🌿 Dal giardino alla Tuscia

Piante, tradizioni e racconti legati al territorio

I racconti dei Custodi fanno parte di una storia continua. Se è la prima volta che li leggi, inizia dal primo.

Ciò che Siamo

Il dubbio, le brecce e un laghetto

Racconti fantasy
Data inserimento: 14/05/2026

Parte I – Il dubbio

L'atmosfera della cena è tesa, da giorni qualcosa distrurba la serenità di Livia.

Era stata una giornata piena, ricca di lavoro e di idee, e Agnese chiuse la tenda della finestra dopo aver salutato Marco con un cenno della mano. Lui rientrò nel casale del Poggio, chiuse la porta alle spalle e raggiunse il divano di fronte al camino spento. La cena era già pronta: doveva solo attendere che Livia scendesse.

La cittadina di Hallstatt era comparsa un mese prima nella loro vita e ancora ne parlavano, cercando di capire come gestirla e come muoversi. Inoltre, da qualche tempo Livia appariva preoccupata e Marco voleva parlarle quanto prima. Il rumore degli zoccoli interruppe i suoi pensieri mentre Livia scendeva dalle scale, vestita con un accappatoio comodo e un asciugamano arrotolato sulla testa.

"Mangiamo?" chiese lei con tono secco. "Non ho molto appetito, andrò subito a dormire."

Marco la raggiunse al tavolo e si sedettero. "Livia, tutto bene?" La preoccupazione traspariva dalla voce.

Livia prese il cucchiaio, lo guardò severamente e iniziò a mescolare lentamente la minestra nel piatto, senza rispondere subito. "Sì, tutto bene. Hai intenzione di farmi passare anche quel poco appetito che ho?" disse infine.

La osservò per un attimo. Da alcune settimane era diversa: non era stanchezza, era come se qualcosa la stesse divorando da dentro. Era iniziato tutto con la visione del pigmento. "È per Hallstatt?" chiese con cautela.

Livia scosse appena la testa. "Hallstatt è solo… un pezzo del puzzle." Restò in silenzio qualche istante, poi alzò lo sguardo e i loro occhi si incrociarono. "Questa sera hai voglia di parlare?" Il tono era acido. "Evito di pagare lo psicologo se ci pensi tu."

"Nell'ultimo mese sei stata taciturna e scostante. Anche le tue parole sono cariche di ostilità. Qualcosa non funziona nella rete?" Cercò di mantenere un tono rasserenante, ma non fu facile.

Livia lo fissò. "No, la rete è come al solito. Lei è sempre come al solito, non deve preoccuparsi."

Portò il cucchiaio alla bocca mentre le lacrime iniziarono a rigarle il viso. Marco non l'aveva mai vista piangere: non era da lei. Cercò di dirle qualcosa, ma non sapeva come affrontarla. Non sapeva se avvicinarsi o lasciarle spazio. Con Livia non era mai semplice capire cosa fosse giusto fare.

"Livia…"

Lei appoggiò lentamente il cucchiaio nel piatto. "Non riesco a togliermela dalla testa." Portò le mani al viso, scuotendo la testa con forza.

Marco corrugò la fronte. "La visione?"

Livia negò appena. "Quello che siamo. Noi ci muoviamo tra visioni e cose mistiche, ma chi ci è vicino?" Le mani si staccarono dal volto rigato dalle lacrime.

"Ci vedono per quello che siamo," rispose lentamente, cercando di capire. "Un uomo e una donna che vivono nella stessa casa, ma tanto strani da non avere una relazione." Cercò di rompere la tensione, ma il suo volto cambiò, rivelando che sapeva di aver commesso un errore.

Il silenzio calò nella stanza, così denso da coprire anche i rumori della sera.

Livia batté il pugno sul tavolo, facendo schizzare parte della minestra e cadere il cucchiaio. "Pensi di prendermi in giro e risolvere tutto come al solito?" La rabbia era palese. "Per aiutarti, Elisa avrebbe potuto morire!"

Marco si tirò indietro per il gesto inatteso: non era normale. "Livia, non è successo e di questo dobbiamo essere contenti." Guardò il pugno ancora chiuso. "Ho visto anch'io quello scorcio di rosso quando hai chiuso la piccola breccia, ma poteva significare qualsiasi cosa."

"Non capisci! Non è solo Elisa. Quello che siamo e facciamo può arrecare danno agli altri." Il tono della voce si alzò mentre si chinava verso di lui, facendo cadere l'asciugamano sul pavimento.

Marco rimase qualche secondo in silenzio, senza cercare di risponderle subito. Era un pensiero che l'aveva sfiorato più di una volta, ma senza fermarsi davvero ad affrontarlo. Guardò i capelli neri bagnati scivolarle sulle spalle, poi la leggera scollatura dell'accappatoio, sentendo quell'impulso che non aveva mai provato verso Livia e che si spense così come era apparso.

"Non sei la sola a pensarci." La voce era calma, ma non leggera. "Qualsiasi cosa facciamo può avere conseguenze: anche un medico può sbagliare e fare del male, come un vaso messo male su una finestra può colpire qualcuno."

Livia lo fissò con uno sguardo gelido. "Il medico agisce seguendo un protocollo," rispose fermamente, sempre protesa verso di lui, i pugni serrati sul tavolo. "I vasi hanno sostegni per non cadere, sostegni che devono essere usati per regolamento, per protocollo." Il volto arrossato nella foga. "Noi non abbiamo un protocollo. Ci muoviamo come elefanti in una cristalleria, senza pensare alle conseguenze."

"Ma noi non abbiamo deciso di diventare quello che siamo," replicò con calma. "Ci siamo trovati in questo ruolo e non sappiamo se esista o meno un protocollo che ci accompagna a nostra insaputa."

Tornò ad appoggiarsi allo schienale, aprendo i pugni. "È proprio questo il problema. Noi tocchiamo cose che gli altri non vedono nemmeno: la rete, le brecce, il tempo… e mentre lo facciamo ci sono persone normali che ci stanno vicino. Persone che non sanno nulla."

Marco seguì il filo del suo pensiero. "Come Elisa o Carlo."

Livia annuì appena. "Lei non fa parte di questo mondo. Eppure si è trovata a pochi metri da una breccia che nemmeno noi capiamo davvero." Lo sguardo si abbassò sulla minestra ormai fredda e su quella schizzata sul tavolo.

Per un momento, nella cucina si sentì solo il suono del vento.

Marco passò una mano sul tavolo, come se cercasse le parole giuste tra le venature del legno.

"Vuoi che ci fermiamo?" La domanda era sincera, di chi è pronto ad accettare la decisione dell'altra. "Non so se per noi sia possibile farlo, ma rispetterò quello che deciderai."

"Forse dovremmo farlo." La voce era distaccata, stanca. "Potremmo tornare alle nostre vite… essere tutti dei semplici amici, di quelli con la A maiuscola." Abbozzò un sorriso. "Potremmo fare cose insieme, come persone normali."

