Piante, tradizioni e racconti legati al territorio
Il sole si palesò nel piazzale mentre Elisa usciva di casa, la tisana in mano e indossando scarpe comode da trekking, pantaloni cargo e l'immancabile maglietta rossa a maniche corte. I capelli biondo cenere, raccolti in una coda, le arrivavano ormai al centro della schiena. Guardò verso uno dei sentieri che attraversavano il bosco.
Il tempo passò lentamente e Marco la raggiunse affiancandola; era vestito nello stesso modo, anche per il colore della maglietta. La sua tisana emanava un aroma diverso. "Livia non è rientrata? La camera è vuota e il letto è fatto. Cosa guardi?"
"Sto aspettando Amani, ha scritto che stava salendo. Questa notte ho sentito arrivare la moto e parlare sotto il portico." Elisa rispose senza spostare l'attenzione dal sentiero.
"Non ho sentito niente, devo essere crollato." Marco guardò il sentiero. "Finisco la colazione e scendo ai Gelsi a dare una mano."
Lei sorrise. "Me ne sono accorta che eri crollato, avevo dei progetti per la scorsa notte… ma mi hai mandata in bianco."
Amani uscì dal sentiero e, senza rallentare, li raggiunse. "Buongiorno, ragazzi."
"Ciao Amani, Livia è scesa da voi?" chiese Marco.
"No, non l'ho vista." Li guardò. "Oggi ci sarà parecchio lavoro, arrivano dei clienti per uscire a cavallo." Fece una pausa. "Sono quattro gruppi: due questa mattina e due nel pomeriggio."
Elisa sorrise. "Ciao Amani, ovviamente ora che finisce la stagione arrivano." Posò la tazza sul tavolino. "Pulite voi, vado a cercare Livia." Diede una pacca sulla schiena di Amani. "Scende Marco a darvi una mano a preparare i cavalli, appena la trovo vi raggiungo." Si avviò verso la strada principale, voltandosi e camminando all'indietro. "Considerando come cavalca Livia, potremmo organizzare qualche show."
"Che ne sai di come cavalca?" ridacchiò Marco.
"Cretino!" Si voltò, accelerando il passo verso uno dei sentieri laterali.
Entrò con passo rapido nel bosco, seguendo un percorso che non le facesse perdere tempo, fino a quando lo sguardo si fermò sull'impronta di un inconfondibile piede scalzo e iniziò a correre tra gli alberi verso la radura.
Elisa arrivò alla radura con il fiato corto e vide Livia sdraiata sul fianco lungo la tomba di Hana, come se fosse incollata al suo fianco, abbracciandola. Indossava ancora gli abiti della sera precedente, con la minigonna nera tanto corta da apparire inesistente, il corpo e i vestiti sporchi di terra e le scarpe nere con i lunghi tacchi posate a terra senza cura.
Sorrise vedendola dormire con il volto sereno e continuò ad avvicinarsi, passandole dietro le gambe, dove la terra metteva ancora in evidenza i resti delle cicatrici. Elisa fece scorrere lo sguardo sulle gambe di Livia, che anche nel sonno apparivano toniche, forti, piene di energia. Si chinò in avanti, allungando la mano per abbassare il top, che durante il sonno si era spostato in modo sconveniente… e il mondo crollò.
Livia aprì gli occhi di scatto e, ruotando leggermente il corpo verso Elisa, le afferrò il braccio, trascinandola sopra di sé e facendola cadere di schiena sulla tomba di Hana, con un tonfo sordo e la testa che rimbalzò in modo innaturale sul terreno morbido.
Senza esitazione Livia rotolò sopra Elisa, portando le gambe nude ai lati del corpo, comprimendole il torace e serrandole il collo con la mano destra. Il suo sguardo era quello di un predatore braccato e il volto feroce.
Il peso sul torace le impediva di muoversi e il collo le faceva male, cercò di inspirare, ma l'aria non arrivò e la sua mente diceva: "Livia, fermati, sono io," ma le parole non uscivano. Sollevò una mano e le dita sfiorarono il ventre nudo di Livia, provando ad afferrarla, ma il braccio non rispose e la mano ricadde, battendo sul terreno. La vista iniziò a offuscarsi. Strinse il pugno nella terra... poi arrivò il buio.
Una luce fastidiosa la colpì mentre riapriva gli occhi, seguita da alcuni colpi di tosse che le deformarono il volto per la fitta di dolore al torace, su cui chiuse le braccia, iniziando senza volerlo a piangere; anche il collo le bruciava a ogni respiro. Rimase immobile per qualche istante, poi riuscì a rotolare su un fianco, cercando una posizione che le permettesse di riempire i polmoni senza urlare dal dolore.
Quando sollevò lo sguardo, il cuore sembrò fermarsi.
La vide seduta a terra contro un albero, con le gambe ripiegate contro il petto e le braccia che serravano con forza le scarpe contro il petto, come se fossero l'unica cosa capace di proteggerla. Gli occhi spalancati si muovevano rapidi da una parte all'altra, guardandosi attorno. Elisa la vedeva come non l'aveva mai vista: terrorizzata, con il respiro corto, smarrita. Non c'era più traccia del predatore che, pochi istanti prima, l'aveva quasi uccisa. Davanti a lei c'era soltanto una bambina spaventata.
Elisa rimase immobile ancora qualche istante, lasciando che il respiro ritrovasse lentamente un ritmo meno doloroso. Ogni movimento le ricordava il torace e il collo, ma riuscì comunque a trascinarsi verso Livia, aiutandosi con un braccio e avanzando lentamente sull'erba fino a fermarsi a poca distanza, allungando con cautela una mano verso le braccia e le scarpe.
Livia trasalì e strinse ancora più forte le scarpe contro il petto, ritraendosi fino ad appoggiarsi completamente al tronco dell'albero, mentre gli occhi spalancati passarono da Elisa al bosco e di nuovo su Elisa, incapaci di fermarsi.
Elisa lasciò ricadere la mano e in quel momento Livia abbassò lo sguardo sul proprio corpo. Portò una mano alla minigonna e cercò istintivamente di tirarla verso le ginocchia, ma il tessuto era troppo corto e tornò subito al suo posto, mentre le dita rimasero strette sull'orlo.
Elisa abbassò gli occhi sulla propria maglietta e con una smorfia di dolore la sfilò lentamente, trattenendo il respiro mentre le costole protestavano, e la posò sulle gambe di Livia, chiedendo dolcemente: "Sai chi sono?"
Livia annuì leggermente, rivolgendole un sorriso infantile.
"Livia, ti va di alzarti? Devi aiutarmi a tornare a casa, da sola non posso…"
Livia annuì, rispondendo con una voce flebile. "Sì… ma…" abbassò lo sguardo. "Devo coprire le gambe, non voglio che… non voglio che mi vedano." La voce si spezzò, seguita dalle lacrime.
"Usiamo la mia maglietta, va bene?" Elisa cercò di mantenere un tono dolce, ma il dolore stava prendendo il sopravvento. "Allarghiamo il collo e te la infili dalle gambe, come una gonna lunga e rossa." Cercò di sorridere. "Lo dovrai fare tu… io non riesco…"
Livia lasciò cadere le scarpe e iniziò a tirare la maglietta, fino a che la cucitura cedette, e la infilò con fatica come fosse una gonna. "Stai male?" chiese lentamente con quella voce innaturale da bambina.
Elisa cercò di alzarsi, ma il dolore era insopportabile. "Sì, sto male, molto male." Cercò di respirare, ma era faticoso, abbassando lo sguardo sulla terra strinse i pugni appoggiati mormorando. "Rete dei custodi… se esisti ed è vero che proteggi le tue ancelle… aiuta Livia ora, oppure che tu sia maledetta."
"Elisa, mi fa male dietro il collo." Livia le stava porgendo le mani. "Non so se riesco ad aiutarti, forse dovremmo restare qui."
Elisa restò con una mano a terra e con l'altra prese le mani di Livia, iniziando ad alzarsi. "Livia, tira indietro… piano."
"Cosa ti è successo, come ti sei fatta male?" Livia si avvicinò facendo scorrere le mani fino alle spalle di Elisa, per cercare di sorreggerla.
"So… sono… caduta." La voce le usciva a stento. "Fai piano, ti prego." Elisa notò un ramo sottile a terra, sporco di sangue sulla punta, e spostò la mano dietro il collo di Livia, sentendo al tatto una piccola ferita sulla nuca.
"Ahia… mi fai male." Livia si spostò indietro, lasciando cadere Elisa e portando le mani al volto. "Ti esce il sangue dalla bocca."
Elisa passò la mano sulle labbra vedendo il sangue rosso e brillante. "Livia, non devi avere paura." Cercò di respirare. "Non possiamo restare qui, sto morendo… devi seguire quel sentiero, sempre…" Tossì. "Segui il sentiero… grande… fino alla… alla casa." Fece una lunga pausa. "Quando la vedi, urla Vigil." Si lasciò scivolare a terra. "Ora vai, corri, bambina mia… corri." Gli occhi si chiusero.
○ ○ ○
Le voci la raggiunsero e aprì lentamente gli occhi trovandosi in una stanza, con la vista appannata vide le flebo e i tubi vari da ospedale e poi una massa nera di capelli che incombeva sopra di lei.
"Buongiorno, dormigliona, ti sei svegliata finalmente." La voce di Livia era normale. "Abbiamo fatto qualche giorno di vacanza."
"Che è successo?" La voce di Elisa era bassa e stanca. "Livia, come stai?"
"Sto bene, mi hanno ricoverata per il buco dietro la testa." Livia abbassò la voce, accostando la testa a Elisa. "Mi spiace, ci è mancato poco che morissi… per colpa mia… sei stata diverse ore sotto i ferri…" Si sollevò passando la mano sugli occhi.
