedi per duemila anni, non penso che il tremore dei giorni scorsi lo farà crollare." Passò, facendo un occhiolino ai due uomini e fingendo di inciampare su una pietra, finendo con il corpo contro uno di loro.
L’uomo la sorresse, arrossendo mentre le mani finivano su punti delicati, per poi lasciarla andare. I due li guardarono passare, commentando tra loro e indicando Livia, per poi ridere.
Arrivarono rapidamente alla scala, dove Freja guardò la porta chiusa. "La devo scassinare o uso l'esplosivo?" Il tono era scocciato.
Livia le passò accanto sorridendo, sventolandole le chiavi di fronte al naso. "Secondo te mi sono fatta palpare, ovunque, tanto per passare il tempo?" Sbloccò il lucchetto e aprì la porta.
Freja la guardò ridendo. "Conoscendoti, e dopo la colazione, poteva essere plausibile…"
Il luogo era silenzioso, ma, data la situazione, era illuminato con luci aggiuntive. Percorsero il corridoio, controllando le pareti e cercando segni di danni strutturali, che non trovarono, poi varcarono il velo, entrando nella cella segreta.
Il mandala era dove lo ricordavano, ma era diverso: i disegni erano cambiati rispetto all’ultima volta, ed Elisa si avvicinò facendolo notare. "La trama è cambiata, in qualche modo gli eventi di Volterra hanno influenzato il mandala."
"È possibile." Disse Sofia. "Com'è accaduto al metallo della spada di Freja… Potrebbe però dipendere da altro."
Freja raggiunse il centro del mandala, restando in piedi con le braccia lungo i fianchi e guardando verso l'ingresso. "Non perdiamo tempo e facciamolo, è quello per cui siamo venuti… Prima che qualcuno decida di venirci a controllare."
Livia prese lo smartphone fotografandola. "Rilassa il corpo… Più naturale."
"Livia, capisco il tuo interesse, ma Freja ha ragione, siamo qui per questo. Facciamolo e togliamoci il pensiero," replicò Marco, prendendo posto alle sue spalle.
Livia si posizionò di fronte a lei riponendo lo smartphone, mentre Sofia si sistemò alla sinistra ed Elisa alla destra, tutti sulla circonferenza del mandala rivolti verso Freja.
Elisa abbozzò un sorriso. "Prima di iniziare, vorrei precisare che ho chiesto io le fotografie di Freja, ci servono per promuovere l'agriturismo."
Freja sbuffò guardando Elisa. "Almeno fotografatemi in costume, altrimenti la promozione diventa ai Gelsi, il luogo di chi si veste male."
I loro respiri si sincronizzarono, diventando uno solo, mentre le mani restavano morbide lungo i fianchi e gli sguardi fissi verso la testa di Freja. Potevano sentire il tempo passare nei muscoli, mentre non accadeva niente: erano solo cinque persone ferme in un cerchio colorato sul pavimento.
Livia spostò leggermente lo sguardo, cercando quello di Elisa, e vide il vapore bianco uscire dal naso e la luce farsi ombra, poi oscurità. Il freddo pungeva la pelle tanto da diventare dolore, ma non poteva urlare. Sentì Marco nella sua testa, e anche lui stava soffrendo; poi arrivarono Sofia ed Elisa.
Credette di svenire, ma tutto cambiò e si trovò in cerchio in un prato, sotto la luce di un sole che era diverso e più caldo. Freja era al centro, ma il suo corpo era etereo e tremolante, fino a quando cambiò e non fu più soltanto Freja: erano Hana e Freja unite, entrambe nello stesso spazio, ed entrambe sorridevano.
Il loro sorriso si incrinò e Hana aprì la bocca urlando, ma non era un suono che si potesse ascoltare: li colpì dall’interno, come una pressione improvvisa che cercava spazio nei loro corpi. Subito dopo Freja portò le mani eteree alla testa, urlando allo stesso modo per un dolore senza confini.
Livia si piegò portando le mani alla testa con il respiro spezzato, per un dolore che non aveva origine; era semplicemente ovunque. Marco serrò i denti, Sofia portò una mano al petto, cercando aria, Elisa portò le mani alla vita, come se qualcosa la aprisse dall'interno.
La luce tremò e il prato si deformò, con il sole che si spense in un’ombra improvvisa e poi tutto crollò.
Freja era distesa a terra, lungo il mandala, con il respiro spezzato. "No… no…" sussurrò, senza voce. "Era lì… era lì…" Le dita graffiarono la pietra, come se potesse trattenere qualcosa che stava svanendo. "Non di nuovo…"
Livia era inginocchiata contro la parete con una mano ancora premuta alla tempia e gli occhi socchiusi; anche Marco era contro una parete, ma steso, con il petto che si alzava a fatica. Sofia era invece piegata vicino al centro, una mano a terra per reggersi, l’altra ancora stretta al petto, mentre Elisa era sulla panca di pietra, le mani sul ventre.
Livia cercò di alzarsi, ma il corpo ancora non rispondeva. "Fr… Freja…" La voce usciva a fatica, mentre Freja era caduta in un silenzio innaturale, segnato solo dalle lacrime che cadevano a terra.
Livia provò di nuovo ad alzarsi e poi a strisciare, ma non riusciva a coordinare la propria volontà con il proprio corpo. "Qual… qualcuno… riesce a muoversi?"
Sofia si puntellò con le braccia sul terreno, sollevandosi lentamente. "Maledetta la rete, le soglie, i custodi, i mandala e tutto quello che ci gira attorno…" mugugnò a denti stretti, in un mezzo dialetto toscano. "Non riesco a muovermi, non sento il corpo."
Dopo una mezz’ora riuscirono a rimettersi in piedi, con passo incerto, ancora traballanti, ma potevano cercare di uscire dalla caverna per tornare al casale del Poggio. Il problema era Freja, silenziosa e priva di ogni reattività: camminava solo se spinta a farlo e mormorava continuamente il nome di Hana e frasi prive di senso.
Marco si fermò trattenendo Freja. "Signore, non possiamo uscire in queste condizioni, guardatela… E non possiamo nemmeno usare il passaggio, gli agenti si aspetteranno di vederci tornare." disse Marco, preoccupato.
"Hai ragione," disse Livia con voce stanca. "Ho una mezza idea, sperando che gli agenti mi credano. Intanto avviamoci all’uscita e diamoci una sistemata, anche ai vestiti." Sistemò i capelli aprendoli sulle spalle e poi i vestiti, togliendo gli eccessi di polvere e terriccio.
"Cosa hai in mente?" Chiese Elisa finendo di ripulirsi e iniziando a sistemare Freja, che aveva iniziato a mugugnare.
Sofia prese un respiro profondo e aprì la porta, bloccandosi. "Il sole è calato. Siamo rimasti dentro per ore."
Livia sorrise, superandola e scendendo la scala. "Elisa, non so di preciso. Se è buio potrebbero esserci altri agenti e saremo meno distinguibili." Accelerò il passo. "Voi seguitemi e restate in disparte con Freja, in modo che vi vedano, ma non chiaramente." Sbuffò. "E devo anche restituire le chiavi."
Sofia e Marco si posizionarono in modo da sorreggere Freja e nasconderla alla vista, con Elisa poco dietro, e iniziarono a parlare in modo concitato degli etruschi e delle rovine, mentre si dirigevano verso l'uscita e gli agenti.
Livia si diresse verso gli agenti, zoppicando e con un'espressione di dolore sul volto; i capelli neri le oscillavano sulle spalle e la scollatura, con un bottone mancante, era più ampia. "Per ora abbiamo finito e dentro è stabile." Si avvicinò restando a un passo. "Ma siete ancora voi? Non ho parole."
L'agente le sorrise. "Già, spero arrivi il cambio." La guardò. "Cosa le è successo?"
Livia sospirò spostando indietro la testa. "Sono scivolata sulla scala, mentre uscivamo." Sollevò leggermente la gamba abbassando lo sguardo sulla caviglia. "Caviglia slogata… Nel nostro lavoro è un'incidente frequente." Corrugò la fronte. "Quelle sono chiavi? Sono vostre?"
"Accidenti, devono essere cadute al collega." L'agente le raccolse con indifferenza, mantenendo per un attimo lo sguardo sulla scollatura di Livia.
L'altro agente si avvicinò. "Stavamo per venire a cercarvi. Dovremmo controllare che non abbiate preso qualcosa… è la procedura." Sospirò sorridendo. "Dobbiamo farlo o ci giuri che non avete preso niente?"
Livia sollevò le spalle. "Come è meglio per voi, al massimo possiamo aver preso dei sassi." Spostò lo sguardo verso gli altri. "La nostra collega sta male, è diabetica, ha avuto un’ipoglicemia. Le abbiamo dato una bevanda zuccherina, ma ha bisogno di mangiare."
Gli agenti si guardarono rapidamente annuendo. "Andate pure e occupatevi della vostra collega." Uno dei due abbozzò un sorriso.
Livia fece un cenno ai colleghi, che si avviarono verso il fuoristrada, poi tornò con lo sguardo sugli agenti. "Avete un pezzo di carta?"
L'agente estrasse un cartoncino dal taschino porgendoglielo e Livia allungò la mano prendendo la penna dal medesimo taschino, per poi scrivere qualcosa.
"Ecco, quando finite il turno chiamatemi, se la caviglia regge, possiamo cenare insieme." Sorrise porgendo il biglietto. "Offro io, per il lavoro che state facendo è il minimo che possa fare."
○ ○ ○
Elisa guidò lungo la strada poco illuminata con il sole ormai calato. Marco e Sofia erano al suo fianco e lui si girò leggermente verso Livia, dietro. "Sei diventata una contaballe da premio Nobel. Pensare che quando ti ho conosciuta eri tutta precisina e timidina." Si mise a ridere. "Cosa hai dato agli agenti?"
"Marco, la necessità insegna e temevo che ci scoprissero." Rise a sua volta. "Gli ho lasciato il numero di Elisa, per una cena a fine turno."
Elisa le rispose seccata. "Come sarebbe il mio numero? Non ho la minima intenzione di uscire a cena e magari fare altro con loro!"
Livia sollevò le spalle. "Se chiamano puoi sempre dire che mi si è gonfiata la caviglia, inoltre mi sono sembrati simpatici." Si fece seria. "Comunque una cena è il minimo che puoi fare, visto che io già mi sono fatta palpeggiare e guardare nella scollatura; mi sono stancata di usare il mio corpo per toglierci dai casini."
Sofia abbozzò un sorriso, guardando la strada. "Livia, non lamentarti, sei quella più adatta per questo genere di depistaggio."
Elisa rallentò in una stretta curva tra gli alberi e Freja si mosse all’improvviso, colpendo Livia sotto il costato e sbattendole con forza la testa contro il finestrino; subito dopo si spostò sull’altro lato dell’auto, gettandosi fuori per sparire nel bosco.
Elisa inchiodò e Sofia e Marco uscirono rincorrendola. "Livia!" Elisa si girò e la vide priva di sensi contro la portiera, il finestrino crepato e macchiato di sangue.
Scavalcò i sedili per raggiungere Livia e controllarle il respiro, per poi stenderla lentamente lungo il sedile posteriore. "Almeno sei viva."
Livia aprì gli occhi, cercò di alzarsi e crollò con una smorfia. "Che è successo?" Portò la mano al fianco destro.
"Freja ti ha steso ed è scappata." Guardò fuori. "Marco e Sofia la stanno seguendo… devo spostare la macchina, siamo in una brutta posizione." Scavalcò di nuovo i sedili, tornando al posto di guida. "Tu come stai? Resta immobile!"
"Le costole sono rotte." Livia non riusciva ad alzarsi per il dolore. "Quella puttana mi ha rotto le costole." Si aggrappò al sedile del passeggero, tirandosi su, con il dolore sul volto, la mascella serrata.
"Ti ho detto di restare immobile!" Elisa era furiosa e fermò la macchina in uno sterrato a margine della strada.
Livia tossì e il sangue le rigò il volto uscendo con forza dalla bocca e dal naso, per poi svenire sul sedile.
○ ○ ○
Il segnale di chiamata si accese sul monitor di Althea, che rispose spostando appena la mano. "Arthur, anche tu sei ancora in piedi?"
"Ciao Althea. Serata lunga." Arthur era nervoso e il volto si girava spesso verso qualcuno che gli stava al fianco. "Sta succedendo qualcosa, non riusciamo a capire. Dove sei?"
"Al livello diciotto." Althea era seria e iniziò a digitare. "Non è possibile, ti mando delle unità alla Serra, tenetevi pronti."
Arthur rimase un attimo in silenzio. "Stiamo perdendo il controllo, lo pensi anche tu?"
Althea annuì. "Sì, potremmo dover intervenire direttamente."
Arthur sospirò. "Spero non sia necessario, preparo le unità."
○ ○ ○
"Stupida testarda, ti avevo detto di restare giù." Uscì dalla macchina, aprendo la portiera posteriore dal lato della testa di Livia. Le mani si muovevano da sole: sollevò la maglietta, notando il livido che si allargava rapidamente e sentendo il suono di un polmone collassato. "Stupida! Stupida! Stupida!" Posò le mani sulla lesione e chiuse gli occhi; il tempo passò e sentì Livia tossire e poi respirare. Lentamente scivolò a sedere di fianco alla macchina.
Marco sentì troppo tardi il ramo spezzarsi alle sue spalle. In un istante sentì la gamba bloccata da quella di lei e il braccio che gli cingeva la gola da dietro, facendolo cadere su chi lo stava attaccando, senza che la presa al collo si allentasse, mentre l'altra mano si chiudeva sul polso aumentando la pressione.
Marco portò le mani sull'avambraccio e trovò il tessuto, ma non la leva; la pressione si ridusse mentre il corpo di lei ruotava, facendolo ritrovare con il lato del volto premuto al suolo, la pressione di un ginocchio nel centro della schiena e un dolore lanciante al fianco. Qualcosa lo colpì dietro la testa, e gli alberi persero il contorno. Poi sparirono.
Freja uscì dalla vegetazione a una decina di metri da Sofia, la maglietta stracciata su un lato e macchiata di sangue, ma non si fermò: la vide e le girò attorno come se Sofia fosse un elemento del paesaggio da aggirare, non una persona.
Sofia la vide e, nella luce della torcia da polso, vide il sangue sulla maglietta e sul fodero del pugnale; restando immobile, spense la luce, sentendola correre tra i rami, allontanandosi, e poi il suono cambiò, avvicinandosi rapidamente, finché se la trovò di fronte a pochi metri.
"Freja." La voce era ferma, senza urgenza.
Nessuna risposta. Continuò a muoversi sul perimetro, le spalle curve, il respiro alto nel torace.
Sofia si girò seguendola con lo sguardo, senza spostarsi. "Freja, sono Sofia, guardami."
Il movimento cambiò: più lento, concentrato. Sofia riconobbe quello spostamento del peso, quel modo di abbassare il baricentro che non apparteneva alla fuga, ma non fece in tempo a completare il pensiero: la vide arrivare in uno scatto, bassa e rapida, mirando al fianco sinistro con un colpo d’avambraccio. Sofia ruotò il busto, lasciandola scorrere senza colpire. Si ritrovarono schiena contro schiena per una frazione di secondo, poi si separarono di nuovo.
"Freja, non voglio combatterti."
Freja non rispose e tornò in posizione, gli occhi fissi su di lei ma senza riconoscerla, come se la guardasse attraverso. Il pugnale era in mano, la lama sporca di sangue.
Il secondo attacco fu diverso: un calcio laterale, il peso del corpo tutto dietro, il piede al petto. Sofia lo deviò con l’avambraccio destro, assorbendo l’impatto, e la spinta la portò indietro di un passo. Sentì il braccio cedere per il dolore: Freja era forte, più forte e più allenata di lei, con la forza amplificata da qualcosa che si era rotto dentro.
Non rispose al colpo. Si riposizionò, mani aperte e basse. Il bosco era tranquillo attorno a loro, qualche ramo mosso dal vento, la luce delle stelle e quella dei poderi filtrate e spezzate tra le chiome.
Freja attaccò di nuovo, tre colpi rapidi in sequenza, il terzo basso verso le ginocchia. Sofia cedette terreno su tutti e tre, deviando il minimo necessario, senza chiudere mai lo spazio. Non cercò aperture. Non cercò di bloccarla, prenderle un polso, portarla a terra: ogni mossa che avesse puntato a dominare avrebbe trasformato quello scambio in qualcosa di diverso, qualcosa che Freja capiva e a cui avrebbe risposto con tutta la tecnica che aveva. Invece cedette ancora un passo, poi un altro.
