Piante, tradizioni e racconti legati al territorio
Il silenzio del sentiero era interrotto solo dal rumore dei rami mossi dalla brezza e dal vociare degli animali che vi dimoravano, e il vecchio muretto a secco si ergeva stabile nelle sue cinque file di mattoni di tufo, legate dalla terra, che in parte appena smossa giaceva ai suoi piedi.
Alcuni raggi del sole nascente lo illuminarono, passando tra i rami e allargandosi fino a raggiungere dei piedi scalzi, coperti di terra, proseguendo sui calzoni e oltre la maglietta, fino al volto anch'esso sporco, contornato dai lunghi capelli scuri e spettinati.
Un raggio si infranse sullo schermo di uno smartphone, appoggiato in piedi a un sasso, per rimbalzare con forza sul volto, dove gli occhi scuri di Livia si aprirono infastiditi e arrossati dopo la lunga notte di pianto.
Dojo era steso ai suoi piedi, acciambellato, con gli occhi chiusi e la coda ripiegata tra le zampe, e dalla sua bocca proveniva un leggero brontolio. Poco più là si scorgeva il muso chiaro di Edward, steso in modo contorto e incomprensibile, sfruttando la copertura del sottobosco.
Livia guardò lo schermo, restando stesa e allungando la mano per sbloccarlo; comparivano solo le tre chiamate senza risposta fatte a Paolo e quella in cui aveva detto a Hana che avrebbe passato la notte fuori, ma nessuno l'aveva cercata. Lentamente si sollevò da terra, indolenzita, cercando un appoggio mentre riponeva il telefono nella custodia.
Sentì qualcosa spingerle contro la spalla e vide la testa della cavalla sopra di lei, impegnata a masticare delle radici. Livia sorrise prendendo con una mano la cavezza e reggendovisi. "Grazie, amica mia. Aiutami ad alzarmi e a tornare a casa." Fece una pausa sollevandosi con fatica. "Non sto bene, ho bisogno di te…"
La luce del sole era ancora bassa quando Livia attraversò il piazzale del casale del Poggio, assicurando la Noriker alla staccionata e procedendo verso la porta con passo lento, i capelli scomposti. Dojo le camminava al fianco ed Edward le era davanti, abbaiando fastidiosamente.
Hana le corse incontro vedendola sporca e zoppicante. "Livia, dove sei stata? E perché zoppichi?" Le guardò i piedi sorreggendola. "Questo non va bene… Sanguinano…"
Livia le sorrise. "Ho sistemato il muretto sul sentiero verso la Radura Guarita, quello che arriva dal Poggio." La voce era naturale e approfittò pienamente del sostegno di Hana. "Mi serve un bagno, cosa ne dici?"
"Elisa!" Entrarono in casa; la voce di Hana era preoccupata. "Hai pianto… Si vede, guarda i tuoi occhi. E come ti viene in mente di sistemare il muretto di notte?" La accompagnò alla poltrona più vicina. "Prima vediamo i piedi, poi ti aiuto a fare un bagno… Elisa!"
Elisa scese a salti la scala dirigendosi senza esitazione verso Livia e la poltrona. "Hana, che succede…" Vide i piedi di Livia. "Sei un po' zozza e questo non va bene… no… non va bene."
Livia spostò lo sguardo sui piedi, stringendo il medaglione sotto la maglietta. "Paolo ieri sera ha lasciato i casali, ora non mi risponde più…" Prese un profondo respiro tremante. "Ieri sera abbiamo discusso e ha preso un campione del mio sangue."
"I piedi non sono gravi, sono solo graffi, ma non dovevano esserci." Elisa accostò le mani ai piedi di Livia. "Il suo legame con la Rete si è indebolito." La guardò. "Il passaggio di Vigil ti ha sconvolta, Paolo ti dava stabilità. Questo spiega la tua distanza dalla Rete, o della Rete da te."
Hana sospirò. "Per cosa avete litigato e perché avrebbe preso il tuo sangue?"
Elisa corrugò la fronte. "Ora capisco, ieri l'ho visto prendere un campione dal bicchiere di Arianna." Guardò Livia intensamente. "Vuole verificare se tu e Arianna siete parenti?" Si mise a ridere. "Resterà deluso."
Livia abbozzò un sorriso. "Elisa, non è così semplice. Althea ha fatto una comparazione tra tutti noi Custodi." Fece una pausa, cercando di alzarsi e senza riuscirci. "Paolo non troverà una parentela tra me e Arianna, ma troverà la mutazione che lega tutti i Custodi."
Hana corrugò la fronte e poi sorrise. "Ti aiuto con il bagno." Si alzò porgendole le braccia. "Althea e il Consiglio hanno disposto che tutto il materiale genetico su di noi sia secretato." Sollevò le spalle. "Paolo non troverà niente, se non quello che decideranno di fargli trovare, anche se si rivolgerà a un laboratorio privato."
Livia portò la mano agli occhi, prima di accettare l'aiuto di Hana per mettersi in piedi. "Conoscendolo, Paolo non mollerà facilmente, ma la cosa peggiore è che ora non si fida più di me." La voce si incrinò. "Ora l'ho perso."
Elisa accarezzò il braccio di Livia. "Non credo proprio. Ho visto la vostra vicinanza e come riuscite a darvi forza a vicenda anche solo parlando di cazzate. Credo che Paolo ora abbia bisogno di schiarirsi le idee e lo farà lavorando, come del resto fai anche tu… Mmh… no, tu vai a caccia con l'arco." Trattenne una risata. "Per me non ti chiama perché teme la tua reazione."
Edward e Dojo entrarono di corsa dalla porta lasciata aperta e iniziarono a muoversi tra le loro gambe, dando leggeri colpi con il muso.
"Ciao Vigil." Il sorriso tornò sul volto di Livia. "Questi due ci terranno impegnate. Non sono tranquilli con il vecchio gigante nero."
Elisa si unì al gioco. "Devo scendere ai Gelsi, oggi alcuni partono e bisogna chiudere in bellezza. Anche Arianna parte." Guardò Hana distrattamente, muovendo la mano tra i denti di Dojo. "Livia, dovresti scendere anche tu, così ti distrai e torni in forze… Ovviamente dopo il bagno, senti quanto puzzi…"
Livia scosse il capo. "No, ti prego. Dille che non sono stata bene. Se riesco, scendo prima che partano, nel pomeriggio… Non lo so." Si girò verso Hana. "Sono stanca, mi aiuti con il bagno e poi ci stendiamo insieme? Ho bisogno di dormire e non voglio stare da sola."
Hana le sorrise accompagnandola verso la scala senza rispondere.
◯ ◯ ◯
Nel pomeriggio Livia scese al casale dei Gelsi e controllò con Nadia tutti e gli omaggi per gli ospiti in partenza. Anche i membri della Phénix sarebbero partiti l'indomani, compresa Hana.
Finito di sistemare salì alle stanze lasciando davanti a una delle porte uno scatolone sigillato con la scritta biscotti e un pacchetto più piccolo con la scritta: Per Arianna. Poi riscese al piano di sotto, sistemandosi sotto il portico, per i saluti, cosa che tipicamente lasciava sbrigare a Nadia ed Elisa.
Livia si era seduta e gli occhi si erano chiusi da soli, fino a quando una mano la toccò sulla spalla e si destò vedendo Arianna sorridente e sentendola parlarle con calma. "Ciao Arianna, è stato bello avervi qui." Livia si alzò a disagio. "Mi sono addormentata, che figuraccia… Spero vi siate trovati bene e che tornerete." C'era ansia nella voce.
"Ciao Livia, per quanto mi riguarda tornerò, ma anche mamma e papà lo faranno, si sono trovati benissimo." Disse Arianna d'impulso. "Hanno già confermato a Nadia che saremo qui ad agosto e senza ombra di dubbio voglio esserci per il mio compleanno."
"Faremo una grande festa, tutti insieme." Livia era di nuovo felice. "Rispetto al tuo arrivo, ti vedo serena e sorridente. Lo dice anche la tua mamma."
"Sì, ho avuto ancora degli incubi, ma sono riuscita a dormire e sto meglio, spero che a casa continui." Arianna rideva agitando il pacchetto ancora sigillato.
"Spero tu abbia informato anche Paolo, spesso è molto impegnato e deve organizzarsi con anticipo." La voce di Livia era tesa e preoccupata.
"Ci sarà, me l'ha promesso quando ci siamo sentiti questa mattina." Arianna era felice mentre si sedeva. "E ora sediamoci. Grazie per lo scatolone di biscotti e grazie per questo." Mosse il pacchetto davanti a Livia. "Voglio aprirlo mentre ci sei anche tu."
"Non so cosa sia." Il tono era felice; le parole di Arianna su Paolo l'avevano rasserenata.
"Lo sai benissimo, è tuo questo regalo." Arianna strappò la carta, restando a bocca aperta. "È un costume come i tuoi, è bellissimo… guarda mamma, potrò usarlo?"
Elena sorrise. "Ora potrai usarlo e Livia mi aveva chiesto se poteva regalartelo."
Elisa si avvicinò lentamente guardando Livia. "Livia, dobbiamo tornare subito al Poggio." Il tono era serio. "Marco ha chiamato, è successo qualcosa in città e dice che avranno bisogno di noi, anche se ancora non lo sanno."
Arianna si alzò perplessa. "Qui non si dorme mai… forse perché ci sono persone che non dormono per la sicurezza degli altri." Sorrise verso entrambe allargando le braccia. "Sono contenta di essere venuta qui… e ora riesco a dormire… Abbraccio…"
Arianna e Livia la abbracciarono, restando così per un lungo momento, mentre le lacrime rigavano il volto dei genitori.
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Frenarono bruscamente entrando nel piazzale del casale del Poggio. Attorno era il caos: Hana, in divisa tattica e armata, stava controllando l'equipaggiamento nel fuoristrada; Freja verificava i sistemi elettronici e di comunicazione, mentre Arthur stava discutendo con Althea.
Elisa aprì la portiera spingendola bruscamente con il piede, mentre Livia era già scesa, avvicinandosi a Marco, che la stava raggiungendo. La polvere della frenata non si era ancora posata al suolo.
"Il comando della Phénix ha chiamato Althea." Marco parlava veloce, a bassa voce. "Da quanto ho capito, una loro installazione è stata attaccata, ma pochi di loro ne conoscevano l'esistenza."
"E noi cosa c'entriamo?" chiese Livia dirigendosi verso il casale, dove li attendeva Sofia sulla porta.
"Mi sembra di ricordare che abbiamo sancito una sorta di alleanza." replicò seccamente seguendola. "A questo punto verifichiamo quanto sia reale." Accelerò il passo per non essere distanziato. "Anche perché l'installazione è in alcune gallerie chiuse delle catacombe di Roma."
Elisa abbozzò un sorriso raggiungendo il fianco di Livia. "E quello è un terreno su cui ci muoviamo bene, meglio dei loro operativi." Superarono la porta. "Vero, Sofia?"
"Molto vero, ma non siamo solo segugi. Siamo molto di più." concluse Sofia.
Nessuno aggiunse altro e tutti si diressero alle proprie camere spogliandosi e indossando calzoni e magliette grigi in filo di kevlar e cashmere, sopra cui sistemarono la divisa tattica Phénix e l'equipaggiamento di comunicazione e respirazione d'emergenza.
Ci vollero solo pochi minuti prima che lasciassero il casale, con Livia in testa e gli altri tre subito dietro.
Arthur li vide dirigersi verso il fuoristrada e Hana, ma con passo rapido si frappose tra loro e la macchina. "E voi dove pensate di andare? Siamo in missione operativa ad alto rischio e voi siete civili." Era irritato. "Tornate a casa e restateci!"
Marco si spostò, serio. "Onoriamo la nostra parte dell'accordo, che forse hai scordato." Abbozzò un sorriso ironico. "Oppure quelle di Althea erano solo chiacchiere con la funzione di zuccherino?"
"Non erano chiacchiere." sbottò Arthur. "Resta il fatto che non avete il nostro allenamento e non possiamo pensare alla vostra sicurezza."
"Se non fosse che c'è un'emergenza, potremmo darvi una dimostrazione delle nostre tecniche di combattimento." Elisa replicò con voce seria. "Tu saresti il primo a cadere." Abbozzò un sorriso.