"Possiamo farlo." Le sorrise. "Ma cambierebbe davvero qualcosa?"

Livia alzò improvvisamente la testa e lo guardò, ma lo sguardo era diverso. "No. Non cambierebbe. Quello a cui poniamo rimedio si verificherebbe comunque." Si fermò per un attimo, come se i ricordi riprendessero forma nella sua mente. "Se non fossimo quello che siamo, Elisa, Nadia, Lorenzo, Ruggero e Amani forse sarebbero morti."

Marco annuì semplicemente, guardandola e attendendo che ciò che aveva detto si consolidasse. Livia lo guardò, ora con il suo sguardo sicuro, quello che lui aveva imparato a conoscere, e finalmente la rivide sorridere.

Parte II – Il risveglio

Livia e Marco si svegliano a maggio nel casale del Poggio.

Livia aprì gli occhi con la luce che entrava chiara dalla finestra e per qualche secondo rimase immobile, ascoltando il silenzio della casa, ma non il silenzio profondo dell'inverno: fuori gli uccelli erano già svegli da ore e dalle colline arrivava quel brusio continuo che, nelle mattine di maggio, sembra riempire l'aria.

Si alzò senza fare rumore. La notte aveva sciolto la tensione del giorno prima e il pensiero che l'aveva tormentata non era sparito, ma si era rimesso al suo posto, come una pietra che smette di muoversi sul fondo di un torrente.

Lasciò il pigiama in camera e attraversò il corridoio ancora in penombra, raggiungendo la porta del bagno proprio mentre arrivava Marco, con l'aria di chi si è appena svegliato ma sta già cercando di sembrare operativo. Si guardarono per un istante.

"Prima io," disse lui con un mezzo sorriso. "E se cerchi di corrompermi con quell'abbigliamento, sai bene che non funziona."

Livia inclinò la testa. "Sei uscito dal letto trenta secondi fa." Si girò dandogli le spalle. "Ho caldo e sto bene così. Se ti infastidisce, torna a dormire e sgombera il bagno." Rise.

"Trenta secondi sono comunque prima."

Lei appoggiò la mano sullo stipite della porta senza spostarsi. "Devo farmi la doccia."

Marco fece un gesto verso il lavabo. "E io devo farmi la barba."

Livia lo osservò per un attimo, poi scosse la testa con un sorriso appena accennato. "Facciamo così: io entro e mi faccio la doccia. Nel frattempo, tu puoi sistemarti quella barba e magari toglierti anche quei punti neri che continui a ignorare."

Marco la fissò con un'espressione offesa. "I punti neri sono una scelta estetica." Si infilò sotto il braccio di Livia, entrando nel bagno.

"Sono una colonia," replicò Livia, cercando di fermarlo con il corpo, ma senza successo.

Sospirò teatralmente e guardò nello specchio. "Non vedo colonie e comunque la barba mi rende più affascinante." Iniziò a preparare il rasoio. "Poi guarda la tua di barba." Rise senza voltarsi.

Livia entrò, sfiorandogli la schiena. "Vuoi controllare personalmente?" Si fermò dietro di lui. "L'unica cosa che ho, assimilabile a una barba, sono i capelli." Si diresse verso la doccia ed entrò.

Marco replicò con naturalezza. "Personalmente non mi interessa, ma ho qualche amico che potrebbe essere disponibile."

Dalla doccia arrivò la voce di Livia, smorzata dall'acqua. "Ti ho sentito."

Marco prese il rasoio e iniziò a passarlo sul viso con calma, mentre il vapore cominciava lentamente a riempire la stanza. Per qualche minuto non parlarono. La casa era ormai sveglia e dalla finestra del bagno entrava l'aria fresca del mattino, portando con sé l'odore dell'erba bagnata che saliva dalla collina.

Livia chiuse l'acqua e uscì dalla doccia; allungò il braccio per prendere l'accappatoio, che coprì subito il corpo, richiudendo il cappuccio sui capelli. Marco stava riponendo il rasoio, ormai pulito, nell'armadietto.

"Sai che questa cosa del bagno condiviso non è esattamente elegante," disse lui senza staccare gli occhi dallo specchio, massaggiando il dopobarba sulle guance.

"Può non essere elegante, ma è efficiente," replicò Livia.

"Sì, ma efficiente non è elegante."

Lei prese il phon e lo guardò attraverso lo specchio. "Non stiamo gestendo un hotel."

Marco non rispose. Si limitò a sollevare le sopracciglia mentre lei accendeva il phon, riempiendo il bagno di rumore e aria calda. Il giorno era ufficialmente iniziato.

Scesero in cucina con la luce del mattino che ormai riempiva tutta la stanza. Sul tavolo c'erano già due tazze, il pane tagliato e il barattolo di miele che Agnese continuava a produrre in quantità improbabili; ancora non sapevano dove tenesse le arnie.

Marco si sedette e allungò una mano verso il pane, notando una piccola pila di opuscoli colorati che stazionava lì da giorni, cambiando forma. Livia si fermò accanto alla sedia a guardarli: Austria; Hallstatt; fotografie del lago al mattino; case riflesse nell'acqua e montagne alle spalle.

Marco sollevò un sopracciglio. "Vedo che qualcuno ha fatto i compiti."

Livia aprì l'opuscolo e lo fece scivolare verso di lui sul tavolo. "Se dobbiamo andarci, tanto vale capire dove stiamo andando."

Marco lo sfogliò distrattamente mentre beveva il primo sorso di tisana. "Villaggio sul lago, patrimonio dell'umanità, miniere di sale vecchie di settemila anni…" lesse ad alta voce. "Sembra il posto perfetto per una gita romantica."

Livia lo guardò sopra la tazza. "Marco!"

"Sto scherzando." La guardò, spostando gli opuscoli. "Magari possiamo invitare uno di quegli amici di cui parlavo prima." Il tono vago.

Livia sbuffò. "Tu scherzi, ma da quando vivo qui non ho più una vita mia." Sospirò.

Marco sfogliò un'altra pagina, dove una cartina mostrava il lago e le strade che lo circondavano. "Quanto ci vuole per arrivarci?"

"Con calma, un giorno di viaggio." Livia spalmò il miele sul pane. "Forse qualcosa meno. Conviene arrivare in aereo fin dove possibile."

"E pensi davvero che basti presentarsi lì e capire cosa abbiamo visto?"

"Non lo so," rispose lei con calma. "Ma restare qui a immaginare cose peggiori non aiuta."

Marco chiuse l'opuscolo e lo appoggiò sul tavolo. "Quando?"

Livia fece scorrere lo sguardo verso la finestra, come se stesse già misurando i giorni. "Tra una settimana. O due. Il tempo di raccogliere altre informazioni a Viterbo e in biblioteca a Sutri. Qualcosa mi dice che dovremmo fare un giro alla sezione etrusca."