Freja si fermò, ansimando. Qualcosa nella postura era cambiato: non la tregua di chi è esausto, ma il momento sospeso di chi perde il filo di dove si trova. Sofia rimase ferma, fuori distanza. Vide il volto leggermente illuminato: non era il volto di Freja, era quello di una belva braccata.
Avrebbe potuto attaccare in quel momento, avrebbe potuto chiudere la distanza e fermarla. Scelse di non farlo, non perché non fosse in grado, ma perché aveva capito che vincere non era possibile in quel modo: non su Freja, non ora. Portarla a terra sarebbe stato solo un altro trauma impresso in un corpo che ne aveva già troppi.
Sofia scattò, sottraendosi alla lotta e sparendo nel bosco. Sentiva la Rete e vedeva il bosco come se fosse giorno, anche meglio. Spostò il peso sulle gambe e saltò, afferrando un ramo con le mani e issandosi su un albero, acquattata ad aspettare.
Poteva vedere Freja immobile, che la cercava, il volto e il corpo segnati dalla vegetazione, che aveva strappato anche i vestiti in più punti. Capì che si orientava grazie all’istinto e agli anni di allenamento nella Phénix: avrebbe potuto trovarla, ma la vide ripartire nella corsa.
Sofia saltò su un albero vicino, ripercorrendo a ritroso il cammino che aveva portato Freja da lei, trovando in pochi minuti Marco ferito a terra, con il respiro debole e il sangue sul terreno al suo fianco.
Con delle pietre creò un recipiente sul terreno, in cui posizionò uno strato di aghi di pino, lo smartphone inutile e uno strato di erba secca, lasciando cadere pesantemente una pietra sopra il telefono, spaccandolo. Per finire avvicinò l'accendino all'erba secca, allontanandosi e attendendo.
Pochi minuti dopo un'esplosione scosse il bosco, accompagnata da un'intensa fiamma verticale tra le pietre.
Sofia si lanciò di nuovo all'inseguimento di Freja. "Elisa, ora tocca a te…" Mormorò salendo su un ramo.
Due volte Freja si fermò di colpo. Sofia si immobilizzò entrambe le volte, aspettando che riprendesse a muoversi; la seconda volta Freja cambiò direzione verso un tratto più rado, dove Sofia sarebbe stata allo scoperto. Sofia allungò il percorso tra gli alberi, rientrando alle spalle da un angolo diverso, e riconobbe le querce più vecchie, capendo dove Freja stava andando.
La vide arrivare dal bordo della radura, restando nascosta tra gli alberi. Freja si fermò sull’erba ai margini, poi avanzò verso i noccioli giovani al centro e si abbassò vicino alla lapide di Hana, inginocchiandosi sul terreno e spingendo le dita all’interno, strappando la terra. Le spalle erano scosse dal pianto, il suono basso e irregolare di chi non riesce più a trattenere niente.
Sofia rimase al margine, dentro gli alberi, guardandola scavare sulla tomba finché le braccia non cedettero e rimase con la faccia premuta sulla terra smossa, le mani ancora dentro, il respiro che si spezzava a scosse uguali.
Sofia restò in disparte; le vedeva entrambe nella Rete: la mano di Freja conficcata nella terra e poco al di sotto la mano di Hana persa nella terra, come due sorelle che correvano tenendosi per mano.
Sentì il respiro cambiare, spezzarsi, interrompersi per un lungo momento e poi riprendersi. La mano uscì dal terreno, rigata di sangue mescolato alla terra, raggiungendo la sommità della lapide. Il corpo si tese e le ginocchia si piegarono, sollevandolo, mentre Gleipnir lasciava la lapide scorrendo lungo il polso e il corpo di Freja, prendendo la forma di una collana antica al suo collo, allo stesso tempo antica e moderna. Un sorriso emerse sul volto di Freja, prima che lei perdesse i sensi.
Stava albeggiando sul casale del Poggio e Livia era stesa sul divano, con Marco ed Elisa affondati di fronte nelle poltrone; i volti erano provati e portavano ancora i segni della notte sul corpo e sugli abiti.
Marco socchiuse gli occhi. "Mi sento ancora a pezzi, ma sono vivo." Sospirò, continuando con calma. "Non so cosa sia successo là sotto, ma Freja ne è uscita male. Mi ha abbattuto in pochi secondi e, dopo avermi stordito, mi ha pugnalato. Credo volesse uccidermi, lentamente."
Livia abbozzò un sorriso. "Lo credi solo?" Si girò leggermente verso di loro, dolorante. "Mi ha stordita contro il finestrino e nello stesso momento mi ha bucato un polmone spezzandomi le costole. Se non ci fosse stata Elisa sarei morta."
"Anche Marco sarebbe morto." Elisa era incolume, ma stanca. "Sofia ha creato un segnale che mi ha permesso di raggiungerti. Di Sofia non ci sono notizie e nemmeno di Freja."
"Livia, ho la sensazione che tu stia messa peggio di me, ma non credo sia solo una sensazione." Marco la guardò, ancora con gli abiti sporchi di sangue.
"Fottiti…" Livia gli sorrise. "Non pensavo potesse agire così velocemente, non ho nemmeno compreso cosa stesse accadendo." Guardò Elisa. "Anche tu non sei messa bene."
Elisa si era spostata in cucina e stava armeggiando con le tisane. "Non dimenticate che Freja è una combattente della Phénix e conosce l'anatomia umana…" Fece una pausa mentre versava la tisana di achillea sul miele grezzo. "Per quanto riguarda la guarigione, ho fatto quanto necessario, temendo di dover curare anche gli altri, e non sappiamo ancora niente di Sofia."
Livia si sollevò mettendosi a sedere, con una smorfia sul volto. "Mi servirebbe qualcosa per il dolore, l'achillea va bene, ma non serve per quello." Ispiro ed espiro con prudenza. "Le costole fanno ancora male, non sono completamente sistemate. Dovremmo andare a cercare Sofia e non dimenticare che Freja è una minaccia letale."
Marco si raddrizzò sulla poltrona. "A me fa male la schiena, Freja ha un ginocchio letale, ma fortunatamente non ho ossa rotte."
Elisa porse le due tisane. "Per ora bevete questa, è utile per le emorragie interne, non che sia necessaria, ma male non fa. Il miele ricarica le batterie." Sorrise serena. "Prima che me lo chiediate, io mi prendo la melissa."
"Aprite!" La voce di Sofia arrivò dal portico.
Elisa aprì immediatamente, aiutandola; la videro entrare con Freja in braccio. "La sto portando dalla radura ed è messa male… Io sono a pezzi."
Elisa era già al suo fianco. "Ultimo sforzo, sulla poltrona… Cosa le è successo? Sei stata tu, Sofia?"
Livia si alzò, spostandosi sulla poltrona. "Mettetela sul divano…"
Raggiunto il divano, Sofia si fece da parte e lasciò che Elisa sistemasse meglio Freja. "Ha fatto tutto da sola. Ho provato a fermarla, ma combattere sarebbe stato inutile: mi avrebbe uccisa e ci ha provato." Si sedette sul bracciolo della poltrona di Livia. "Allora mi sono ritirata e l'ho seguita. Stava scavando la tomba di Hana… poi è crollata." Indicò il collo con una mano. "Ora Gleipnir è lì."
Livia la guardò fugacemente. "Con te ci ha provato, con me e Marco ci è quasi riuscita."
Elisa aveva sistemato Freja sul pavimento, allontanando il divano con il piede. "Prima devo individuare le ferite, dobbiamo ripulirla. Le dita delle mani sono distrutte…"
Sofia si sistemò dietro la testa di Freja, posando delicatamente le mani sulle sue spalle. "Se si sveglia in preda alla follia, preferisco essere pronta. E posso darti una mano."
"La parte messa peggio sono le mani. La respirazione è lenta e regolare, sembra stia dormendo," disse Elisa, mentre Livia e Marco tornavano con le bacinelle e molte salviette.
"Portandola qui, ho avuto anch'io la sensazione che stesse dormendo e non fosse svenuta," disse Sofia. "Sono anche stata tentata di buttarla nel laghetto." Sorrisero tutti.
Elisa estrasse Carnwennan tagliandole gli abiti e scoprendole il corpo. "Mi serve luce."
Livia porse una salvietta umida a Elisa, mentre Marco spostava una lampada a sospensione.
Elisa sospirò pulendo il corpo con l'aiuto di Sofia, parlando con calma. "Sta meglio di quanto sembri, sicuramente sta meglio di voi due. Potrei intervenire subito, ma preferisco agire solo dove serve; va ripulita per bene."
Livia guardò il corpo di Freja. "Potresti ridurre anche quella cicatrice?"
Elisa annuì. "Sì, potrei, ma non credo che lei ne sarebbe felice. Credo che per lei sia importante."
Lentamente passarono le salviette sul corpo di Freja, rimuovendo il fango e il sangue e strizzandole più volte nelle bacinelle, sostituendo l’acqua ormai scura con altra pulita, in una routine che sembrò non finire mai.
"Il corpo non ha lesioni visibili, solo graffi," disse Sofia dopo averla osservata con attenzione. "Le mani sono un’altra storia." Distolse lo sguardo per un istante. "Le dita sono spezzate in più punti, mancano intere porzioni di carne e anche i palmi sono profondamente lacerati, in alcuni punti si vedono le ossa." Tornò a guardare Elisa. "Ce la fai?"
Elisa non rispose, prese le mani di Freja tra le sue, percependo il calore del sangue e la carne che cedeva senza sostegno; la Rete salì dentro di lei, ma c'era altro, una presenza che la fece piangere. Videro il sangue ridursi, le ferite chiudersi, le dita riprendere forma e, dopo un tempo che parve lunghissimo, videro delle mani, arrossate, ma integre.
Elisa immerse le mani nella bacinella e l’acqua diventò rossastra al contatto con il sangue di Freja, poi li guardò con gli occhi umidi. "Ho sentito Vigil, era con me." Tirò su con il naso.
"Allora non è un caso che Gleipnir sia diventato la sua collana," disse Livia. "E anche una bella collana, sembra moderna, ma i dettagli le danno un aspetto antico."
"Va bene, restauratrice," la interruppe Sofia. "E con lei cosa facciamo?"
Elisa sorrise. "Nulla di che, la facciamo alzare." Estrasse una mano dall’acqua e assestò a Freja un sonoro schiaffo sulla guancia.
La testa di Freja si piegò di lato e il rossore comparve subito nel punto dello schiaffo. Le braccia di Sofia si tesero quando sentì le sue spalle irrigidirsi e sollevarsi; poi gli occhi si aprirono, spaesati, mentre alcuni colpi di tosse si mescolavano al pianto.
Le lasciarono spazio, permettendole di sollevarsi da sola fino a sedersi sul pavimento. Si raccolse su sé stessa, stringendosi le gambe al petto. Lo sguardo passò su ognuno di loro, ancora duro e diffidente, ma attraversato da una fragilità profondamente umana. Nessuno parlò e nessuno si mosse.
Lo sguardo di Freja si abbassò sul proprio corpo. "Che ci faccio nuda?" Si irrigidì.
Elisa si appoggiò al fianco del divano. "Sei nuda ma viva e ringrazia che ti abbia curata." Sbuffò irritata. "Ci hai quasi ammazzato tutti, stronza!"
Marco le appoggiò una coperta sulle spalle; Freja la sistemò istintivamente sul corpo, con il volto a tratti ancora simile a quello di una belva in trappola.
Livia le porse una mano. "Riesci ad alzarti? Ricordi qualcosa?"
Freja afferrò la sua mano, con diffidenza, e si rimise in piedi, cogliendo la smorfia di dolore che attraversò il volto di Livia. "Ricordo ogni cosa, ogni dettaglio." Lo sguardo si velò. "Ricordo che avevo deciso di uccidervi."
"Lo hai quasi fatto," rispose Elisa, restando seduta. "Fortunatamente ero nel posto giusto." Nella voce c’era una rabbia reale.
Marco le porse una delle tisane. "Bevi, ti aiuterà." Il tono era serio. "Poi metteremo insieme i pezzi. Questo non è il momento per accuse e recriminazioni." Guardò Elisa dall’alto. "Siamo stati travolti da qualcosa fuori dalla nostra portata, che ha messo a rischio la sua vita e poi le nostre."
Elisa si avviò in cucina, prendendo il vaso dei biscotti. "Mi chiedo come una ragazzina abbia potuto fare quello che ha fatto lei in una notte."
Freja la guardò, avvolta nella coperta. "Non è l'età che definisce cosa sei." Lasciò cadere la coperta girandosi di spalle. "La prima di queste, la più estesa, è sul mio corpo da un decennio. Posso sembrare una ragazzina, ma la mia vita è iniziata presto e non in modo facile."
Elisa masticò un biscotto. "Freja, questo lo avevo capito, ma resta il fatto che sei giovane e non basta l'addestramento a creare una macchina da guerra." Le porse un biscotto.
○ ○ ○
Passarono le ore successive riprendendo le forze e lavandosi di dosso i resti della notte, sfruttando anche i bagni del Casale della Quercia, che offrivano più comfort di quelli del Casale del Poggio. Quando si ritrovarono al Lago delle Tre Brecce, la mattinata era ormai trascorsa.
Marco ed Elisa arrivarono dal sentiero che scendeva al Lago delle Tre Brecce in silenzio, entrambi assorti nei propri pensieri. Marco indossava soltanto un paio di calzoncini corti e una maglietta leggera, mentre Elisa portava un costume intero rosso che risaltava nel verde del bosco.
Quando gli alberi si aprirono sulla riva, li accolse una scena sorprendentemente quieta.
Freja era seduta su una grande pietra liscia, indossava un bikini verde navy apparso chissà da dove, ma che sembrava fatto apposta per lei. I capelli chiari, ancora umidi, brillavano nel sole del pomeriggio, che ne accendeva i riflessi dorati.
Poco più in là, Sofia era seduta sulla riva con i piedi nell’acqua. Indossava una leggera tunica color crema, poco più di una maglietta lunga fino al ginocchio, stretta in vita da un nastro annodato con semplicità.
Accanto a lei, Livia, con i pantaloni cargo e la maglietta bianca, contrastava con l’abbigliamento delle altre, ma su di lei avevano la stessa naturalezza di un abito elegante. Una mano giocherellava distrattamente con un sassolino, mentre lo sguardo era perso nel riflesso del sole sull’acqua.
Freja li vide arrivare e prese un respiro profondo. "Ora che siamo tutti qui, devo scusarmi con voi." Il tono era basso. "Vi ho attaccati come una pazza, nonostante il mio addestramento, ed è ingiustificabile. È meglio che torni alla Phénix per alcuni controlli e smetta di essere un pericolo per voi."
Elisa si staccò da Marco e si portò davanti a Freja, fermandosi con le gambe leggermente divaricate. "Vuoi un altro ceffone prima che iniziamo a parlare di cose serie?" Era in collera. "Abbiamo fatto un esperimento e ci è sfuggito di mano. Siamo tutti responsabili e, che tu lo voglia o no, sei dentro tutto questo quanto noi."
Freja si spostò indietro, rischiando quasi di cadere. "Vi ho quasi uccisi. Lo hai detto tu," replicò seccamente.
"Dico tante cose, ma non significa che tu debba andartene." La rabbia era ancora presente nella sua voce. "E ora che hai quello attorno al collo, dobbiamo capirne la ragione."
Sofia tolse i piedi dall’acqua e si rimise in piedi. "Quando sei venuta a cercarmi, ti ha guidato Vigil." Spostò lo sguardo verso Livia. "Forse il punto non è Gleipnir in sé, ma il fatto che Vigil sia scomparso lasciandolo sulla tomba e si sia manifestato a Elisa mentre curava Freja." Guardò la schiena di Elisa. "In quella posizione, con quel costume, fai ridere…"
"Scema." Elisa si voltò ridendo. "Questo significherebbe che Vigil è parte di tutto questo."
"Siamo incappati in diverse situazioni e non è detto che siano tutte collegate," intervenne Marco. "Anche se Vigil è scomparso quando Gleipnir è arrivato a Sofia e, dopo l’azione del corno, è finito sulla tomba." Sospirò, confuso. "A me sembra che il punto sia Gleipnir, o forse entrambi, visto che erano indissolubili."