Hana spinse di lato Arthur. "Elisa, Livia… per voi due spade corte orientali a testa, so per certo che non avrete problemi a usarle." Si girò verso Sofia. "Per te un paio di machine pistol e caricatori di scorta." Quindi sorrise a Marco. "Per te un automatico portatile da cecchino e attrezzatura informatica portatile."
"Hana, sono io al comando e loro non vengono." Arthur era seccato. "Su questo non transigo!"
Hana lo guardò. "Chi ha stabilito che sei tu al comando? Fino a un istante fa lo eri, ma hai ufficialmente classificato questa missione come operativa ad alto rischio." Gli sorrise allargando le mani. "Quindi ora è prerogativa di Custos Cerberis, pertanto, in qualità di comandante di quella struttura, ora il comando è mio." Guardò Althea, che era rimasta in disparte.
Arthur guardò Freja, in cerca di sostegno, ma lei rispose allargando le braccia. "Sono al comando della scorta del Comandante supremo di Cerberis, quindi mi adeguo alla sua decisione, che oltretutto condivido." Fece un sospiro. "Arthur, non prendertela, ma da quando passi più tempo con Althea al Consiglio che sul campo, sei diventato un passacarte."
Althea si avvicinò ridendo. "Basta discussioni. Agirete come corpo di élite misto, il comando è ora di Hana." Poi tornò impassibile. "Io mi occuperò delle comunicazioni, del coordinamento e della logistica e lo farò da qui." Guardò Arthur. "I tuoi operativi, che sono la mia scorta, resteranno qui e sistemeranno il necessario."
Marco guardò Arthur. "Non è una sfida tra noi e se possiamo cenare insieme e ubriacarci, allora possiamo superare insieme anche questo." Fece una pausa. "E non dimenticare quello che può fare Elisa, credo di non sbagliare se dico che è la più importante tra noi."
"E non dici così perché state insieme, ho capito." Arthur sospirò sorridendo. "Ho visto tanti volti che ora sono solo ricordi e non voglio che voi entriate in quella schiera."
Marco gli porse la mano. "Allora facciamo in modo di non diventare solo ricordi."
Arthur gli serrò il polso con la mano. "E sia così, ma ora serve un briefing."
Marco annuì facendo un passo indietro e lasciando ad Arthur lo spazio che gli spettava.
Arthur annuì in risposta a Marco. "Bene, prima eravamo tre disperati, ora siamo sette disperati sul campo." Sorrise. "Possiamo dire di essere una nuova Warband e pertanto chiedo ad Althea una codifica per facilitare le comunicazioni con Controllo."
Fece una breve pausa attendendo un cenno da Althea. "Questa è la situazione. Un deposito di armi della Phénix è stato saccheggiato questa mattina. Parliamo di armi tattiche e d'assalto di ultima generazione. Si tratta di un punto di rifornimento con sicurezza automatica di alto livello, da usare in caso di situazioni di emergenza operativa."
"Arthur, ti farei presente che ho violato la vostra sicurezza più di una volta. Quindi qualcuno potrebbe averla superata; piuttosto, sapete come ha fatto e se la vostra sicurezza ha registrato dei video?" Marco replicò serio, sistemando sulla tuta l'arma che gli era stata data.
"La sicurezza è stata raggirata in pochi secondi, telecamere e bioscanner inclusi. La porta è stata aperta e non forzata." Arthur era serio. "Questo significa che non abbiamo niente. Salvo la lista di quanto è stato preso."
Elisa tossicchiò mettendosi in mezzo. "Pertanto, non si tratta di qualcuno passato di lì per caso. Sono arrivati, sono entrati e se ne sono andati. Già tanto che non abbiano lasciato il biglietto di Occhi di Gatto." Fece scorrere lo sguardo su tutti, soppesando le due spade corte e fermandolo su Althea. "Stiamo parlando di una complicità dall'interno."
Althea sobbalzò alle parole di Elisa. "Hai detto qualcosa che nessuno di noi osava ammettere e, detto da te, ha un peso diverso… più credibile." Parlò per un attimo al comunicatore.
"Scusa se sono stata franca, ma a me sembra l'unica possibilità." Elisa era calma, ma maneggiava ormai con naturalezza le due lame. "Oppure qualcuno ha scordato la porta aperta per sbaglio, ma questo è palesemente ridicolo."
Freja continuò sfruttando una pausa di Elisa. "Procedendo su questo ragionamento, possiamo supporre che anche le comunicazioni e le azioni di intervento in corso siano compromesse. Ci serve un canale di comunicazione nuovo e protetto, avviso Cerberis." Guardò Hana per un istante.
"Autorizzato." Hana era seria e preoccupata. "Prendiamo anche il comando da Cerberis, di loro so di potermi fidare ciecamente. Freja, oltre alle comunicazioni, ordina che questa faccenda sia di accesso esclusivo al gruppo di comando, completamente esclusa ai cadetti e agli operativi in visita."
Althea tornò a rivolgersi a loro, dopo aver chiuso le comunicazioni. "Vista la situazione, ho dato il cessato allarme, come se il Consiglio non ritenesse rilevante la situazione; ora si riparte da zero." Fece passare lo sguardo sui presenti. "L'operazione è ora assegnata completamente a Cerberis. Hana, la tua struttura ha ogni genere di equipaggiamento, ho disposto direttamente lo spostamento di tre X-51 con pieno equipaggiamento e il dislocamento di otto X-40 nell'area operativa in Italia."
"Tutti quei mezzi potrebbero attirare l'attenzione." replicò Hana.
"Non succederà, saranno dislocati in postazioni note solo a me." Li guardò tutti. "Non potete avere una designazione normale. La vostra designazione sarà Giano."
Freja chiuse il comunicatore. "Cerberis conferma l'attivazione di Giano e il dispiegamento delle forze, anche il canale riservato è operativo."
Arthur si girò verso Hana. "Per mesi mi hai odiato perché ero diventato il tuo comandante, ora i ruoli sono invertiti." Si mise a ridere allegramente. "Bene Hana, ora come procediamo?"
"Dovremmo andare al deposito a cercare indizi, ma se hanno ripulito tutto perderemmo solo tempo." Si morse il labbro. "Sofia, cosa ne pensi?"
Sofia spalancò gli occhi, corrugando la fronte. "Dovremmo entrare a Roma con le attrezzature e infilarci sotto terra, cosa che per noi Custodi non è un problema." Iniziò a passeggiare distrattamente. "Vista la facilità con cui sono entrati, se trovassimo degli indizi, sarebbero sicuramente falsi, per depistarci." Sorrise guardandoli. "Il deposito è in antiche rovine, quindi spetta al Custode del Cammino trovare un indizio, ma mentre siamo qui."
Marco era chinato in mezzo ai cani, con gli occhi chiusi. "Noi pensiamo che ci si debba spostare verso nord."
"Perché nord?" chiese Arthur incuriosito.
Marco sollevò le spalle. "Non lo so di preciso, le nostre comunicazioni sono ancora un po' confuse." Cercò le parole. "Edward mi spinge verso qualcosa di abbandonato, animali morti, un posto ameno, che a lui piace." Gli accarezzò la testa alzandosi. "Dojo è infastidito dalla presenza di acqua poco curata, in movimento, dallo sporco e dagli odori che richiamano la produzione di carta. E la mia percezione mi porta a nord, vedo la strada da quella parte."
Elisa stava scorrendo le dita su un tablet. "Marco, come navigatore sei molto confuso, provo a cercare qualcosa che puzza a nord con dell'acqua." Si mise a ridere. "Potrebbe essere una cartiera dismessa nel varesotto o nel comasco."
"Ci serve un mezzo di trasporto e quelli di Cerberis ci metteranno ore ad arrivare." Hana era scocciata. "In macchina ci metteremmo almeno sette ore, se guida Freja forse cinque."
Livia vide l'irritazione di Hana e le si avvicinò cingendole la vita.
"Veramente abbiamo un X-40 rifornito al campo di volo." Li interruppe Freja. "Questa notte Paolo ne ha fatto tornare uno qui, con carburante di riserva, per questo è rifornito." Si fermò un attimo. "A piena potenza dovremmo arrivare nell'area in una quarantina di minuti."
"Althea, piani di volo e permessi." Il tono di Hana era diretto. "Prendete le ultime cose e tutti in macchina, si parte tra tre minuti."
Althea indicò a Livia di avvicinarsi. "Hana, cinque minuti e, se parti ora, volerete di notte."
Livia la raggiunse. "Dimmi, Althea." Era perplessa.
Althea la cinse alla vita, allontanandosi e parlando a bassa voce. "Arcis ha ricevuto una richiesta di analisi di due campioni, mandati da Paolo." Fece una breve pausa. "Mi hanno chiamata perché uno dei campioni è tuo."
Livia abbassò lo sguardo. "Me lo aspettavo, lo ha preso ieri sera dopo una discussione su me e Arianna… E ora?"
Althea le sorrise. "Ora niente, ho bloccato tutto e chiamato Paolo. E invece di inventare storie, visto che ci siamo accordate su questo aspetto, gli ho detto la verità." Le si mise di fronte. "Gli ho spiegato chi sono i Custodi, cosa riguarda Arianna e perché lei non deve sapere, ma senza scendere nei dettagli che non può ancora comprendere."
Livia spalancò gli occhi, guardandola e restando senza parole.
Althea sorrise portando la mano al comunicatore, mormorando prima di aprire la comunicazione. "Ora andate e buona fortuna, Giano."
Il fuoristrada, con Freja alla guida, si infilò nella strada sterrata sbandando; il sistema di guida computerizzato lampeggiava insistentemente, senza che nessuno gli prestasse attenzione.
Althea si voltò e, seria, rientrò nel casale del Poggio con il tablet tra le mani, le comunicazioni aperte con Giano e Cerberis.
Freja rallentò bruscamente pochi metri prima di immettersi nella strada sterrata del campo volo La Vallicella e, con il campo appena visibile nella luce della sera, dopo poche decine di metri parcheggiò sulla sinistra.
"Questo posto è fantastico…" sorrise Arthur scendendo dalla macchina e prendendo un profondo respiro dopo il rally. "Poca gente, tranquillo, quasi invisibile in mezzo ai campi… ma operativo, vivo."
"Quando hai finito di fare il poeta, prendi lo zaino e datti una mossa." lo spronò Freja ridendo. "Eccolo, in fondo, il Quaranta." Si bloccò. "C'è solo un problema, il campo è chiuso. Nessuno si è preoccupato di avvisarli?" Era furiosa.
"Chi pilota?" Livia era già a metà strada, dopo essersi infilata tra i pali della recinzione.
"Hana e io." rispose Arthur seguendola, con una certa difficoltà a causa delle sue dimensioni. "Scusa, Freja, ma tra noi tre siamo i più qualificati."
"Nessun problema. Mentre voi guardate le lucine, io mi farò una dormita." Si unì al gruppo passando agilmente tra i pali.
Hana stava controllando il convertiplano e inserendo i dati di volo. "Check superato, possiamo partire anche da qui, c'è abbastanza spazio." Li guardò entrare dal portellone posteriore. "Ha subito una revisione da poco. Vedo parecchie viti nuove e anche la copertura del sistema di controllo è stata aperta." Puntò la luce della torcia all'esterno. "Anche i rotori, sembra abbiano cambiato delle parti."
"Mi sembra normale, la manutenzione è fondamentale." Arthur prese posto ai comandi, iniziando ad attivare la strumentazione. "Se lo hanno appena revisionato, potremo spingere di più… cosa dice la documentazione?"
"Questo è strano. Parla solo di manutenzione ordinaria." Hana prese posto al fianco di Arthur. "Cinture di sicurezza!" Fece scorrere il diario di bordo. "Qualcuno ha deciso di fare più del necessario, non dice niente sui rotori, anche per quelli indica solo manutenzione ordinaria."
L'X-40 era fermo al margine della striscia erbosa, quasi in disparte, con i rotori coassiali in coppia: il disco superiore girava in senso antiorario e quello inferiore in senso opposto. Il grano ai bordi del campo si piegava prima in una direzione, poi nell’altra, seguendo il mutare del flusso d’aria mentre i giri aumentavano.