"Quando potremo tornare a casa?" chiese Elisa guardandosi attorno. "Wow, camera per due? Chi hai comprato con il tuo corpo?" Cercò di ridere, ma il dolore la fermò. "Regola uno, non ridere."
"È stato Arthur, io non c'entro." Livia sorrise. "Io posso uscire anche adesso, ma resterò a darti fastidio per tutte le due settimane che dovrai passare qui. Comunque, per passare i tre giorni che hai dormito, il mio corpo si è occupato di un paio di infermieri."
"Piantala, non farmi ridere e non ti credo." Elisa sollevò il lenzuolo. "Potresti dire a uno dei tuoi infermieri che vorrei andare in bagno, ma in modo naturale." Le fece una linguaccia.
"Purtroppo dovrai aspettare, sei messa male." Livia si era fatta seria. "I medici hanno detto che, nelle condizioni in cui eri, avresti dovuto essere morta." Sospirò. "Non te lo nascondo, la stretta al torace ha danneggiato i polmoni, dovevi morire in pochi minuti. Anche le tue costole si stanno saldando molto velocemente."
Elisa la guardò. "Troveremo una risposta, ma promettimi di non parlare di quanto è accaduto. Livia, io non parlo se tu non parli." Anche lei era seria. "Inventeremo qualcosa, ma quanto è successo non può essere spiegato senza creare problemi." Elisa sollevò un mignolo. "Giura."
"Elisa, non posso, sono un mostro e…"
"Giura!"
"Va bene…" Livia intrecciò il mignolo con quello di Elisa.
"Ora passiamo alle cose serie, bambina mia." Il tono di Elisa era scherzoso. "Peccato…" lasciò la frase in sospeso.
"Peccato per cosa?" replicò Livia e poi, seccamente. "E non chiamarmi bambina mia, già mi scocciava quando lo faceva Agnese."
"Quanto sei suscettibile… bambina mia." Trattenne una risata con una smorfia. "Comunque, peccato per il vestito, temo che lo abbiano buttato."
"Ma quale vestito?" Livia era preoccupata e si avvicinò al bottone di allarme medico.
"Il vestito ultra schianto che indossavi quando sei uscita con Arthur. Potevo metterlo anche io." Una smorfia le attraversò il viso. "Livia, la regola uno… accidenti… che male… E ancora non mi hai raccontato cosa avete fatto, dobbiamo passare due settimane, racconta."
Livia rise. "Ti sei dimagrita rispetto a prima che partissi, hai messo su muscoli e sei anche abbronzata. E poi i capelli lunghi fino a metà schiena, mi fai venire qualche prurito." Fece una pausa. "Quella sera siamo tornati e lui si è comportato da cavaliere, io un po' meno, l'ho baciato. Poi ho preferito concludere la serata e qualcosa mi ha spinto a scendere alla radura, dove ho dormito, finalmente, come non dormivo da mesi."
Elisa la invitò con un gesto a sedersi sul letto. "Raccontami altro di Arthur." Mosse le mani. "Su, dai, racconta."
Livia si sistemò sul letto di fronte a Elisa. "La cena è stata divertente, abbiamo parlato e scherzato…"
Elisa mosse un dito come a premere un bottone immaginario. "Avanti veloce… su… su… le cose importanti."
Livia sollevò le spalle. "Niente di quello che pensi." Sorrise. "Mi ha baciato sulle guance, abbiamo parlato di cose che non ti riguardano ed è andato."
"Ma lo hai baciato, non puoi dire che avete solo parlato? E lui ti ha baciato sulle guance prima che tu rompessi il ghiaccio?" Elisa si imbronciò.
"Sì, ti ho detto come è fatto." Livia sollevò le spalle.
"Non è un uomo normale." Elisa scosse il capo. "Come si può baciare una bella ragazza sulle guance dopo una cena? Almeno un bacetto."
"Elisa, è un uomo fantastico e credo sia seriamente attratto da me. Anzi, ne sono sicura, lo ha ammesso e anche io l'ho ammesso."
"Livia, ma se è fantastico e siete attratti, cosa non funziona?" Elisa era seria.
"Io non funziono, sono successe troppe cose e non mi sento di impegnarmi." La guardò, con uno sguardo diverso. "Quando sarà il momento, lui sarà il primo della lista."
Elisa la guardò. "Dopo il bacio niente? Solo un 'a presto, chiamo io'?"
Livia si abbassò, mormorandole all'orecchio, ed Elisa spalancò gli occhi per poi sorridere.
Elisa spostò la testa per morderle un orecchio. "Livia, avrei un consiglio, circa le tue nuove abitudini di abbigliamento sociale."
"Ahi! Sei scema? Quale consiglio?" Livia si passò la mano sull'orecchio.
"Dopo quello che ho passato, un morsetto è il minimo e ringrazia sia solo l'orecchio." Elisa sorrise. "Le minigonne non sono un problema… ma se vesti sempre così, quando le usi non incrociare le gambe."
"È la moda delle amazzoni, credo di essermici abituata."
"Sarà, ma nel nostro tempo può creare problemi."
Uscirono dal casale con calma, con Elisa in abbigliamento comodo da equitazione e Livia con hot pants sportivi scuri e una maglietta a maniche corte color terracotta, per raggiungere senza fretta i due cavalli lasciati da Amani.
"Sono ancora perplessa, come i medici, ti sei ripresa in metà del tempo e senza strascichi." Livia le sistemò una ciocca di capelli.
"Non so cosa dirti, mi hanno dimessa e sto bene, mi sento bene. Comunque ti ricordi che dobbiamo andare a cavallo?" disse Elisa montando agilmente in sella.
Livia annuì. "Sarò rintronata, ma me lo ricordo." Sorrise. "Pensavo sarei stata più comoda, ma questi hot pants si infilano ovunque e comunque non vengo con te."
Elisa la guardò di traverso. "Come sarebbe?"
"Faccio una strada diversa, ci vediamo al casale." Si accostò al cavallo, togliendo i finimenti e lasciando solo la cavezza.
Elisa la guardò, poco tranquilla, poi scosse la testa e avviò il cavallo verso la strada.
Elisa stava spiegando ai sei clienti della mattina come tenere le redini e gestire i cavalli durante la passeggiata, quando Nadia le diede una gomitata leggera, indicando con il mento verso il bosco.
Livia uscì dal sentiero al galoppo, senza sella, i capelli sciolti e neri sulla schiena, le gambe nude che stringevano i fianchi dell'Avelignese con una naturalezza che non aveva niente di sportivo. I clienti smisero di ascoltare.
Attraversò il pascolo in diagonale, piegando il cavallo con il solo peso del corpo, senza briglia, senza fretta visibile. Una delle clienti disse qualcosa a bassa voce alla sua vicina, ma Elisa non prestò attenzione: seguiva la folle corsa, i pugni e la mascella serrati.
Il cavallo percorse buona parte del pascolo, per poi girare bruscamente, lanciato in diagonale verso di loro. Livia si era girata di spalle, tornando poi nella posizione normale; le gambe si mossero rapide e la vide in piedi sul dorso del cavallo, scalza, fino a quando fece scivolare le gambe lungo i fianchi tornando seduta.
Fu allora che vide il suo volto cambiare, diventare assente, come una luce che si spegne. Il corpo scivolò in avanti lentamente e il cavallo deviò per evitare la staccionata, scagliando contro di loro Livia, che sembrava una marionetta disarticolata.
Elisa fece un passo avanti, Nadia la seguì e le persone iniziarono a urlare, ma il corpo di Livia si allungò, le mani si serrarono sulla staccionata spingendola in alto, in una giravolta sopra le loro teste, i capelli neri sparsi in aria senza controllo. Atterrò china sull'erba, i capelli davanti al viso, le mani a terra.
Nessuno parlò.
Poi Livia alzò la testa e sorrise ai clienti con l'espressione di chi ha appena completato quello che stava facendo. Si raddrizzò in un movimento solo e tornò verso il cavallo che Nadia aveva fermato. Due dei clienti applaudirono.
Elisa non applaudì quando Livia le passò accanto fissandola; sul volto di Livia il sorriso non riusciva a nascondere uno sguardo spaventato. "Cosa hai sentito?"
Livia tenne gli occhi su di lei. "Il Mitreo, e altro che non capisco. Poi ne parliamo…" Con un leggero cenno del capo indicò i clienti.
Elisa annuì, tornando verso i clienti. Mentre li aiutava a montare si girò una volta sola: Livia stava già cavalcando accanto al gruppo, come se niente fosse accaduto, come se la terra non le fosse ancora sotto le unghie.
Quando Elisa e Livia tornarono al casale del Poggio, l'ultimo gruppo se n'era andato da un'ora.
"Com'è andata?" chiese Livia mentre cercava di spicciarsi i capelli.
"A parte le tue cavolate?" rispose secca, per poi sorridere. "Tra escursioni e ristorazione oggi abbiamo fatto quasi duemila."
Videro Marco al banco da lavoro armeggiare con delle tavole di legno di quercia, martelletto e scalpello.
"Cosa stai facendo?" chiese Elisa avvicinandosi.
"Ho pensato che è tempo di mettere i cartelli con il nome dei casali e di scriverlo nel legno." Posò secco gli attrezzi per prendere lo smartphone e farlo scivolare verso Livia. "Come spieghi questo?"
Entrambe guardarono il video finito sui social del salto di Livia. "Oltre centomila like in poche ore e hanno messo anche il nostro sito," disse Elisa sfregandosi le mani.
Livia rispose seria. "Era tutto sotto controllo, ma ad un certo punto la Rete ha deciso di rompere, cosa che le riesce molto bene." Spinse indietro il telefono. "Credo si debba andare al Mitreo, tu hai avuto qualche visione?"