Livia era rimasta in silenzio e si alzò lentamente. "A me sembra che abbiamo sempre e solo domande e mai qualcosa di chiaro." Era seccata. "Da quando viviamo in mezzo a queste anomalie non c’è mai stato nulla di chiaro, e ogni volta è peggio… Ogni volta inventiamo teorie che sono irrimediabilmente sbagliate."
Si zittirono, voltandosi verso di lei.
Livia era ferma sulla sponda del lago. "Dopo questa nuova impresa epica, abbiamo: un’entità distrutta, una tomba antica crollata, un cane scomparso, una collana nel posto sbagliato, un fantasma che ha fatto impazzire Freja e, non meno importante, un terremoto che ha colpito tutto il mondo." Il tono era rapido, mentre snocciolava i fatti uno dopo l’altro.
"Livia…" iniziò Marco.
Livia sollevò la mano. "Dimenticavo, non abbiamo più visioni nonostante gli oggetti e quello che siamo. Vista la situazione non è per niente normale." Infilò una mano nella tasca ed estrasse il contenitore del farmaco. "Quindi, io non prenderò più questa roba." Aprì il contenitore e lo lanciò nel lago.
Il gesto li spiazzò, lasciandoli quasi congelati. Videro le pastiglie spargersi nell’aria prima di cadere nell’acqua insieme al contenitore, che lentamente iniziò a sciogliersi.
"Li… Livia…" Elisa faticava a parlare. "Avevamo deciso di usarlo per non essere pericolosi. Perché fai questo?"
Livia annuì, avvicinandosi a loro. "È vero, lo avevamo deciso e ha funzionato, ma ora stiamo affrontando qualcosa di più grande di noi e dobbiamo usare tutto quello che abbiamo." Li guardò prima di fermare lo sguardo su Elisa. "Lo avevamo deciso insieme, ma ora ritengo che quella decisione sia sbagliata, quindi ho fatto la mia scelta."
"E ora cosa succederà? Tornerai a cacciare di notte con l’arco, o peggio." Marco scosse la testa.
"Marco, Gjallarhorn ha suonato. Credo che Elisa ti abbia spiegato cosa significhi." La voce di Livia era ferma. "Non saranno quelle pastiglie a fare la differenza. Saremo noi, i veri noi, a farla… in un modo o nell’altro." Fece una pausa, il volto teso. "Tornerò a mangiare carne cruda? Può essere o forse no. Tornerò a essere la Custode di questo luogo? Sicuramente sì."
Freja era rimasta in disparte ad ascoltare. "Credo che Livia abbia ragione; l’equilibrio deve essere parte di voi e non legato a una pastiglia." Si rattristò per un istante. "Anch’io ho perso la ragione e, nonostante le vostre capacità, vi ho neutralizzati." Poi indicò Sofia. "Lei non prende il farmaco, ma non sta cedendo all’istinto. Perché?"
"Freja, considera che io sono nella Rete da meno tempo e con dinamiche diverse." Rispose Sofia.
Freja la interruppe. "Hai ragione. Però tu hai il corno da pochi giorni, mentre loro li hanno da molto più tempo. Il fattore che vi ha destabilizzati potrebbe essere proprio questo: è la prima differenza rilevante che vedo tra voi."
"In questo caso, tra non molto tempo, anch’io potrei dover usare il farmaco." Sofia sfiorò distrattamente il bracciale.
Livia le bloccò, irritata. "State dimenticando due cose, che sono la ragione per cui siamo qui. Primo: che cos’era la cosa che abbiamo neutralizzato a Volterra e da dove è uscita." Li passò in rassegna con uno sguardo severo. "Secondo: che cosa è successo al Mitreo di Sutri quando ci siamo uniti attorno al mandala."
"Forse prima dovremmo capire se usare o meno il farmaco della Phénix," sbottò Elisa. Nella sua voce c’era paura.
"Elisa, non è così." La voce di Livia era forzatamente calma. "Tu hai paura di quello che stavi diventando, hai sempre avuto paura di qualcosa." Fece una breve pausa. "La tua priorità risolve il tuo problema, ma ci impedirà di comprendere il resto e dovremo rinunciare a Hana." La sua voce si fece dura. "Non sono più disposta a rinunciare e a perdere ciò a cui tengo per il bene di altri che non conosco nemmeno."
Elisa la guardò con rabbia. "Mi stai dando della codarda? Tu non sei l'unica che ha perso qualcosa o qualcuno…"
Livia la bloccò. "E tu cosa avresti perso?" Il tono era duro. "Ti abbiamo salvato la vita, ti abbiamo dato una casa, ti abbiamo dato uno scopo." Contò ogni punto sulle dita. "Non mi pare che tu abbia perso qualcosa. Anzi, lo hai trovato." La guardò furiosa. "Non sei codarda, hai semplicemente paura della vita ed essere Custode ti ha dato una corazza, che non sei tu!"
"Allora mettiamolo ai voti. Chi non vuole tornare indietro?" Elisa alzò la mano subito dopo aver parlato.
"Bene, se la metti così siamo a un bivio. Ma il punto non è la decisione finale del voto, ma il fatto che tu creda di poter interferire con la volontà delle persone con un’alzata di mano."
Freja si infilò fisicamente tra loro, con l'insolito bikini che metteva in evidenza il suo corpo allenato, il corpo di una guerriera e non quello di una giovane ragazza. "Livia, Elisa… Vi ho sempre viste unite." Le guardò entrambe negli occhi. "Se ora arriverete a dividervi, lo accetterò, ma io perderò per sempre la possibilità di abbracciare di nuovo mia sorella."
Marco si avvicinò a Elisa e le posò una mano sulla spalla. "Freja ha ragione, inoltre nulla ci impedisce di sospendere il farmaco e di tenerlo nel cassetto, se dovesse servire." Il tono era calmo. "Non voglio votare su questo, è una cosa senza senso… e se votassimo, probabilmente anche le nostre strade si separerebbero o cambierebbero per sempre."
Elisa si voltò verso di lui con i pugni serrati. "Sceglieresti lei… Ti è sempre piaciuta e ora puoi averla, la Rete non te lo impedisce più." Portò la mano all'anello, iniziando a sfilarlo.
Marco le bloccò la mano. "Elisa, tutti abbiamo paura, anche Livia." La abbracciò. "Ma tra noi è quella che ha perso di più e che ha più paura, non di ciò che può diventare, ma di ciò che è." Abbozzò un sorriso. "Livia mi è sempre piaciuta, lo sanno anche le formiche, ma sanno anche che io amo te."
Elisa si staccò da Marco. "Livia, non condivido la tua scelta, ma possiamo trovare una strada insieme, se tu lo vuoi ancora." La voce era seria. "Io continuerò a prendere il farmaco, per qualche giorno, in attesa di vedere cosa accadrà a te e Marco."
Livia si voltò. "Abbiamo vissuto molte cose insieme e potremo condividerne molte altre." Era seria. "Ma ti dico una cosa chiaramente: questa è l'ultima volta che ti permetto di rinfacciarmi le perdite. Non ce ne sarà una terza."
Elisa arretrò di un passo. "Io… Questo significa che tra noi sarà tutto diverso?"
Livia scosse il capo. "Significa che andremo in fondo a questa faccenda e poi deciderò se continuare questo cammino." Abbozzò un sorriso. "Non per quello che hai detto, ma per me stessa... E se tornerai a rinfacciare le perdite, ti ucciderò."
Sofia era rimasta in silenzio tutto il tempo, passeggiando tra gli alberi. "Ora che vi siete riconciliate… forse, mi è sorto il dubbio che la follia di Freja possa essere legata a una cosa banale… Ovvero al fatto che lei e Hana condividevano lo stesso spazio." Si riavvicinò parlando. "Ricordate il momento in cui siamo stati colpiti dal dolore? Hana ha urlato e subito dopo Freja."
"Hai ragione." Freja si allontanò di qualche passo da Livia. "Ho sentito Hana nella mia testa e sono stata travolta dal dolore." Scosse il capo. "No, siamo state travolte dal dolore. Era qualcosa di indescrivibile, il mio corpo sembrava si stesse lacerando."
○ ○ ○
Althea era seduta al tavolo di quello che sembrava un rifugio, con di fronte un portatile slim su cui stava attendendo la risposta della chiamata che aveva avviato da una ventina di minuti.
"Buongiorno Althea. I mezzi sono arrivati e siamo pronti per qualsiasi intervento." La voce di Arthur era seria.
"Ottimo. Hai sentito le notizie arrivate da Sutri?" La domanda di Althea era preoccupata.
Arthur fece una pausa. "Purtroppo non sappiamo cosa sia successo dentro…"
Althea lo interruppe. "E non sappiamo cosa stiano facendo. Freja?"
"Non ho notizie da parte sua e della sua Warband, salvo i rapporti ordinari." Arthur era teso e irritato. "Forse dovremmo metterla sotto sorveglianza e dichiararla inaffidabile."
Althea scosse il capo. "No, aspetta. Quella ragazza ha grandi capacità e non voglio perderla."
Le ore trascorsero tra teorie e piani, fino a quando Nadia e Amani arrivarono dal sentiero del casale dei Gelsi, con un frugale pranzo.
"Bene, ragazzi, bisogna anche mangiare e possibilmente dormire." Nadia appariva materna. "Da una settimana siete in giro giorno e notte, sono passata al Poggio, è un disastro. Adesso con Amani andiamo a dare una pulita."
Elisa le sorrise. "Grazie, senza di voi ci scorderemmo anche di mangiare." Prese uno dei cesti. "Ti prometto che puliamo noi, voi dovete pensare ai Gelsi."
Amani la guardò seria. "Elisa, ti conosciamo da anni, quindi saprai che domattina verremo a controllare."
Sofia si avvicinò ai cesti. "Avessi io qualcuno a casa che si occupa di me."
Marco li seguì con lo sguardo attendendo che sparissero lungo il sentiero. "Dobbiamo organizzarci per le pulizie, o domani sono cazzi."
Livia aprì un cesto estraendo un contenitore termico. "Mentre tu ci pensi, io assaggio questa carbonara. Elisa, controlla dove hanno messo il pecorino fresco."
Elisa le sorrise. "Cesto con il nastrino giallo…" Si interruppe bruscamente guardando verso il sentiero dei Gelsi e corrugando la fronte.
Un giovane dai capelli scuri stava uscendo dal sentiero, lo sguardo esitante e gli scarponi ai piedi, con un piccolo zaino sulle spalle. Immediatamente Marco e Freja si mossero per sbarrargli il passaggio, ma Livia, sorridendo, li superò spingendoli di lato e abbracciandolo con forza, per poi baciarlo ripetutamente sulle guance. "Paolo, oddio, pensavo mi avessi dimenticata… Sono mesi che non mi chiami."
Freja e Marco restarono immobili, scambiandosi uno sguardo con la fronte corrugata, mentre Elisa appoggiava le mani ai fianchi.
Paolo ricambiò l'abbraccio. "Livia, non ti ho dimenticata, come avrei potuto? E scusa se sono sparito." Il senso di colpa emergeva nella sua voce. "Ho deciso di dedicarmi pienamente allo studio, voglio laurearmi in anticipo." Sorrise. "Inoltre il fratello di Giovanna sta aprendo un’altra attività e mi ha affidato la gestione del pub."
Livia si allontanò leggermente, tenendolo per le braccia e studiandogli il volto. "Sono certa che riuscirai a laurearti prima del tempo e sono felice per la promozione." Lo baciò di nuovo sulla guancia prima di lasciarlo. "Lascia che ti presenti i miei amici."
La tensione era già calata e tutti, in modo diverso e informale, si presentarono, restando a distanza.
Paolo fece un passo avanti sollevando la mano in segno di saluto. "Salve, avrete capito che sono Paolo." Lanciò un'occhiata a Livia. "Il ragazzo che a Viterbo spiava Livia dalla finestra."
Livia lo prese sottobraccio. "Bene, ora che ti conoscono, andiamo dall’altra parte del lago, così stiamo tranquilli e mi aggiorni." Si avviò lungo l’argine, posando con attenzione i piedi sulle pietre.
"Vorrei la tua opinione su una questione. Mi è arrivata una proposta interessante, ma strana." Si fece serio. "Sembra un istituto importante, ma non riesco a trovare informazioni chiare e complete." Fece una pausa seguendola con attenzione. "Sai bene che mi fido del tuo istinto."
Livia lo guardò per un attimo. "Buon per te, che ti fidi di lui." Si mise a ridere. "Da qualche tempo mi crea noie, ma vediamo se con te funziona. Va tutto bene a Viterbo?"
"Livia!" la chiamò Marco. "Cosa fai? Stavamo parlando di cose importanti…" La voce era irritata.
Elisa sorrise affiancando Marco e alzando la voce. "Paolo! Se hai anche delle foto di Livia, poi ti lascio il numero e me le mandi… Ma quelle piccanti… Mi servono per il sito." Si girò riprendendo a mangiare.
Livia sollevò distrattamente la mano libera. "Facciamo una pausa, questo è più importante. E se ti servono mie foto, chiedile a me… Lui non mi ha fotografata come intendi tu." Riprese a parlare con Paolo, sorridente.
"Livia… accidenti…" Marco era furioso, ma Elisa tornò sui suoi passi affiancandolo e scuotendo il capo.
"Lascia che vada." Disse Elisa con calma. "Guardala. Da quanto tempo non la vedevi così felice?" Fece un lieve sorriso. "E poi una pausa può essere la cosa giusta da fare. Visto tutto quello che è successo, anche tra me e lei."
Sedettero sulla riva opposta e Livia si tolse senza esitazione i vestiti, restando in costume. "Coraggio, liberati e senti il calore di questo posto." Gli sorrise. "E inizia a dirmi per cosa ti serve il mio istinto."
Paolo sorrise, togliendosi scarponi e maglietta. "Non ho il costume, ma penso che basti questo per sentire il calore del posto."
"Paolo… Paolo… sei sempre impreparato. Sapevi del lago e hai dimenticato il costume." Scosse il capo. "Dai, dimmi come vanno gli studi."
"Vanno bene, ho trovato un equilibrio tra il lavoro che mi hai trovato e lo studio." Sospirò. "All’inizio è stato complicato, ma poi ho capito che dovevo dare il giusto peso alle diverse cose e metterle nel giusto ordine." Infilò i piedi nell'acqua.
"È sempre la cosa giusta da fare…" Livia si fermò un istante. "E sai che hai ragione? Credo che sia la risposta anche per altre cose mie." Tornò a parlare allegramente. "E ora dimmi il motivo per cui sei venuto fin qui invece di telefonare."
Paolo annuì sistemandosi sull'argine per guardarla. "Se ti telefonavo, non ti avrei vista in costume, quindi il viaggio ne è valso la pena." Le fece un occhiolino. "Qualche giorno fa sono stato contattato da un tale, si è presentato come Arthur e lavorerebbe per un'organizzazione che si chiama Phénix qualcosa."
Livia corrugò la fronte, facendosi seria.
"Mi ha proposto di lavorare con loro nella ricerca, ma non so esattamente in cosa." Appariva preoccupato. "Ho cercato informazioni su internet, ma non ho trovato molto… a dire il vero, non ho trovato quasi nulla."
Livia sorrise appena. "E sei venuto qui?"
"Sì. Mi fido di te e della tua testa." Paolo era serio e convinto. "Trattandosi di ricerca e visto il tuo lavoro, ho pensato che solo tu potessi aiutarmi a decidere e che magari sai chi rappresentano."
Livia tacque, indecisa su come rispondere e cercando di assimilare l’informazione. "Paolo, prima di tutto devo dirti una cosa." Gli prese le mani. "Io conosco Arthur e noi conosciamo la Phénix de Feu… abbiamo collaborato con loro in diverse occasioni, con le nostre competenze."
Paolo la guardò perplesso, ma non preoccupato. "Tu credi alle coincidenze?"
Livia scrollò le spalle. "A volte sì. Ma resta la definizione di qualcosa che non si riesce a spiegare." Sorrise apertamente. "Se andrai da loro troverai gente molto strana." Scosse il capo ridendo. "Non posso dirti tutto quello che conosco, ma è una struttura seria. Tuttavia cambierà la tua vita in un modo che non puoi minimamente immaginare."
"Non puoi dirmi?" La guardò incuriosito.
"Non posso, e non devi chiedere. Se lavorerai con loro, dovrai accettare anche questo." Si alzò agitando le braccia. "Freja! Vieni qui, per favore…" Urlò verso la riva opposta.