Il rumore non era il battito di un elicottero convenzionale. Era più compatto, quasi metallico, con un tono che si percepiva più nelle ossa che nelle orecchie. L’erba sotto la fusoliera si appiattì come verniciata e, in quel momento, il carrello si staccò da terra senza strappi, con la stessa indifferenza di un oggetto che smette semplicemente di appoggiarsi a qualcosa.
Il velivolo salì in verticale per una ventina di metri, poi le nacelle iniziarono la rotazione. Il muso si abbassò di qualche grado e il rombo cambiò registro mentre la spinta si convertiva in portanza aerodinamica. In meno di dieci secondi il campo era già lontano, ridotto a un rettangolo scuro nella notte.
"Wow… che sballo. Questo è volare, peccato che abbia solo tre ore di autonomia." Hana era divertita. "Arthur, siamo a seimilacinquecento piedi, ti lascio i comandi." Sganciò la cintura, spostandosi bassa verso il retro.
"Ora non ci resta che aspettare," disse Elisa allentando le cinghie. "Ci sono notizie da Althea?"
"Niente di nuovo… Sono appena tornata e questa situazione di un traditore mi destabilizza." Hana prese posto sul sedile libero.
"O più di uno." Freja era seria. "Sicuramente si tratta di un gruppo. Un traditore e degli esterni, o più traditori." Guardò il tablet corrugando la fronte. "Ho problemi di accesso ai dati, sembrano interferenze."
"Il primo contatto radio è previsto tra ventidue minuti, poco dopo metà percorso." Hana prese il tablet dalla cintura. "Strano, anche io ho interferenze… Arthur, Marco?"
"Interferenze anche per me…" disse Marco.
"Idem…" aggiunse Arthur. "Imposto le coordinate nel pilota automatico: 45°45'55.0"N 8°54'57.0"E." Digitò sul pannello. "Arriveremo a sud di Varese, in una zona isolata. Salgo a ottomila."
Hana tornò ai comandi. "Arthur, rompiamo il protocollo, me ne assumo la responsabilità." Hana accese la radio componendo il codice per la codifica. "Giano Baby a Cerberis… Date ricevuto."
"Hana, non ci agganciamo… Prova con la rete Shadow…" La voce di Arthur era preoccupata.
Hana sfiorò lo schermo. "Giano Baby a Cerberis… Date ricevuto." Passò a un’altra finestra lanciando le procedure di manutenzione. "La radio funziona, ma non ci ricevono."
Freja si sporse da dietro i sedili. "Questo mezzo è troppo basso e la Shadow è una nostra rete satellitare e…" Impallidì.
Hana si voltò. "La manutenzione… ci hanno sabotati." Spostò il corpo per vedere Livia seduta dietro. "L’ha fatto portare Paolo…" Non aggiunse altro.
Livia non rispose. La guardò semplicemente negli occhi.
"Paolo? Sarà un testone curioso, ma non ha contatti né competenze per una cosa del genere." Freja rispose secca. "Non è un semplice filo tagliato, è un lavoro preciso e non sappiamo cosa abbiano manomesso."
"Un’azione di questo tipo non è nella sua natura." Aggiunse Elisa seria. "Lo avremmo percepito da tempo e allontanato."
"Merda! Freja, torna dietro." Hana si raddrizzò. "Arthur, portiamolo giù e troviamo un posto dove atterrare." Mormorò serrando la mascella. "Hanno toccato anche i motori…"
"Arthur, aspetta, non sappiamo dove ci troviamo." Marco era agitato.
"Marco, i dati sono precisi, siamo lungo la rotta. Perché non dovremmo sapere dove siamo?" Arthur era perplesso, già con le mani sui comandi.
Marco replicò seccamente, con molta sicurezza. "I dati di chi? Ti dico che siamo fuori rotta. Siamo spostati a ovest rispetto alla rotta."
Hana guardò per un attimo Arthur. "Non abbiamo scelta. Scendiamo lentamente: le cime più alte sono sotto gli ottomila piedi… Noi siamo al limite e non possiamo fidarci della strumentazione e dei rilevatori." Afferrò anche lei i comandi, poi si fermò in ascolto. "Lo senti?"
"Cosa?" Arthur era perplesso e girò leggermente la testa. "Freja, senti qualcosa?"
Freja mosse le braccia per farli restare in silenzio. "Fate più casino di uno stormo di tortore dal collare in planata." Socchiuse gli occhi ascoltando i suoni dallo scafo. "Lo sento, stanno piangendo. I rotori sono in spinta di emergenza, ma sono frenati dalla posizione delle pale." Cercò di vedere la gondola all’estremità dell’ala. "Accendi le luci di stazionamento di emergenza."
Hana spostò la mano su un pannello, illuminando le ali con le intense luci da campo.
"La strumentazione indica che è tutto normale." Arthur inclinò la testa per guardare la gondola dal suo lato. "Tolgo potenza."
"Non scendiamo." Hana lanciò altre diagnostiche. "Nessuna anomalia, ma i motori non rispondono… e nemmeno tutto il resto."
Freja si avvicinò all'oblò più vicino all'ala sinistra, per poi passare al lato destro. "Le pale vibrano e anche le ali, la sollecitazione è oltre il limite."
I minuti passarono lentamente, almeno nella loro percezione, fino a quando le ombre dei rilievi sotto di loro si fecero percepibili.
"E ora il poeta torna utile." Arthur si mise a ridere. "Hana, spegni le luci e vediamo se ci sono stelle in cielo e qualche fanale a terra. Poi torniamo a calcolare le rotte alla vecchia maniera." Estrasse dalla giubba una carta di navigazione, guardando verso il cielo. "Abbiamo una bussola che funziona?"
"Mai uscire senza una bussola." Marco rispose teso. "Ho la mia vecchia bussola con l'ago magnetico, questa non sbaglia." Gliela porse aiutandolo con la mappa. "Freja, hai ragione, questo aereo è troppo basso e direi anche stretto."
Freja si alzò aprendo gli stipetti e controllando l’equipaggiamento del mezzo che avevano trovato a bordo. "Hana, abbiamo la dotazione standard da infiltrazione." Sorrise. "E questa non è sabotata."
"Marco ha ragione, siamo fuori rotta." Arthur era serio e stava facendo calcoli su un taccuino. "Siamo alcuni chilometri a ovest di dove dovremmo essere. Hanno introdotto un errore di pochi secondi nel pilota automatico."
Livia batté un pugno sulla fusoliera. "Siamo isolati, ci stiamo allontanando dalla nostra destinazione, gli strumenti non sono affidabili e i motori stanno pompando muscoli a vuoto." Fece una pausa. "Soluzioni? A parte attendere di schiantarci?"
Arthur guardò Marco. "Marco, apri quel pannello e inserisciti nei sistemi di controllo di bordo. Sei il più esperto, anche più dei nostri ingegneri. Freja, nel caso aiutalo."
Sofia era quasi divertita. "Sono quasi morta sotto una montagna e mi ha salvata una ragazza congelata con una bombola mezza vuota." Fece un occhiolino a Freja. "Ora siamo su un mezzo con tecnologie sofisticate e dobbiamo affidarci a una mappa e a una bussola. Ok, se usciamo vivi da qui butto anche la sveglia digitale."
Elisa sembrava interessata. "Possiamo guidare questo coso escludendo i sistemi informatici?"
"Non possiamo." Arthur rispose seccamente. "Questo coso, come dici tu, ha motori particolari e senza informatica farebbe boom…"
"E ci vedrebbero anche da Cerberis." Concluse Hana. "Arthur, comunque se non inventiamo qualcosa, faremo lo stesso boom…"
"Volete prima le brutte notizie o quelle meno brutte?" Udirono Marco parlare, appoggiato al sedile di Hana.
"Come preferisci. Peggio di così non può andare." Chiaramente Arthur non credeva alle proprie parole.
"Bene, ho trovato una routine infilata nel codice che gestisce l’aereo." Cercò le parole. "Nulla di che, ma riesce a bloccare buona parte delle operazioni e a farci credere che tutto stia andando in modo fantastico. Se l'avessero scritta meglio, avremmo anche creduto di essere in discoteca."
"Puoi rimuoverla?" chiese Elisa eccitata.
"Sì, è una cosa banale." Marco stava scorrendo con le dita sullo schermo.
"Allora fallo!" sbottò Arthur. "Cosa aspetti?"
"Posso farlo, mi basta spostare un dito. Il problema è che se lo faccio si spegne tutto e…" Spostò la mano imitando uno schianto.
"Freja, con quello che abbiamo possiamo pensare di saltare?" La domanda di Livia arrivò diretta, facendo calare il silenzio.
Freja aveva aperto un altro pannello sul lato posteriore. "Se fossimo a bassa quota, molto bassa, potremmo pensarci. Prima vanno disabilitati i sistemi di sicurezza e aperto il portellone. I controlli sono manomessi e l'apertura manuale non funziona." Freja cercò con lo sguardo Arthur, che stava guardando all'esterno, poi continuò. "Ma se saltiamo, a questa velocità, non troverebbero nemmeno una ciocca di capelli."
"Possiamo bucare lo scafo?" incalzò Livia.
"No, non possiamo." Il tono di Freja si stava innervosendo. "Questa cellula è sempre pressurizzata e lo scafo è realizzato con una lega particolare, estremamente resistente."
"Qualche minuto e più avanti passeremo sopra un altopiano. Con l'attuale quota gli passeremo sopra a meno di duecento piedi." Arthur stava rileggendo il taccuino. "Se potessimo rallentare…"
Hana aveva passato lo sguardo sugli strumenti restando in silenzio. "Indossate tutti le suit dell'equipaggiamento da infiltrazione. Sono coperture corazzate delle tute tattiche." Allungò la mano dietro il sedile. "La indosso da qui, passatemela. Tra quanto saremo sulla posizione?"
"Tra duecento secondi." Rispose Arthur.
Hana tornò a guardare la strumentazione e a muovere le mani simulando delle operazioni, come per fissarle nei nervi specchio. "Marco, ascolta bene." La voce era lenta. "Devi fare due cose il più rapidamente possibile: mettere fuori uso tutti i sistemi di sicurezza e sbloccare il portellone."
"Cosa hai in mente?" rispose, avvicinandosi al pannello con il tablet e le periferiche di collegamento.
"L'unica cosa che si può fare." Hana sorrise, serena. "Quando arriveremo sopra il perimetro dell'altopiano cambierò la modalità di volo, ma per ruotare le gondole devi disattivare i sistemi di sicurezza." Le mani si muovevano mentre parlava. "Il cambio di assetto ci frenerà e ci farà scendere, ma se il portellone resterà bloccato rimarremo in trappola."
Arthur aveva ascoltato corrugando la fronte. "Così ci ammazzeremo!"
Hana era rilassata. "Abbiamo due opzioni: restare in volo e aspettare che i motori esplodano per il calore, oppure tentare questa manovra."
"Quante possibilità abbiamo se restiamo in volo?" chiese Livia, rassicurata dalla serenità di Hana.
"Nessuna." Arthur sospirò.
"Se proviamo questa manovra avremo un otto per cento," concluse Hana.
"Tempo!" disse Marco con le dita sul tablet.
"Trenta secondi," rispose Arthur, le mani lontane dai comandi. "Hana, è tutto tuo."
La console del cockpit si accese di luci rosse. "Sistemi di sicurezza disattivati."
"Venti secondi…" La voce di Arthur sembrava un annuncio automatico che si ripeteva.
Il rumore del portellone che si apriva li raggiunse, accompagnato dalle vibrazioni che scuotevano l’X-40 morente.
"Dieci secondi."
"Assetto!" Le mani di Hana si mossero sui comandi. Aveva gli occhi chiusi.
L’X-40 decelerò in un istante, come trattenuto da una gigantesca mano. Sentirono l’urlo dei rotori e il rumore del metallo che si contorceva; un istante dopo motori e ali sparirono alle loro spalle.
Lo schianto arrivò subito dopo.
L'odore di elettronica bruciata permeava i sensi e aprì gli occhi guardando attorno, attraverso nuvole di fumo denso. La culla era malmessa, ma ancora integra, e il sopra era ancora sopra, insieme ai corpi sparsi in posizioni innaturali. Restò ferma cercando di respirare, ma l'aria la faceva tossire e ad ogni colpo di tosse il corpo rispondeva con fitte di dolore.