Lui prese un altro pezzo di pane. "Raccogliere qualche informazione a Viterbo o da Carlo?" la guardò, inarcando un sopracciglio.

"A Viterbo e, perché no, con l'aiuto di Carlo. È in gamba." Gli rispose con indifferenza. "Abbiamo anche del lavoro da fare qui, prima che passi un altro anno."

Marco rise. "Va bene, cambiamo discorso. I lavori per il laghetto stanno procedendo, almeno eviteremo che lo spiazzo tra gli alberi diventi di nuovo una palude con le piogge."

"Quello spiazzo è un incubo, non si riesce a farci crescere qualcosa." Il tono di Livia era scocciato. "Con i rami di nocciolo ho trovato anche una sorgente sotterranea: non porta molta acqua, ma per mantenere vivo un laghetto dovrebbe bastare."

"Ho fatto fare dei carotaggi all'impresa," aggiunse Marco, "e sembra non sia complicato collegarla in modo che l'acqua non vada sprecata."

Livia raccolse gli opuscoli e li accostò in una pila ordinata. Alcuni erano piegati sugli angoli, altri segnati sulle stesse pagine. Marco finì il caffè e rimase qualche secondo con la tazza tra le mani, osservando distrattamente la pila sul tavolo.

"Allora è deciso," disse Marco. "Si va a Hallstatt."

Livia fece scivolare gli opuscoli verso il lato del tavolo e si alzò. "È deciso che andremo a vedere cosa c'è davvero," rispose. "Non che troveremo qualcosa."

Marco annuì, poco convinto. "È già più di quanto avevamo un mese fa."

Rimase seduto ancora un momento, poi si alzò anche lui e prese il barattolo del miele per rimetterlo nello scaffale. Lo osservò di nuovo per un istante.

"Continuo a pensare che Agnese abbia più arnie di quanto voglia farci credere," disse Marco.

Livia sorrise appena. "O che non siano dove pensiamo."

"Prima o poi le troverò," insistette lui.

"Se Agnese vuole."

Marco sospirò. "Questo riduce molto le probabilità." Si fermò un attimo. "Comunque devi pensare anche a te stessa, che sia Carlo o un altro."

"Se deve succedere, succederà. Per ora non ho nessuno." Fece una pausa. "Bene, possiamo andare allo spiazzo." Si avviò verso la porta, bloccata da una tosse simulata di Marco.

"Ora cosa c'è?" girò leggermente la testa e le spalle.

"Ci vieni così?" Marco indicò con il mento le gambe di lei. "Sei senza scarpe."

"Ops. Abitudine." Sorridendo si sedette per mettere gli scarponcini.

Parte III – Lo spiazzo tra gli alberi

Livia inginocchiata nel fango dello spiazzo percepisce la breccia nascosta sotto il terreno.

Seguiti da Vigil, imboccarono il sentiero laterale a gradoni che attraversava gli alberi; era un percorso naturale, formato dal terreno e dalle radici, con gradini abbastanza comodi da poter essere percorsi senza difficoltà.

Marco era avanti, con il fiato leggermente corto. "Se riuscissimo a recuperare questo spazio e a ricavarne un laghetto, in estate potrebbe diventare il posto migliore del podere, oltre a essere una comoda riserva d'acqua."

"Hai detto bene, se riusciamo a sistemarlo…" rispose Livia alle sue spalle.

Dopo pochi minuti la luce iniziò a filtrare tra gli alberi, che si facevano più radi, e la radura si aprì davanti a loro.

"Ci siamo. Eccolo," Marco indicò lo spiazzo con la mano. "E mi sembra più fradicio di ieri." Il tono era infastidito.

L'ampia radura, circondata dagli alberi, si apriva più in basso, con l'erba di un verde più scuro rispetto al prato intorno al casale, e il terreno tratteneva l'umidità più a lungo del resto della collina. Marco scosse il capo, sbuffando. "Capisco perché nessuno abbia mai voluto coltivarlo o farci qualcosa."

Al centro dello spiazzo si vedeva lo scavo che avevano iniziato nei giorni precedenti e la terra smossa formava piccoli cumuli ai lati; il fondo era irregolare, segnato dalle pale.

"La posizione più bassa fa sì che l'acqua si accumuli," disse Livia affiancandolo. "Ma così è troppo." Mosse leggermente la testa verso Marco. "Durante le prospezioni avete scoperto se la sorgente passa lì sotto?"

"Da quanto hanno rilevato, sembra che la sorgente giri attorno allo scavo. La cosa strana è che arriva a un metro dal perimetro e poi devia bruscamente verso sinistra, disperdendosi in profondità o da qualche altra parte." Indicò un punto dal lato opposto dello spiazzo. "Da quel lato c'è una depressione: sembra quasi un passaggio naturale per l'acqua che scende in un canale lungo il bosco."

Livia si spostò per vedere il punto indicato. "Forse era un lago naturale, poi qualcosa ha deviato l'acqua prosciugandolo e, nel corso degli anni, o dei secoli, con le piogge si è riempito di sedimenti."

Vigil si era avvicinato al bordo esterno e puntava il tartufo verso il centro dello spiazzo, avanzando lentamente con le zampe che affondavano nel terreno fradicio; poi si fermò, spostando la terra con la zampa.

"Sente qualcosa," disse Marco.

Livia annuì e si avvicinò lentamente, affondando più volte fino alla caviglia e faticando per liberarsi; arrivata al fianco di Vigil, si inginocchiò con prudenza, posando i palmi delle mani sul terreno, mentre le ginocchia affondavano nel fango. Abbassò lo sguardo, poi chiuse gli occhi per qualche secondo.

"È qui sotto." Respirò. "Ma è diversa dalle altre… non riesco a vederla chiaramente…"

"Una breccia?" chiese Marco.

"Sì. Molto estesa." Aprì gli occhi. "Forse è questa la vera ragione per cui nessuno ha mai voluto farci qualcosa." Sorrise. "A parte noi."

Marco guardò il terreno fradicio. "O forse è semplicemente perché è sempre stato un acquitrino…" si zittì. "Spiega anche perché, nonostante il putridume, non ci siano insetti o animali tipici di questi habitat." Si morse il labbro. "Avrei dovuto capirlo prima."

"Può essere tutte e due le cose," disse Livia. "Non fartene un cruccio, nemmeno io me ne ero resa conto." Sorrise. "Siamo pari."

Vigil non si era mosso, nonostante le zampe fossero affondate nel fango fino ai cuscinetti carpali.

"Pensi di poterla chiudere?" chiese Marco, spostando l'attenzione su Vigil. "Sta affondando… e anche tu. Spostatevi."

"Se Vigil ritiene che non sia pericoloso, mi fido… lasciami fare un altro tentativo… per capire." Livia infilò entrambe le mani nella terra smossa senza trovare resistenza, percependo l'acqua, ora mescolata all'odore paludoso. La rete rispose subito, ma con qualcosa di più antico e basso, come una pressione che saliva dal profondo.