Paolo vide Freja tuffarsi e la osservò attraversare il lago con bracciate precise e potenti, fino a quando raggiunse la riva posando le mani sulle pietre e tirandosi fuori dall’acqua, mettendosi in piedi.
Freja si passò le mani tra i corti capelli chiari e li guardò. "Dimmi, Livia, devo buttarlo fuori?" Sorrise in modo poco rassicurante.
"Freja, non serve… Ho bisogno che aiuti Paolo a prendere una decisione importante. La Phénix gli ha offerto un lavoro di ricerca e penso che tu possa aiutarlo meglio di quanto possa fare io." Livia era seria e tranquilla.
Freja li guardò seria. "Bene Paolo, se Arthur ti ha contattato, credo che tu abbia già deciso e stia solo temporeggiando, cosa che ti ha permesso di avere una scusa per venire a trovare Livia." Gli sorrise guardandolo attentamente. "Sbaglio?"
Paolo la guardò soffermando lo sguardo sui fianchi, sul torace e sulla cicatrice lungo il fianco. "Sulla decisione o su Livia?" Rise rilassandosi, prima di continuare. "Hai ragione su entrambe, mi serviva una scusa per rivederla e anche sapere che anche lei condivide la mia scelta, ma visti i trascorsi con voi, credo sia così."
Freja gli girò attorno. "Guardandoti, credo che il tuo spazio possa essere solo la ricerca e, dopo questa premessa, lascia che mi presenti ufficialmente." Prima di continuare spostò lo sguardo su Livia, che annuì. "Sono il Comandante Freja, della XXXII Warband della Phénix de Feu, sezione missioni tattiche ad alto rischio."
"War… cosa?" Paolo la guardò in volto, fermando lo sguardo nei suoi occhi. "Siete militari? Tu sei un comandante di un corpo militare specializzato?" Era stupito. "Il tuo corpo in effetti lo racconta, ma racconta anche altro."
Freja gli indicò l'argine con la mano. "In un certo senso lo siamo, ma non nel modo classico che pensi tu. Sediamoci." Si abbassò, accomodandosi con i piedi in acqua. "Noi siamo tante cose, come io sono tante cose, e ti spiegherò quello che ti è concesso sapere. Se diventeremo colleghi scoprirai altro, anche come difenderti."
Livia li guardò, soffermandosi sullo sguardo di Paolo. "Non male, eh?" Raccolse i vestiti. "Paolo… Considera che tutti i loro centri di addestramento e ricerca sono così." Si avviò lungo il perimetro del lago. "Lo lascio nelle tue mani, Freja. Trattalo bene."
Freja alzò il pollice prima di rispondere, alzando il tono. "Paolo, non farti strane idee, non sono tutte come me… Molte sono meglio, ma se ti troverò simpatico potrei anche invitarti nella mia stanza."
Marco vide il movimento sull’altra riva e Livia che stava tornando. "Sua signoria ha deciso di tornare…" commentò ancora seccato.
"Non dire cose che non pensi e guardala." Elisa gli prese il mento, costringendolo a voltarsi verso Livia. "Sta sorridendo, il suo corpo è rilassato, cammina con naturalezza ed è in costume." Sorrise. "Sono mesi che non la vedo così. Non so chi sia quel ragazzo, ma per lei è meglio del farmaco." Si fermò a riflettere. "Credo che smetterò di prenderlo anch'io. Livia ha ragione."
"Pensi che stiano insieme?" chiese Sofia avvicinandosi.
Elisa continuava a seguire Livia con lo sguardo. "No, non credo. Non ha mai parlato di lui e non si comporta come se ne fosse innamorata, ma tra loro c’è qualcosa di molto forte."
"E perché ha chiamato Freja?" chiese ancora Sofia. "Sembra che gli stia spiegando qualcosa. È seria."
Marco scrollò le spalle. "Forse ha qualcosa a che fare con il motivo per cui è venuto qui." Si spostò da Elisa. "A me Freja non sembra serissima, anzi, mi sembra che lo stia seducendo senza nemmeno guardarlo."
Livia si avvicinò e gettò i vestiti su una pietra. "Bene, avete riposato abbastanza e sono certa che non abbiate combinato un cazzo…"
"Chi è quel ragazzo?" chiese Sofia.
"Nessuno che vi riguardi, almeno per ora." Rispose seria. "Ma ora che ha visto Freja, credo che ci riguarderà presto."
Elisa restò un attimo in silenzio. "Quindi sarà un cadetto della Phénix?" Inclinò la testa di lato. "Sinceramente non li vedo come coppia, nemmeno occasionale. Lui è troppo bambino e lei è troppo donna."
Livia si distese al sole. "Allora, veniamo a noi e liberiamo la mente. Paolo mi ha detto una cosa banale, che noi abbiamo dimenticato." Spostò i capelli dal viso. "Ci siamo azzuffati per ore su elementi sparsi, che ci nascondono la cosa importante." Si girò sul ventre. "Elisa, mi metteresti la crema solare?"
Elisa si avvicinò prendendo lo zainetto. "Per come sei abbronzata, non credo ti serva, ma non c'è problema."
Livia sorrise riprendendo. "Ora dobbiamo pensare solo a due cose: come usare il varco dell’Ipogeo e, soprattutto, come ancorare Hana a questo lato." Sentì i loro sguardi e le mani di Elisa sulla schiena. "In qualche modo abbiamo aperto il passaggio, ma l'essenza di Hana non può occupare il corpo di Freja. Deve occupare uno spazio che le appartiene. Lo avete detto prima e lo abbiamo perso."
"Ma Vigil, il collare di Freja, il suono del corno, gli oggetti che abbiamo… la nostra instabilità…" Marco era seccato. "Non sono cose secondarie."
Livia rise, chiudendo gli occhi. "Marco, invece lo sono. Pensaci, è sempre la stessa storia, ci poniamo mille domande e la soluzione è banale." Fece una breve pausa. "Elisa, più in basso. Se noi sciogliamo il nodo principale, tutto avrà senso e troverà di nuovo un suo equilibrio."
"Oggi continui a usare la parola equilibrio…" disse Elisa, pensierosa, spalmandole la crema sui glutei. "In effetti ha senso. Ci stiamo arrovellando su tante cose sparse senza aver capito cosa le unisce tutte."
"Hana…" Disse semplicemente Sofia.
"Siete troppo tranquilli," disse Freja tornando con Paolo. "Mi sono persa qualcosa?" Era allegra.
Marco le sorrise. "Nulla che non possa essere raccontato. Livia ha sistemato i pezzi del puzzle."
Livia si girò sulla schiena, facendo allontanare Elisa, e guardò Paolo. "Allora tesoro, hai preso una decisione?"
Paolo annuì. "Direi di sì, e ora posso tornare a Viterbo sereno."
"Non ti fermi?" chiese Livia, speranzosa.
"Non posso, devo sistemare molte cose. Ma prometto che ti chiamo." Paolo la guardò. "Questa volta lo faccio davvero, mi hai fatto tornare in mente quando ti alzavi la mattina aprendo la finestra." Si mise a ridere, con gli altri che lo guardarono cercando di capire.
"Maledetta finestra e maledetta città, ogni mattina ci ricadevo." Livia gli sorrise, mentre Paolo si avviava lungo il sentiero da cui era arrivato.
Presero posto a tavola, per la cena, senza un ordine preciso, aspettando che Freja servisse una selezione di piatti asiatici che aveva imparato a preparare da sua sorella Hana. La giornata era stata intensa e sui loro volti si leggeva tutta la stanchezza, ma avevano deciso di sfruttare la cena per raccogliere le idee.
○ ○ ○
"Arthur, stiamo preparando la struttura, anche se non mi piace, ma potremmo non avere scelta." La voce di Althea era tesa e preoccupata, mentre guardava lo schermo con la videochiamata.
"Credo che sia la strada sbagliata e spero non sia necessaria. Sarebbe il completo fallimento della fiducia che è stata costruita, un ritorno alla vecchia arroganza." Arthur era contrariato, mentre beveva un liquido di un colore indefinito, con ghiaccio.
Althea sospirò. "Ne sono consapevole, ho visto il tuo parere negativo nel verbale." Iniziò a togliere le lenti a contatto. "Ci conosciamo da tanti anni e accetto il tuo dissenso, ti prometto che valuterò attentamente il da farsi." Fece una pausa. "Cosa mi dici del ragazzo?"
Arthur sorrise. "È dei nostri, domani gli mando le informazioni per il trasferimento da te, come concordato." Era divertito. "Oggi ha parlato con Freja, credo che la conversazione abbia fatto cadere i suoi dubbi."
Althea ripose le lenti nel cassetto. "Lo credo anch'io, in particolare per come Freja può apparire a un ragazzo." Scrocchiò le dita. "Quel ragazzo è in gamba, ci sarà utile e potrà fare molta strada."
Arthur corrugò la fronte. "Può essere, ma ricorda che è legato a Livia, non potrai manipolarlo per assecondare i fini della Phénix."
Althea si mise a ridere. "E cosa ti fa credere che voglia farlo?"
○ ○ ○
Freja si sedette e li osservò con un lieve sorriso. "Bene, cavallette, è tutto pronto e questa sera si usano solo le bacchette." Sollevò le proprie con aria minacciosa. "Chi fa il furbo sappia che so usarle anche come armi."
"Se inizi così, salto il pasto." rise Livia, prendendo le bacchette e servendosi con una naturalezza disarmante.
Elisa prese con indifferenza le bacchette e iniziò a mangiare. "Scusa, Freja, so che non sono affari miei…" Fece una pausa. "Ma da tempo vorrei chiederti una cosa."
Freja rispose immergendo il boccone nella salsa. "Ho sempre le bacchette, se la tua domanda dovesse essermi sgradita." La voce era seria, ma il volto sereno.
"Trafiggimi pure." Elisa tirò fuori per un attimo la lingua, simulando una pugnalata alla gola. "No, scusami. Se vuoi puoi anche non rispondere… riguarda te e Hana." Si fece seria. "A guardarvi non c’è alcuna somiglianza. Tu sembri nordica e lei era asiatica."
La risata di Freja ruppe la tensione. "Non sai quante volte mi hanno fatto questa domanda… mi stupiva che nessuno di voi l’avesse ancora posta." Tossì, cercando di ingoiare il boccone. "La spiegazione è semplice: mia madre e mio padre sono britannici… il padre di Hana non lo era."
"Credo che non serva aggiungere altro," disse Marco. "Da quello che hai raccontato, siete state entrambe in Umbria e immagino che la presenza di tua sorella maggiore non sia stata di aiuto."
Freja scosse il capo. "In realtà siamo rimaste insieme in Valnerina per poco tempo." Tornò a ridere. "Facevamo impazzire gli istruttori…" Si interruppe e un velo di tristezza le attraversò la voce. "Poi lei è stata trasferita nella struttura Castra Cerberis, vicino a Pitlochry in Scozia." Si fermò a guardarli. "Per questo era con voi…"
"Mi spiace," disse Marco. "Non volevo ricordarti quello che è successo…"
"Non importa, sapete che non provo rancore." Freja si schiarì la voce e riprese a mangiare con apparente tranquillità. "Vogliamo venire al punto?" Sorrise, cercando di ingoiare il boccone. "Poi una bella sbronza e tutti a letto. Vi farò assaggiare uno dei cocktail che preparavo con Hana."
Marco annuì mangiando. "Ottimo, è da tempo che non bevo decentemente. Chi vuole iniziare?"
"Inizio io," rispose Freja. "Premesso che voglio sapere qualcosa di Paolo, ma rimandiamo il discorso al pigiama party…" Si fece seria. "Mi sembra di aver capito che dobbiamo prendere il corpo di Hana dalla radura e portarlo al Mitreo di Sutri, fino al mandala."
"E perché dovremmo prendere il corpo? Proprio il corpo?" Chiese Livia, seria.
Sofia sorseggiò la tisana alle erbe orientali. "Direi che ha senso… È il suo corpo, quindi le appartiene, inoltre non ospita un’altra essenza. Dovrebbe riuscire a integrarsi."
"Sì, in forma di zombie che cammina?" Replicò Livia seccamente.
Marco ingoiò il sakè, facendo schioccare la lingua. "Oggi, Livia, hai detto una cosa che mi ha colpito." La guardò negli occhi. "La tua teoria era che risolvendo il nodo di Hana tutto il resto si sarebbe sistemato. Se dobbiamo riportarla indietro, lo stato del corpo potrebbe non essere un problema: si risolverebbe da solo."
"Ma da qui a pensare di ritrovarcela pimpante davanti a noi, credo che di strada da fare ce ne sia parecchia." Livia appariva infastidita.
Freja la guardò con attenzione. "Livia, ho una sensazione e non voglio essere dura…" Fece una lunga pausa. "Mi sembra che tu non voglia scoperchiare quella tomba. In qualche modo questa cosa ti fa male."
"Non è così…" rispose Livia a bassa voce.
Elisa la interruppe. "Ricordo la mattina in cui ti ho trovata abbracciata alla sua tomba, con la mano nella terra come se cercassi di sentirla." Sospirò. "Hai paura di perderla completamente. Ma devi scegliere, e solo tu e Freja potete farlo."
Marco la guardò. "Tu, Hana ed Elisa insieme… non era un ricordo, era qualcosa di reale." Sospirò. "Non so dove fosse quel luogo e non so cosa significhi davvero, ma so che eravate lì. Per questo faccio fatica a credere che stiamo inseguendo qualcosa di impossibile."
"Se aprire quella tomba fosse l’unico modo per rivederla, lo farei adesso. Anche se trovassi solo ossa. Anche se non funzionasse. Anche se dovessi perderla una seconda volta." Freja alzò gli occhi verso Livia. "Ma non posso farlo senza di te."
Livia inghiottì a vuoto e guardò prima Marco, poi Freja. "Avete ragione. Abbiamo innescato tutto questo e ora non posso tirarmi indietro." Abbozzò un sorriso.
"C’è un’altra cosa," intervenne Elisa. "Gjallarhorn ha suonato, ma dopo il sisma globale non è successo altro." Sorrise appena. "Non ho visto giganti distruggere il mondo… Forse il suo suono annunciava un altro evento capace di farlo."
Fu Sofia a completare il pensiero, sfiorando il bracciale. "Che qualcuno… noi… sta per aprire una porta che non dovrebbe essere aperta." Si fermò per un istante. "Ma dobbiamo essere consapevoli che questo potrebbe avere conseguenze catastrofiche e portare indietro anche altro."
"Per anni, con Marco, abbiamo seguito la Rete e le sue bizzarre volontà." La voce di Livia era tornata calma. "Ora voglio credere che tutto questo faccia parte di un disegno, che in modo spontaneo ci ha fatti incontrare e ci ha condotti fino a qui."
Freja spostò lo sguardo su Livia e poi sugli altri, alzandosi. Gli occhi si velarono, ma il sorriso che comparve sul suo volto era limpido. "Allora riportiamo mia sorella a casa. Sappiamo cosa fare, ma ci serve un piano per poterlo fare." Rise piano e si diresse verso la credenza, iniziando a tirar fuori bottiglie apparentemente a caso.
Elisa si guardò attorno. "Perché, giusto per riportarci con i piedi per terra, c’è un dettaglio non trascurabile." Incrociò le braccia sul tavolo. "Dobbiamo riesumare i resti di Hana, trasportarli fino al Mitreo di Sutri e farlo senza farci arrestare e finire in una struttura di recupero mentale."
Marco sbuffò. "Messa così, sembra quasi complicato." Spostò l'attenzione verso Freja, senza riuscire a vedere chiaramente cosa stesse preparando.
Livia si era appoggiata allo schienale della sedia, spingendosi indietro, dondolando. "Marco, lo è, questa volta nemmeno la Phénix può risolvere il problema per noi." Spostò lo sguardo verso Freja. "Finora ci hanno aiutato a contenere anomalie e a chiudere un occhio su parecchie cose. Ma qui stiamo scegliendo consapevolmente di superare un confine che non appartiene solo alla Rete."
Freja stava agitando gli shaker in successione. "Concordo, e credo sospettino qualcosa. Hanno ridotto le mie autorizzazioni." Abbozzò un sorriso. "Io ho ridotto le loro nei miei confronti." Non aggiunse altro, continuando a mischiare il contenuto delle bottiglie.
Sofia annuì lentamente. "Stiamo decidendo di violare una regola che esiste anche nel nostro mondo e le restrizioni a Freja peggiorano la situazione."