Marco scosse il capo. "Niente, forse c'è una breccia da sistemare." Poi guardò Elisa. "Quel video avrebbe potuto riprendere Livia spezzata sulla staccionata. Non sarei così felice." Era seccato.
Elisa sbuffò. "Ci vuole ben altro per spezzare questa donna, fidati." Le passò il braccio attorno alla vita raggiungendo la casa. "Vero, bambina mia?"
"Dove andate? Livia ha appena detto che dovremmo andare al Mitreo!" urlò Marco dietro di loro.
"Hai detto bene," rispose da dentro Elisa. "Dovremmo. Mai rimandare a domani quello che puoi fare dopodomani."
Marco rientrò un'ora dopo e sentì delle voci arrivare dal bagno; Livia ed Elisa erano lì. Salì le scale per andare a farsi una doccia e cambiarsi, scendendo una decina di minuti dopo.
La porta del bagno in sala si aprì e ne uscirono Elisa e Livia, avvolte in asciugamani e ancora gocciolanti, passandogli davanti ridendo.
Marco le seguì con lo sguardo. "Posso sapere?"
"Ci siamo rinfrescate… e non solo," disse Elisa con una semplicità disarmante.
"Cosa sarebbe il non solo?" chiese Marco curioso e seccato.
"Il bagno è uno solo ed Elisa fa dei massaggi fantastici, ma credo tu lo sappia." Livia alzò le spalle come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Marco le seguì con lo sguardo. "E i bagni sono due!"
"Vero, tesoro, comunque anche Livia fa dei massaggi fantastici con quelle dita…" Elisa si mise a ridere, fermandosi sul primo gradino. "Ci vestiamo e andiamo al Mitreo." Fece una pausa. "A meno che tu non voglia venire su ad aiutarci."
Livia rise, sparendo in cima alle scale. Marco aprì la bocca, la richiuse e andò a prepararsi una tisana.
Arrivarono che erano quasi le sei. L'area era più affollata del solito: le bancarelle si allineavano lungo il perimetro dell'ara etrusca e l'odore di fritto e spezie arrivava prima ancora di vedere i chioschi. La luce era ancora calda, radente sulle pietre antiche.
Livia aveva i capelli raccolti in alto, una camicia di lino bianca aperta sul collo e pantaloni scuri stretti alle caviglie. Elisa era in abito corto color senape con sandali bassi. Marco aveva optato per una camicia azzurra e jeans.
"Prima mangiamo," disse Elisa fermandosi davanti a un chiosco di supplì senza aspettare risposta.
Mangiarono camminando, senza un piano preciso, passando da un chiosco all'altro seguendo l'odore. Porchetta in un cartoccio di carta, olive condite in un bicchiere di plastica, qualcosa di fritto che nessuno seppe identificare con certezza ma che sparì in pochi minuti. La folla si muoveva lenta intorno a loro, famiglie, anziani, qualche turista con la mappa sul telefono, bambini che correvano tra le gambe degli adulti.
Marco si fermò davanti a un chiosco di vino locale, versando tre bicchieri senza chiedere. Elisa lo prese senza guardarlo, gli occhi su una bancarella di ceramiche poco distante. "Quella è etrusca?" disse indicando un'anfora in bella mostra.
"È una riproduzione," disse Livia senza avvicinarsi e infilando in bocca quella che sembrava un'oliva ascolana.
"Come fai a dirlo da qui?" Elisa la guardò ingoiare l'oliva, come avrebbe fatto un serpente.
"Elisa, perché quella è la bottega di Giovanni e le fa lui nel garage."
Elisa abbassò la mano. "E le vende come etrusche?"
"Le vende come riproduzioni." La guardò. "Sei tu che hai detto etrusca."
Marco bevve il vino, seguendo lo scambio con l'espressione di chi non ha intenzione di intromettersi.
Livia porse il bicchiere pieno a metà a Marco. "Reggi questo e non berlo, torno subito."
Si fece strada tra la gente, accostando una ragazza a cui afferrò il braccio portandolo dietro la schiena. "Non una parola." Mormorò vicino alla sua testa. "Puoi urlare e ti spezzo il braccio e poi ti consegno ai vigili; puoi consegnare a quella coppia quello che hai rubato e facciamo finta che non sia mai successo."
La ragazza stava tremando. "Lo restituisco, posso dire che era caduto e l'ho trovato?" La voce era terrorizzata. "Ho perso il lavoro e non so più come vivere."
"Credo tu sia sincera, difficilmente mi sbaglio… a parte su chi mi porto a letto, ma è un'altra storia." Livia era seria. "Rendilo nel modo che ritieni opportuno, e se vuoi lavorare, domani mattina vieni al casale dei Gelsi e chiedi di Nadia."
"Sei seria, puoi farmi lavorare?" La voce era tesa e speranzosa.
"Io non posso, dipende da te e da come ti valuterà Nadia." Le lasciò il braccio. "Sai dove andare questa sera? Hai i documenti?"
La ragazza abbassò il capo, rispondendo piano. "No, non mi è rimasto niente, il padrone di casa mi ha buttato fuori e si è tenuto le mie cose. Ho i documenti, eccoli." Estrasse dalla tasca un portatessere.
Livia guardò la carta d'identità. "Fra un'ora fatti trovare vicino a quella macchina." Indicò la Lancia con la mano. "Potremmo tardare, ma verrai con noi e domani parleremo del tuo futuro. Ora vai."
La ragazza si avvicinò alla coppia, abbassandosi, fingendo di raccogliere qualcosa e poi toccò l'uomo porgendoglielo, e iniziarono a parlare.
"Ridammi il vino." Livia raggiunse Marco ed Elisa. "Spero non te lo sia bevuto."
Marco sorrise, porgendole il bicchiere. "Hai trovato un aiuto per Amani e Nadia, anche se mi sembra un metodo strano."
"Credo che possa essere recuperata," aggiunse Elisa dopo aver vuotato il bicchiere. "Anche se penso che non ci sia molto da recuperare, non è ancora persa, stava semplicemente per scivolare oltre il bordo del sentiero."
"Ho deciso di fidarmi, spero di non essermi sbagliata." Livia era seria. "Nel caso posso sempre risolvere in altro modo."
"Come ci arriva da noi, se non ha niente?" chiese Marco.
"La portiamo con noi questa sera, può dormire nella stanza piccola, così la teniamo d'occhio." Livia era seria. "Domani devo controllare il padrone di casa. Se ha preso le cose della ragazza, gli farò visita."
La folla si infittì verso il centro dell'area e loro si mossero controcorrente, cercando un posto meno affollato vicino alle pietre, dove si sedettero.
Elisa mosse le gambe, stringendo il braccio di Marco. "Marco!" mormorò.
Lui rispose senza guardarla. "Che c'è?"
"Le mie gambe." Era spaventata. "Qualcosa mi tiene."
Livia seguì con lo sguardo le gambe abbronzate, fino ai sandali, ma non c'erano sandali, non c'erano piedi. Le caviglie erano nel terreno. Si spostò frapponendosi tra lei e la gente, facendo scorrere le mani lungo i polpacci per spingerle nel terreno e impallidì.
Anche Marco si era spostato facendo da schermo. "Livia, cosa succede?"
"È un velo, non è una breccia… è come i passaggi celati nel Mitreo, ma è diverso." Mosse le mani. "Guardate!"
Spostarono lo sguardo dove i piedi di Elisa sparivano e, con loro, anche le mani di Livia, ma si muovevano entrando e uscendo dal terreno.
"Sento i piedi, ma non riesco a farli uscire." Guardò Marco. "Proviamo alla vecchia maniera: io tiro la gamba sinistra e tu la destra." Prese il polpaccio sinistro fuori dal terreno.
"Se la gente ci vede, penserà sicuramente male." Abbozzò un sorriso. "Evitiamo di finire sui social…" Tirarono con forza.
Elisa alternava lo sguardo tra le sue gambe e dietro le loro spalle, ma non succedeva niente e i polpacci erano sprofondati ulteriormente. Poi serrò i pugni soffocando un urlo e la lasciarono.
"Elisa, che succede?" chiese Marco.
"Un dolore tremendo, credevo si staccassero." Il tono era spezzato e le lacrime iniziarono a rigarle il volto.
Livia prese con forza la mano di Marco infilandola al fianco del piede di Elisa; la mano entrò nel terreno e ne uscì estratta da lui, la rabbia sul volto. "Ma sei pazza?" le urlò contro.
"Sì, credo di esserlo," rispose secca. "È un velo di passaggio, non capisco come Elisa ci si sia trovata dentro." La guardò. "Noi possiamo passare, ma tu no, o almeno non avresti dovuto."
Elisa guardò il terreno intorno ai suoi piedi. "Quindi sono bloccata qui."
"Per ora." Livia si abbassò di nuovo, le mani che scorrevano lungo il terreno intorno alle caviglie senza entrarvi. "Non forziamo, non sappiamo dove porta."
"Potrebbe portare al Mitreo," disse Marco sottovoce.
Livia alzò lo sguardo su di lui. "O altrove."
"Qualunque altrove va bene, purché ci siano ancora le mie gambe." Elisa aveva smesso di piangere, ma la voce era ancora rotta.
Una famiglia passò a due passi da loro senza fermarsi. Marco si era spostato per coprire la scena, le spalle come un muro casuale.
Livia rimase ferma un momento, le mani piatte sul terreno ai lati dei piedi di Elisa. Poi chiuse gli occhi. "La rete è qui," disse piano. "Non è una breccia e non è un pericolo. È un invito." Aprì gli occhi guardando Elisa. "Il punto non era il Mitreo."
"Era la festa," disse Marco.
"Era lei." Livia si alzò. "Questo velo si è aperto sotto di te, non sotto di noi."