"Sta assorbendo, non fisicamente… è come un magnete," disse piano. "Ecco perché il terreno non drena mai del tutto, non ha più la capacità di farlo."

Marco l'aveva raggiunta, accovacciandosi accanto a lei. "Cosa vuol dire?"

"Le brecce di questo tipo non fanno danni evidenti. Non spaventano nessuno, non mandano via nessuno." Sfregò le mani tra loro, come se cercasse di togliere qualcosa dalle dita. "Assorbono. Prendono energia dal territorio e lo tengono sospeso… e tutto quello che dovrebbe scorrere o trasformarsi resta fermo."

Si alzò, si pulì le mani sui pantaloni infangati e tornò verso il sentiero, non senza fatica.

"Aspetta," disse Marco. "Dove vai?"

"A prendere quello che serve per risolvere questo problema." Rise. "E magari avere anche una piscina naturale." Continuò a ridere mentre risaliva.

Marco rimase accanto a Vigil mentre Livia risaliva il sentiero. Il cane abbassò il muso verso il terreno, poi lo sollevò e lo guardò.

"Lo so," disse Marco. "È Livia…"

Dopo una decina di minuti tornò con diversi contenitori di ceneri e acque e, con fatica, raggiunse Marco e Vigil, inginocchiandosi di nuovo per distribuire l'acqua di plenilunio e le diverse ceneri, trattenendone una parte tra le mani.

"Sono pronta." Posò i palmi sul terreno, spingendoli sotto la superficie, e la rete la raggiunse come sempre, ma lì era più densa, come aria che si muove lentamente in uno spazio chiuso.

Improvvisamente le mani di Livia affondarono fino ai polsi, come se qualcosa le tirasse verso il basso, e il resto del corpo reagì di colpo: le braccia si tesero, le spalle si inarcarono e la testa si portò all'indietro in una posizione innaturale, con gli occhi rovesciati.

Marco la guardò con terrore, ricordando quanto era accaduto durante il viaggio da Ghita, ma prima che potesse fare qualcosa Vigil lo spinse con urgenza verso Livia, e senza sapere davvero perché un istinto antico lo portò a posare le mani sulle sue spalle.

Il bosco e la natura erano caduti in un silenzio innaturale, in cui si udiva solo il ringhio di Vigil e si distingueva appena la luminescenza del suo collare, mentre Marco sentiva qualcosa di nuovo farsi strada dentro di lui: la rete di Livia che entrava, mostrandogli filamenti di luce che avvolgevano ogni cosa, fino a vedere una mezzaluna dorata formarsi sulla fronte di lei e le mani posate sulla terra diventare luminose, con una presenza al suo fianco, una mano sulla spalla che non conosceva e che pure sapeva essere quella di Sibilla.

Improvvisamente i suoni tornarono a riempire il bosco e la luce riprese consistenza tra gli alberi; Vigil si era già allontanato, con la zampa alzata vicino a un albero, mentre anche Livia si rilassava e iniziava lentamente a muoversi.

"Marco, aiutami, non riesco ad alzarmi." Il tono era spezzato, stanco.

Lentamente la aiutò a rimettersi in piedi e a reggersi. "Livia, stai bene? Cosa è successo? Le tue mani…" lo sguardo restò fermo sulle mani di lei, diventate di uno strano colore scuro, quasi nero, più intenso sui palmi.

"Mi sto riprendendo," la voce era già più ferma. "Non era una sola breccia. Ho sentito la prima, ma non le altre due. Una ha cercato di prendermi e ti ho sentito al mio fianco." Guardò anche lei le mani, sfregandole sui pantaloni infangati, ma restarono scure. "A casa le laverò con spazzola e cenere."

"Vigil mi ha spinto da te e ringhiava. Ho sentito cosa dovevo fare… e ho visto la tua rete. C'era qualcuno… Sibilla."

Livia annuì appena. "Succede con alcune brecce. Mettono in contatto chi c'è e chi c'è stato."

Marco abbassò lo sguardo sullo spiazzo. Non era cambiato nulla di visibile, eppure l'aria era diversa, come quando una stanza chiusa troppo a lungo viene finalmente aperta.

"Livia… guarda." Indicò con la mano. "Degli scoiattoli. Non li ho mai visti qui."

"Sentono che ora è sicuro." Si appoggiò per un attimo a lui. "Le gambe ancora non mi reggono."

"Appoggiati a me."

Si avvicinarono al sentiero e si sedettero su alcune pietre, respirando a fondo. Per un lungo momento non dissero niente. Avevano avuto di nuovo fortuna.

Entrambi si soffermarono con lo sguardo sullo spiazzo, che sotto la luce del sole appariva più luminoso, quasi svuotato di qualcosa. Fu Vigil a muoversi per primo.

"È la prima volta che hai a che fare con tre brecce nello stesso luogo," disse Marco, preoccupato, senza distogliere lo sguardo dal volto e dalle mani di Livia.

"Sì… ho temuto di essere trascinata via di nuovo." Ora però era tutto finito. Livia era tranquilla.

Il cane alzò la testa e si spostò di lato con un guaito basso. Subito dopo si sentì un rumore sordo, come terra che si comprimeva, e il terreno al centro dello spiazzo iniziò a cedere.

Marco e Livia si guardarono senza parlare.

La terra si abbassò lentamente, prima di pochi centimetri, poi sempre di più, mentre i cumuli ai lati scivolavano verso l'interno e il fondo dello scavo si apriva sotto i loro occhi, fino a raggiungere un paio di metri di profondità. Dal lato della sorgente l'acqua cominciò a filtrare, prima come una linea sottile, poi come un rivolo che si allargava man mano che la cavità trovava equilibrio.

Quando il terreno smise di muoversi, la profondità aveva raggiunto circa tre metri e l'acqua continuava a entrare lentamente, riempiendo il fondo.

Restarono a guardare in silenzio mentre il livello saliva fino a raggiungere la depressione naturale sul lato opposto dello spiazzo, da cui iniziò a scorrere nel canale del bosco con un flusso lento e continuo.

Parte IV – Le conseguenze

Livia e Marco si riprendendo seduti sul muretto di tufo, ma qualocosa non va bene.

Il terreno aveva smesso di cedere e la superficie dell'acqua era ormai abbastanza alta da nascondere il fondo e riflettere gli alberi, ancora torbida per la terra smossa e leggermente increspata dal flusso che scivolava verso il canale del bosco.

Restarono seduti in silenzio e Livia appoggiò la testa sulla spalla di lui, il respiro regolare; anche il movimento dell'acqua stava diventando più lento e uniforme, con i sedimenti più pesanti che calavano verso il fondo.

Livia appoggiò le mani sulle pietre per alzarsi, ma le gambe erano malferme. "Ora abbiamo il lago…" si appoggiò a Marco. "Sono stanca, andiamo a casa?"

Marco si alzò sorreggendola. "Direi che è una buona idea, sono stanco anche io." Cercò di mantenere un tono calmo, mentre Vigil spingeva Livia da dietro per aiutarla a mettersi dritta.