"Esatto," concluse Elisa. "Quindi accetto volentieri il cocktail di Freja, perché da questo momento non siamo più persone che cercano di capire cosa sta accadendo." Abbozzò un sorriso storto. "Siamo cinque idioti che hanno deciso di disseppellire una morta e riportarla indietro, sperando che il mondo non se ne accorga."
Freja replicò dalla cucina. "Confermo ogni parola." Con la precisione di un chimico, stava miscelando le bevande. "Althea manderebbe immediatamente Arthur con un intero distaccamento, armato di camicie di forza… e ci farebbe sparire."
Marco era rimasto in silenzio. "Per quanto sappiamo e per quello che abbiamo visto, la Phénix potrebbe già avere dei sospetti." Tamburellò con le dita sul tavolo. "Non abbiamo molto tempo."
Freja arrivò con i cocktail. "È anche probabile che si stiano già muovendo o forse è meglio dire che siano in attesa." Prese il tablet e iniziò a scorrere lo schermo, facendolo poi scivolare sul tavolo con una schermata aperta.
Directive from AN0001CS00001: no action
"Chi è che impartisce le direttive?" chiese Marco. "Ho sempre pensato che fosse una sorta di intelligenza artificiale."
Freja scosse il capo. "Sono anni che cerco di capirlo, ho sperato che ci riusciste voi, ma ancora non ne ho idea. Credo che nemmeno Althea lo sappia." Riempì i bicchieri prima di recuperare il tablet dal tavolo.
Marco la seguì con lo sguardo, concentrato sui bicchieri. "Abbiamo visto anche noi dei dati, ma da quelle informazioni sembra che esista qualcuno, o qualcosa, in grado di conoscere eventi che non si sono ancora verificati."
Elisa sorrise di traverso. "In un certo senso lo fai anche tu."
Marco scrollò le spalle. "Vero, ma è diventato tutto così naturale che ormai non ci faccio più caso." Guardò Freja. "Se siamo pericolosi, perché avete l'ordine di non interferire? Sarebbe la soluzione più semplice."
Livia fissò Marco, raddrizzandosi con la sedia. "Forse perché non sanno davvero quale sia il pericolo e non sanno come agire."
Freja spalancò gli occhi. "Oppure lo sanno benissimo e ritengono che valga la pena correre il rischio?"
Tutti alzarono i cocktail. "A noi idioti!"
Livia bevve un lungo sorso. "Wow… Freja, potresti fare la barista."
"E chi ti dice che non l'abbia fatto?" Sorrise. "Potrei anche aver fatto la cubista o la monaca." Si strinse nelle spalle.
Marco osservò il bicchiere. "Concordo, questo cocktail merita di entrare nella sezione speciale delle nostre ricette."
Sofia svuotò il bicchiere. "Hai fatto solo questo?"
Freja si alzò e andò in cucina a prendere la brocca che aveva lasciato fuori vista. "Tornando al punto. Per trasportare il corpo nei fuoristrada della Phénix ci sono sicuramente dei sacchi per cadaveri, e credo possiate capirne il motivo." Tornò al tavolo. "Il corpo è nella proprietà del casale, quindi recuperarlo non è un problema." Fece una pausa. "Il problema è l'apparato di sicurezza al Mitreo."
Sofia rispose divertita. "Arriviamo con le armi spianate, li stendiamo ed entriamo." Spinse il bicchiere vuoto verso Freja, tornando seria. "Direi che quello è il nodo da sciogliere, dopodiché possiamo ragionare sui dettagli."
Freja tenne stretta la brocca. "Prima di versarvi una seconda dose, però, dovete spiegarmi come siete entrati nella zona riservata della Serra di Dumnon senza farvi beccare."
Elisa sorrise apertamente. "Le guardie fuori dall'ascensore mi hanno vista e sono svenute dalla paura." Rise guardando gli altri. "Ricordate? Le ho toccate e si sono addormentate."
Freja riempì i bicchieri. "Allora abbiamo passato ore a cercare una risposta che era davanti ai nostri occhi, o meglio, nelle tue mani."
Tutti guardarono Elisa, che continuava a fissarsi le mani ridendo, senza aver ancora colto il punto, forse complice il cocktail.
"Elisa!" disse Marco. "La soluzione sei tu."
"Io sarei la soluzione?" Si fece seria, osservando di nuovo le mani. "Accidenti, avete ragione. Un colpetto alle guardie e siamo dentro. Devo solo riuscire ad avvicinarmi… e non bere."
"O forse il fatto che siamo diversamente allegri ha fatto emergere la risposta." Livia rise, ormai a metà del secondo bicchiere. "Potrei creare un po' di trambusto e distrarre la sorveglianza, così da permetterti di prenderli di sorpresa."
"Sei bravissima a creare trambusto." Disse Marco con aria seria. "Potresti sbandare con l'auto e finire sulla strada che porta all'area archeologica, per poi uscire nuda e affrontarli."
Sofia corrugò la fronte. "Sicuramente creerebbe confusione, ma non credo che ci farebbe entrare."
Livia, con gli occhi appannati, guardò Sofia. "Mi usate sempre in quel modo, ma l'incidente potrebbe essere un'idea utile."
Sofia parlò con naturalezza. "Dovresti perdere il controllo della macchina, in modo da arrivare in vista degli agenti. Sicuramente almeno un agente verrebbe a controllare, ma l'altro chiederebbe rinforzi via radio."
"Ha ragione." Livia svuotò il bicchiere. "Dopo essere uscita di strada e aver creato il movimento, potrei uscire ferita dalla macchina." Li guardò uno per uno. "Ma adesso la domanda difficile: chi dissotterra il corpo?"
"Lo faccio io," rispose Sofia. "Non ho legami con lei e per me sarà più facile."
"Non puoi farlo da sola. Ti aiuterò io," disse Elisa. "La conosco, ma non ho con lei un legame forte. E penso che debbano farlo delle donne." Sospirò. "Consideratelo una forma di rispetto."
"Bene, abbiamo un piano." Freja riempì di nuovo i bicchieri. "Non possiamo permettere che evapori." Sorrise allegramente. "Poi tutti a letto, sempre che riusciamo a trovare le camere. Domani sarà una giornata lunga e tutt'altro che semplice."
"E con un gran mal di testa," replicò Elisa con aria seria.
"Abbiamo le tisane giuste per gestirlo, non preoccuparti." Marco sollevò il bicchiere.
La luce della luna rischiarava con il suo chiarore freddo il tratto della Cassia che correva accanto all’area archeologica, dove tre persone erano incaricate della sorveglianza. Dopo il sisma globale, all’interno del sito erano entrati soltanto i tecnici addetti ai rilievi e i Custodi.
Lo stridio degli pneumatici la fece voltare verso la strada, dove una vecchia Lancia procedeva fuori controllo. Prima che potesse dire qualcosa, l’auto slittò lungo il bordo della carreggiata, in testacoda, e volò sopra il prato, slittando di fianco alla bassa siepe al centro. La sua corsa si arrestò bruscamente, le luci dell'abitacolo si accesero e dal cofano uscì del fumo bianco.
"Aspettate qui." La agente si allontanò dalla porta chiusa dell'ipogeo, avvicinandosi al veicolo con la torcia puntata davanti a sé.
Lo sportello del conducente si aprì lentamente e ne uscì una ragazza dai corti capelli chiari, vestita in modo semplice, che avanzò con passo incerto verso di lei, tendendo una mano e crollando a terra, con un rantolo.
"Presto! Datemi una mano e avvisate la centrale."
I due uomini si avviarono rapidamente verso la collega, allargandosi, ma qualcosa sfiorò le loro guance e si afflosciarono a terra. La donna si voltò, sentendo la mano di Elisa sul volto, ma non accadde nulla. La agente reagì all’istante afferrando il braccio di Elisa e torcendolo dietro la schiena con un movimento secco, costringendola a inginocchiarsi.
Freja, che si trovava a pochi passi, cercò di rialzarsi, ma la stringa dello stivaletto si impigliò in una radice facendola cadere in avanti.
Elisa era sbalordita. Il suo tocco non aveva funzionato. Il dolore al braccio piegato dietro la schiena era lancinante, ma almeno la guardia non poteva vederle chiaramente il volto. Sentì la pressione di una gamba sulla schiena, che la costrinse ad abbassarsi verso terra, e il suono metallico di quelle che potevano essere manette.
Freja cercò di girarsi per liberare il piede, ottenendo l’effetto opposto. La stringa tesa le impediva di sfilare lo stivaletto e un insignificante ramo le impediva di ruotarsi per rialzarsi, aggrappandosi al tessuto dei pantaloni. Prese un respiro profondo, per poi estrarre la pistola e prendere la mira.
Elisa stava ormai per urlare. Sentiva la colonna vertebrale piegarsi in modo innaturale, mentre il volto toccava l’erba e si girava di lato. Qualcosa le cadde addosso per un attimo, poi la pressione scomparve e riuscì a muoversi, dolorante.
La agente era distesa al suo fianco e sopra di lei c’era Livia, con una mano tesa. "Fortuna che ti ho seguito."
"Non capisco," disse Elisa. "Non è crollata come gli altri… pensavo mi uccidesse." Si rialzò con cautela, muovendo il braccio per valutare le proprie condizioni.
"Elisa, la prossima volta controlliamo i limiti delle tue capacità." Disse Livia mentre controllava la agente. "Forse tre persone erano troppe per te. O forse, più probabile, sulle donne le tue capacità non funzionano allo stesso modo."
Freja le raggiunse, riponendo l'arma. "Per quanto resterà giù? E tu stai bene?"
"Sì, sto bene…" rispose Elisa, ancora seccata.
"E lei resterà giù almeno mezz’ora." Disse Livia alzandosi. "Che significa quell'arma? Noi non uccidiamo innocenti." Era furiosa.
Freja abbozzò un sorriso guardandosi attorno. "Nemmeno noi, è un'arma a stordimento, quindi non letale. Non abbiamo molto tempo."
"Gli altri?" Elisa si passò una mano sulle parti doloranti. "Curo le lesioni dell'agente e provo ad alterare i suoi ricordi e quelli dei suoi colleghi." Sorrise guardando per un attimo Livia. "Uno è di quelli a cui avevi proposto una cena."
"Ha avuto comunque una serata con entrambe. Marco sta portando Hana. Sofia sta sistemando le macchine in piena vista, così non attireranno l’attenzione."
Freja indicò le guardie con un cenno del mento. "Mentre aspettiamo, togliamoli da qui. Sono troppo in vista."
"Aspetta." Livia si chinò sui corpi e iniziò a tastarne le tasche. "Ci servono le chiavi per la porta, e spero che le abbiano."
Dopo pochi minuti avevano trascinato le guardie in un punto non visibile dalla strada e raggiunto l’ingresso del sito, ma delle chiavi non c’era traccia.
Marco, seguito da Sofia, le raggiunse trasportando Hana con sorprendente delicatezza, come se il suo corpo fosse molto più fragile di quanto apparisse. La depose con cautela ai piedi della scalinata, avvolta nel sacco scuro che la Phénix utilizzava per i trasporti più discreti.
Davanti a loro, la porta del Mitreo appariva esattamente com’era sempre stata: legno scuro, due battenti e un semplice chiavistello esterno bloccato da un lucchetto.
Livia lo osservò e sospirò. "Dopo tutto quello che abbiamo passato, rischiamo di essere fermati da dieci euro di ferramenta."
Freja illuminò il lucchetto con la torcia. "Le chiavi non erano addosso alle guardie. Vado a prendere le tronchesi in macchina?"
Livia sbuffò. "Così poi ci vengono a cercare per atti vandalici."
Sofia rise. "Non che quello che stiamo facendo, o quello che abbiamo già fatto, sia molto diverso."
Marco si inginocchiò sui gradini e avvicinò il volto al chiavistello. "Non è un problema." Si voltò verso Elisa. "Tesoro, puoi avvicinarti un attimo?"
Elisa si avvicinò. "Eccomi. Spero tu lo dica con cognizione di causa."
Marco sfilò alcune forcine dalla sua treccia. "Con tutte le volte che hai perso le chiavi della stalletta, vuoi che non sappia aprire un semplice lucchetto?" Per alcuni secondi si udì soltanto il lieve tintinnio del metallo, poi il lucchetto emise un clic secco.
Marco lo sfilò dal chiavistello e aprì i due battenti; l’aria fredda che uscì dall’interno buio del Mitreo sembrò più antica della notte stessa.
Livia guardò il sacco, poi gli altri. "Bene," disse a bassa voce. "Adesso vediamo se abbiamo avuto ragione. Portiamola dentro e accostate la porta in modo che sembri chiusa."
Livia ed Elisa entrarono per prime, muovendo le potenti torce da polso a bucare l'oscurità e a modificare le ombre, rendendole simili a figure oscure che le spiavano malignamente. Marco e Freja le seguirono trasportando Hana, senza luci. Alle loro spalle, Sofia chiuse la porta, spostando la luce della torcia sulla coda della processione.
Il percorso fino al velo parve lunghissimo, con la sensazione di presenze che sfioravano la pelle cercando qualcosa. Dopo un tempo che parve eterno, entrarono nella stanza del mandala, muovendosi ad accendere le torce lungo le pareti, così come avveniva in tempi antichi.
Nella luce tremante delle fiamme, il mandala era lì, come una presenza che li guardava sfidandoli e, con un brivido lungo la schiena, Marco e Freja coricarono delicatamente il sacco nel suo centro.
Si guardarono nella luce tremolante e Livia parlò, la voce che echeggiava nella roccia vulcanoclastica. "È l'ultima occasione, qualcuno ha dubbi o vuole dire qualcosa?"
Freja si posizionò genuflessa al centro del mandala guardando verso l'ingresso, la mano destra appoggiata sul sacco. Marco la seguì in silenzio, prendendo posto alle sue spalle. Livia posò la mano su Omphalos e si fermò di fronte a lei; subito dopo Sofia prese posto sul lato sinistro del mandala ed Elisa su quello destro, ricreando il cerchio che avevano già vissuto, ma questa volta con Hana al centro insieme a loro.
Il respiro si sincronizzò, diventando uno solo; le mani erano rilassate lungo i fianchi e gli sguardi fissi al centro del mandala, su Freja. Sentivano il tempo scorrere nei muscoli e, ancora una volta, non accadeva nulla: erano cinque persone immobili attorno a un cerchio colorato. Nuvolette bianche iniziarono a uscire dalle loro labbra e dalla pelle.
La luce mutò, trasformandosi prima in ombra e poi in oscurità. Il freddo pungeva la pelle fino a diventare dolore, ma nessuno poteva urlare. Livia sentì Marco nella propria mente, e percepì che anche lui stava soffrendo; poi arrivarono Sofia ed Elisa, e questa volta anche Freja. Gleipnir brillava al suo collo e la sua luminescenza avvolse il sacco, unendosi a quella di Omphalos, Huginn e Muninn, Carnwennan e Gjallarhorn.
Freja si alzò sorridendo e passò tra loro; nessuno riuscì a trattenerla. Ma ora si trovavano in un prato illuminato dal calore di un sole diverso da quello che conoscevano. "Freja!" la chiamò inutilmente Marco.
Alzando lo sguardo videro donne in armatura cavalcare nel cielo e dirigersi verso di lei. Una le si parò di fronte, bloccandola e spingendola indietro con il fianco del cavallo. Freja cercò comunque di aggirarla per continuare a correre, ma le altre donne la circondarono e la ricondussero al cerchio, come border collie che riportano una pecora all’ovile.
Livia la afferrò per le braccia. "Freja!" La scosse. "Non sappiamo nulla di questo posto, non fare sciocchezze."
"Devo andare, è bellissimo… Guarda…" I suoi occhi erano colmi di estasi, quasi come se fosse drogata.
Una delle donne si avvicinò, il cavallo non aveva finimenti di alcun tipo, ma si muoveva con perfetto controllo. "Questo non è il vostro posto. E il suo tempo non è ancora giunto." La voce sembrava provenire da punti diversi, quasi assordante. "A nessun vivente è permesso venire qui senza che noi lo vogliamo, noi siamo il confine e il sigillo, siamo coloro che scelgono."
Un'altra donna a cavallo si avvicinò a quella che aveva parlato; non indossava alcuna armatura, solo una tunica blu, e le posò una mano sulla spalla, scuotendo la testa. Si guardarono e la prima sorrise, annuendo. "Gjallarhorn, Gleipnir e i suoi corvi hanno chiamato, quindi sono qui per te. Va', sorella, prima che l'impossibile si chiuda e tu non possa più farlo."