Elisa la fissò. "Io non sono una custode."
"No." Livia si guardò attorno. "Ma la rete non sembra d'accordo."
Marco si soffermò su entrambe. "Pensi che ci sia un legame tra lei e la rete?"
"Può essere, ci sono tante cose che lo fanno pensare, anche se abbiamo finto di non vederle."
"Io non sono una custode!" disse Elisa con rabbia cercando di estrarre le gambe.
"Smetti di resistere," disse Livia piano.
Elisa la guardò. "No, non voglio!"
"Lo so." La fissò negli occhi. "Ma non ti farà del male."
"Non voglio…" era quasi un mormorio.
Marco le annuì appena. Elisa lo guardò mentre la folla continuava a muoversi intorno a loro: qualcuno passò sfiorandola senza voltarsi, una bambina la guardò un istante e poi seguì la madre. Il terreno la prese lentamente, senza rumore, senza dolore, e nessuno si girò.
Si trovò in piedi in un luogo non definito: non aveva né forma né struttura, dei guizzi di luce creavano una luminescenza soffusa attorno a lei. Provò a muoversi, ma il corpo era bloccato, non trattenuto, immobile come quando da svegli si è ancora prigionieri del sonno.
Vide il suo corpo a terra, gli occhi bianchi che la fissavano; vicino al corpo era in piedi Arianna nel rituale di Venta. Hana era dall'altro lato, la katana in pugno nel ventre di un legionario, viva, illesa.
Poi arrivarono tre donne con armature leggere, capelli chiari intrecciati, occhi chiari, alte. Erano sospese. Si vide sollevarsi da terra per andare con loro, ma non accadde: un'ombra luminosa passò e lei era ferma, con il pugnale insanguinato in mano, il corpo di Hana morente lì vicino e le parole: "Ho obbedito… agli ordini… è salva."
Le donne in armatura leggera la presero, una le posò la mano sulla spalla sorridendo, e si mossero insieme verso una direzione che non aveva nome. Elisa le seguì con lo sguardo finché sparirono.
Poi la luce cambiò e davanti a lei c'era una superficie scura e ferma, come acqua immobile. La sua immagine riflessa la guardava, ma non era del tutto lei: sul polso sinistro una mezzaluna dorata, poi anche sul destro, e sulla fronte un mandala sottile che pulsava appena, come se respirasse.
L'aria era fredda e umida e sapeva di tufo e terra bagnata. Elisa era in ginocchio sul fondo della forra, i sandali nell'erba alta, il buio intorno quasi completo. In lontananza si sentiva ancora la musica della festa. Rimase ferma, aspettando che il respiro tornasse regolare.
L'abbaiare di Vigil arrivò dall'alto della forra, poi il rumore delle sue zampe sulla terra, poi il suo peso caldo contro il fianco di Elisa e la lingua sul volto.
"Sì," disse sottovoce. "Anch'io sono contenta di vederti."
Le voci di Livia e Marco arrivarono poco dopo, scendendo a tentoni nel buio con le torce dei telefoni.
Per una settimana Elisa si alzò prima degli altri, saltando i pasti ed evitando gli altri, oppure tornando tardi quando tutti dormivano o non tornando proprio. I cavalli erano puliti e abbeverati, gli animali sistemati, i recinti controllati. Tutto quello che c'era da fare era fatto.
Nadia provò a coinvolgerla in una conversazione sui cavalli, l'unico argomento che sembrava ancora raggiungerla. Elisa aveva risposto con competenza e attenzione, poi aveva ripreso a lavorare come se il dialogo non fosse mai iniziato. Nadia era tornata da Livia con un'espressione che non aveva bisogno di parole e Amani aveva detto sottovoce che gli animali la seguivano con gli occhi in un modo diverso dal solito, che i cavalli abbassavano la testa quando lei passava, un gesto che facevano solo con Livia.
Quando la sera tornava prima, e gli altri erano già a tavola o avevano già finito, saliva direttamente al piano di sopra e la porta si chiudeva senza rumore. Marco restava seduto ancora qualche minuto, le orecchie tese verso il soffitto. Poi saliva. Lei dormiva già, o fingeva di dormire.
Di quello che era successo aveva detto pochissimo, solo che si era trovata in un posto strano, con delle luci, e che non ricordava bene. Marco e Livia si erano guardati senza replicare, sapendo entrambi che non era vero e che, per il momento, non c'era niente da fare per comprendere cosa fosse successo.
Livia la osservò lavorare in modo preciso e assente insieme, come se il corpo sapesse quello che faceva e la testa fosse rimasta da qualche altra parte. Una settimana senza mangiare lasciava un segno anche su un corpo robusto, e quello di Elisa non lo era mai stato. Le spalle erano più strette, il volto più tirato, le scapole scavate.
Nadia raggiunse il lago delle Tre Brecce, avvicinandosi a Livia, che stava zappando la riva. "Ciao Livia, alle prese con le erbacce?" sorrise prendendo un rastrello. "Volevo parlarti della ragazza che hai fatto venire, di Rianna."
Livia si fermò appoggiandosi al manico. "Scusami, non mi sono interessata, ci sono problemi?"
Nadia iniziò a rastrellare e scosse il capo. "In questi quattro giorni si è data da fare, le ho dato anche commissioni in paese e non ha fatto la cresta." La guardò. "Che fai, riposi?"
Livia si mise a ridere, riprendendo a zappare. "Quindi di cosa volevi parlare? Se sei venuta fino a qui, c'è qualcosa che non funziona."
"Hai ragione, ma non è lei." Nadia cercava le parole. "Lavora anche più del dovuto, ma in paese ho saputo che qualcuno le fa scherzi e la insulta, e lei non ci dice niente… Comunque ti ringrazia per aver recuperato le sue cose dall'appartamento."
"Era il minimo che potessi fare con quel farabutto." Livia sbuffò. "Se non ti dice cosa succede quando va in paese, c'è poco che si possa fare, ma potrei seguirla o farla seguire da Sofia quando scende da Volterra."
"Può essere un'idea, lei non conosce Sofia." Nadia sospirò, posando il rastrello. "Sono preoccupata, ho paura che qualcuno possa farle del male. Volevo dirti solo questo, adesso torno al casale, sono arrivati altri ospiti, che ti vorrebbero conoscere e fare dei selfie." Si allontanò ridendo.
La settima notte lo smartphone di Livia squillò, facendola quasi cadere dal letto; a tentoni lo prese, notando sul display il nome Althea, e rispose assonnata.
"Ciao Livia." La voce di Althea era squillante. "Dormivi?"
"No!" replicò Livia. "Stavo zappando l'orto. Certo che dormivo, sono le tre di notte!"
"Non ci avevo fatto caso, da me è giorno."
"Da noi è notte! Dove sei?"
"Non posso dirlo, ma ho fatto i controlli che mi hai chiesto." La voce si fece più professionale.
"Hai trovato qualcosa di diverso rispetto alla scorsa volta?"
"La struttura genetica è qualcosa di preciso, non cambia dalla sera alla mattina, o viceversa, o come ti pare." Rumore di fogli piegati.
"Quindi tutto in disordine come prima."
"Non proprio." Althea sospirò. "È tutto come prima, ma quella cosa particolare è cambiata." Rumore di dita sul tavolo. "Nel senso che l'influsso sul tuo fisico è probabilmente più forte, più incisivo: va oltre il mantenere le distanze tra voi due."
"Capisco. E Vigil?" tagliò corto.
"Niente, ma proprio niente." Forse un sorriso. "Abbiamo fatto il dovuto e ripetuto i test otto volte, ma ogni volta con un risultato diverso."
"Quindi cos'è, o cosa non è?" chiese Livia.
"È un cane, non è un alieno."
Continuarono a parlare per quasi un'ora, tornando anche su quanto accaduto mesi prima. Poi chiusero e Livia si sistemò meglio; fece scorrere le mani sul corpo, come a controllare che ogni parte fosse al suo posto. Si addormentò in un sonno agitato, che durò poco: un rumore nel corridoio la destò.
Uscì dalla camera lentamente, l'istinto della cacciatrice all'erta, poi vide Elisa che stava per scendere, già vestita. Scattò in avanti rapidamente, superandola sulle scale e bloccandola nella sala. La voce roca, quasi animale: "Ora parliamo!"
Elisa le puntò la torcia in faccia, accendendola. "Altrimenti?" le rispose secca avanzando. "Mi uccidi?"
Livia arretrò, mantenendosi però tra lei e la porta. "Non lo farei, ma potrei metterti sulle ginocchia e sculacciarti."
"Non mi fai ridere." La incalzò con la torcia verso il viso. "Levati prima che qualcuno si faccia male."
"Vuoi stendermi con la torcia?" il tono ironico.
"Forse." La mano di Elisa raggiunse il fianco, sfoderando il pugnale antico. "Ma forse questo è meglio."
Livia fece uno scatto indietro, aumentando la distanza. "Elisa, sono io la pazza… ricordi?"
"Lasciami passare…"
"Elisa, non posso, devi raccontarmi cosa è successo, ti stai distruggendo." Fece un passo avanti per disarmarla.
Livia vide la mano armata spostarsi verso la spalla sinistra e poi deviare in basso, ma esitò; sentì il metallo infilarsi nella coscia destra, lateralmente, e l'istinto di colpire per uccidere farsi strada, ma si trattenne e lo vide: un mandala dorato era sulla fronte di Elisa, che era rimasta ferma, rigida, reggendo il pugnale infilato nella gamba. Il sangue scendeva.
La luce si accese di colpo, Marco era fermo sull’ultimo gradino, una mano ancora sull’interruttore, lo sguardo che passava rapido da una all’altra.