Sopprimendo il dolore si alzò appoggiandosi ai resti di un sedile, la gamba cedette e, zoppicando, raggiunse il cockpit sganciando con fatica i piloti per poi trascinarli fuori dall'apertura dove il portellone era sparito.
L'odore dell'aria era quello di prati, mischiato al bruciato di opere umane, ma c'era altro, un odore che non si sentiva, ma di qualcosa che esisteva. Cercò di riempire i polmoni, ma anche quello le causava dolore, mentre riprendeva a trascinare l'uomo e la donna ignorando il braccio che si lamentava e pensando che quella donna la conosceva, era importante, ma non sapeva perché.
Una ragazza stava uscendo dai rottami trascinando un'altra donna e, zoppicando, la superò vedendo il suo sguardo; c'era un terrore profondo, ma non per i rottami, ma per quello che stava vedendo guardandola.
Era stanca, il dolore le attraversava tutto il corpo, vide un uomo e una donna uscire, forse sorrise e si lasciò scivolare a terra.
Elisa uscì dall'abitacolo, il respiratore al naso, trascinando Sofia per le spalle e vide prima i corpi di Hana e Arthur e poi Livia che stava tornando; continuò a spostare Sofia, aiutata dall'erba umida e dalla Rete che già le aveva permesso di curarsi in minima parte.
Spostò lo sguardo verso Livia, ma le parole le restarono in gola e il terrore la travolse fissando la donna che non riusciva a riconoscere. Un braccio era contorto e il sangue usciva dal polso della tuta tattica, il volto era una maschera rossa attraversata da un taglio a elle che passava sugli occhi, al cui posto restava una luminescenza dorata. Per un attimo vide un sorriso informe sul volto, prima che il corpo si afflosciasse sull'erba umida di rugiada.
"Livia!" La voce di Freja, mischiata alla tosse, superò Elisa, e subito dietro arrivò Marco. I loro corpi erano feriti e instabili, ma potevano camminare.
"Sofia!" Elisa le diede due schiaffi. "Marco, porta via Livia e poi allontanate Arthur e Hana." La voce era tesa. "Quel coso è pieno di idrogeno."
Freja si bloccò guardando Elisa e posizionando il respiratore sotto il naso. "Marco, allontana Livia da solo. Se l'X-40 esplode non resterà niente di noi, non abbiamo tempo per allontanarci abbastanza." Corse verso il relitto senza attendere.
"Piantala di prendermi a schiaffi." La mano graffiata di Sofia aveva bloccato a mezz'aria quella di Elisa.
"Riesci ad alzarti e restare in piedi?" Elisa la vide muoversi traballante, con alcune schegge metalliche conficcate nella tuta dove non era protetta dalla suit.
Marco trascinò Livia per i piedi, non era riuscito a trovare un altro punto adatto. "Elisa, riuscirai a fare qualcosa…" la voce era spezzata dallo sforzo e dal dolore. "Il suo volto… non c'è più…" Era sconvolto.
"Marco! Resta con noi." Il tono di Elisa era duro, quasi militare. "Dovrò fare qualcosa per tutti, e il fatto che Livia respiri ancora è la cosa più importante in questo momento."
Freja raggiunse il relitto correndo piegata, l’X-40 era leggermente inclinato su un lato, la fusoliera deformata e attraversata da suoni profondi, come se qualcosa al suo interno continuasse a lottare contro la distruzione. Si lasciò cadere in ginocchio accanto al pannello d’emergenza, tirando la leva rossa e strappando via la copertura deformata con le dita insanguinate.
"Vi prego…"
Le mani tremavano mentre abbassava manualmente le sicure meccaniche; per un istante ebbe paura perfino del contatto del metallo contro il metallo. Poi ruotò la leva e il sibilo arrivò immediatamente. Violento.
L’aria attorno al relitto sembrò contrarsi mentre l’idrogeno veniva espulso in pressione dalle valvole superiori, invisibile, ma abbastanza potente da creare vortici di condensa sopra la fusoliera. Una nebbia biancastra si formò attorno agli scarichi dissolvendosi quasi subito verso il cielo, mentre il metallo vicino alle valvole si copriva di brina.
Freja arretrò istintivamente schermandosi il volto mentre il rumore cresceva ancora, acuto e innaturale, simile all’urlo continuo di qualcosa che stava morendo senza riuscire ad esplodere.
Per un istante il fumo si aprì del tutto attorno all’X-40, lasciando visibile la carcassa annerita del velivolo immersa nella condensa e nel vapore gelido, mentre sopra di essa l’idrogeno saliva invisibile nell’aria delle montagne.
Arthur e Hana superarono Freja di corsa entrando nell'X-40, ancora scosso dalle vibrazioni causate dalla pressione; pochi secondi dopo la valvola principale di scarico sopra la fusoliera si aprì con un sibilo devastante, accompagnato da fiocchi di ghiaccio sospesi nell'aria come neve.
Elisa restò ferma sopra Livia, non aveva bisogno di spogliarla per capire la situazione, e si voltò soltanto quando sentì una mano sulla spalla. "Come stai Sofia?"
"Io bene, le schegge non erano penetrate in profondità e Freja mi ha aiutata a toglierle." Si fermò. "Come fa ad essere ancora viva?"
"Ha portato fuori da sola Arthur e Hana, e passando mi ha fatta svegliare." Elisa sospirò passandosi la mano sporca sul viso. "Dove c'erano i suoi occhi c'era una luce dorata. La Rete protegge i suoi Custodi, ma questa volta non ha potuto proteggere Livia, solo usarla per salvarci tutti."
Freja si avvicinò lentamente, portando le mani a coprirsi il volto. "Non può essere." Si girò dando le spalle al corpo. "Elisa… fai qualcosa… tu puoi… sì, tu puoi." Le lacrime la interruppero.
"A suo tempo." Elisa rispose con delicatezza posando le mani sui fianchi di Freja.
Freja si spostò poco dopo urlando. "No!" Ma era tardi, le sue ferite si erano già rimarginate.
Sofia scosse con violenza Elisa. "Cosa fai? Devi pensare a Livia, non a noi!" Era furiosa, e anche Marco e Arthur si avvicinarono cercando di capire.
Il volto di Elisa era rigato di lacrime impastate con lo sporco. "No, non posso." Fece un passo indietro alla vista di Freja che si avvicinava. "Devo occuparmi di voi, con quello che resterà di me penserò a Livia. Solo così avrete la forza di portarci via da qui. Sono priorità necessarie." Fermò lo sguardo su Sofia.
"Triage…" Sofia era seria. "Non ha senso dedicare tutte le risorse a chi non ha speranza, a discapito di chi può essere risolutivo ed essere salvato con certezza."
Elisa era intervenuta su tutti e le medicazioni d'emergenza fatte su Livia stavano ormai rivelando la loro inutilità. "Devo parlarvi…" Attese che gli sguardi si fermassero su di lei prima di continuare. "Ora so gestire meglio le mie forze rispetto a quando ho curato Sofia." Prese fiato. "Posso aiutare Livia, stabilizzarla, forse anche svegliarla."
Marco la guardò sedendosi al suo fianco. "Se riesci a stabilizzarla potremo trasportarla fino a un ospedale. Non ti chiediamo di guarirla completamente, ma di darle qualche possibilità in più. Anche noi avevamo solo l'otto percento, ma non sempre le statistiche descrivono il peggio."
Elisa abbozzò un sorriso. "Marco, potreste dover trasportare anche me, ma non è tutto." Si fermò.
"Cosa intendi, Elisa?" Hana era stranamente tranquilla.
"La Livia che vi ha portati fuori era morta. Non penso di poterla curare completamente; anche se ora respira, non è qui."
Hana si inginocchiò al fianco di Livia. "Non è così." La voce era calma. "La vedo, come vedevo voi che mi chiamavate nel Mitreo." Spostò lo sguardo su Elisa. "Lo faremo insieme."
"Hana, non hai la mia capacità e non puoi caricarmi come si carica la batteria di un telefono." Elisa era frustrata.
"No, non posso. Ma posso tenerla qui, come un sigillo sulla chiusura di una busta." Posò la mano sul petto di Livia. "È qui, tra me e il suo corpo, pronta a entrare per sempre nella Rete. Ora Elisa, solo tu puoi chiudere il varco. Agisci solo sulle ferite mortali e sanale quanto basta."
Il silenzio era diventato assoluto, perfino le fronde degli alberi sembravano immobili. Elisa chiuse gli occhi avvicinando le mani alla testa di Livia e spostandole lentamente lungo i fianchi, fermandosi nei punti più devastati. Il suo volto diventava sempre più pallido mentre il corpo di Livia riprendeva forma, insieme al volto.
Sofia si mosse per prima valutando Elisa e poi Hana, mentre Freja controllava con attenzione Livia.
"Come stanno?" chiese Marco guardandosi attorno con attenzione.
"Elisa e Hana sono solo esauste, hanno bisogno di riposo e nutrienti." Sofia stava cercando di sistemarle in una posizione più comoda.
"Livia sta bene, più o meno…" rispose Freja sollevandole le palpebre e corrugando la fronte. "Le funzioni vitali sono normali, un po' deboli, ma normali… Elisa ha sanato tutto il corpo, ci credo che sia esausta." Scosse la testa alzandosi. "Gli occhi di Livia hanno cambiato colore… credo sia cieca… e anche il braccio destro è rigido, potrebbe essere una lesione neurologica."
"Ha superato tante difficoltà, l'importante è che siano tutte vive, non ci resta che aspettare." Marco indicò un picco in lontananza, da dove il sole stava sorgendo. "Mi serve la mappa di Arthur, quel picco mi sembra familiare… ma che fine ha fatto?"
"Credo sia nel relitto." La voce di Hana li raggiunse. "Ci serve quello che si è salvato, soprattutto cibo… Non sarebbe male anche qualche strumento." Cercò di alzarsi, ma Sofia la bloccò con una mano. "Come sta Livia?" Girò la testa per guardarla.
"Se la caverà, ma non è in perfetta forma." replicò Freja guardando verso il relitto.
Anche Elisa si stava muovendo, mormorando con gli occhi chiusi. "Livia… non puoi usare quella gonna… sotto…" Aprì gli occhi guardandoli.
"Elisa, come ti senti?" chiese Sofia. "E di che gonna di Livia stai parlando?" Il tono era curioso.
Elisa si mise a ridere con una smorfia. "Sono distrutta. Livia sta bene?" Sbuffò. "La gonna sono affari nostri."
Arthur tornò con diversi piccoli zaini, che lasciò cadere a terra. "Ho trovato cibo d'emergenza, molto energetico, acqua e qualche strumento. Degli strumenti elettronici mi fiderei poco." Li guardò con calma lanciando un piccolo oggetto ad Hana. "Tuo il comando, tua la responsabilità."
"Hai trovato anche dei vestiti?" chiese Hana prendendo l'oggetto e infilandolo in una tasca. "Fino a che la dottoressa Sofia non mi dimette, il comando è tuo."
"Marco, hai capito dove siamo?" Arthur gli passò la mappa.
"Non chiaramente, ma con i tuoi dati sulla rotta sbagliata potremmo determinare una posizione abbastanza precisa." Marco aprì la mappa. "Comunque credo che ci troviamo sul confine tosco-emiliano, forse vicini a Piacenza… le comunicazioni?"
Hana si mise seduta estraendo qualche barretta dagli zaini e passandola agli altri. "Nessuna comunicazione per nessuna ragione. Chi ci voleva morti è bene che lo creda. Il piano era che esplodessimo in aria, non che scoprissimo la manomissione."
"Concordo." rispose Arthur. "Comunque niente vestiti, dovremo tenere questi. C'è anche un kit medico nuovo tra la roba che ho recuperato, gli altri usati li ho riportati nel relitto."
Sofia aprì il kit prendendo una garza e fasciando la testa di Livia, coprendole gli occhi per proteggerli.
Dopo aver reso la mappa, Marco prese una barretta. "Siete in grado di camminare per sentieri?"