Livia la vide scendere dal cavallo, avvolta nella tunica blu, e il cuore le si spezzò. "Hana…"
La donna a cavallo la lasciò passare allungando il braccio, che Hana strinse voltandosi in un saluto che non era un addio, ma una promessa. Poi raggiunse Freja, le cinse la vita e la guidò verso il centro del cerchio, dove entrambe divennero eteree, fuse l'una nell'altra, ma ancora distinguibili e sorridenti, con le mani tese verso i quattro Custodi.
Tutto finì così come era iniziato e si ritrovarono nel Mitreo, attorno al cerchio illuminato dalle fiaccole tremolanti, con Freja ancora in ginocchio e la mano sul sacco, ma senza più Gleipnir attorno al collo.
Livia se ne accorse e portò istintivamente la mano all'ombelico, con un'espressione di stupore e paura. "La collana di Freja è sparita… Anche Omphalos non c'è!"
Elisa portò la mano al fianco, al fodero. "Il fodero è vuoto. Carnwennan se n'è andato." La voce tradiva l'agitazione.
Sofia sollevò semplicemente il polso, mostrando l'assenza di Gjallarhorn, e guardò Marco, che scosse il capo a confermare che anche Huginn e Muninn erano volati via.
Freja si mosse, ancora frastornata; i suoi occhi sembravano essere rimasti altrove. Sofia entrò nel mandala, prese il coltello dallo stivale di Freja e incise il sacco aprendolo. Non sentirono alcun odore e non trovarono tracce di un corpo in decomposizione: davanti a loro c’era solo Hana, avvolta in una tunica blu.
Sofia si abbassò accanto a lei, allargando l'apertura del sacco e iniziando a premere sullo sterno con un ritmo preciso.
Livia capì subito che non era finita e iniziò a ventilare i polmoni di Hana, dandole l’aria dei suoi polmoni. Il tempo perse significato; l’unico riferimento erano le braccia di Sofia, sempre più tremanti per lo sforzo. Poi la sentì urlare.
"Freja… dalle il tuo alito." Sofia stava rallentando. "Marco…"
Marco la spinse delicatamente da parte e continuò le compressioni. Per un istante Livia la vide accasciarsi contro una panca di pietra, mentre Freja accostava le labbra a quelle di Hana, soffiando due volte prima di rialzare la testa.
Il colore tornò sul volto di Hana, seguito da un colpo di tosse e poi da un secondo. Infine arrivò un respiro lento, ma regolare, mentre gli occhi rimasero chiusi.
Sofia era stremata. "Dobbiamo portarla in ospedale, qui non possiamo fare altro."
Marco si guardò attorno. "Possiamo usare il sacco come barella." Era troppo stanco per sorridere, ma il tono lo lasciava intuire. "Dovremo anche dare parecchie spiegazioni ai medici e non solo..."
Aprirono completamente il sacco, rendendolo più pratico da usare come barella, e vi adagiarono Hana, che Elisa coprì con la propria felpa. Livia era perplessa. "L'interno del sacco è pulito, anche il suo corpo è pulito. Non ci sono segni della sepoltura e del tempo." Sorrise guardandola. "È come la ricordo quell'ultimo giorno."
Freja accese la torcia da polso, puntandola sul mandala. "Guardate! È cambiato di nuovo. Al centro c'è Gleipnir e attorno gli altri, nel punto dove eravate durante il rito."
Elisa lo scrutò. "Sì, è un cammino che include gli oggetti e in qualche modo conduce a essi."
"Ora il varco è chiuso, per sempre," disse Livia. "Usciamo di qui. Hana ha bisogno di cure e di medici veri."
Percorsero a ritroso il cammino e Sofia aprì la porta, schermandosi gli occhi dalla luce e percependo, dopo il silenzio del Mitreo, il frastuono e le voci all'esterno. "Ci hanno beccati… siamo fottuti…" Uscì senza aggiungere altro, portando le mani dietro la nuca.
Alcuni uomini entrarono, ma non erano autorità locali: indossavano le divise della Phénix. "Svelti, portate lei all'X-40 da soccorso e loro a quello da trasporto." La voce di Arthur era inconfondibile.
"Li portiamo alla Serra di Dumnon?" chiese una donna.
"No," rispose Arthur. "Al Praesidium Arcis."
"È distante da qui," osservò la donna, restando un attimo in silenzio. "Chiaro, procedo… Si tratta degli avvistamenti nei boschi."
"Esatto, e con gli X-40 ci arriviamo in mezz'ora, anche meno. Chiedete i permessi di volo direttamente ad Althea, serve un corridoio completamente sgombro e voleremo a diecimila piedi."
Livia stava per chiedere qualcosa, ma sentì una puntura alla spalla e crollò.
"Arthur, rapporto veloce…" La voce di Althea al comunicatore era asciutta e tesa.
"Operazione Skyrunner completata." La voce di Arthur era calma, mentre con un fuoristrada percorreva la strada verso Viterbo. "Le Iene sono in volo e stanno dormendo."
La voce di Althea si rilassò. "Bene, siamo pronti a riceverli, e il ripiegamento da Sutri?"
"La mia attendente sta raggiungendo il comune di Sutri e il comando locale di polizia e carabinieri." Arthur era calmo. "Io sto andando a Viterbo per la stessa cosa." Sospirò, prendendo una pausa. "Comunque sai che questa cosa non mi piace."
Althea sbuffò. "Lo so, ma non puoi negare cosa è accaduto questa notte. Ci sentiamo tra un'ora e ti aggiorno."
○ ○ ○
Marco si svegliò riposato, come non accadeva da giorni, e per qualche secondo rimase disteso a osservare il soffitto, lasciandosi avvolgere dai profumi di resina e di erbe montane che entravano dalle ampie finestre sulla parete di fronte al letto. Oltre i vetri, le montagne emergevano nella luce limpida del mattino, mentre il verde dei boschi scendeva verso la valle.
Si sollevò a sedere, lasciando scorrere lo sguardo sull’ampia stanza arredata con un’eleganza sobria. Il letto matrimoniale occupava il centro della parete, con ai lati due comodini in legno chiaro; poco oltre si trovavano un grande armadio a muro e un comodo divano disposto davanti a un tavolino basso. Sul lato opposto, una porta, forse il bagno.
Sul tavolo, apparecchiato con cura, era già pronta la colazione: frutta fresca, pane, miele, marmellate, croissant, succo d’arancia e caffè fumante. Più che la stanza di una clinica, sembrava la suite di un albergo di lusso. "Di nuovo a Dumnon? Il panorama mi sembra diverso…" Mormorò, passando la mano sulla guancia, con la barba lunga di alcuni giorni.
Si alzò raggiungendo la porta, oltre la quale trovò un bagno non comune, rivestito in pietra chiara, con una grande vasca idromassaggio e ogni comfort immaginabile, che decise di sfruttare subito, uscendo forse dopo un'ora, con un forte senso di appetito e la barba rasata.
Fece colazione lentamente, cercando di mettere ordine nei pensieri, e terminò controvoglia il caffè, per poi raggiungere l’armadio, trovandovi abiti per il tempo libero, costumi da bagno e tutto ciò che poteva servirgli, comprese due tute tattiche della Phénix, prive di armi ed equipaggiamento.
Raggiunse la finestra, sfiorando il divano; le montagne erano perfette, troppo perfette, e quando posò una mano sul vetro comprese immediatamente che non si trattava di una vera finestra. Il panorama era una proiezione ad altissima definizione. Anche i profumi di resina e di bosco, così naturali, provenivano da un sistema nascosto di diffusione.
Si voltò e raggiunse rapidamente la porta, apparentemente di legno intarsiato in stile montano, ma priva di maniglia o di qualunque altro sistema di apertura.
Respirò profondamente, cercando istintivamente la Rete, poi afferrò la porta tentando di spostarla. Una voce meccanica, bassa e rassicurante, pervase la stanza. "Gli ospiti non possono circolare. Attendere il personale per essere accompagnati. Le suite offrono tutto quello che può servire."
Marco rimase immobile a osservare la porta. La stanza era reale in ogni dettaglio, ma il mondo oltre il vetro non esisteva e il comfort non era un gesto di ospitalità, ma parte della prigione sotterranea della Phénix.
○ ○ ○
Sofia era già in piedi da tempo e, quando uscì dal bagno, i capelli ancora umidi le ricadevano sulle spalle e il vapore le aveva lasciato sulla pelle una piacevole sensazione di calore. Si mosse con calma nella stanza, ancora nuda, lasciando che lo sguardo si posasse sul tavolo apparecchiato.
La colazione era ricca quanto quella di un albergo di lusso, ma con una cura nei dettagli che la fece sorridere. Accanto a frutta fresca, croissant e caffè fumante, trovò yogurt, miele di castagno, marmellate artigianali e una piccola selezione di tisane. C’erano anche fiori freschi in un vaso di vetro e, accanto al piatto, una crema idratante e alcuni prodotti per la cura del corpo scelti con attenzione.
Si sedette e fece colazione con tranquillità, assaporando ogni cosa e cercando di allontanare i pensieri che continuavano ad affiorare, concludendo con la tisana; poi si alzò e aprì l’armadio.
All’interno trovò abiti della sua taglia, biancheria, costumi da bagno e tutto ciò che poteva servirle per i giorni successivi. La scelta era sorprendentemente accurata, come se qualcuno avesse studiato in anticipo le sue abitudini e i suoi gusti.
Dopo aver osservato il panorama oltre la finestra, indossò rapidamente un paio di calzoncini corti, una maglietta e gli scarponcini.
"Una bella corsa nei boschi è proprio quello che ci vuole al mattino. E vediamo se trovo qualcuno che mi spieghi dove siamo e che mi dica come sta Hana." Disse sorridendo.
Il sorriso si spense quando la mano non trovò la maniglia della porta e le nocche urtarono contro quella che, sotto il rivestimento decorato, era chiaramente una superficie metallica. Il volto si fece serio e lo sguardo si spostò nella stanza alla ricerca di un sistema di apertura.
○ ○ ○
Il risveglio di Elisa fu come quello di Sofia, in una stanza identica, con una colazione leggermente diversa, che gustò con la calma di chi sente di non aver toccato cibo per giorni.
Indossò la tuta della Phénix esplorando la stanza in cerca di un'uscita e usando il tavolo contro la falsa finestra, causando la rottura degli schermi e raggiungendo il muro di cemento armato.
Elisa si lanciò contro il lato del divano spingendolo con forza contro il muro al fianco della porta; parte del rivestimento della parete cedette, rivelando una struttura metallica.
Una voce meccanica, bassa e rassicurante, pervase la stanza. "Gli ospiti non possono circolare senza essere accompagnati. Le suite offrono tutto quello che può servire. Atti di forza contro la struttura potrebbero ferirvi, per qualsiasi cosa attendete il personale."
Elisa spostò la sedia, sedendosi con le braccia incrociate, lo sguardo sulla porta di fronte a lei a circa tre metri. "Vediamo se viene qualcuno a sistemare, questa stanza fa schifo." Sorrise sollevando un angolo della bocca.
○ ○ ○
Livia si era alzata dando una rapida occhiata e notando subito l'impossibilità di uscire e sentendo la voce automatica; come reazione, prese la colazione, mettendosi a mangiare sul letto e valutando la sua mira, tirando tazze e bicchieri contro la falsa finestra.
Tolse la felpa che aveva infilato durante la colazione, notando il cambio automatico della temperatura della stanza, per poi prendere distrattamente il tablet trovato nel cassetto e navigare su internet. Sospirò, sperando che anche Marco ne avesse uno e tentasse di superare la sicurezza di quel posto.
La porta si aprì e vide Freja entrare, con lo sguardo freddo e indifferente, e si sentì istintivamente ferita. "Freja, cosa succede? Perché tutto questo?" Posò il tablet sul letto.
Freja la guardò dalla testa ai piedi. "Mettiti qualcosa e usciamo."
"Solo questo… usciamo? E per andare dove?" Si alzò recuperando dei calzoncini che infilò sopra gli slip. "Ho diritto di sapere…"
"Qui non hai diritti." Freja la interruppe seccamente. "Andiamo, muoviti." Si spostò liberando il passaggio.
Livia uscì, trovandosi in un corridoio su cui si aprivano porte simili alla sua e dove continuava a non sentire la Rete. "Freja… pensavo fossimo amiche… allora ci hai usati." Freja era alla sua destra, con un uomo dietro di lei.
Freja rallentò. "Amiche, sì, lo siamo state." Sorrise ironica. "Ma a volte le cose devono cambiare."
Livia rallentò, restando in quella improbabile formazione. Alla sua sinistra c'era una porta e sentì qualcosa nella sua testa, cercando di mettere a fuoco le deboli immagini.
Freja passò le dita tra i capelli di Livia. "Hanno bisogno di essere lavati. Posso mandarti un parrucchiere se vuoi." La voce era seria.
"E perché dovrei lavarli? Perché dovrei lavarmi io?" Scrollò le spalle, secca. "Sono chiusa in una gabbia, a che mi serve? Non devo fare vita sociale."
Freja replicò ironica. "Veramente non è così, stiamo uscendo. Potete muovervi, ma non vedervi. Queste sono le disposizioni; fosse stato per me non vi avrei fatto uscire dalle celle."
○ ○ ○
Elisa era stata accompagnata all'esterno potendo nuotare nell'ampia piscina, il luogo era fantastico: non come quello in Umbria, ma le montagne erano uno spettacolo e trasmettevano una profonda serenità. Ancora umida, avvolta in un pareo, si sedette nella sala spaziosa, dove le offrirono una merenda degna di una principessa. Sorrise, scuotendo il capo di fronte a quelle contraddizioni.
"Posso sedermi qui?" Chiese una ragazza in costume e bagnata.
"Certo, posso impedirtelo?" Rispose Elisa seccamente.
"Posso andare a un altro tavolo, non sono uno dei tuoi cani da guardia." La ragazza era calma e sorridente, mentre sorseggiava una spremuta chiara.
La guardò perplessa. "No, resta. Puoi dirmi qualcosa di questo posto?"
"Questo non è un segreto." Le rispose la ragazza. "Questo è Praesidium Arcis, nel nord della Corsica." Abbozzò un sorriso. "Un piccolo agriturismo VIP."
"E perché ci tenete prigionieri?" Svuotò il bicchiere di succo, che la ragazza le riempì di nuovo.
"Non siete esattamente prigionieri, ma non mi occupo di queste cose, sono del dipartimento di ricerca storica." Si fermò, cercando le parole. "Siamo informati che potete muovervi qui, all'esterno, ma che non potete incontrarvi."
"L'ordine di chi?" Chiese Elisa rilassata.
"Di qualcuno che può darlo." Sospirò. "I rapporti dicono che a Sutri è successo qualcosa che ha terrorizzato la Phénix, quindi vi hanno portati qui e visitati fino all'ultima cellula per giorni. Almeno posso dirti che state tutti benissimo." Sorrise tranquilla. "Temono che farvi stare insieme possa causare altri problemi."
"Sai qualcosa della ragazza, una di voi, portata qui incosciente?" Elisa era spontanea, continuando la merenda.
"Non molto, salvo che sta bene, ma è incosciente." Allargò le braccia abbassando la voce. "Dicono che le condizioni del suo corpo siano eccellenti, ma il cervello è quello di una persona che sta dormendo, ma non riescono a svegliarla."
Elisa la guardò. "Se ci ritenete un pericolo, perché ci lasciate uscire in questo modo? Ci state analizzando di nuovo?" Era contrariata. "Se siamo un problema, potevate eliminarci, ne avete i mezzi."
La ragazza sollevò le spalle. "Perché non si può vivere reclusi per sempre." Si arrestò di colpo. "Fa poca differenza, tanto lo capirai da sola, la vostra presenza qui non è temporanea. E noi non uccidiamo senza motivo, ancora meno uccidiamo un Custode." Fece una pausa, posando la mano sulla sua. "Ci consideri come un'unica cosa, ma a me non interessa chi sei, ho conosciuto una ragazza che trovo simpatica e spero di rivederti."
○ ○ ○
Il tempo passava lentamente, ma tutti erano riusciti a respirare l'aria esterna e a muoversi nuovamente in uno spazio naturale, senza però potersi vedere. Così trascorsero una decina di giorni senza cambiamenti significativi.
Livia era seduta sul letto, con la schiena appoggiata a un cuscino contro la testiera e il tablet distrattamente tra le mani. I capelli ricadevano in disordine sulle spalle e il volto era serio, la maglietta macchiata, mentre il solitario si risolveva quasi da solo.