Elisa non si mosse. Gli occhi restarono fissi su Livia, per poi spostarsi sulla gamba, sulla lama affondata e sul sangue che scendeva cadendo sul pavimento. Restò immobile per un istante, poi strinse la mano sull’impugnatura iniziando a tirare indietro il pugnale, lentamente.
Il corpo di Livia si irrigidì, il respiro si spezzò e le spalle si contrassero, il dolore la investì con violenza e aprì la bocca, ma non uscì alcun suono; serrò la mandibola, trattenendolo. La lama uscì accompagnata da un fiotto più scuro, che bagnò la mano di Elisa, poi tornò a scendere lento.
Abbassò il pugnale, come se pesasse troppo. Marco restò fermo senza dire nulla e Livia sollevò una mano, fermandolo senza guardarlo. L’altra restava lungo il fianco, il sangue caldo tra le dita posate sulla gamba. Il respiro arrivava a scatti, trattenuto, ma sotto controllo.
"Va tutto bene," disse. La voce di Livia era bassa, tirata. Il mandala non c’era più.
Elisa lo vide solo allora. Il sangue. La ferita. Le dita si aprirono. Il pugnale cadde a terra. "Livia…"
Livia fece un passo avanti. Il movimento le strappò una fitta che le piegò appena il fianco, ma si raddrizzò subito. "Guardami."
Elisa sollevò la testa guardandola. "Ho provato piacere nel colpirti." La voce fredda.
"Funziona così per alcuni, ma non per te." Con la mano sana strappò il tessuto leggero della manica del pigiama, tamponando la ferita.
"Io non parlo… tu non parli?" un sussurro.
Livia scosse leggermente la testa. "Non questa volta, tu devi parlare."
Marco si avvicinò, accompagnando entrambe al divano, sorreggendo Livia, e iniziando a medicare la gamba. "Che è successo?"
Livia parlava a scatti per il dolore represso. "Niente di che, la tua donna mi ha pugnalato." Accompagnò la risposta secca con un sorriso.
"È vero," disse semplicemente Elisa.
"Ma cosa siamo diventati?!" protestò Marco.
Livia non rispose e guardò Elisa. "Cosa è successo nel velo?"
"Non posso dirlo, so che poi mi odierai." Elisa era stanca.
"Forse, ma se non lo fai morirai." Spostò la mano a stringere il braccio di Elisa. "Sei uno scheletro."
"Ferma," sbottò Marco. "Non sono Agnese e se ti muovi non riesco a medicare la ferita." Posò un ulteriore tampone sopra il precedente. "Il sangue non si ferma."
"Fai una fasciatura stretta sui tamponi, poi ci penserà la rete, a volte serve a qualcosa." Poi guardò Elisa. "Coraggio, è il tuo turno." Le sorrise.
Elisa iniziò a raccontare senza alcun freno. Di come si era vista morta a Venta e portata via da delle donne dai capelli chiari, ma di come qualcosa le aveva fermate e tutto era cambiato: lei era viva e Hana morta. Le donne avevano preso lei. Delle sue ultime parole che le erano arrivate, quelle che solo Livia aveva udito sul campo di battaglia. Poi le mezzelune e il mandala, per finire con Vigil.
Livia ascoltò, qualcosa in quel racconto le torse lo stomaco e la fece vomitare sul pavimento, con Marco che la sorreggeva premendo sulla ferita.
Livia era confusa quando Marco le parlò. "La visione dopo il tuo ritorno." Fece una pausa. "Ho visto te, Elisa e Hana che scherzavate insieme." Strappo il tessuto del pigiama attorno alla ferita, iniziando a fasciare la coscia. "Non hai voluto sapere, credo che ora sia il momento."
Livia si spostò di nuovo in avanti e vomitò ancora.
Marco guardò il pavimento, il divano, le ragazze. "Io non pulisco, non pensateci nemmeno." Poi si fermò su Elisa. "Tuo il casino, tu pulisci."
"Io?" Elisa si portò le mani al petto.
Livia si mise a ridere con una smorfia di dolore. "Piantatela." Strinse con forza il cuscino. "Fa male… stronza."
Marco scosse la testa. "Ha ripreso a sanguinare." Posizionò un altro tampone e fasciò al di sopra. "Sarebbe meglio andare al pronto soccorso."
"E come lo spieghiamo?" Livia strinse i denti per il dolore della nuova fasciatura.
"Troveremo un modo, ma dobbiamo curarti," replicò Elisa.
"Va bene così. Resto qui e non faccio sforzi." Si spostò in una posizione più stabile. "Elisa, tu pulisci." Prese fiato. "Marco, tu vai in camera mia e mi prendi una maglietta e dei pantaloni comodi. Quando torni togliamo il pigiama e mi date una mano a pulirmi e vestirmi."
Nessuno replicò ed eseguirono alla lettera.
La mattina arrivò e passò. Marco era stato un'ora da Nadia per darle una mano con dei clienti, poi avevano chiuso ed era tornato. Elisa aveva sistemato la casa e fatto sparire ogni segno degli accadimenti della notte. Livia aveva cercato di alzarsi, ma Elisa l'aveva minacciata con il mestolo e aiutata a coricarsi. Il sangue aveva macchiato anche i pantaloni, ma sembrava essersi fermato.
"Notizie dal mondo," disse Marco chiudendo il portatile. "Unica cosa rilevante: il video di Livia ha superato il mezzo milione di like." Sorrise. "Stanno telefonando anche per venire solo a dormire qui una notte."
Elisa gli arrivò alle spalle, infilandogli un dito in un fianco. "Lo avevo detto." Ridacchiò. "Livia, ora bisogna continuare, ci vuole almeno un video a settimana."
Livia le fece una linguaccia, restando coricata sul divano. "Vengono pure per fare i selfie, credo mi farò pagare." Abbozzò un sorriso, ma non posso farmi vedere in calzoni corti con la medicazione.
"Perché no?" Elisa la guardò inclinando la testa. "La ragazza del casale che sistema l'orto con la gamba ferita, facciamo un reel." Si mise a ridere.
Livia si fece seria. "Marco, novità da Rianna? Nadia ti ha detto qualcosa?"
"Nadia è contentissima e Rianna sta imparando ad accudire i cavalli. Non sa cavalcare, ma se lo vuole credo che Elisa possa insegnarglielo." Marco era rilassato. "Credo che, lavorando, si sia fatta male, ma è assicurata, quindi non ci sono problemi."
"Male in che senso?" ribatté Livia.
"Ho notato un livido dietro la spalla. Rianna non ci bada, tanto che oggi indossava una maglietta con le spalline. Sembra un colpo contro qualcosa, ma non ho chiesto."
Livia prese un respiro profondo. "Va bene, poi le chiederò io…" fece una pausa. "Userò il telefono, non vado ai Gelsi a piedi… e piantatela di trattarmi come un'invalida."
Marco indicò a Elisa una poltrona. "Elisa, vieni, siediti." Il tono era cordiale mentre prendeva posto sull'altra poltrona. "Negli ultimi mesi sono successe diverse cose e non ci siamo ancora fermati a pensarci."
Livia stava per replicare, ma fu lui a fermarla alzando la mano. "Ci sono stati dei cambiamenti importanti e non possiamo ignorarli."
Elisa annuì. "Quanto è successo questa notte non è normale." Infilò tre biscotti al miele in bocca, masticando voracemente.
"Comincio io," disse Livia. "Quando sono uscita con Arthur, al rientro sono andata a dormire sulla tomba di Hana." Si fermò un attimo. "La mattina Elisa mi ha svegliata e stavo per ucciderla, poi mi sono trovata in ospedale di fianco al suo letto." Il volto era preoccupato. "Vi abbiamo raccontato un incidente plausibile, ma questa è la verità… Scusa Elisa… per il patto."
Marco guardò Elisa corrugando la fronte, ma lei replicò serena. "Io non parlo, tu non parli… Vabbè…" Sorrise. "Si è mossa con una rapidità pazzesca, non come nei racconti del suo diario… Ero in piedi dietro di lei e pochi secondi dopo, molto pochi, ero svenuta."
"Quale diario?" chiese Marco.
"Elisa lo ha bruciato dopo averlo letto, io non riuscivo a farlo… avevo scritto le esperienze che credo di aver vissuto nella giungla." Cercò di girarsi. "Lei ha letto il diario, tu hai visto la visione di quello che ho vissuto."
"Ci avete mentito, ma capisco le ragioni per cui lo avete fatto, quindi andiamo avanti." Marco abbozzò un sorriso.
"Dopo il Mitreo mi sono chiusa." Elisa guardò Livia. "E questa notte stavo per ucciderti."
"Quando ho chiamato Carlo," continuò Marco, "mi ha risposto che non aveva tempo per pensare a Livia. Il mio primo istinto è stato quello di distruggerlo professionalmente." Istintivamente posò una mano sul ginocchio di Livia. "Tutti abbiamo avuto impulsi distruttivi, ognuno in base alle sue capacità del momento."
"Un attimo," lo fermò Elisa, "Livia ha scritto di amazzoni e valchirie… nella mia visione ho visto donne dai capelli chiari, erano come quelle descritte da Livia."
"Io provo odio per la rete," uscì diretta Livia. "La ritengo responsabile di tutto quello che ho perso e che abbiamo subito."
Marco si alzò andando a prendere della tisana in cucina. "Anche le mie visioni sono cambiate, pensavo dipendesse dall'assenza di Livia." Porse le tazze. "La sua mancanza mi ha sicuramente indebolito, ma anche il collegamento con Vigil è peggiorato e mi sembra sempre più legato a Elisa."
"Marco, ho fatto una cosa che avrei dovuto dirti." Abbassò lo sguardo. "Ho chiamato Althea."
"La cosa non mi offende, ma perché l'hai chiamata?"