Livia rise. "Certo che se mi aiuta pure Vigil devo essere proprio messa male." Scosse la testa. "Sento le gambe indolenzite." Con passo incerto si avviò lungo il sentiero.

Marco colse la tensione, ma replicò quasi ridendo. "Vigil è sicuramente più forte di me, sei in buone zampe." Assecondò i suoi passi, sostenendola.

Vigil si mosse davanti a loro, girando spesso la testa verso Livia e annusando in quel suo modo strano. Marco lo notò e cercò di accelerare la salita. Avevano percorso metà del sentiero quando Livia rallentò.

"Livia! Cosa succede?" La voce era tesa, mentre sentiva il suo peso aumentare.

Non ci fu risposta. Lei fissava le braccia, le macchie scure avevano raggiunto i polsi, restando appoggiata a Marco.

"Livia…"

Fece un passo, ma le ginocchia cedettero e Marco la trattenne prima che cadesse completamente.

"Livia!"

Respirava a fatica. "Le mani…"

Il dolore era evidente e le dita erano rigide, quasi chiuse. Marco cercò di rimetterla in piedi, ma il peso del corpo gli ricadde addosso. La prese in braccio; la salita fu faticosa, ma non mollò.

Marco superò gli alberi e raggiunse il casale; senza posare Livia aprì la porta e salì al piano superiore, la adagiò sul letto e vide le braccia ormai scure quasi fino al gomito. Si appoggiò al comodino, riprendendo fiato, con le braccia che tremavano per lo sforzo.

"Livia, torno subito."

"Non… lasciarmi…"

Scese le scale in tre balzi e uscì di casa, dirigendosi al casale della Quercia, da Agnese, dove iniziò a bussare in modo concitato.

La porta si aprì. "Marco, cosa succede?" Vide il volto di lui e portò lo sguardo alle sue spalle.

Marco prese fiato. "È Livia. Ha chiuso una breccia particolare e poi ha detto che erano tre; ora le sue braccia stanno diventando scure… non riesce a muoverle ed è debole."

Agnese non chiese altro: lo spinse via, uscì e si diresse rapida verso il casale del Poggio. "Io la raggiungo, dove si trova?" L'andatura era agile per una donna della sua età. "Tu vai nel laboratorio di Livia e portami della cenere di nocciolo di luna calante e dei petali di panporcino del secondo ciclo di nascita." Girando il capo vide il volto stranito di Marco. "Livia ha messo le etichette, non ti puoi sbagliare. Portami anche delle bacinelle, un mortaio di terracotta e dell'acqua di sorgente presa al plenilunio."

Entrarono in casa. "È di sopra, in camera sua." Varcò la porta del laboratorio, sparendo all'interno.

Nella stanza Livia era distesa sul letto, il respiro irregolare. Le braccia, lasciate lungo i fianchi, erano scure dalle mani a sopra il gomito. Anche la vecchia cicatrice del ponte era tornata evidente, una riga nera irregolare dal gomito alla spalla.

Agnese si avvicinò e prese una delle mani tra le sue, girandola lentamente verso la luce della finestra, mentre una smorfia di dolore deformava il volto di Livia. La pelle del palmo era quasi nera e restò a osservarla per qualche secondo senza parlare. "Hai detto che ha chiuso tre brecce? Da sola?"

Marco era appena entrato con quanto richiesto. "È stata una cosa strana. Lei sembrava in trance, come quando era andata nel passato, ma Vigil mi ha costretto ad avvicinarmi, per poi ringhiare."

Agnese ascoltava; il volto era perplesso, Marco non l'aveva mai vista con quell'espressione.

"Sapevo di doverle appoggiare le mani sulle spalle," continuò Marco, "poi è successo tutto velocemente: ho sentito la rete come la sente lei e ho visto una mezzaluna dorata sulla sua fronte e le sue mani risplendere. Di fianco a me sapevo che c'era Sibilla, anche se non l'ho mai incontrata. Quindi…"

Marco si fermò solo allora, rendendosi conto di aver raccontato tutto senza pensarci, davanti a qualcuno che non fosse come loro.

Agnese guardò lui e poi Livia. "Ascesi." Scosse il capo. "Non può essere, non ancora." C'era disperazione nella sua voce. "Sibilla, cosa abbiamo fatto?"

Il tono era basso, quasi sussurrato, e Marco non capì tutte le parole. Era sicuro solo di aver sentito ascesi e Sibilla.

"Agnese, cosa possiamo fare per lei?"

"Livia, stai crescendo troppo velocemente, tu e Marco siete troppo potenti." Le accarezzò la fronte con la mano.

Livia si mosse appena, rispondendo in un bisbiglio. "Agnese… chi sei…"

"Sono solo una donna anziana che sa troppo." Si spostò. "Marco, ora preparo un composto e poi dovrai aiutarmi."

Agnese prese il mortaio e vi lasciò cadere i petali di panporcino, schiacciandoli lentamente con il pestello e seguendo movimenti precisi, finché non diventarono una pasta scura; poi aggiunse un pugno di cenere fine di nocciolo, versò poche gocce d'acqua di sorgente e continuò a lavorare il composto, rendendolo una crema densa e grigia, dai riflessi rosati.

Marco attese che terminasse. "Cosa devo fare?" chiese, avvicinandosi al letto.

"Sentirà molto dolore, devi tenerla ferma." Lo guardò un attimo. "Se serve, salile sopra." Prese un profondo respiro prima di continuare. "Devi restare concentrato su di lei, come quando l'hai aiutata a chiudere le brecce. È importante."

Marco era confuso, ma non era il momento di fare domande; si sedette a cavallo delle gambe di Livia e le prese gli avambracci con entrambe le mani. La pelle era calda e il colore scuro arrivava ormai a metà delle braccia.

Agnese raccolse un po' di unguento con le dita di entrambe le mani e lo stese lungo le braccia, partendo dal punto più alto e scendendo verso le mani. Le braccia si contrassero e Marco faticò a tenerle ferme: la forza era innaturale. Livia inspirò di colpo, gli occhi aperti e fissi su Marco, in un'espressione di rabbia.

"Adesso, Marco… concentrati su di lei e su Vigil." Il tono non ammetteva repliche, mentre posava la mano sinistra all'attaccatura dei capelli sulla fronte di Livia, dove una mezzaluna dorata prese forma.

Marco spostò le ginocchia a bloccarle le mani e appoggiò le sue per bloccarle le spalle; sentì una fitta dietro la nuca, accompagnata da un latrato di Vigil dall'esterno. La visione arrivò: immagini confuse, un grande cane che correva; una giovane donna in abiti antichi che lo seguiva felice; una tempesta oscura e altro che non comprese. La visione si spense e vide la mezzaluna dorata sulla fronte di Livia scomparire. Agnese era seduta sul bordo del letto.

"È finita." La stanchezza era evidente nella sua voce. "Puoi lasciarla, tra poco si sveglierà."