"Direi di sì." Elisa si alzò lentamente. "Nel caso faremo delle soste, ma non possiamo restare bloccati qui. Qualcuno potrebbe venire a cercarci." Spostò lo sguardo su Hana. "Le tue gambe funzionano?"
"Certo che funzionano." Rise. "Dobbiamo però trasportare Livia."
"Ehi, ferma!" Arthur si spostò rapidamente.
Livia era in piedi, il braccio sinistro teso in avanti e il destro lungo il fianco. "Non ci vedo…" si spostò inciampando e cadendo in avanti, sorretta da Arthur. "Arthur, non ci vedo… dove siete?"
"Livia, siamo tutti qui e stiamo bene." La voce di Sofia era calma. "Cosa ricordi? E come sai che ti ha preso Arthur?"
"Sofia… ricordo che eravamo in volo per andare vicino a Como, siamo stati sabotati e abbiamo deciso di ruotare le gondole." Girò lentamente la testa aggrappata al braccio di Arthur. "Ora mi sono svegliata e non vedo, non riesco a muovere il braccio." La voce era spaventata. "So che è Arthur, lo sento…"
Aiutata da Arthur si spostò indicandoli uno a uno e chiamandoli per nome, il dito della mano sinistra puntato con precisione.
"Livia, non ci vedi, ma non sembra così…" Elisa era perplessa. "Non ricordi che ci hai fatti uscire dall'aereo dopo lo schianto?"
Scosse lentamente la testa, disorientata. "Dopo che si sono staccate le ali non ricordo altro. Ma siamo scesi qui? Siamo nel posto che aveva pensato Arthur?" Era sempre più spaventata.
Hana si avvicinò prendendo il posto di Arthur e cingendole la vita. "Ci stavamo ragionando, forse i nostri uomini hanno capito dove siamo." Cercava di sorridere. "Ora che sei sveglia sarà più semplice, non facile, ma ci…"
Livia si spostò interrompendola con un bacio sulle labbra.
Hana ricambiò il bacio rimanendo attaccata a Livia per un lungo momento. "Ora so che stai bene e tu sai che sono qui e lo sarò sempre." Cambiò tono continuando. "Allora maschietti, dove si va?"
Marco si limitò ad annuire verso Arthur, lo sguardo era fermo su Livia, perso nei ricordi.
"Andremo da quella parte, ci sono dei sentieri evidenti anche da lontano, quindi sono battuti." Mentre parlava osservava il prato attorno a loro e al relitto. "Secondo Marco non siamo lontani da Borgotaro, considerando la situazione dovremmo incrociare un centro abitato in un paio d'ore."
Marco si scosse sentendo il suo nome. "Certo, inoltre bussola e binocoli funzionano. Resterò avanti con Arthur. Elisa e Sofia dietro di noi con Livia, mentre Freja e Hana in retrovia."
Avevano camminato per una ventina di minuti e il luogo dello schianto sarebbe scomparso alla prossima curva quando Hana si fermò. "Aspettate, devo fare un'ultima cosa." Estrasse il piccolo oggetto premendo un punto con il pollice.
Sull'altopiano qualcosa iniziò a bruciare, ma non c'erano colonne di fumo né vampate irregolari. Era una luce bianca, quasi immobile, che non tremava come una fiamma normale ma restava compatta su sé stessa, troppo intensa per essere guardata direttamente anche a quella distanza. Bruciava verso il basso, non verso l'alto, consumando la struttura dall'interno mentre la sagoma del velivolo si abbassava lentamente sul pianoro cedendo senza spezzarsi, come se il metallo si stesse stancando invece di rompersi.
Dove prima c'era stato il muso rimase una pozza scura che non si allargava, trattenuta dal terreno. Il fumo che saliva era sottile, quasi bianco, e si disperdeva in quota senza formare nulla di riconoscibile.
Poi la luce si spense. Non si affievolì: si spense, come una lampada. Sul pianoro restava qualcosa di scuro e basso, irriconoscibile, che continuava a irradiare calore visibile nell'aria sopra di esso. Non c'era più nulla, ormai, che dicesse cosa fosse stato.
Hana si girò riprendendo a camminare. "Ora possiamo andare."
"Una nuova arma della Phénix?" chiese Elisa incuriosita.
Di fronte a lei Arthur rispose con indifferenza. "Termite, solo termite."
Il sentiero cambiava continuamente, a tratti comodo e agevole per poi diventare stretto e irregolare. Elisa e Sofia sentivano chiaramente la tensione di Livia quando dovevano procedere in fila indiana, la mano dell'una sulla spalla dell'altra. Le soste furono molte, almeno ogni quindici minuti e quando il percorso lo permetteva, ma a un certo punto Marco si bloccò fermando tutto il gruppo.
"Sembra che qui il sentiero sia parzialmente franato." Marco era irritato. "Devo aver sbagliato percorso e preso un sentiero secondario senza rendermene conto."
"O forse era questa la strada da fare." La voce di Livia arrivò rassicurante da dietro. "Tu non sbagli i sentieri, trovi semplicemente quello che è meglio percorrere."
Arthur si spostò leggermente per vedere la spaccatura. "Non sarebbe un problema superarla, sono un paio di metri verticali con appoggi per i piedi. Livia, dovremo calarti."
Sofia salì con naturalezza un paio di metri sulla parete che costeggiava il sentiero, passando di appiglio in appiglio fino a superare Marco sul bordo della spaccatura, e guardò in basso. "Non è franato, è sempre stato così, si tratta di uno sbalzo naturale." Spostando mani e piedi con esperienza scese nella parte bassa del sentiero.
"Cosa vedi da lì sotto?" La voce di Livia arrivò di nuovo; anche se non vedeva, sapeva.
"Il sentiero che prosegue, nulla di particolare interesse, se vogliamo escludere le diverse centinaia di metri che scendono di lato." Si mise a ridere. "Livia, nella disgrazia sei fortunata, almeno non vedi questa caduta, una cosa in meno a cui pensare."
"Demente, ora che me lo hai detto ci penso ancora di più." Livia si mise a ridere, nello stupore del resto del gruppo.
Arthur scosse la testa verso Marco, che parlò verso il basso. "Sofia, non abbiamo corde." Prese un respiro profondo. "Hana, ti sembra normale che un mezzo usato per infiltrazione tattica e soccorso non abbia corde? Se usciamo vivi da tutto questo mettilo nel rapporto di missione."
Livia toccò il corpo di Elisa cercando equilibrio. "Sofia, una persona in condizioni normali potrebbe scendere con un braccio solo?"
Il silenzio era completo. "Potrebbe, gli basterebbe percorrere il primo metro e poi potrebbe saltare, c'è spazio. Cosa hai in mente?"
"Arthur e Marco possono calarmi oltre il bordo e tu da sotto dirmi dove mettere i piedi; posso arrivare fino a te con loro che mi tengono da sopra, poi con il tuo aiuto salto l'ultimo mezzo metro, non sono tappa." Rise.
"È una pazzia!" sbottò Elisa.
"Non se ne parla, proprio no." Marco era deciso nelle sue parole.
"Livia, possiamo farlo." Sofia stava tastando con le mani la roccia. "Ci sono molte scanalature artificiali, potrò guidarti direttamente i piedi con le mani."
Le soste continuarono a scandire la discesa, tra rocce umide, terra smossa e tratti dove il sentiero sembrava sparire. Livia procedeva lentamente tra Elisa e Sofia, la mano sempre in cerca di un contatto, mentre il paesaggio attorno a loro cambiava odore con la quota, lasciando spazio all'umido del fondovalle.
Quando davanti a loro comparve una strada sterrata nessuno accelerò il passo. Si fermarono tra gli alberi, nel silenzio del bosco, osservando il primo segno reale di presenza umana dopo lo schianto.
"Riposiamoci prima di procedere, gli alberi ci coprono e da qui vediamo almeno un paio di chilometri di strada." Arthur lasciò cadere lo zaino insieme alla tensione della discesa.
"State bene?" Livia si sedette lentamente su una radice affiorante. "Ho paura e sono diventata un peso." La voce era flebile e la testa abbassata verso terra. "Non potrò più fare il mio lavoro e non potrò più seguirvi."
Hana si sedette a terra, incrociando le gambe. "Non è una cosa a cui pensare in questo momento. Ora dobbiamo uscire da questo casino e poi affronteremo le conseguenze." Le prese la mano sinistra. "Da noi ci sono molte cose che potresti fare, ma soprattutto insegnare."
Il silenzio calò sul gruppo. Tutti guardavano Hana e Livia mentre estraevano razioni e acqua dagli zaini.
Freja allungò la mano con due barrette verso Livia e Hana, osservando Livia spostare la mano sinistra verso di lei e prendere una delle due. "Riesci ad aprirla? Ti vedo stanca e lo siamo tutti." La voce era quella tranquilla di una conversazione tra amici. "Non vedo l'ora di togliere questa tuta e tuffarmi nel lago per due giorni." Sorrise.
Hana prese la seconda barretta, guardando prima Freja e poi Livia. Uno sguardo interrogativo, senza aspettarsi una risposta.
"Grazie, Freja, la apro da sola." La voce di Livia era più sicura. "Ho sempre una mano e i denti per farlo..." Si mise a ridere, coinvolgendo tutti.
Marco portò il binocolo agli occhi, voltandosi verso la strada sterrata. "C'è della polvere." Fece una pausa zoomando le ottiche. "Sembra un PHX della Phénix… targa europea… sembra MNE." Passò il binocolo a Freja.
Freja allungò la mano prendendolo. "È un quattordici, come quelli che avete usato a Venta." Espirò rumorosamente. "Se è in configurazione trasporto ospita almeno una ventina di operativi equipaggiati." Cambiò le impostazioni di osservazione. "Hanno dispiegato i droni ad ampio raggio. È una ricerca, ma sembra che nessuno li stia controllando. Sono allo sbando."
"Sembra ci stiano cercando." Hana spostò leggermente la testa di lato. "Ma chi ci sta cercando? Vedi altro?"
"Vedo tredici tonnellate di forza distruttiva che si muovono sbandando su una strada enorme." Freja scosse il capo. "Su questa strada lo guiderei a cento-centoventi senza sbandare o uscire dal bordo della strada."
Arthur abbozzò un sorriso. "Freja, tu guidi oltre i limiti del possibile. Comunque potrebbe indicare che non ci sono esperti a bordo o, visti i droni, che siano in pochi." Guardò Livia, accarezzandole il volto. "Senti qualcosa?"
Livia scosse lentamente la testa. "Non sento niente… Arthur, siamo nei guai, sii onesto…"
"Non lo so. Ora mi rendo conto di quanto siamo deboli senza le nostre tecnologie. Abbiamo di fronte un camion corazzato su sei ruote, ma non sappiamo chi lo stia guidando e perché... solo per il fatto che non possiamo comunicare." Arthur sorrise. "Voi siete più avanti senza tecnologia, agite e comunicate senza bisogno di strumenti."
"Hana, sei qui?" La voce di Livia era spaventata. "Non ti sento!" Il braccio sinistro si mosse cercando un contatto, che trovò.
"Non toccatela!" Marco intervenne rapidamente. "Livia, credo sia nella rete, come quando avevo le mie visioni." Prese un respiro profondo. "Per lei è la prima volta a questo livello..."
Il PHX-14 si stava avvicinando lentamente alla curva, spostandosi verso l'esterno fin oltre il bordo della strada.
Hana prese la mano di Livia, alzandosi con un sorriso. "Livia, andiamo, va tutto bene. Prendete gli zaini e l'equipaggiamento, non deve restare niente."
Livia si alzò reggendosi ad Hana e seguendola verso il camion senza esitazione. Anche Marco, Elisa e Sofia si accodarono con tranquillità. Solo Arthur e Freja rimasero indietro, le armi in pugno.
Arthur e Freja si spostarono come due operativi, ma era tardi per qualsiasi cosa: Hana era sulla strada e agitava le braccia verso il camion; Livia camminava con la mano appoggiata al suo fianco. Il PHX-14 si arrestò con il lato sinistro sul prato oltre il bordo della strada, mentre i droni rientravano negli alloggiamenti.