"A parte la pazzia, stai di nuovo male?" chiese Elisa.
"Non sto bene, avete visto come mi comporto." Guardò entrambi. "Elisa mi ha fatto notare che non posso far coesistere le minigonne senza intimo." Elisa si mise a ridere. "Sono scesa a cavallo facendo numeri da amazzone, ma con quale scopo… Non c'è normalità."
"Livia, quello che è successo nella foresta non è un caso." Sorseggiò la tisana. "Sei decisamente più forte e hai chiuso brecce senza il mio aiuto, lo so, brecce a cui prima non ti saresti nemmeno avvicinata." Indicò Elisa. "E tu? Prima della legione non avresti schiacciato una mosca, adesso pugnali senza esitazione." La guardò. "Guardati."
Elisa si guardò. "Che devo guardare?" Lo sguardo si spostò e lo vide: il pugnale antico posato sulla gamba e le sue dita che accarezzavano la lama, senza che se ne rendesse conto.
Marco continuò. "Cosa ti ha detto Althea?" le chiese senza esitazione, incalzando.
"Le ho fatto analizzare il sangue di Vigil." Si ritrasse, temendo una reazione che non ci fu. "Ha detto che è un cane e non è un alieno." Cercò di sorridere. "Ha anche detto che hanno ripetuto i test otto volte, ogni volta con risultati diversi."
"E a te cosa ha detto?" guardò Elisa; le mani stavano di nuovo maneggiando il pugnale.
"Ha detto che non sono diversi da prima, ma…" fece una pausa "in qualche modo ora influenzano in modo più netto le mie reazioni, e non solo nel tenerci separati." Poi si rivolse a Elisa. "Voglio fare un esperimento, ma prima metti via il pugnale." Con la mano invitò Marco ad avvicinarsi.
Elisa guardò l'arma e la passò a Marco, che la chiuse in un cassetto prima di avvicinarsi a Livia sul divano. "Cosa vuoi fare?"
"Aiutami a sedere." Allungò le braccia.
Marco, con attenzione, infilò la testa tra le braccia, prendendola dietro la schiena e portandola lentamente a sedere. All'improvviso Livia chiuse le braccia dietro il suo collo, baciandolo con intensità e trattenendolo.
Elisa si alzò rapida e Marco scansò Livia. "Ma che ti prende?"
"Cosa hai provato?" gli chiese.
"Niente, mi hai dato fastidio." Era irritato.
"A me è piaciuto…" Livia disse solo quello.
Fu Elisa a continuare. "Hai violato il vincolo." Scosse la testa. "Non dovrebbe essere possibile…" Fece una pausa, tornando a sedere. "Io ho avuto l'istinto di colpirti…"
Marco si mise a ridere; lo sguardo perplesso delle ragazze su di lui. Tornò a sedere prendendo un biscotto.
"Livia ti bacia, io vorrei ucciderla… e tu ridi?!" Elisa strinse i pugni. "Cosa ti diverte?"
Marco si mise comodo. "Cosa sappiamo noi dei custodi, delle soglie, della rete?"
"Che vigiliamo sulla soglia sistemando quello che si rompe e non possiamo avere legami." Livia sintetizzò di getto. "La rete pervade tutto, tranne alcuni luoghi creati dagli uomini."
"Questo è quanto abbiamo saputo da Sibilla e Agnese." Sorrise. "Ma loro da chi lo hanno saputo?"
"Dagli altri custodi," rispose Elisa.
"E gli altri custodi?" ribatté Marco, divertito.
"Elisa, prendi il pugnale che lo sopprimo," sbottò Livia.
"Lo faccio io," replicò Elisa. "Quindi, arriva al dunque."
"Con calma." Marco prese un altro biscotto. "Abbiamo incontrato Rhiann e Caran, dalle ricerche di Livia risalgono al terzo o quarto secolo."
Livia annuì. "Per quanto ne sappiamo è così, anche se le ricerche sono state fatta su campioni di materiali e non su di loro." Fece una pausa. "Potrebbero anche essere più antichi."
Marco continuò. "Ora sappiamo che Agnese e il suo custode sono forse del settimo o sesto secolo."
Annuirono entrambe ed Elisa sbuffò. "Possiamo avere la versione breve?"
Marco annuì. "Livia, tu hai vissuto un'esperienza con Ghita, forse custode o apprendista inconsapevole, nel quattordicesimo secolo."
"Nessuno prima del terzo o quarto secolo…" disse Elisa in un mormorio.
Marco le puntò contro un dito. "Esatto, sembra che il filo si sia spezzato e con esso siano andate perse molte tradizioni e conoscenze dei custodi."
Livia lo stava fissando, come una bambina che ascolta la favola della buonanotte. "La rottura è stata causata nel primo secolo, dalle legioni che hanno invaso gli insediamenti e sterminato, inconsapevolmente, i custodi… no, è più corretto pensare che abbiano distrutto il loro sapere." Fece una pausa. "Poi quanto accaduto con la IX ha creato un muro nella rete, o quello che è."
"Quindi noi siamo una menzogna?!" la interruppe Elisa. "Sono appena entrata nel club ed è tutto falso?"
Livia ridacchiò. "Non esattamente, siamo qualcosa di diverso da quello che crediamo, e la distruzione della IX, il ricongiungimento di Agnese, la venuta di Arianna…" prese fiato, "hanno spostato gli equilibri, o meglio li hanno riordinati."
"E io?" chiese Elisa.
"Tu sei venuta da noi perché sentivi di doverlo fare." Marco si alzò di scatto, sollevando la maglietta di Livia sul ciondolo. "Le tue discendenti erano custodi, forse era il tuo destino, ma si è interrotto."
Livia abbassò la maglietta a coprire l'ombelico con il ciondolo. "Che senso ha la visione che Elisa ha avuto al Mitreo?" sbottò Livia.
"Mi sembra chiaro," rispose allegro.
"A me no!" replicò Elisa.
"Il momento in cui Hana è morta coincide con la fine del rito contro la Legione." Gesticolò come per sistemare un mosaico. "Noi ricordiamo quella morte, ma prima della distruzione della presenza oscura era Elisa ad essere morta…" Si fermò guardandole.
Livia ed Elisa lo guardarono, ma ancora non capivano.
"Se avessimo perso lo scontro, Elisa sarebbe morta, ma la sconfitta di quella cosa ha svincolato qualcosa." Continuò a guardarle. "La cosa che chiamiamo rete ha cambiato il corso del sentiero, una vita per una vita." Sospirò. "Ha preso Hana per permettere a Elisa di riprendere il cammino della sua stirpe."
"Quindi io avrei dovuto morire, e voi lo sapevate?" Elisa era perplessa e spaventata.
Marco restò per un attimo in silenzio. "Con Livia abbiamo condiviso una specie di visione, molto tempo fa, mentre stavamo chiudendo una breccia nascente." Socchiuse gli occhi. "Entrambi abbiamo percepito del tessuto rosso, o qualcosa del genere… associandolo a te." Abbassò il capo. "Quindi… sì, pensavamo che saresti morta e lo pensava anche Agnese, ma non ne avevamo nessuna certezza."
"Durante la battaglia Hana indossava un paramento rosso, della sua stirpe… il rosso accomunava entrambe." Elisa parlava lentamente, scavando nei ricordi.
Marco allargò le braccia. "Da fisico, patito di fantascienza, vedo quel momento come un nodo nel tempo in cui una morte doveva esserci, ed essere legata al rosso. Sempre da fisico non posso accettarlo, ma questo è quanto."
Elisa guardò Livia, parlando con voce abbattuta. "Non solo ti ho ferita, ho anche ucciso Hana… Come farai ad accettarmi ancora… Livia, è tutta colpa mia, avrei dovuto morire al ponte… bruciata nell'incendio… come le streghe."
Livia la prese per le spalle avvicinandola. "Forse era quello che doveva succedere, o quello che la Legione avrebbe voluto per indebolirci… ma quella mattina la Rete ha voluto che accorressimo e tu sei diventata parte delle nostre vite, non perché l'abbia deciso qualcosa, ma perché sei Elisa."
Elisa tirò su con il naso. "Livia, sei una donna strana, mi sarei aspettata che mi odiassi e invece non lo fai, sei qualcosa di indefinibile." Tirò su ancora con il naso. "Marco, come spieghi il suo bacio e che abbia provato piacere nel dartelo? E ho visto che non era un bacio tra amici, ci ha messo il massimo impegno."
Marco sorrise passando la mano sugli occhi. "Ormai dovreste averlo capito da sole."
"Sei tu il custode del cammino, è il tuo ruolo essere la guida," disse Livia lentamente.
Marco rise per un attimo. "Livia, hai indebolito il vincolo, sei andata via dalla Tuscia liberandoti della rete." Si alzò. "Il tuo stato era tale che non potevi diventare una vera custode della soglia in modo naturale, quindi…"
"Quindi la rete, o quello che è, l'ha intrappolata in quel folle cammino nella giungla," continuò Elisa. "Ma perché?"
"Forse perché i custodi non sono semplici guardiani, ma sono di più ed erano altro nelle diverse culture." Marco sollevò di peso Elisa baciandola e accarezzandola; lei ricambiò.
Il tempo parve fermarsi, finché Livia non li interruppe. "Ehi! Io sono qui!"
Elisa restò attaccata a Marco. "Ma se io sono una custode, non dovrei potermi legare emotivamente e fisicamente a Marco." Fece una pausa. "Io ora sono una custode!"
Il rumore di ceramica infranta li fece voltare verso la statuetta caduta dal camino. Marco corrugò la fronte. "Livia, è la tua statuetta fasulla di ceramica… e non c'è vento né scosse."
"La butteremo, non vale la pena recuperarla, faccio prima a comprarne un'altra… comunque era un'Ancella di Giove." Livia replicò distrattamente.