"Cosa è successo? Chi sei tu?" disse Marco, confuso e arrabbiato. Vide le braccia, ora tornate normali.

"Lei è Agnese…" La voce di Livia li raggiunse. "Anche io voglio sapere chi sei." Restò qualche momento immobile, respirando lentamente. Poi si sollevò appena sui gomiti.

Marco la guardò preoccupato. "Non muoverti."

"Sto bene." La voce era ancora debole ma stabile. Guardò le proprie mani. I palmi erano leggermente arrossati, ma il colore scuro era scomparso. Provò a muovere le dita, che rispondevano.

Agnese si era già alzata dal letto. "La breccia non è più in lei," disse semplicemente.

"Non è più?" replicò Marco.

Livia si mise lentamente seduta sul letto. La testa le girò per un momento, poi la sensazione passò. "Agnese, mi… ci devi delle spiegazioni."

Agnese sospirò, annuendo. "Hai ragione, devo permettervi di comprendere. Dovresti riuscire a reggerti in piedi. Scendiamo, così bevi una tisana e mangi qualcosa. Per la cena è ancora presto."

"Livia, aspetta, devi riposare." Marco la fermò.

"Sto bene, solo un po' di debolezza, ma sta passando." Era già in piedi, ancora con i vestiti infangati. Si guardò, scuotendo le spalle, e uscì nel corridoio.

La porta del bagno era aperta; entrò senza fermarsi, si spogliò lasciando cadere a terra i vestiti sporchi e con un asciugamano bagnato nel lavandino tolse gli accumuli di fango dal corpo. Poi infilò l'accappatoio, stringendolo in vita con un movimento automatico, e uscì di nuovo nel corridoio, dove Marco e Agnese la attendevano guardandosi.

Scesero insieme al piano di sotto. Livia si lasciò sprofondare sul divanetto mentre Marco le portava un succo di frutta e dei biscotti fatti in casa al miele.

Agnese spostò una delle poltrone di fronte a loro senza sforzo, quindi allungò una mano aperta verso Livia. "Grazie," disse, indicando con lo sguardo i biscotti.

Per un attimo cadde il silenzio su quella scena, mentre Livia posava due biscotti nella mano di Agnese.

"Bene, è ora che vi racconti qualcosa." Morse un pezzo di biscotto fatto con il suo miele. "Iniziamo da quello che è successo oggi."

"Tu sei una custode," disse di getto Marco, interrompendola. "Sei tu la ragazza che ho visto nella visione. Ed eri lontana nel tempo, forse secoli."

Agnese lo guardò offesa. "Ti sembro così vecchia?"

"Cosa sono gli ascesi?" la incalzò.

Morse un altro pezzo di biscotto. "Gli a… cosa?"

Livia sbuffò. "Marco, aspetta. Lasciamola parlare, poi ci sarà tempo per le domande." Lo guardò curiosa. "Gli ascesi?" Poi guardò Agnese. "Ti ho sentito quando hai detto che siamo troppo potenti." Inspirò ed espirò lentamente. "Scusa, continua."

"Era ora," sbottò Agnese. "In qualche modo avete chiuso tre brecce, ma è una cosa che non può essere fatta… non così." Si fermò, cercando le parole. "Ogni breccia ha delle peculiarità che richiedono una specifica energia per essere chiuse."

Marco e Livia ascoltavano in silenzio, mentre lui iniziò a mangiare i biscotti sotto lo sguardo torvo di lei.

"Per chiudere un concatenamento di brecce ci vogliono più custodi, o più passaggi specifici fatti nel giusto modo, ma in qualche modo voi le avete quasi chiuse."

"Quasi?" chiese Marco.

"Sì, una delle brecce non si è chiusa, ma si è legata a Livia." La guardò con una dolcezza insolita. "Di sopra l'abbiamo chiusa definitivamente."

"Com'è possibile che sia entrata dentro di me?" chiese Livia.

"Accade. Non sappiamo cosa fosse veramente quella breccia… forse qualcosa di simile a quanto hai affrontato durante la tua iniziazione."

"Livia," intervenne Marco. "Tu hai delle capacità che i custodi non avevano, dovresti trascrivere quello che affrontiamo… così da creare una sorta di manuale per le future generazioni."

Livia lo guardò perplessa. "Buona idea, eviterebbe incidenti come quello di oggi." Sorrise. "Ma chi ti dice che non lo stia già facendo?"

Risero tutti e tre dopo quella frase e Livia si alzò con naturalezza, andando a prendere altri biscotti e altro da bere. "Ma tu chi sei, Agnese?"

Marco annuì. "Quello che hai fatto oggi non è cosa da semplice erborista."

Ormai era alle corde. "Ho iniziato il cammino di custode molti anni fa." Guardò Marco. "Ho detto molti anni, non secoli."

Livia tornò; l'accappatoio si aprì leggermente, rivelando il fango ancora sulle gambe. Con indifferenza porse i bicchieri con il succo. "Quindi sei una custode come me?" Sedette, accavallando le gambe scoperte.

Scosse il capo. "Non lo sono. Il mio cammino si è interrotto per un incidente, ma poi ho conosciuto Sibilla che mi ha aiutato." Un lieve sospiro. "Per questo vivo qui e so quello che so."

Si alzò lentamente, la stanchezza era evidente. "Devo andare a riposare, sono vecchia per fare queste cose."

Marco si alzò. "Vuoi che ti accompagni?"

"Non serve, ancora so camminare da sola." Il tono era tornato quello di sempre.

Senza dire altro Agnese lasciò la casa, seguita dagli sguardi di Livia e Marco, che ora la vedevano in modo diverso.

Si guardarono e Marco disse semplicemente: "Ha di nuovo eluso le nostre domande." Abbozzò un sorriso, scuotendo la testa.

"Come sempre." Livia si alzò, raggiungendo la scala. "Vado a fare una doccia, dovresti farla anche tu."

Agnese passò nel piazzale vicino a Vigil, che mugolò appena la vide; lei lasciò scorrere la mano dalla sua testa alla coda. Alcune lacrime le rigarono il volto mentre ricordava la ragazza felice che correva accanto a un uomo straordinario e a un cane fedele.

Parte V – Finalmente del tempo libero

Livia, Marco ed Elisa nuotano nel laghetto appena formato nello spiazzo tra gli alberi.

Il risveglio per Livia fu sereno come non lo era da settimane. Si era coricata presto, quando fuori si era fatto buio da poco, e aveva dormito senza interruzioni, il corpo disteso e finalmente quieto. Anche Marco aveva riposato davvero: lo strano comportamento di Livia aveva trovato una spiegazione e il peso dello spiazzo paludoso si era dissolto, lasciando spazio a una normalità che sapeva quasi di lusso.

Verso le undici Marco arrivò in cucina, non trovando alcuna traccia di Livia. La casa era in ordine e sulle mensole mancavano alcuni utensili. Si fermò cercando di raccogliere le idee, quando l'abbaio giocoso di Vigil lo raggiunse da lontano.