Lo sportello di destra si spalancò e qualcuno saltò giù sulla carraia; nello stesso istante in cui i piedi toccarono terra prese a correre verso Livia, con le pietre che gli slittavano sotto le scarpe senza che se ne curasse, finché non la raggiunse stringendola a sé e chiudendole le braccia intorno con tutta la forza che aveva.
"Livia! Sei viva..." Era felice. "Cazzo, sei viva." La voce si ruppe.
Lei rimase rigida nel suo abbraccio e non lo ricambiò; nella foga, la mano sinistra si era staccata dal braccio di Hana, che la sosteneva. "Siamo tutti vivi." Rispose con voce bassa. "Paolo, mi fai male, ti prego... lasciami." Iniziò a piangere sorridendo.
Fu quando Paolo si staccò di un passo che vide il braccio destro immobile, le dita aperte e ferme, la fasciatura che passava dietro la nuca e stretta sugli occhi. E solo allora, guardandosi intorno, vide le tute tattiche del gruppo, tutte sporche di terra e sangue rappreso.
Livia sollevò la mano sinistra, cercando un appoggio dopo che Paolo si era spostato; solo dopo un tempo che le parve eterno ritrovò il braccio di Hana.
Paolo restò con la mano sospesa a mezz'aria, dove un attimo prima c'era stata la spalla di lei, poi indietreggiò di un passo mentre il sorriso gli moriva sul volto. Lo sguardo passò da uno all'altro, incapace di capire. "Che cosa è successo?"
Livia fece un passo avanti, spostando il braccio in avanti dove pensava di trovarlo, poi un secondo e un terzo passo. Tutto taceva e si fermò smarrita.
"Paolo, va tutto bene... aiutami." Il braccio era ancora teso nel vuoto.
"Eccomi. Non capisco cosa vi sia successo." Le prese il braccio. "Althea mi ha chiamato dicendomi di venire qui, che avrei trovato il PHX arrivato in volo e che avrei dovuto provare a cercarvi in questa zona. Secondo i suoi calcoli potevate essere qui." Si fermò guardando Livia e toccandole con delicatezza la fascia sopra gli occhi. "Mi ha detto che avevamo solo un otto per cento di possibilità di trovarvi… Livia, cosa ti è successo? Cosa è successo a tutti voi?"
Hana si spostò cingendo Livia alla vita. "Paolo, dobbiamo pensare a Livia…" La voce era bassa e dolce, quasi materna. "Ti spiegheremo tutto, ma ora dobbiamo pensare a lei." Poi voltò il capo verso Arthur. "Controllate cosa c'è di utile nel Quattordici."
Freja era scomparsa all'interno dell'abitacolo, mentre il sibilo della rampa che si abbassava fece alzare in volo alcune cornacchie.
Arthur era in attesa sul retro, aspettando di poter entrare. "Sofia, dammi una mano dentro." Il tono era di comando. "Marco, Elisa, date un'occhiata in giro e restate coperti. Vedo dei casali qui attorno e il Quattordici non credo sia passato inosservato."
Hana scosse Paolo con la mano libera. "Sveglia, cadetto. Da questo momento sei parte della Warband Giano, quindi dammi una mano e accompagniamo Livia dentro." Sorrise. "L'impressione è pessima, ma devo dirti che questa fanciulla, in questo stato, ci ha salvati tutti ed è scesa da una parete verticale."
Paolo si mise dal lato opposto, cingendo a sua volta la vita di Livia. "Hana, accetto l'assegnazione… ma ancora non mi hai detto cosa è successo."
"Ehi, con tutte queste attenzioni e palpeggiamenti potrei eccitarmi." Livia si mise a ridere seguendoli.
"Livia, cosa dici?" Il tono di Hana era divertito. "Non ho mai provato in tre con un uomo. Che ne pensi, Paolo?"
"Penso che da qualche giorno l'esperienza non mi interessi e poi con Livia mai." Iniziarono a salire la rampa.
Arthur si affacciò. "Hana, è un'unità SAR. Althea ci ha visto lungo. Paolo, dovrai darmi una mano con le attrezzature. Possiamo visitare Livia come fossimo in un ospedale Phénix."
"Per me è impossibile ricorrere alle mie capacità, devo recuperare." Elisa passò dietro la rampa. "Comunque, se Althea dava l'otto per cento di probabilità di trovarci, Hana ci dava l'otto per cento di uscirne vivi… abbiamo raggiunto il sedici per cento, non male." Indicò una direzione con il braccio. "Marco, direi da quella parte."
Marco stava guardando la mappa. "Non ci sono molte abitazioni qui, principalmente casali come i nostri e terreni." Guardò nella direzione indicata. "Direi di sì, ci sono alberi, cespugli e avvallamenti in cui imboscarsi." Il tono era riflessivo.
"Per fare cosa?" chiese Elisa iniziando a cambiare la tuta tattica con quella nuova lanciata da Arthur.
"Per nascondersi." Marco prese la tuta lanciata dal PHX.
"Ah, pensavo ad altro." Elisa, in intimo, si mise a ridere.
La voce amplificata di Freja li raggiunse. "Chi è dentro si regga, chi è fuori si sposti. Sposto il Quattordici. Arthur, dammi il roger quando hai chiuso la rampa."
Dopo alcuni secondi giunse il suono del motore del PHX-14, di poco diverso da quello della rampa, e il mezzo si mosse rapidamente, risalendo la strada e infilandosi in uno spiazzo tra gli alberi, fino a sparire alla vista.
◯ ◯ ◯
Dopo alcune ore Elisa e Marco entrarono salendo dall'abitacolo. "Potevate aprire la rampa. Passare da lì, tra i rami, non è comodo." Elisa passò le mani sulla tuta, fingendo di togliere la polvere.
"Avete trovato qualcosa?" chiese Hana mentre sistemava una fascia sul braccio. "Sono caduta per colpa dei rami, nulla di grave, ma visto come siamo messi, meglio evitare infezioni." Sorrise apertamente.
"Hana, posso dire che una vacanza qui la farei volentieri, ma una vacanza vera." Marco spinse Elisa per riuscire a passare. "Attorno nulla di rilevante, ma i casali sono abitati. Sicuramente qualcuno ci ha visto e sono perplesso che non siano già arrivati a curiosare."
"Ragazzi, vi vedo carichi." Freja li stava osservando. "Che avete combinato là fuori?"
"Se hanno combinato qualcosa non lo ammetteranno, quindi immagina quello che vuoi, sicuramente non sbagli." Livia era serena e stava mangiando quella che sembrava pasta.
"Ora dobbiamo decidere cosa fare, la decisione spetta a Hana, il comando è suo." Sofia sorseggiò un integratore. "Per me va bene tutto, ma prima è il caso che Arthur e Paolo ci aggiornino sulle condizioni di Livia… il fatto che mangi e scherzi non vuol dire che stia bene."
"Pianta, custode della sala venti. Non sto bene, mi sembra ovvio… Ma insieme a voi va tutto bene. Vi prego, basta schianti." Si fermò un attimo. "Coraggio, Arthur, dimmi quanto mi resta da vivere." Il tono era allegro.
"Prego, Paolo, commenta tu le analisi." Arthur era serio.
"Il dato di fatto è che Livia non vede, le sue iridi hanno cambiato colore e il suo braccio destro è bloccato lungo il fianco." Fece una breve pausa scorrendo lo schermo del tablet. "Intendo che il braccio non si muove nemmeno forzandolo, è come se le articolazioni fossero imbullonate."
"Paolo, vieni al dunque!" Livia sbottò nervosamente.
"Il dunque è l'anomalia, in contrasto con le evidenze. Non ci sono danni cerebrali, non ci sono danni neurologici… non ci sono danni." Sospirò sorridendo. "Il tuo corpo sta bene. Potrebbe essere una reazione temporanea alle lesioni e alla cura."
"Le condizioni di Livia erano devastanti." Elisa la guardò. "Sono anche perplessa di essere riuscita a curarti, ma ha funzionato e forse Paolo ha ragione. Forse il corpo deve solo recuperare e tutto si risolverà da solo."
"Se le cose stanno così possiamo tirare un sospiro di sollievo." Sofia si era alzata. "Ma c'è altro, la tua voce lo dice."
Elisa annuì. "Ho visto Livia prima che svenisse e non poteva esistere." La voce era bassa. "Aveva portato fuori due persone da sola, ma il suo braccio era distrutto e il suo volto era devastato, senza occhi, solo due sfere dorate." La voce si spezzò. "Era morta, l'ho già detto e lo ripeto, non poteva essere viva, ma lo era e ci ha salvati."
"La rete?" chiese Hana.
Marco stava mangiando. "Credo di sì, in qualche modo è coinvolta e in qualche altro modo ha evitato che morisse. Ma non serve a molto fare supposizioni, quindi come procediamo?"
Livia era silenziosa, ma il volto appariva calmo. Fu Hana a parlare. "È mia intenzione sospendere la missione e raggiungere Dumnon, dove i nostri esperti potranno controllare Livia. Non vedo altre..."
"No!" Livia la bloccò. "Andremo avanti, abbiamo una missione, e chi stiamo cercando ora ci crede morti."
"Ma Livia, hai bisogno di cure. Hana ha ragione." Paolo era preoccupato.
"Sono d'accordo, torniamo al comando. Non devi fare l'eroina, sappiamo già di cosa sei capace." Freja era seria e decisa.
"Ho... detto... no!" Livia scandì le parole. "Paolo, chiama Althea sulle frequenze standard e comunica che il nostro X-40 è esploso in volo, quindi non ci sono corpi da recuperare. Per tutti noi siamo morti e così dobbiamo restare."
"Mi spiace doverlo ammettere, ma ha ragione." Hana guardò Paolo. "Procedi con la chiamata e aggiungi queste parole: l'idrogeno ha distrutto tutto, credo non sia rimasto nemmeno cibo per ragni. Althea capirà."
"Hana, cosa dici? Portiamo Livia a Dumnon, la missione la risolveranno altri." Arthur appariva calmo.
"Arthur, non ha senso." Livia si alzò cercandolo con la mano e, dopo alcuni passi, gli accarezzò il viso. "Voi stessi avete detto che sto bene. A Dumnon arriverebbero alla medesima conclusione e perderemmo un'occasione."
"Paolo a Controllo, rapporto di ricerca..."
Il suono di un otturatore, seguito da un secondo, li fece voltare verso il cockpit. Due doppiette erano puntate su di loro, impugnate da due uomini in abiti da lavoro appoggiati ai sedili e agli sportelli lasciati aperti.
"Scendete tutti e non fate scherzi, non siamo soli." Il tono dell'uomo era serio. "Dovete darci qualche spiegazione."
Hana sollevò lentamente le mani. "Paolo, apri dietro... scendiamo." La voce era calma.
Oltre la pedana videro altri tre uomini con fucili da caccia e due pickup più indietro. Sotto la minaccia dei fucili scesero lentamente, Livia accompagnata da Elisa.
"Chi siete?" chiese l'uomo che aveva già parlato. "Quel mezzo è strano e anche i droni che avete usato qualche ora fa."
Hana lo guardò, le braccia alzate. "Siamo un gruppo di ricerca, ci hanno mandato qui." La voce era calma, falsamente spaventata.
"E vi nascondete in mezzo agli alberi con un mezzo da guerra?" L'uomo rise, accompagnato dagli altri.
"Il nostro autista era finito fuori strada e poi, per ripartire, si è incastrato tra gli alberi." Hana spostò lo sguardo sulla sua squadra muovendo le dita (Restate fermi). "Non è un mezzo da guerra… è un mezzo con strumenti di ricerca e analisi, oltre che attrezzature mediche."
"E cosa dovreste analizzare qui? I fili d'erba?" L'uomo era serio; il tono lasciava trasparire che stava perdendo la pazienza.
Freja fece un passo avanti, le braccia sollevate. "Mi chiamo Freja, sono la capo ricercatrice." La voce era falsamente tremante. "Lei è la responsabile della sicurezza, ma non mi pare abbia fatto un grande lavoro." Abbozzò un sorriso forzato.
"Mi avete stancato, però sei carina." L'uomo sorrise. "Capa della ricerca, cosa stavate facendo qui?"
"Siamo qui per... dovevamo indagare un oggetto entrato in atmosfera, ci occupiamo di ricerche sulle attività solari."