Elisa si spostò raccogliendo i cocci. "Alla radura ho maledetto la rete e parlato di te come una sua Ancella. Ora ho detto che sono una custode ed è caduta la statuetta." La voce era lenta. "Livia, ti chiedo di restaurarla anche se non ha valore e di incidere sul basamento la data di oggi, non credo che questa caduta sia casuale e credo invece che questo sia un segno."
Livia sorrise. "La restaurerò, perché lo hai chiesto tu, non per rimetterla a prendere polvere… inoltre, guardandola, ricorderemo il giorno in cui abbiamo iniziato a comprendere di non sapere."
Marco si spostò di poco. "Il giorno in cui dobbiamo tornare a scuola e non abbiamo più insegnanti."
"Devo chiamare Sofia e informarla di cosa sta accadendo," disse Livia.
"Dobbiamo fare molte cose, ma la cosa più importante…" Elisa la interruppe. "è capire cosa fare."
Livia annuì. "E capire cosa siamo veramente."
Livia aveva lavorato per giorni in laboratorio, seduta su un alto sgabello portato per darle modo di essere alla giusta altezza senza gravare con il peso sulla gamba ferita. Aveva restaurato la statuetta con la massima attenzione, riempiendo le parti mancanti con della resina bianca. Sul basamento aveva inciso la data di qualche giorno prima e la scritta: "Ancella dell'Ignoto."
Aveva riordinato tutto con la massima precisione, ma il banco centrale, quello da restauro, era stato lasciato libero. Livia aveva disposto gli oggetti con attenzione, separandoli prima e poi avvicinandoli di pochi centimetri, come per misurare una distanza che non era solo fisica. Era appoggiata allo sgabello, con la gamba ferita sollevata da terra e il peso bilanciato dalla mano sul piano. Marco lavorava al portatile, aveva già aperto più finestre: banche dati, archivi digitalizzati, testi in lingua originale. Elisa osservava senza intervenire, appoggiata al lato del tavolo.
"Partiamo da quello che sappiamo, non da quello che sembra", disse Livia, prendendo il collare di Vigil tra le mani. "Non è decorativo, non è identitario. È costruito per resistere a trazione e torsione. Non ha chiusure standard. Solo io posso aprirlo. Se lo tolgo, ritorna. È un vincolo."
Marco annuì senza distogliere lo sguardo dallo schermo. "Se è un vincolo, cerco corrispondenze con oggetti dalla funzione analoga. Non per forma, ma per uso." Digitò qualcosa, scartando rapidamente i risultati. "Legami rituali, strumenti di contenimento… cinture di castità…"
Livia posò il collare e prese il ciondolo che portava e che era appartenuto a Elisa. "Questo è l’opposto. Non vincola, stabilizza. È centrato, simmetrico. Non è un amuleto qualsiasi: è pensato per essere portato esattamente qui. Come ti aveva mostrato Rhiann nella visione." Si toccò l’ombelico. "Non per protezione generica. Per riferimento."
Marco alzò lo sguardo un attimo. "Centro. Punto zero. Nodo."
Elisa non disse nulla, ma si avvicinò di mezzo passo.
Livia prese infine il pugnale di Elisa. Non lo brandì, lo osservò lungo la lama. "Non è fatto per colpire a distanza, né per tagliare materiale. È bilanciato per entrare e uscire. È uno strumento preciso... da assassini…"
Marco iniziò a collegare i tre appunti sullo schermo. "Vincolo. Centro. Intervento." Si fermò. "Non è una classificazione moderna. Sono funzioni che ricorrono in più tradizioni."
Aprì un archivio diverso, meno divulgativo, più tecnico. "Se cerco per funzione e non per forma…" Scorse rapidamente. "Nordico… greco… arturiano…" Si bloccò su una riga, poi su un’altra. "Aspetta."
Non pronunciò subito i nomi. Lesse, confrontò, tornò indietro. "Qui non descrivono oggetti in generale. Parlano di oggetti specifici. Un legame impossibile da rompere… un centro… una lama usata in contesti non ordinari."
Livia si avvicinò allo schermo, seguendo le righe. "Non sono nello stesso periodo."
"Non devono esserlo", rispose Marco. "Se sono la stessa funzione che emerge in contesti diversi."
Elisa tese la mano verso il collare. Lo prese, senza fretta. "Un vincolo che tiene qualcosa che non dovrebbe essere contenuto", disse piano. Guardò lo schermo, poi l’oggetto. "Questo l’ho già visto. Non qui, quando studiavo all'università." Fece una breve pausa, come a recuperare il riferimento. "È Gleipnir."
Marco non obiettò. Anzi, cercò il termine e lo affiancò alle fonti che aveva già aperto. "Torna", disse semplicemente.
Livia lesse quello che passava sullo schermo, riassumendolo. "Il laccio fatato della mitologia norrena, forgiato dai nani su richiesta degli dèi Æsir per imprigionare il temibile lupo Fenrir. Appare come un nastro di seta sottile, ma è indistruttibile, creato con sei ingredienti impossibili: rumore di passi di gatto, barba di donna, radici di roccia, tendini d’orso, respiro di pesce e saliva di uccello."
Elisa passò al ciondolo. Non lo sollevò subito, lo fece ruotare con un dito. "Centro. Non simbolico, reale." Sfiorò l’ombelico, quasi senza accorgersene. "Questo mi porta all'Omphalos."
Livia inspirò appena, come quando qualcosa si incastra. "Sì." Spostò lo sguardo su un’altra finestra, leggendo. "L'oggetto sacro a forma di pietra tondeggiante situato a Delfi, considerato dagli antichi greci il centro del mondo. Il termine simboleggia il centro, l'ombelico del mondo."
Elisa prese il pugnale per ultimo. Lo bilanciò nel palmo, verificandone il peso. "Non è una lama da guerra. È per interventi puntuali." Alzò lo sguardo verso Marco, che aveva già trovato il riferimento. Elisa finì la frase. "Dimmi che è Carnwennan."
Livia di nuovo lesse la finestra spostata da Marco. "In gallese significa Piccola Elsa Bianca. È il pugnale di Re Artù nella tradizione gallese del ciclo arturiano. È associato ai viaggi notturni, agli incontri soprannaturali e alle uccisioni segrete."
Marco chiuse le tre finestre e le riaprì affiancate. Non per confermare, ma per verificare che non stessero forzando un’interpretazione. "I nomi non arrivano dal nulla", disse. "Sono l’unico punto in cui le tre funzioni coincidono con oggetti specifici."
Livia tornò a guardare il banco. "Quindi non siamo non siamo noi a chiamali così."
Elisa posò la lama accanto agli altri due oggetti, allineandoli senza pensarci. "No, stiamo usando i nomi che hanno già avuto."
"Livia, stai bene?" Elisa si avvicinò vedendo l'espressione di dolore sul volto.
"La gamba, mi sono mossa senza pensarci." Livia si sistemò sullo sgabello. "Saliresti in camera mia a prendere la scatola nel comodino?" Abbozzò un sorriso prendendo il ciondolo e sistemandolo nel suo foro all'ombelico. "Prendi anche il pugnale, vedo che il collare è sparito da solo, come al solito."
Elisa annuì uscendo dalla sala e canticchiando.
Marco aveva spento il portatile e si era avvicinato. "Ti aiuto a tornare sul divano?" La preoccupazione era percepibile.
"Grazie, Marco, resto qui ancora un po' a vedere dei reperti fermi nel cassetto da settimane." Livia sorrise tranquilla. "Mi basta la scatola con le erbe che è di sopra."
Elisa tornò poco dopo trovando Livia seduta con in una mano un piccolo oggetto e nell'altra la lente di ingrandimento. "Ecco la scatola, ti serve una mano? Altrimenti faccio un giro per i sentieri."
Livia sollevò la testa. "Grazie Elisa, lasciala qui, finisco di catalogare questo oggetto che non capisco e mi occupo della gamba." Le sorrise. "Sto bene, vai tranquilla."
Elisa le avvicinò lo smartphone. "Non lasciarlo in giro, se serve chiama." Lasciò il laboratorio senza aggiungere altro.
Dopo che la porta si chiuse, il dolore prese forma sul volto di Livia, che aprì la scatola prendendo ciò che conteneva. Pochi minuti dopo uscì dalla porta posteriore del laboratorio prendendo il quad.
Nadia e Rianna si voltarono verso la strada, distratte dal rombo del quad che videro arrivare a tutta velocità. I capelli di Livia erano sollevati dall'aria e le mani serrate sul manubrio. Il mezzo si infilò nel piazzale frenando in una sbandata.
Livia sputacchiò sistemando i capelli. "Meglio i cavalli, decisamente… meglio i cavalli." Sorrise. "Salve ragazze, tutto bene?"
"Livia, ma che ti passa per la testa?" Nadia era furiosa. "Hanno inventato i caschi per un motivo, in particolare per le pazze come te!"
Rianna si era spostata un passo dietro Nadia. "Ciao… Livia." La voce era tesa.
Livia scese lentamente dal quad, bilanciando il peso sulle gambe. "Piantala." Sorrise a Nadia. "Rianna, dopo quella sera sono sparita, parliamo e mi dici come ti trovi? Magari Nadia ci porta una spremuta o una limonata."
"Agli ordini, vicecapo, vado subito in cucina." Nadia le fece un occhiolino sparendo nel casale.
"Vicecapo?" Rianna era tesa e perplessa. "Non sei tu il capo qui?"
Livia si mise a ridere avvicinandosi. "In realtà qui non c'è un capo, ognuno fa quello che gli riesce meglio." Si appoggiò al piano del tavolo. "Nadia si occupa del casale dei Gelsi, se volessimo trovare un capo, qui sarebbe Elisa, era casa sua."