Risalì a cambiarsi sorridendo e senza fretta uscì di casa. Maglietta, calzoncini e scarpe da ginnastica: sarebbe stata una giornata di riposo assoluto. Il sentiero a gradoni aveva un aspetto diverso, senza il panico del giorno prima, e arrivò allo spiazzo vedendo Livia stesa su un asciugamano con addosso un costume scuro, bagnato come i capelli sciolti. Vigil sguazzava nel laghetto sollevando schizzi d'acqua.

Un rumore lo fece girare verso il bosco alla sua destra, un movimento tra le foglie. Prima vide uscire la gamba di Elisa, con il piede scalzo che si posava sull'erba, poi comparve completamente, nel costume bagnato e inevitabilmente rosso, mentre sistemava la parte inferiore.

Ancora non lo avevano visto. Fece un leggero colpo di tosse. "Buongiorno, mie sirene," disse allegro.

Elisa si coprì bruscamente, colta di sorpresa. "Alla buon'ora, eh," gli disse con un sorriso rapido, riportando le braccia lungo i fianchi e avvicinandosi al laghetto, dove si spinse con un movimento fluido, le braccia distese davanti alla testa. Il corpo entrò nell'acqua quasi senza schizzare, lasciando solo un cerchio di onde.

Una pioggia di schizzi raggiunse il corpo di Livia, che iniziò a ridere protestando. "Vigil! Accidenti a te, mi stavo asciugando." Lui non le prestò attenzione, il tuffo di Elisa era stato un invito che non poteva rifiutare.

Elisa riemerse più in là, scostandosi i capelli bagnati dal viso e iniziando a nuotare con bracciate lente verso l'altra sponda, con Vigil che le girava attorno abbaiando senza toccarla; dopo una ventina di bracciate si fermò sul lato opposto del laghetto, salutando.

Livia si girò sul fianco guardandolo, il corpo appoggiato al gomito e sollevato. "Finalmente ti sei deciso a scendere," disse.

Marco indicò il laghetto con un gesto della mano. "Direi che funziona e l'acqua è limpida." Si avvicinò. "Quel costume ti rende giustizia." L'attenzione andò verso Elisa che stava tornando.

"Abbastanza per farci un picnic e per una nuotata. L'acqua è fredda, ma tonifica il corpo," rispose lei. "Questa mattina mi è venuta l'idea e ho chiamato Elisa."

Marco si era già tolto le scarpe e corse verso il laghetto, lanciando la maglietta contro Livia e colpendola in faccia, per poi tuffarsi di slancio in avanti urlando: "Ottima idea! Grazie."

"Marco! Ti ci metti anche tu?!" disse lei con un sorriso sereno e radioso, spostando la maglietta al suo fianco.

Marco riemerse e raggiunse velocemente Elisa cercando di afferrarla, ma senza riuscirci a causa di Vigil che lo spinse sotto, posandogli le zampe sulle spalle; quando riemerse, Elisa lo salutò lasciandosi scivolare sotto la superficie. Passò qualche istante, tanto che l'acqua si calmò, poi Marco fece una strana espressione, restando immobile.

Elisa riemerse prendendo fiato nel centro del laghetto, poi iniziò a ridere, sventolando in aria i calzoncini di Marco. "Ciao, Marco. Adesso come la mettiamo?" Si girò nuotando verso la riva, dove anche Livia stava ridendo.

Elisa stava uscendo dall'acqua, quando Livia, seduta sull'asciugamano, le fece cenno di fermarsi. "Se fossi in te non uscirei." Con la mano indicò Marco, che sorreggeva la parte inferiore del costume di Elisa.

"Ma come…" Elisa portò le mani sotto la superficie. "Maledetto, mi ha fregato." Poi iniziò a ridere uscendo dall'acqua, con addosso i calzoncini di Marco. "A me i suoi entrano, ma il mio costume a lui proprio no." Iniziarono a ridere entrambe.

Marco restò un attimo fermo nell'acqua, poi si mosse senza fretta verso la riva, uscendo dall'acqua e guardandole con un mezzo sorriso. "Divertente. Adesso vediamo quanto dura."

Elisa sfilò i calzoncini mostrandoli a Marco; lui annuì. Entrambi lanciarono i costumi, uno verso l'altra, ma Livia si alzò agilmente afferrandoli entrambi e lanciandosi in acqua, nuotando. "Siete lenti."

Marco la guardò per un istante, poi spostò lo sguardo su Elisa, e senza bisogno di dire nulla entrambi si mossero nello stesso momento, tuffandosi in acqua, come se la decisione fosse già stata presa prima ancora di rendersene conto.

Livia li osservò avvicinarsi, il sorriso che le si allargava appena, scuotendo la testa mentre arretrava di qualche bracciata. "Non ci provate nemmeno."

Erano già troppo vicini; Livia prese una boccata d'aria e si immerse, lanciando i pezzi dei costumi ai lati opposti.

Marco stava per immergersi, ma vide Elisa dirigersi verso il costume che seguiva la corrente verso il canale, sbuffò e la raggiunse.

Pochi minuti dopo uscirono, rivestiti, al fianco di Livia; si guardarono l'un l'altro e iniziarono a ridere senza contegno.

Vigil rimase tutto il tempo seduto sulla riva, cercando di capire le azioni degli umani, forse era un gioco, si alzò passando alle spalle dei tre e assestò un colpo con il fianco, la risata si interruppe quando caddero fragorosamente in acqua.

Si ritrovarono in acqua all'improvviso, ingoiandone e lanciando anatemi di ogni genere verso Vigil, che si allontanava con indifferenza; ma erano felici.

Livia guardò il lago, galleggiando vicino alla riva, il volto disteso. "È bellissimo. Pensate sia necessario sistemare gli argini e fare dei basamenti?" li guardò appena, per poi tornare sull'acqua. "Lasciato così… naturale… sarebbe stupendo."

Marco si allontanò di un paio di bracciate, passandosi una mano tra i capelli bagnati. "Credo lo si possa lasciare così. Troverà un suo equilibrio e non ci sono pericoli evidenti."

Elisa aveva già raggiunto il centro. "Visto da qui sembra un lago di montagna… erba… alberi… non aggiungete altro." Il tono della voce alto per farsi sentire.

Livia sollevò il braccio verso Elisa, con il pollice alzato. "Siamo tutti d'accordo, resta così. Faremo quello che sarà necessario quando servirà farlo."

Con bracciate regolari Elisa tornò vicina a loro. "Mi spiegate come avete completato il lago in una giornata?"

La voce si era fatta seria e la domanda lasciava trasparire chiaramente che, per quanto il momento fosse piacevole, qualcosa non tornava.

"Noi lavoriamo veloci e il terreno ci ha dato una mano, ma il grosso del lavoro lo ha fatto l'acqua della sorgente," disse Marco, scrollando le spalle.