Livia abbozzò un sorriso guardando le ginocchia abbronzate e allo stesso tempo sporche. "Sono stanca, mi state dando tutto, mi state trattando come una regina… Ma mi manca la libertà." Passò una mano sugli occhi asciugandoli. "Lo so che mi sentite, per favore, dite qualcosa…"
"Chi vince?" La frase apparve all'improvviso sullo schermo.
Livia sobbalzò, muovendo le mani disordinatamente per richiamare la tastiera. "Chi sei?" scrisse con esitazione.
"Colui che ti stava vicino senza notarti." Le parole si formarono rapidamente sullo schermo.
"Marco, sei veramente tu?" La domanda era banale, ma stentava a credere che fosse possibile.
"E tu, sei veramente tu?"
"Sono la donna che ti baciò per dimostrare che qualcosa era cambiato." Livia stava sorridendo.
I caratteri presero forma velocemente. "Elisa ha parlato alcune volte con una ricercatrice, dice che Hana sta bene, ma è come se dormisse."
"Come lo sai?" Livia scrisse esitante.
"Ho raggiunto anche lei, ma non riesco a farci parlare insieme e non ho ancora preso contatto con Sofia."
Livia restò immobile per un attimo, poi iniziò a scrivere velocemente. "Freja è cambiata, ci ha voltato le spalle. Riesci ad aprire le porte?" Strinse il tablet, speranzosa.
"No, non ancora. Adesso devo chiudere o ci scoprono. Non fare sciocchezze."
Il solitario ricomparve sullo schermo, ma Livia lasciò il tablet in mezzo al letto e si alzò, dirigendosi verso il bagno. Era tempo di tornare presentabile.
○ ○ ○
Sofia stava correndo nel bosco sotto gli occhi vigili della sua scorta, che reggeva facilmente l'andatura. I sentieri non erano molti, ma aveva notato che alcuni si inoltravano nel fitto del bosco per poi riemergere nei pressi di una strada. Sfruttando qualche ramo, avrebbe potuto raggiungere un centro abitato.
La pendenza del sentiero cambiò e, sfruttando una radice, salì su un ramo che lo attraversava, per poi sparire nel fitto del bosco. Sentì il rumore degli uomini della Phénix, che si spostavano rapidamente, ma nella direzione sbagliata. Sorrise, calandosi in una piccola radura resa più ampia di recente da qualcosa che aveva spezzato rami e sterpaglie.
Sentì un rumore alle spalle, ma prima di potersi proteggere qualcosa la atterrò, montandole sul petto. Un liquido viscido e caldo le colò sul viso.
Aprì gli occhi e vide un enorme muso nero che la guardava, con la lingua penzolante e un alito che avrebbe ucciso anche un drago.
"Vigil!" disse ridendo.
Vigil si sedette al suo fianco, smagrito, piagnucolando e restando a guardarla. Sofia, seduta a terra, aprì il cartoccio con un tramezzino, glielo porse e lo vide sparire nella grande bocca. Sorridendo, gli passò tutto il cibo che aveva nello zainetto.
"Piccolo mio, da quanto non mangi?" Si alzò, accarezzandolo. "Siamo tutti qui e presto saremo di nuovo insieme, ma devi stare al sicuro." Lo abbracciò. "Ora vai e resta al sicuro."
Lo vide sparire nel fitto del bosco e si fermò a pensare, mentre con calma si puliva il volto con una salviettina, tornando verso l'agriturismo, seguendo i sentieri di quella Rete, finché le guardie la trovarono seduta al tavolo del salone con una spremuta di frutta.
○ ○ ○
Marco era seduto sul bordo della vasca del bagno, il tablet in mano con alcuni ritocchi estetici; sullo schermo scorreva soltanto il testo di un programma.
"Presa." Disse infine.
Una scritta comparve sullo schermo. "Chi sei?"
"Uno di quelli che ha mandato a cercarti nelle fondamenta del mondo." Digitò la risposta, aggiungendo: "E tu sei chi penso?"
"Sono quella che ama la sala venti."
"Finalmente ti ho trovata." Marco la aggiornò velocemente su ciò che aveva saputo dalle altre.
"Quindi hanno paura di noi e pensano che questo sia il modo migliore per evitare problemi. Ho una buona notizia: ho visto Vigil nel bosco. Sta bene e non ha più il collare." Sofia scriveva velocemente e senza esitazione.
"Ottima notizia, questo significa che siamo tutti qui. Dobbiamo trovare un modo per uscire," scrisse Marco velocemente.
"Io ho trovato una strada per lasciare il podere, un po' faticosa, ma sicura." Le lettere si fermarono. "C'è qualcuno alla porta, a presto."
Marco raggiunse la stanza, rimuovendo le modifiche dal tablet e guardando quelle finestre innaturali. Ma qualcosa non tornava: la sicurezza di quel luogo era superiore a quella della Serra di Dumnon, eppure era riuscito a collegarsi con le altre. Qualcuno li stava aiutando, non c'era altra spiegazione.
○ ○ ○
Nei giorni successivi riuscirono a comunicare e a elaborare un piano, molto basato sulla fortuna, ma pur sempre un piano. Avrebbero sfruttato i turni dei pasti per attaccare le due guardie e cercare di uscire.
Il momento migliore era l'ora di pranzo del mercoledì, quando arrivavano i corrieri con il cibo e i materiali. Avrebbero fatto credere di essere fuggiti a bordo di uno dei furgoni, per poi dileguarsi nel bosco durante la notte. Vigil li avrebbe trovati da solo.
Livia era in camera, apparentemente come sempre, distesa sul divano; la porta si aprì, ma restò immobile quando vide che non erano in due come al solito: le guardie erano cinque, di cui due donne.
Sofia aveva sistemato il necessario per la fuga sotto il letto, ma i suoi custodi erano in ritardo di almeno venti minuti, finché sentì un suono e vide aprirsi un pannello nella parete, con all'interno il pasto.
Marco aspettò invano: apparentemente avevano deciso di non portargli il pranzo.
La porta della camera di Elisa si aprì ed entrò Freja con il pasto. "Guarda chi si vede, il pugnale nella schiena… se non fossi una signora, saprei come chiamarti." Elisa sembrava furiosa, ma il suo corpo era rilassato.
Freja rise. "Una signora? Tu?" Rise di nuovo. "Non potresti essere una signora nemmeno in un bordello di marinai." Lasciò i piatti sul tavolo.
Elisa rimase colpita da quelle parole, ma doveva seguire il piano. Prese un piatto dal tavolo e lo lanciò verso la nuca di Freja, per poi scivolare sul pavimento e falciarla alle gambe.
La guardia alla porta corse all'interno, finendo a terra dopo essere stata colpita nelle parti basse dal tacco di Elisa, che sfruttò il movimento per buttarsi su Freja, già spostata sul pavimento e pronta a scattare con un'arma in mano.
Elisa balzò su Freja per colpirla di nuovo, ma si bloccò. Qualcosa le aveva colpito il ventre, causandole un dolore atroce, e sentì il calore del sangue sulla maglietta.
Freja la spinse via, spezzando volutamente la lama, e si alzò. "Andiamocene!"
"Dobbiamo portarla al centro medico." Disse l'altra guardia concitata.
"No, non dobbiamo fare niente," rispose Freja dirigendosi verso la porta. "Ci ha provato e le è andata male."
"Ma…" iniziò la guardia.
"Ho detto andiamo, obbedisci!"
Sentì la porta chiudersi e capì di avere poco tempo; la vista si stava annebbiando, rendendo vago il soffitto sopra di lei, e se fosse svenuta sarebbe morta dissanguata.
Portò le mani sulla ferita, spostando la maglietta, e sentì sotto le dita il taglio e la lama ancora conficcata al suo interno; in quelle condizioni non avrebbe potuto curarsi.
Iniziò a piangere ancora prima di infilare le dita nel taglio, cercando di afferrare l'oggetto che la stava uccidendo; lo sentiva muoversi ed uscire lentamente, mentre il dolore la spingeva verso lo svenimento. Serrò la mascella e avvertì qualcosa tra i denti, il gusto del sangue.
Il suono di qualcosa che cadeva sul pavimento le restituì un ultimo spiraglio di coscienza, sufficiente a schiacciare le mani sul ventre e a richiamare la Rete, prima che tutto si spegnesse.
Il tablet di Elisa bippava sul divano e lentamente aprì gli occhi, faticando a muoversi, ma non era per la ferita: era la stanchezza di una guarigione estrema. Sollevò leggermente la testa, osservando il proprio corpo coperto di sangue coagulato, ma la ferita era chiusa e anche la lingua era al suo posto.
Con calma si alzò dal pavimento, prese qualcosa da mangiare dal tavolo e si lasciò sprofondare nel divano; Marco aveva lasciato un messaggio sul piano fallito, a cui non rispose.
L'ora sul tablet indicava che erano passate le diciotto, ma nessuno era venuto a controllare; questo significava che nessuno sorvegliava le stanze e che nessuno sapeva cosa fosse accaduto. Sorrise pensando che, dopo un'ora di riposo, si sarebbe lavata: non era ancora finita.
Le ci volle parecchio per ripulirsi del sangue e, tornando in stanza, si rese conto che il personale avrebbe avuto molto da fare per sistemare tutto; forse le avrebbero assegnato un'altra camera. Avvolta nell'asciugamano, si chinò sul frammento della lama, lo sollevò con un tovagliolo e lo pulì con attenzione.
La lama era strana, simile a un guscio che riuscì ad aprire con facilità, scoprendo al suo interno quello che sembrava un chip insieme a una piccola chiavetta da collegare al tablet, cosa che fece subito.
Sullo schermo apparve il volto di Freja.
"Elisa, sono consapevole che in questo momento starai pensando a un numero infinito di modi per farmi soffrire. Ho poco tempo. Colpirti in quel modo era l'unico sistema per farti avere il chip di controllo che apre tutte le porte di questo centro, portalo con te: è un sistema autonomo e non richiede batterie. Sapevo anche che puoi curarti e spero che ti sia stato possibile. Libera gli altri e porta Livia da Hana, stanza 029. Ho allegato il percorso. Solo Livia può svegliarla; non so come, ma Arthur crede che sia così."
Elisa rimase a guardare lo schermo spento.
Tolse l'asciugamano dai capelli, lo posò sulla gamba e vi appoggiò sopra il braccio sinistro; il suo sguardo si spostò sul tavolo, dove trovò il coltello con cui incise il polso, vi inserì il chip e richiuse la ferita posandovi sopra le dita. Lasciò cadere l'asciugamano a terra e andò a vestirsi con la tuta tattica: era tempo di agire.
La porta si aprì ed Elisa si spostò di lato; una donna entrò con il carrello della cena, bloccandosi alla vista della scena e del sangue. Il suo compagno la seguì, spostando la mano dietro l'orecchio, che non raggiunse mai, perché Elisa lo mise a terra con un colpo alla base del collo; pochi secondi dopo, anche la donna era riversa sul carrello.
Con calma controllò le loro condizioni, poi sistemò la donna legata e imbavagliata sul letto e sotto le coperte, in modo che non fosse riconoscibile con facilità. L'uomo finì legato e imbavagliato sotto il letto, dopo aver recuperato la sua pistola a stordimento, quindi si occupò della stanza, dandole una parvenza di normalità.
Elisa si sciacquò le mani, prendendo un pezzo di pane tostato dal carrello. "È ora che mi dia una mossa." Si diresse di nuovo in bagno, guardandosi allo specchio e sollevando i capelli in uno chignon, poi prese le salviette sporche del suo sangue.
Per diversi minuti recuperò dei residui di sangue in un piccolo recipiente piano, mischiandoli con della cipria e della crema neutra, ottenendo un impasto che applicò sulla guancia destra, manipolando fino a dargli l'aspetto di una cicatrice recente. L'aria calda del fono asciugò il trucco.
Superò la porta in modo spedito, parlando seria. "Mangia la cena, non è detto che domani ci sia." Notò il corridoio deserto, bloccando la porta con un movimento del polso, per poi seguire con naturalezza il percorso che aveva memorizzato. Dopo qualche passo si fermò, consultando di nuovo il tablet e dirigendosi nella direzione opposta.
A ogni svolta sembrava di entrare in un corridoio uguale al precedente, ma, osservando attentamente, non era così: le porte erano diverse e a tratti si aprivano piccole vetrate nelle pareti, che superava con disinvoltura. Il percorso le parve eterno, finché vide due operativi fermi a parlare davanti alla porta che le interessava; rallentò mordendosi il labbro prima di procedere con un sorriso.
"Salve ragazzi, mi sono persa." Mantenne il sorriso abbassando lo sguardo. "Sono arrivata oggi da Castra Cerberis e il mio pass non è ancora registrato."
Gli uomini la guardarono sorridendo e uno di loro rispose con tranquillità. "Quelli del centro di controllo se la saranno presa comoda. Dove stavi andando?" Fece una pausa. "Che brutta cicatrice…"
Elisa indicò la guancia con un dito. "Dici questa? Stavo andando al centro medico per un controllo. Un incidente con un PHX-14." Lo guardò con un sorriso sfacciato, spostandosi leggermente di lato. "E se dopo il controllo mangiassimo qualcosa insieme di sopra? Sempre che il mio aspetto non vi disturbi."
"Non abbiamo ancora cenato, possiamo vederci direttamente di sopra più tardi." La guardò attentamente, girandosi e dando le spalle alla porta, con Elisa che si trovò di fronte a loro.
"Comunque dicevo a entrambi… Dopo cena possiamo andare da me, così mi mostrate come funziona la strumentazione della stanza." Abbassò leggermente il tono della voce, in modo provocante.
I due si guardarono e l'altro rispose. "Per me non è un problema e nemmeno per le regole della Phénix, possiamo portare qualcosa da bere, così ci racconti l'incidente."
Elisa sorrise. "Veramente avevo in mente altro, qualcosa del genere…" Si sollevò in punta di piedi, avvicinando il volto a uno dei due, mentre il braccio sinistro passava alle loro spalle e apriva la porta; le mani si spostarono rapide sulle loro teste, spingendoli all'interno della stanza, dove caddero.
Li trascinò completamente all'interno, chiuse la porta e scosse la testa. "Troppo facile fregare questa gente, fortuna che sono addestrati…" Si mise a ridere guardandosi attorno nell'armeria. "Credo che il vostro risveglio sarà gratificante, sesso in armeria con una combattente di Cerberis." Si mise a ridere.
Ripensò alle informazioni sul personale lette dal tablet; lo sguardo si fermò su alcune armi a stordimento a fuoco rapido, ma scosse il capo. "Con queste mi beccano subito, vediamo che altro c'è." Prese una pistola e quattro pugnali da combattimento, sistemandone uno al fianco e uno nello stivale. Sistemò la pistola nella seconda fondina.
Con il chip aprì un armadietto, da cui recuperò delle patch, applicandone una sulla spalla e mettendo le altre nella tasca, insieme a due dei pugnali. "Bene, ora, comandante Elisa, possiamo iniziare la missione." Si mise a ridere prima di tornare seria in corridoio.
Elisa stava percorrendo il corridoio delle stanze, controllando le porte, e rallentò quando incrociò una collega. "Come stanno i nostri ospiti?" chiese con tono severo.
"Stanno bene, comandante. Questo non ha cenato, ordini superiori."
"Bene. Ti sostituisco io, prenditi una pausa da questa noia. Fosse stato per me non avrei dato la cena a nessuno e nemmeno il pranzo, era meglio se li scaricavano in mare." Sorrise beffarda.
La donna la guardò. "Forse sarebbe stato eccessivo, ma io non sono al comando della XXV, ma della IX. Comunque accetto il cambio e non uccida nessuno, che mi sembra sia nel suo stile." Si allontanò seria.
Aprì la porta ed entrò. "Non fare domande. Metti la tuta tattica e prendi questa." Lanciò una pistola con la fondina sul letto di Marco.
"Elisa?!" Era in piedi al centro della stanza e la guardava perplesso.
"Comandante della XXV Warband Elisa… prego." Il tono rimase serio, prima di saltargli al collo e baciarlo.
"Ti hanno ferita?" La guardò muoversi verso la porta.
Elisa sorrise. "Per questa?" Indicò la guancia con la mano. "Tra poco si staccherà, è un camuffamento, ma potrei decidere di fare un make up permanente, credo che mi doni."