Lo sportello di un pickup si aprì. "Fermo, papà, forse sanno qualcosa di UFO o di altre cose." Un ragazzo sulla ventina corse verso di loro.
Freja piegò il labbro in un sorriso. "Ci occupiamo del Sole, non degli UFO. Un frammento di materia solare è entrato in atmosfera."
"Torna in macchina, tu e i tuoi UFO..." L'uomo era irritato.
"Materia solare? Ma non è possibile, sarebbe una catastrofe e non ci sono state esplosioni o onde d'urto." Il ragazzo era perplesso, fermo a un passo da Freja. "Abbassa le mani, fammi capire..."
Freja restò con le mani sollevate. "No, prima guarda dentro, così potrai capire che non siamo terroristi." Gli sorrise.
"Ho detto di tornare in macchina, non fare stupidate." L'uomo spostò il fucile, pronto a sparare.
"Piantala." Sbottò il ragazzo salendo la rampa. "Sempre a fare il duro con i foresti, cerchiamo di capire chi sono."
L'uomo restò fermo. "Guarda in fretta e vieni fuori..."
"Sono tutti strumenti per la ricerca e per il pronto soccorso, nulla di letale." Il ragazzo corse fuori, raggiungendo Freja e prendendole il braccio. "Giù le mani e parliamo."
"Non posso dirti molto, siamo bloccati qui." Abbassò lentamente le mani. "Posso però prometterti che, se mi lasci una e-mail, ti manderò delle ricerche sui corpi extraterrestri." Sorrise abbassando la voce. "E non le cose che si vedono sulle riviste."
"Sarebbe fantastico, ho iniziato a studiare astrofisica." Il ragazzo era eccitato.
Gli uomini abbassarono i fucili guardando la scena.
"Marco è astrofisico..." Lo indicò. "Ma facciamo una cosa, ti lascio io la mia e-mail, così mi scrivi e puoi controllare subito che esiste e non ti sto ingannando."
"Non so perché, ma mi fido di te. Se ci scambiamo le e-mail un astrofisico potrebbe aiutarmi nello studio, dove non capisco." Il ragazzo era rilassato.
"Forse ti fidi perché senti che sono sincera." Lo sguardo indugiò su Elisa, vicina a Livia; aveva gli occhi chiusi.
"E quale organizzazione ha mezzi come quello? E le vostre divise..." disse uno degli uomini.
"Siamo un'organizzazione privata francese." Rispose Freja con naturalezza. "Ma abbiamo un problema grave e dobbiamo raggiungere un vero ospedale." Con la mano indicò Livia. "Ha picchiato la testa nell'incidente e ora non vede e ha il braccio paralizzato."
Livia si spostò traballante, portando il braccio sinistro in avanti. "Sono io..." La voce tremante. "Potete controllare se non vi fidate, ma non fatemi male, vi prego, non fatemi male."
Sofia la affiancò per aiutarla, cercando di non ridere.
"Oh cazzo." disse uno degli uomini. "Non sta fingendo, dai, aiutiamoli a uscire da 'sto casino."
"Ha ragione, via i fucili, capoccione." disse un altro. "È brava gente con un autista idiota."
Paolo sbuffò. "Grazie, io sono l'idiota e comunque non so guidare quel coso."
Si misero a ridere, fino a quando Livia inciampò cadendo sul fianco destro. Un urlo di dolore le lasciò le labbra, non era finzione.
Sofia ed Elisa la soccorsero e Sofia era contrita. "Scusami, Livia, mi sono distratta."
"La portiamo in ospedale noi?" chiese il ragazzo. "Mi sembra sia grave e l'urlo..."
"La portiamo noi." Rispose Arthur. "Possiamo verificare le condizioni con i nostri strumenti durante il trasporto."
"Certo, come no." rise il padre. "Con quell'autista arrivate forse al camposanto."
"Non credo." Rise Freja avvicinandosi all'uomo. "Guido io, prima stavo facendo delle prospezioni, per quello guidava lui." Indicò Paolo con un cenno del capo.
"Una donna, giovane, carina e che guida quel coso." Scosse il capo. "Se decidi di cambiare casa, qui sei la benvenuta." Si voltò. "Coraggio, liberiamo la strada."
Salirono sul PHX-14 con i locali che li guardavano dall'alto della strada, forse scommettendo sul risultato della manovra. Freja aveva controllato di nuovo la strumentazione.
Arthur sentì il motore reagire a Freja e controllò le imbracature. "Freja, siamo su una carraia in mezzo a un bosco. Vacci piano."
Gli uomini all'esterno videro il camion retrocedere sulla strada e sterzare aumentando di velocità, per poi iniziare a scendere nel centro della carreggiata, dapprima lentamente, poi sempre più veloce. Gli allarmi interni lampeggiavano e l'indicatore digitale di velocità indicava centocinquantadue.
La strada scorreva veloce e le ruote sollevavano nuvole di polvere. "Dannazione, Freja, rallenta." La voce di Hana era furiosa. "Abbiamo già avuto abbastanza rogne in poche ore…"
Livia si reggeva all'imbracatura con la mano sinistra, il volto pallido. "Alla fine quelle persone non erano male." La voce era esitante. "Freja, gli hai dato veramente la tua e-mail?"
L'indicatore passò a centocinquantanove. "Sì, una delle tante." Freja era rilassata nonostante le segnalazioni del sistema di navigazione.
"E gli risponderai?" Il tono di Livia nascondeva l'agitazione.
"Freja, rallenta! È un ordine!" La mano di Hana era appoggiata sull'interruttore di arresto di emergenza.
Il PHX-14 inchiodò bruscamente. "Ho rallentato abbastanza!" sbottò Freja per poi tornare serena. "Sì, lo farò, Livia. Quel ragazzo non cerca dischi volanti, cerca risposte a domande importanti e, nel limite delle regole, lo aiuterò."
Hana si spostò passando alla postazione radio. "Freja, alla strumentazione, Arthur prendi i comandi. Cerchiamo di arrivare a fine giornata vivi."
"Agli ordini!" Freja si spostò sbuffando, sostituita da Arthur.
"Freja, le tue doti con i mezzi sono notevoli, ma adesso dobbiamo pensare prima di premere l'acceleratore." Hana era tornata calma. "Guarda Livia. Nel suo stato percepisce il mondo in modo diverso e tutto questo la stava spaventando." Abbassò la voce in un mormorio. "E non è la Livia che voglio vedere."
"Ehi ragazze, non voglio entrare nelle vostre discussioni." Il volto aveva ripreso colore. "E comunque, Freja, me la stavo facendo sotto. Questa situazione non mi piace, a volte credo di vedere, ma poi mi rendo conto che non è così." Sospirò. "Ho paura… di quanto è successo, di come è successo, di quello che ci attende e… del mio futuro."
"Tutto si sistemerà… e comunque non sarai sola." Paolo sorrise. "Giano sarà una Warband di nome, ma in realtà siamo un gruppo di amici che sa come aiutarsi e sistemare le cose."
"Giusto, Paolo." Sofia era rimasta in silenzio. "E per quanto mi spiaccia dirlo, dovremo scaricarti."
"Non vi mollo, scordatelo!" Paolo era indignato e spostò lo sguardo sugli altri.
"Credo di capire cosa intende Sofia." Marco girò la testa verso la cabina, vedendo la strada scorrere più lenta. "Tu non hai un addestramento Phénix e non possiamo agire pensando alla tua sicurezza. Mi spiace, ci saranno altre missioni. Ma non spetta a me o a Sofia decidere, la decisione è di Hana."
"Resterò con voi fino a quando troveremo il bersaglio, solo allora, se Hana vorrà, lascerò la missione. E ancora non sappiamo dove andare…"
"Lo sappiamo, io lo so." Livia lo interruppe. "Dobbiamo andare vicino a Como, c'è una cartiera dismessa, sono lì." Serrò la mano sinistra. "Non posso vedere le mappe…" La voce si spezzò.
"C'è una cartiera a Cairate, in quella zona non ne trovo altre dismesse. Questa è molto antica, potrebbe essere un museo." Sofia stava cercando con il tablet. "Come rifugio non è male ed è vicino al confine con la Svizzera."
"Sarebbe un posto ottimo per fare uno scambio e tagliare la corda." concluse Elisa.
"Bene, quindi che facciamo? Strade secondarie o raggiungo l'autostrada?" Arthur stava tenendo il mezzo sui novanta in tutta naturalezza. Il volto di Freja era serio mentre inviava un messaggio dal tablet.
"A questo punto prenderei l'autostrada, se ci fermano inventiamo qualcosa e poi abbiamo la targa del Montenegro." Hana guardò il tablet e girò la testa verso Freja sorridendo.
"Potremmo sempre dire che siamo osservatori di farfalle aliene." Marco sorrise guardandosi attorno. "Questo è un SAR, ci serviranno armi, dove le troviamo?"
"Sotto il pavimento." Rispose Arthur programmando il pilota automatico.
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Passarono tre ore prima che entrassero nella provincia di Varese e raggiungessero una zona isolata nella periferia di Cairate. Il viaggio era stato tranquillo rispetto al resto della giornata e il sole era ormai calato.
"Senza quella deviazione saremmo arrivati un'ora e mezza prima." disse Freja. "Ma sarebbe cambiato poco, saremmo arrivati comunque con il buio."
"La gente che dorme è un vantaggio." Sofia rise brevemente. "Ora che si fa?"
"Ora ci servono informazioni. Uno di noi può andare a vedere o potremmo usare i droni." Arthur, seduto sul retro, rispose senza esitazione, con Freja e Hana stava controllando le armi.
"Oppure ci pensiamo noi, voi della Phénix ci sottovalutate sempre." Elisa si mise a ridere. "Marco, Sofia, scendiamo. Questi alberi potrebbero aiutarci."
Risalirono una decina di minuti dopo, chiudendo gli sportelli anteriori e parlando tra loro. "Hana, sono in dieci." Disse Sofia. "Tre concentrati nel piano inferiore, pensiamo vicino all'ingresso. Gli altri divisi in tre gruppi. Due gruppi di tre, uno vicino alla scala e uno nel centro del complesso. Il restante è solo. Sono sei donne e quattro uomini." Sospirò. "Non possiamo sapere armi ed equipaggiamento."
"Quello isolato è un uomo o una donna?" chiese Hana.
"Una donna… Perché?" rispose Elisa curiosa.
"Niente, spero di sbagliarmi." Hana si morse un labbro guardando Arthur, il cui volto era preoccupato.
Freja si avvicinò guardando Hana, un piccolo contenitore in mano.
Hana annuì. "È quasi l'alba, non farò discorsi, oggi la Phénix farà i conti con le sue decisioni." Aspettò che Freja distribuisse le insegne. "Oggi scenderemo in campo con il nostro volto, indossando la fenice infuocata. Abbiamo un piano, siamo in svantaggio numerico, stiamo per affrontare armi devastanti. Ma siamo morti e preso scopriranno quanto i morti possano essere letali."
Elisa stava passando in rassegna le armi, ignorandone buona parte, finché si fermò, prendendo alcuni pugnali e agganciandoli ai supporti sulla tuta. "Sono pronta!"
"Solo pugnali?" rispose Freja.
"Parli tu e tua sorella? Che usate le spade." Elisa si mise a ridere insieme agli altri.
La radio iniziò a trasmettere. "Chimera II a Controllo, recupero PHX concluso, stiamo rientrando alla base." La voce di Paolo era seria.
"Qui Controllo… ricevuto Chimera II. Chiudo."
Hana li guardò. "Freja, partiamo. Ai comandi. Arthur, la rampa. Agganciatevi, non sarà una passeggiata." Si sistemò alla strumentazione iniziando a sfiorare i pannelli con le dita, mentre il Quattordici iniziava a muoversi spazzando via gli alberi sul suo cammino.
Uno stormo di una quarantina di droni dirigeva verso le mura esterne della vecchia cartiera. Erano passati due minuti dalla chiamata di Paolo a Controllo. Alcuni droni caddero sotto il fuoco proveniente dall'edificio, ma tutti gli altri colpirono la struttura esplodendo.