"Va bene… facciamo finta che sia andata così. Però prima o poi certe cose me le dovrete spiegare."

"E cosa dovremmo spiegarti?" rispose Livia, schizzandola con l'acqua.

Elisa sollevò il braccio davanti al volto. "Se inizio con la lista poi dovrete anche darmi le risposte… quindi per ora lasciamo perdere." Si sollevò fuori dall'acqua usando le pietre sommerse dell'argine come scaletta.

Marco la seguì. "E come lo chiamiamo?" si fermò a pensare. "Potremmo chiamarlo lago dei tre briganti…" il tono scherzoso.

Livia fece una smorfia uscendo dall'acqua.

"Potreste chiamarlo Lago delle Brecce…" disse distrattamente Elisa, mentre passava l'asciugamano sul corpo.

Livia corrugò la fronte. "E come ti è venuto questo nome?" allungò la mano verso Marco. "Mi passi l'asciugamano?"

Elisa sollevò le spalle, la voce ovattata dall'asciugamano sopra la testa. "Non lo so… mi è venuto in mente così."

Marco passò l'asciugamano pulito a Livia, guardandola tra il perplesso e il preoccupato.

Il telefono di Livia suonò, spostando l'attenzione; lei lo prese dalla borsa iniziando ad asciugarsi e guardò lo schermo. Sorrise, allontanandosi prima di rispondere; parlò ridendo e annuendo, il sorriso sempre presente. Poi la videro cambiare espressione, sempre serena, indugiando con l'asciugamano in alcuni punti del corpo.

Tornò infilando il telefono nello slip e guardando Marco. "Dovrai fare un cartello con il nome da mettere in cima al sentiero." Sistemò l'asciugamano sui capelli.

"Chi era?" chiese Marco.

"Nessuno che ti interessi," rispose, mostrandogli la lingua.

"Dalla risposta era un uomo… e anche da come ti asciugavi." Elisa mimò il movimento dell'asciugamano.

"Siete proprio curiosi…" Livia rispose fingendo fastidio.

"Quando rispondi a me non ti asciughi così!" disse Marco, guardando Elisa.

"E tu come lo sai, se ti rispondo non ci sei?" Elisa rispose a Marco facendogli una boccaccia.

"Potreste aprire un'agenzia teatrale," rise Marco. "Da Livia ed Elisa, facce buffe per tutti." Si infilò la maglietta.

Per un'ora buona rimasero al sole, parlando di cose banali, mentre Vigil passava dal sole all'acqua con regolarità. Quando la fame si fece sentire iniziarono a mangiare, accompagnando il picnic con battute di diverso genere.

Elisa finì di bere e prese un respiro. "Livia, questa sera pensavo di rimanere qui e passare la notte con Marco…" Non aggiunse altro, aspettando una risposta.

Livia non rispose subito. Finì con calma il boccone. "Non vedo problemi, sei di casa e non disturbi. Se per Marco va bene dividere la sua camera, fate pure." Bevve un sorso d'acqua. "Comunque questa sera non ci sono, quindi avrete la casa libera per le vostre attività."

"Elisa, ti fai sempre troppi problemi." Marco sorrise.

"Non è vero. La casa è di Livia, quindi è giusto che le chieda prima di muovermi."

"In verità il casale non è proprio mio," disse Livia. "Sarebbe di Sibilla, che me lo ha lasciato da custodire. Dovresti quindi chiedere a lei." Poi iniziò a ridere.

Elisa rimase perplessa dalla risposta, ma qualcosa le balenò in mente. "Come sarebbe a dire che questa sera non ci sarai?"

Anche Marco realizzò solo in quel momento. "Devi lavorare sul territorio?" conoscendola la conclusione sembrava naturale.

Livia mosse lentamente la testa, negando. "No, esco a cena con Carlo."

Marco sollevò il bicchiere di succo in un brindisi verso Livia, mentre Elisa rimase a bocca aperta.

Livia li guardò entrambi e sospirò piano. "Non fate quelle facce. Carlo non è una novità."

Marco inclinò leggermente la testa, incuriosito. Elisa continuava a fissarla.

"Prima di laurearmi avevo fatto alcune ricerche per lui," continuò Livia. "Mi aveva coinvolta in un paio di lavori. Poi, qualche tempo dopo la laurea, ci siamo ritrovati per caso per un'altra collaborazione."

Fece una pausa, come se stesse scegliendo le parole. "Abbiamo iniziato a frequentarci. All'inizio era solo lavoro… poi la cosa è diventata più seria."

Elisa si raddrizzò un poco sull'asciugamano. "E poi?"

Livia fece un mezzo sorriso. "Poi Carlo è dovuto partire per un lungo periodo. Troppo lungo per continuare qualcosa che stava appena iniziando." Fece un piccolo gesto con la mano. "Così ci siamo lasciati perdere."

"Vi siete lasciati perdere?" Elisa la guardò. "Chi ha veramente lasciato perdere?"

"Ha desistito lui…" rispose Livia incerta.

Marco la osservò per qualche secondo. "E adesso?"

"Adesso è tornato."

"E speriamo che resti," replicò Elisa. "Un uomo che rompe con una come te ha qualcosa che non funziona qui dentro." Toccò la testa con la mano.

Livia ed Elisa scesero dalle camere parlando tra loro. Elisa aveva insistito per sistemarle un po' i capelli e aggiungere un filo di trucco, ma il risultato non era molto diverso dal solito. Livia si era rifiutata di mettere abiti particolari: aveva optato per i soliti jeans, una maglietta e una felpa leggera.

Marco era in cucina, appoggiato al tavolo con un bicchiere in mano. Quando le vide arrivare sollevò lo sguardo. "Ecco… quindi ogni tanto ti prepari davvero."

Livia lo guardò senza scomporsi. "Non esagerare."

Elisa si lasciò cadere su una poltrona. "È già tanto che mi abbia lasciato toccarle i capelli."

Marco inclinò la testa osservando Livia. "Carlo apprezzerà comunque. Anche uscita dal fango fa il suo effetto."

"Vi farei notare che sono qui e vi sento," rispose lei prendendo le chiavi dal tavolo.

Elisa mosse le mani come per invitarla ad andare. "Buona cena."

"Non aspettatemi… ma non serve che ve lo dica." Livia superò la porta. "Ci vediamo a colazione…" Uscì nell'aria fresca e si diresse verso la macchina.

La mattina dopo Marco ed Elisa lasciarono la stanza e videro la camera di Livia aperta; il bagno non era stato usato. Proseguirono scendendo al piano di sotto, dove aprirono le tende e gli scuri, notando che mancava anche la macchina.

Marco, con urgenza, prese il telefono che aveva lasciato sul tavolo la sera prima. Una notifica di Livia era sullo schermo. Sbloccò il telefono e lesse il messaggio.

"Dormo da Carlo, fate colazione senza di me."

Entrambi sorrisero e iniziarono a preparare la colazione.


© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.