Marco si vestì rapidamente. "Ma come hai fatto? Ho cercato di contattarti e non rispondevi… ero preoccupato."
"Freja mi ha quasi uccisa per lasciarmi un messaggio e darmi le chiavi di questo posto." Abbozzò un sorriso. "Sono riuscita a curarmi prima che fosse troppo tardi. Ora dobbiamo liberare Sofia e portare Livia da Hana. Non è chiaro il perché, ma sembra sia necessario." Fece una pausa controllando il corridoio. "Non ti ho risposto perché qualcuno ci ha monitorato tutto il tempo."
"Sono pronto, possiamo andare." Marco si avviò verso la porta. "Ma come le troviamo?"
"Mettiamo in chiaro che il comandante sono io. E mettiti questa sulla spalla." Si mise a ridere porgendogli la patch. "Grazie a Freja ho la mappa e accesso a quasi tutte le informazioni utili, oltre a diverse aggiunte, come quella." Indicò la patch. "Benvenuto nella XXV…"
Marco le fermò il braccio prima che aprisse la porta. "Pensi che passeremo inosservati in questo modo?"
"Non passeremo inosservati, ci vedranno tutti e deve essere così, comunque ho già steso quattro operativi." Elisa era seria. "La XXV è un'unità tattica per operazioni speciali. Nessuno sa dove sia ora e per fare cosa. Gli operativi della Phénix la evitano, siamo diventati una spina nel fianco, utile per sbrigare gli affari sporchi."
Marco lasciò il suo braccio e sorrise. "Quindi sarebbe giusto dire che ci eviteranno schifati."
Liberarono senza difficoltà anche Sofia, alla quale Elisa affidò la seconda pistola, tenendo per sé i pugnali. Con Livia ebbero qualche problema in più, trovandosi di fronte a una guardia che non li riconobbe subito e che Elisa dovette atterrare e infilare nel letto di Livia; a lei Elisa affidò i restanti pugnali, che Livia sistemò bene in vista alla cintura.
"Fino ad ora è stato facile, sembrano scolaretti alle prime armi." Disse Elisa scocciata. "Il loro modo di gestire le relazioni è la loro peggiore debolezza. Sembra che, secondo la loro logica, chi è arrivato all’interno sia automaticamente validato, quindi non prestano più attenzione; inoltre, qui il personale cambia spesso." Procedeva in testa al gruppo, parlando a bassa voce. "Il rischio è di incrociare qualcuno che conosce i membri della XXV."
Livia procedeva alla destra di Elisa, un passo indietro, senza cedere il passo a chi li incrociava. "Elisa, che senso ha che io possa svegliare Hana?" chiese con il volto serio e una mano appoggiata con naturalezza sul pugnale, mentre lanciava un’occhiata di traverso a un uomo del personale che si scansò rapidamente.
"Non lo so. Freja ha detto solo quelle parole e che anche Arthur la pensa così." Fece una breve pausa. "Questo mi fa sorgere il sospetto che anche Arthur faccia parte di questo assurdo piano di fuga. Oppure stiamo cadendo in una trappola, cosa che potrebbe avere senso, vista la facilità con cui ci stiamo muovendo."
Livia sorrise flettendo l'angolo della bocca. "Questa volta non accetterò le conseguenze, sono disposta ad andare fino in fondo e a colpire per uccidere." Fece una pausa. "Voi cosa pensate?"
Elisa sollevò le spalle. "Siamo la XXV, credo che per noi non sia un problema. Le armi di Marco e Sofia sono a stordimento, se uccidiamo qualcuno, dovremo usare i pugnali."
Marco si spostò alla sinistra di Elisa. "Meglio morire che restare in gabbia a vita." Il tono era calmo.
"Manca molto?" Chiese Sofia, tre passi dietro Elisa. "A ogni passo rischiamo di essere scoperti, se devo eliminare qualcuno preferirei farlo sul mio terreno."
Elisa rallentò. "La prossima svolta a sinistra ci siamo." La voce era tesa. "C’è una rotonda con diverse porte che portano a vari ambienti ed è probabile che sia sorvegliata."
"E io che pensavo sarebbe stata una passeggiata," rispose di getto Livia. "Ma se questo è un centro di ricerca e il tuo ragionamento è corretto, non dovremmo trovare nessuno, in particolare in una sezione medica." Era riflessiva. "Al massimo dottori, che, seppur sempre addestrati, dottori restano. Forse una guardia per supporto."
Girarono l’angolo, trovandosi in una rotonda con sei porte apparentemente identiche e nessun'altra persona. Elisa indicò una delle porte. "Hana è lì dentro."
Marco richiamò la loro attenzione. "Telecamere! Coprono tutto lo spazio." Le indicò. "Ora sanno che siamo qui, arriveranno presto."
Sofia vide la stanza indicata. "Livia, dentro." Il tono era diretto. "Noi restiamo fuori e blocchiamo chiunque cerchi di entrare. Non credo che la Phénix ci ucciderebbe, al massimo ci addormenteranno… dobbiamo far guadagnare tempo a Livia." Estrasse la pistola.
Livia li guardò uno a uno, annuì, entrò e la porta si chiuse alle sue spalle.
○ ○ ○
"Comandante, ci sono quattro persone armate nella rotonda dell'area di ricerca medica." Il ragazzo mosse le dita sui pannelli. "Sembrano della XXV e una donna è entrata nella stanza 029."
"Non ho informazioni in merito a visite della XXV da noi." Il comandante era distratto. "Qualcuno chieda una verifica al centro di controllo." Fece una pausa. "Se serve, contattate Arthur o Althea."
○ ○ ○
Marco controllò l'ora. "Certo che se la prendono comoda, dopo cinque minuti non si vede ancora nessuno." Si guardò attorno. "Sofia, tu e io proteggeremo la porta, con queste armi non possiamo fare molto. Elisa, tu spostati di lato, in quel punto." Lo indicò. "Vai verso il corridoio e poi spostati lì, mi sembra un angolo cieco, se è così, penseranno che sei tornata nel corridoio." Sbuffò mormorando. "Livia, veloce…"
Due sfere rotolarono sul pavimento della rotonda, rilasciando del gas. Elisa spostò il respiratore sul naso, spostandosi a indicare un'esplosione e il dormire e girandosi di spalle. Marco e Sofia la imitarono, mentre un suono assordante e un bagliore riempirono lo spazio.
Quattro operativi rotolarono nell'ambiente, finendo colpiti dagli stordenti di Marco e Sofia, che si spostarono dalla porta verso il lato opposto al corridoio di accesso, coperti dal fumo, da dove ripresero a sparare verso l'accesso, abbattendo altri operativi.
Elisa si lanciò a mani nude verso una donna che stava entrando, afferrandola alle spalle e trascinandola verso di sé, per poi lanciarla contro la parete e rialzarsi rapidamente cambiando posizione.
Per diversi minuti affrontarono gli avversari, atterrandone una ventina, poi il fumo si diradò e la sorveglianza fece irruzione. Le armi erano scariche da tempo e loro erano stanchi.
Le armi stordenti a fuoco rapido erano puntate contro i Custodi, con Elisa che li fronteggiava con i pugnali in pugno e la cicatrice che si stava staccando dal viso.
"Elisa, abbassa i pugnali, arrendetevi. Ormai è finita." La voce di Arthur li raggiunse mentre sbucava dal corridoio, trattenendo Freja per un braccio, con le mani legate dietro la schiena. "Mi basta una parola per farvi abbattere, insieme a Freja."
La posizione di Elisa fu una risposta; era pronta a colpire. "Perché, invece di minacciare, non provi ad affrontarmi, così vediamo che guerriero sei?" Il tono era serio e deciso. "Possiamo ancora eliminarvi tutti, fino ad ora abbiamo ferito qualcuno, ma adesso si fa sul serio."
○ ○ ○
Hana era distesa su un letto meccanizzato, attrezzato per il mantenimento muscolare; la stanza sembrava una normale camera di casa; gli unici elementi a spezzare quella sensazione erano gli strumenti che la monitoravano. Livia li aveva osservati a lungo, toccando il corpo di Hana, mentre osservava distrattamente se i dati sugli schermi cambiavano: ECG normale, EEG normale e tutte le altre voci, per lei incomprensibili, ugualmente nella norma. Tutto era verde, ma lei dormiva.
Livia si sedette sul letto sorridendo e tenendo la mano tiepida di Hana. "Ciao Biancaneve, potrei provare con un bacio, ma io non sono un principe azzurro." La voce era dolce e morbida.
Vide poco distante una teca da laboratorio sigillata, con all'interno la tunica blu e la spada orientale di Hana, con i buchi per infilare le mani nei guanti sulla calotta.
Le sfiorò il viso con le dita. "Speravo saresti venuta a casa con me, ma dovrò lasciarti qui." Deglutì. "Perdonami per tutto il male che ti ho fatto. Dormi, ora devo andare, i miei compagni hanno bisogno di me."
○ ○ ○
Arthur spinse Freja contro il muro, lasciandola scivolare lentamente a terra, e si avvicinò a Elisa, armato a sua volta di un pugnale. "Elisa, ho sentito le tue ragioni. Ora abbassa le armi e accettate quello che deve essere. Warband, comunque vada a finire, catturateli. Ho sperato fino all'ultimo, ora temo che il consigliere Althea avesse ragione."
Elisa si spostò di lato, indicando a Marco e Sofia di restare fermi. "Mi sembrava di aver capito che la Phénix veglia sui Custodi, lo fate fino a che vi siamo utili e poi ci mettete in gabbia?" Si mise a ridere divertita. "La cosa non mi stupisce. Coraggio, vediamo come va a finire."
Qualcuno si mosse tra gli operativi, accostandosi a Marco e Sofia, passando loro due pugnali e restando con loro. Elisa la riconobbe: era la ragazza del bar dell'agriturismo e vide altri operativi estrarre le armi bianche e accostarsi a loro.
Elisa sorrise verso Arthur, riponendo uno dei pugnali. "Sembra che non la pensiate tutti allo stesso modo. Forse dipende dal vostro retaggio? Tu lo ricordi?"
Un uomo stava liberando Freja, aiutandola ad alzarsi, mentre Arthur si mosse verso Elisa, con una finta verso il fianco. "Elisa, la Phénix è complessa, più di quanto immagini. Portarvi qui è stato un errore, che adesso ha delle conseguenze da risolvere."
Elisa si scansò per evitare il colpo, poi si abbassò per portare un colpo di tacco contro il ginocchio di Arthur, che a sua volta lo evitò con destrezza, colpendola con un pugno al volto e facendola vacillare.
Il suono di alcuni spari li raggiunse, facendo muovere tutti gli operativi, senza più comprendere chi lottava per chi.
Un calcio colpì con forza Arthur al fianco, facendolo abbassare e poi raggiungere da un colpo di gomito al volto. "Lascia stare le mie amiche, combatti con me." La voce della donna era seducente e minacciosa.
Arthur si lasciò cadere a terra, rialzandosi poco più in là. "Livia? Non avrei mai pensato di battermi con te, convinci i tuoi compagni a fermarsi, prima che la situazione degeneri." Lo scontro imperversava attorno a loro, ed Elisa aveva raggiunto Sofia nella mischia.
Livia si mise a ridere, quasi isterica. "A mio avviso è già degenerata." Ruotò su sé stessa in una sequenza di calci rotanti, fino a battere con il polpaccio contro l'avambraccio sollevato di Arthur.
Marco si abbassò evitando una raffica di colpi stordenti, già deviata da qualcuno che aveva colpito l'operativo che impugnava l'arma. Con il pugnale fermò un affondo, prima di far cadere l'attaccante con un pugno nello stomaco. Il caos era totale e faticava a distinguere gli amici dai nemici, finché sentì un clangore metallico alle sue spalle, vedendo del tessuto blu spostarsi e poi la lama di una spada orientale che aveva bloccato il pugnale, diretto alla sua schiena. Si spostò, affrontando l'avversario, scorgendo per un attimo una donna in tunica blu, che si faceva strada tra la gente della Phénix.
Livia era immobile, con la gamba sollevata contro l'avambraccio di Arthur e la lama del pugnale contro il suo collo. "Arthur, non può funzionare."
Arthur la fissò negli occhi. "Tra noi? Me lo hai già detto più volte." Le sorrise. "Preferirei un colpo deciso al cuore, lascia che il mio volto resti figo anche dopo la morte."
Livia si mise a ridere abbassando la gamba e riportando la lama nel fodero. "Sei sciocco." Continuò a ridere. "Ti ho sempre detto che mi piaci, ma non può essere dentro un letto. Questo tuo modo di essere mi eccita."
Arthur lasciò cadere il pugnale. "A me eccita altro di te, ma sono passato oltre." Si avvicinò guardandola negli occhi. "Come è potuto succedere tutto questo?"
Livia sollevò le spalle. "Forse perché la fiducia deve essere qualcosa in cui si crede veramente. E tra noi non è così, Phénix e Custodi sono diversi, dobbiamo comprenderci."
Un rumore le fece voltare: la lama di una spada orientale aveva deviato i colpi di due attaccanti, poi atterrati da due ginocchiate. "Scusa, Livia, pensi di combattere o amoreggiare?" Diede loro le spalle. "E tu, Arthur? La porti a letto o la uccidi? Giusto per decidere cosa fare."
Livia spalancò gli occhi. "Hana, sei sveglia? Non capisco!"
Hana rispose divertita. "Non capisco nemmeno io, comunque sono qui. Ora scusatemi, devo stendere qualcuno della prima Warband, non mi capiterà presto un'altra occasione come questa."
Elisa era a terra, con un'arma da fuoco puntata contro e un pugnale da lancio rivolto contro la gola; lasciò cadere il pugnale. "Mi arrendo, avete vinto." Chiuse gli occhi respirando profondamente, con le braccia inerti sul pavimento.
La spada di Hana scivolò sulla parete con un suono stridulo che spostò l'attenzione di tutti, indistintamente. "Sono il comandante Hana, che la seconda Warband mi raggiunga in difesa e protegga i Custodi. Cessate il combattimento, il terzo in comando lo ordina."
"Warband, operativi, obbedite agli ordini del comandante Hana. Il consigliere Althea lo conferma." La voce di Althea arrivò perentoria dall'accesso del corridoio.
Arthur si mosse verso Althea. "Prima Warband, proteggere il consigliere!"
Livia si riunì ai Custodi e a Hana, sorridendole. "La situazione sembra comica solo a me?"
Una ventina di operativi si erano schierati attorno a Hana, una decina attorno ad Althea e Arthur; nessuno era illeso. Una parte era rimasta in disparte, confusa, le armi a terra. Poi c'erano i contusi e incoscienti rimasti sul pavimento.
Hana lanciò la spada a Freja. "Sorella, per ora la affido a te." Per poi dirigersi al centro della stanza circolare, con la tunica blu che volteggiava attorno e il tessuto intrecciato a coprirle il seno, girando attorno al collo.
Althea passò attraverso gli operativi della prima Warband, fermandosi di fronte ad Hana. "Comandante, ci saranno molte cose da capire, in merito al tuo ritorno. Ma ora dobbiamo decidere cosa fare. A te la prima proposta."
Hana si guardò attorno, rivolgendo un ghigno ad Arthur e poi soffermandosi benevola su chi aveva combattuto e più a lungo sui Custodi. "Sono appena tornata, ricordo solo di essere morta a Venta con Livia accanto. Cosa posso proporre?"
Althea fece un passo avanti, abbracciandola. "Bentornata, Hana, Livia e gli altri ti racconteranno. Allora sarò io a parlare."
Hana contraccambiò l'abbraccio. "Ma usa parole che siano magnanime, nessuno ha sbagliato."
Althea annuì facendo un passo indietro. "Arthur, chiama le unità mediche e dichiara il cessato allarme. Voglio un rapporto completo inviato al Consiglio entro domani mattina." Fece una pausa. "Tutto il sistema di sicurezza di Arcis dovrà essere verificato e corretto."
Livia mormorò a Freja. "Fortuna che le ha detto di essere magnanima…"
Freja le sorrise, mormorando. "Che ti aspetti da Althea, questo è il suo concetto di magnanimità."
Althea continuò. "Chiedo a tutti voi, non lo ordino, di parlarvi e appianare i vostri disaccordi, che io ho causato con le mie disposizioni." Si girò verso Arthur. "Comandante, da questo momento rinuncio al mio ruolo di consigliere, ho bisogno di un mezzo e di una scorta per raggiungere il Consiglio e rimettermi al loro giudizio."
© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.