"Non capisco… io pensavo." Rianna abbozzò un sorriso. "Qui è tutto strano, sembrate una famiglia e non sono abituata, a volte fatico a capire se mi stiate rimproverando o solo scherzando."
"Rianna, posso garantirti che se qualcuno di noi ti rimprovera, lo capisci subito." Livia si mise a ridere. "Ti trovi bene? Marco e Nadia mi hanno riferito che lavori anche più del dovuto."
Rianna si tormentò le mani tenute abbassate. "Non voglio deluderti…" Fece una pausa. "Non sono una ladra, non lo avevo mai fatto prima… ero disperata." Le lacrime le rigarono il volto. "Ora non devo sbagliare o mi caccerete."
Livia scosse il capo. "Tu sei Rianna, non sei la ladra." La voce di Livia era serena. "Quella sera ti ho visto e quando ti ho bloccata ho capito, anche i miei amici hanno capito. Ora devi solo essere te stessa e, se necessario, dire anche che non ti va di fare una cosa."
Livia si spostò e una smorfia di dolore le attraversò il volto, mentre la gamba cedeva e il corpo si afflosciava, sorretto solo dal braccio appoggiato al tavolo.
"Livia… Oddio…" Rianna si mosse sostenendola e facendola sedere sulla panca. "Chiamo aiuto…"
"No! Ferma, resta qui." Livia aveva chiuso gli occhi cercando di contenere il dolore. "Mi sono fatta male, ma non far preoccupare Nadia." Respirò profondamente e strinse una spalla di Rianna. "Tu stai bene?"
Rianna si ritrasse. "Ho preso una botta, mi fa male." La guardò. "La tua gamba sanguina, dobbiamo fare qualcosa."
"Cosa è successo alla tua spalla?" Livia era seria. "Qualcuno ti sta dando noie o peggio?"
"Livia, la tua gamba sanguina, la mia spalla non ha problemi." Si spostò verso il casale. "Nelle cose che mi hai riportato c'è quello che serve."
Livia si alzò trovando l'equilibrio, il dolore si era placato, ma i pantaloni mostravano una macchia di sangue che si allargava sulla coscia. Lentamente attraversò il portico, fino a raggiungere un punto isolato e poco visibile, dove si sistemò su una sedia.
"Livia! Dove sei?" Rianna era uscita con una grossa borsa rossa e si guardava attorno.
"Sono qui." Livia rispose con voce rassegnata e aveva già tolto i larghi pantaloni, rivelando la gamba con diversi rivoli di sangue che uscivano da sotto la medicazione.
Rianna la raggiunse inginocchiandosi e aprendo la borsa. "Dovresti andare in ospedale, è una ferita grave." Le forbici curve tagliarono con rapida precisione la fasciatura.
Livia notò i guanti chirurgici sulle mani di Rianna. "Non ti ho vista metterli." Era perplessa. "Quando lo hai fatto… e le forbici." Serrò la mascella quando Rianna inondò la ferita con la soluzione fisiologica.
"Allenamento, tanto allenamento." Rianna sorrise. "C'è chi va in palestra a pompare i muscoli e chi si allena a fare medicazioni. Ma tu devi andare in ospedale." Premette con forza un tampone sulla ferita. "Per quanto riguarda la tua domanda… ho dei problemi… mi hanno spinta contro il muro e ho picchiato la spalla."
"Lo sospettavo, fascia la gamba e poi andiamo in paese, ci penso..." Livia strinse di nuovo la mascella, mentre Rianna muoveva il tampone per farle male. "Rianna, non posso andare in ospedale e non posso spiegarti."
"Siete strani qui, sembrate una comunità, ma non lo siete. Questo posto mi piace e vorrei restare." Buttò il tampone in un sacchetto per scarti biologici. "Posso fare una sutura di fortuna, basta che non mi denunci per pratica illegale."
Livia spalancò gli occhi. "Ti alleni anche a ricamo?"
Rianna fece una smorfia. "Non me la cavo molto bene, ho saltato qualche allenamento." Le prese la mano posandola sul tampone. "Premi qui, vado a prendere un'altra borsa… Poi dobbiamo parlare."
Livia la guardò rientrare nel casale, sentì il tampone inumidirsi più lentamente e la gamba tornare a darle tregua e attese.
"Eccomi, questa valigetta è la cosa a cui tengo di più." Rianna la posò, aprendola con una cura estrema, rivelando quello che sembrava un kit chirurgico trasportabile, con sterilizzatore UV. "Mi è costato una fortuna, ero disperata al pensiero che lo avesse tenuto quel…" Interruppe la frase.
"Rianna, ma chi sei tu?" Livia era curiosa.
"Una ragazza con grandi sogni, che si è ritrovata a rubare un portafoglio." La guardò negli occhi. "Il destino ha però voluto che ci fossi tu."
"Ora come pensi di procedere? Non siamo nel posto migliore per fare quello che hai detto?" Livia era preoccupata e anche spaventata.
"Il posto non è un problema, quello che farò invece sì." Fece una pausa. "Quello che sto per fare è peggio che rubare un portafoglio, per la legge potrei essere arrestata."
"Faccio fatica a capirti, ma sappi che qui sei al sicuro." Livia non aggiunse altro, fissandola e soffermandosi su ogni tratto del suo volto.
"Bene, la ferita è molto profonda e non è accidentale, ti hanno colpita con uno stiletto di precisione: affilato, con una lama sottile." Tolse tre siringhe dall'involucro sterile, riempendole con il contenuto di una fialetta. "Ti farò un anestetico locale, non ho altro, sentirai comunque molto dolore. Poi cercherò di fare una sutura interna e quindi quella esterna. Non sarà una cosa veloce e devo farlo da sola."
"Posso gestire il dolore, se proprio sarà insopportabile perderò i sensi." Livia abbozzò un sorriso.
"Potrebbe essere un'idea, visto il tuo fisico e la tua muscolatura. Se ti do un pugno per farti svenire, mi farei male io." Rianna praticò le tre iniezioni attorno alla ferita. "Questa ferita però è strana, a meno che mi dici che risale a poche ore fa."
"Rianna, so che ti sembrerà una richiesta strana… prima di cominciare dovresti togliermi le scarpe e i calzini." Livia era calma. "Ho bisogno di restare scalza."
Rianna corrugò la fronte facendo quanto le era stato chiesto e soffermò lo sguardo sui piedi, sfiorandoli. "Sono perfetti, sembrano nuovi di zecca, poi mi dici che creme usi." Sorrise togliendo i guanti, disinfettò le mani prima di indossarne un paio nuovo.
Restarono nell'angolo per più di un'ora, con Livia che soffocava il dolore e Rianna che cercava di eseguire le suture con la maggior delicatezza possibile, ma sapendo che, in quei casi, senza anestesia, non c'era delicatezza possibile.
"Ho finito, spero serva a qualcosa, non posso farti promesse." Rianna si lasciò cadere appoggiando la schiena contro il muro, il volto sudato e le gambe tremanti per la posizione forzata.
"Hai fatto quello che potevi, per una persona che nemmeno conosci." Livia le accarezzo il volto. "Non sono molti quelli che lo farebbero."
Rianna chiuse gli occhi e mormorò lentamente. "Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dèi tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto."
Livia spalancò gli occhi portando la mano a sfiorare la medicazione e mormorando in risposta. "Praeceptorem sane qui me hanc edocuit artem, parentum loco habiturum, vitam communicaturum, eaque quibus opus habuerit impertiturum: eos item qui ex eo nati sunt pro fratribus masculis iudicaturum artemque hanc, si discere voluerint, absque mercede et pacto edocturum."
Rianna aprì gli occhi guardandola. "Lo conosci? Conosci la versione rinascimentale?" Rianna era sorpresa. "Come è possibile?"
Livia sorrise. "Sono un'archeologa, mi occupo di restauro e conosco i miti antichi." Fece una pausa. "E tu sei troppo giovane per essere un medico, ora credo dovresti dirmi chi sei."
"Prima di tutto ti dico che dovrai prendere qualche cariola di antibiotici, ma qualcosa mi dice che risolverai con le erbe." Rianna si alzò con fatica iniziando a ripulire e sistemare le borse. "Poi dobbiamo fare un patto… Io terrò la bocca chiusa sulla tua ferita, e tu non interferirai con i miei problemi a Sutri."
Livia annuì. "Va bene, per entrambe le cose, ma in particolare per la seconda." Si mise a ridere. "Possiamo dire di aver stretto un patto di sangue, anche se il sangue è tutto mio."
Rianna si mise a ridere, ora rilassata. "Metti questi, sono calzoni sanitari, darai meno nell'occhio." Porse a Livia la busta sigillata. "Sono al terzo anno di medicina e chirurgia, volevo specializzarmi sulle emergenze, ma non potrò continuare." Sospirò. "Sai, i costi sono diventati insostenibili per me, ma magari tra qualche anno."
Livia aprì la busta infilando i calzoni con attenzione. "Potrei darti una mano a pagare le rate, per i testi ho diverse conoscenze in ambiente universitario, potrebbero non essere un peso economico."
"Non posso accettare. Hai già fatto tanto e voglio cavarmela da sola." Rianna era risoluta.
"Conosco una ricercatrice che la pensava come te. Posso provare ad alzarmi?" Livia appoggiò la mano al tavolo.
"Sì, alzati, ma carica il peso sulla gamba sinistra o i punti salteranno." Chiuse la borsa. "Che ne è stato di quella ricercatrice?"
"Beh, se il conto è corretto, ora ha cinque lauree e non so quanto altro." Livia si alzò lentamente. "Ricorda la mia proposta, non voglio che rinunci al tuo futuro … e … mi accompagni a casa?" si misero a ridere.
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