Un'esplosione fece tremare l'aria mentre il PHX-14 si spostava leggermente di lato. Una macchia scura era visibile sullo scafo laterale, leggermente deformato; le ruote scavavano il terreno lanciando in aria le zolle, finché, alla massima velocità, sfondò il muro penetrando interamente nell'edificio.
Quattro piccole esplosioni accompagnarono l'abbassamento a terra della rampa di carico. In pochi istanti Giano si dispiegò nell'edificio, mentre un'ombra rapida saliva lungo le vecchie strutture.
I sistemi automatici del PHX-14 stavano invadendo lo spazio col fumo ed Elisa era sul tetto del mezzo, abbassata tanto da apparire simile a un puma pronto all'azione. Colse un movimento dietro una colonna e scattò, roteando in aria. Il volto si piegò in un sorriso mentre una donna in tenuta tattica Phénix scivolava a terra con la gola tagliata.
"Meno uno." disse al comunicatore. "Sono della XXV." Strappò la patch spostandosi nel fumo.
Un bagliore attraversò l'area, seguito da una scossa simile a un terremoto. Il PHX-14 era in fiamme, devastato da un'esplosione.
"Meno due, maschio." Era la voce di Freja.
L'uomo si avvicinò lentamente alle spalle di Arthur, il pugnale da combattimento pronto a colpire.
"Leader II. Contatto… Meno tre." La voce di Marco giunse nei comunicatori, seguita dal suono di un impatto.
Arthur si girò rapido abbassandosi e vide un avversario cadere al suolo, colpito al cranio da un pezzo di metallo arrugginito. Marco stava già sparendo nel fumo.
La voce di Hana entrò nei comunicatori, sul canale aperto. "Comando Giano a XXV, desistete."
Arthur si spostò verso il Quattordici in fiamme, sentendo i colpi di un fucile automatico a ricerca termica colpire il suolo. Un sorriso prese forma sul suo volto vedendo un'ombra sul traliccio sopra il cecchino.
Sofia percorse le vecchie travi come fosse un esercizio in palestra. Il fumo confondeva tutto, ma non i suoi sensi, e la donna che stava sparando ad Arthur era su un fragile terrazzino sotto di lei. Si lasciò cadere alle sue spalle, colpendole le ginocchia con le proprie e la spalla d'appoggio del fucile con il pugno.
La donna si girò sbilanciata, ma era tardi. Il parapetto cedette portandola con sé.
"Meno quattro."
La voce di Hana parlò di nuovo sul canale aperto. "Charol, arrenditi. Sono tornata due volte dalla morte, non vi temiamo."
"Hana?" La voce della donna era perplessa. "Comandi questa marmaglia?" Rise.
"Comando Cerberis e questa è la mia squadra d'élite." Hana rise. "Siete passati di moda, per questo hai rubato le armi? Per farti una pensione?"
"La Phénix è vecchia, amica mia. Dobbiamo pensare al futuro e c'è chi paga bene i professionisti."
Hana vide la luce nel casco. "Charol. Sei tu ad essere vecchia, hai perso il tuo smalto. Fregata!" Chiuse la comunicazione.
"Meno cinque…" Era Freja.
"Meno sei…" Era Arthur.
"Meno sette…" Era Elisa.
Il casco di Hana segnalò una comunicazione esterna e lei mosse gli occhi aprendo il canale protetto. "Chimera II a Giano One, invio i dati."
"Giano One a Giano Unit." Hana iniziò a muoversi. "Livello uno libero. Charlot nell'edificio parallelo diroccato, altri due in movimento tra gli edifici. Convergere con prudenza, non credo che le armi siano lì."
La voce di Freja li raggiunse. "Le armi sono in questo edificio. Segnalatori posizionati."
"All'esterno non ho copertura. Procedo verso la leader." La voce di Sofia era cupa.
Una luce arancione nel display del casco innervosì Hana. "Marco è caduto, ripeto, Marco è caduto. È vivo e non operativo."
"Ho localizzato Charlot, non ho visuale per un tiro pulito." La voce di Arthur era calma.
"Hana, sono in tre, ma noi Custodi abbiamo perso il vantaggio. Ora è uno scontro vero." Elisa era preoccupata. "Perché non hanno ucciso Marco?"
"Mantenete la calma. Sofia, riunisciti a Elisa. Freja, raggiungi Arthur. Non restate soli. Sto muovendo verso la posizione di Arthur." Hana si muoveva sfruttando ogni riparo.
"Comunicazioni e tattico?" chiese Arthur.
"Si sono schermati. L'X-51 non li rileva e non rileva nemmeno noi. Siamo soli." Hana sospirò. "Credo che Charlote abbia un piano e noi ne facciamo parte. Proteggetevi, sono rimaste le tre migliori e contro di loro siamo in svantaggio."
"Vedo una delle donne, sta dirigendo verso Charlote." Freja era fredda. "L'ho persa, ma non so dove sia l'altra. Raggiungo Arthur."
"Maledizione!" sbottò Hana. "Sofia è caduta. Ripeto, Sofia è caduta. È viva e non operativa."
Il segnale di Freja cambiò, diventando blu, e la sua voce li raggiunse. "Ho Charlot a pochi metri, sono sotto tiro, è all'esterno…" La comunicazione cadde, ma non il segnale.
Con le armi abbassate raggiunsero la posizione di Charlot tra gli arbusti. Freja era ferma, rivolta verso Hana con le mani sollevate; una delle donne le stava puntando un fucile alla schiena.
Charlot era ferma di lato, dritta e in piena vista, come se non temesse nulla, l'occhio sinistro coperto da una fascia nera. "Alla fine ci rivediamo, Hana. Avremmo potuto essere nella stessa squadra, ma hai preferito restare tra i mediocri."
Hana sorrise fronteggiandola. "Non si sa ancora chi siano i mediocri. Ma dimmi, ti dà sempre noie l'occhio?" Si mise a ridere mentre Arthur la affiancava.
"Ricordo bene quando l'ho perso perché, invece di proteggere me, hai protetto un civile." Charlot spostò una ciocca di capelli che usciva dal casco. "Phénix ha sempre avuto priorità sbagliate, ma ora mi hai fatto un grande regalo." Si mise a ridere.
Hana corrugò la fronte, restando per un attimo in silenzio. "Tutti i mezzi sono distrutti, non vedo cosa possa averti regalato, a parte la vita della mia squadra."
Scosse il capo continuando a ridere. "La solita ingenua, loro due sono inutili, ma tu e i Custodi avete un valore impossibile da valutare. A proposito, dov'è la quarta?"
Un suono attraversò l'aria, accompagnato da un'ombra che cambiava forma sul terreno. Le mani di Elisa afferrarono la testa della donna dietro Freja, trascinandola con sé in uno schiocco secco e raccapricciante.
Elisa si accovacciò a terra, sentendo la lama di un coltello tattico al collo e poi il calore del sangue che le schizzava addosso. La donna alle sue spalle cadde subito dopo, con un foro che le attraversava la testa.
Freja si girò con un ghigno. "Hai perso, Charlot. La mia Warband è atterrata quindici fa." Con la mano indicò due cecchini. "Non sono soli."
Charlot lasciò cadere a terra le armi della tuta. "Devo ammettere di aver finalmente trovato dei degni avversari. Complimenti Hana, ti ho sottovalutata, non sei più quella che conoscevo. Come avete portato qui una Warband senza avere mezzi?"
"Meriti una risposta." Sorrise Hana avvicinandosi di un passo. "Il tempo che abbiamo perso per arrivare qui, dopo lo schianto, ha permesso ai mezzi partiti da Cerberis di arrivare. Già da ieri sera sono arrivati tre X-51. Poi è stato facile spostare gli uomini usando i PHX."
Charlot scosse la testa. "Ci avete ingannati per tutto il tempo e noi ci siamo cascati. Potevate attaccare in massa e ridurre il rischio."
Elisa la guardò restando a distanza. "Questa affermazione non è da te… Una comandante che ha sempre colpito con l'inganno e la sorpresa." Sorrise. "Abbiamo pensato che un attacco nel tuo stile avrebbe avuto più possibilità di successo."
"Hai sottovalutato anche un'altra cosa. Noi non siamo operativi, siamo tre comandanti… Nessuno di noi seguiva ordini sul campo, abbiamo seguito un piano." Hana fece un cenno ad Arthur. "Prendetela, il consiglio deciderà il suo destino."
Charlot abbassò il capo. "Non ci sarà una nuova XXV, quei tempi sono finiti, ora ci siete voi… Onore a Giano." Staccò la mostrina con delicatezza allungando la mano verso Hana. "Voglio che la tenga tu, in memoria di quello che eravamo e di quando eravamo amiche… Me ne vado felice di vedere la fenice infuocata sulle vostre tute, finalmente alla luce del sole." Fece una pausa guardando Hana negli occhi. "Ma non è l'ultimo capitolo, ce ne sono altri…"
"Fermatela!" urlò Hana lanciandosi in avanti.
La mano di Charlot si alzò rapida e precisa, impugnando uno stiletto che finì la sua corsa nel cuore. Un sorriso era sul volto e negli occhi di Charlot mentre il suo corpo si accasciava al suolo.
"Elisa, presto!" Hana era già inginocchiata al fianco di Charlot.
Elisa si abbassò posando una mano sul petto di Charlot, per poi scuotere il capo. "Non posso fare niente, è tardi…" Prese la mostrina dalla mano chiusa, pulendola delicatamente e porgendola ad Hana. "Perché non sia dimenticata."
"Non lo sarà, Elisa… non lo sarà." Aprì la zip della tuta tattica infilando la mostrina all'interno. "Credo che la Phénix debba fare delle scelte. Arthur?" Lo sguardo era sul volto della vecchia amica. "È morta sorridendo, ha sempre vissuto la morte come un'amica e ora l'ha raggiunta."
Arthur le posò una mano sulla spalla. "Parlerò con Althea, la XXV era dei nostri, ma la Phénix li ha svuotati rendendoli questo." Spostò l'altra mano sul comunicatore. "Ordine prioritario, identificate il mio codice. Distruggete tutte le armi recuperate. Il rapporto ufficiale riporterà che la XXV le aveva distrutte."
"Ora è finita?" La voce di Marco li raggiunse.
Al suo fianco c'era Sofia, lo sguardo sul sorriso sereno di Charlot. "Ora è libera, ma a quale prezzo?"
Arthur si girò, serio. "Non è finita, è solo l'inizio."
Lasciò scivolare la borsa di fianco alla sdraio, posandovi sopra la camicia sportiva appena tolta; il corpo era abbronzato e muscoloso, ma non da combattente o da abitudinario della palestra. Si guardò attorno e la vide, indugiando con lo sguardo sul corpo di lei prima di coricarsi.
Il corpo era attraente, ma non era quello ad essere interessante; si soffermò sui lunghi capelli neri che ricadevano oltre il poggiatesta e quindi sui lineamenti del volto abbronzato, in parte nascosti dagli occhiali riflettenti della Phènix, che gli ricordavano i cecchini che aveva incrociato in diverse missioni.
Prese un profondo respiro e si alzò, avvicinandosi e proiettandole sul corpo la sua ombra. "Ciao, sono Anthon." La voce era calma e cordiale. "Tu sei Livia?"
Rispose senza spostarsi. "Potrebbe essere?" La voce trasmetteva irritazione.
"Ho sentito molti racconti su di te e sulla tua squadra." Anthon si mosse, spostando l'ombra. "Devo ammettere che alcuni sembrano di fantasia, ma qui siamo abituati alle cose strane."
"Ok, hai detto quello che dovevi dire." Livia era infastidita. "Ora che mi hai visto, vuoi continuare a parlare per fare il pietoso?"
"Posso chiamarti Livia e posso sedermi qui vicino?" chiese, restando cordiale.
"Come vuoi, per me non fa differenza… basta che stai zitto." Mosse leggermente la mano sinistra verso il bicchiere sul tavolino e si fermò, riportandola al fianco.
Anthon si sedette a terra, incrociando le gambe. "Sono informato su quanto vi è successo, non devi fingere che vada tutto bene, a me non importano le apparenze." Prese il bicchiere dal tavolino, avvicinandolo alla mano di lei. "Non è pietà… è ammirazione."
Livia contrasse il braccio, pronta a respingere il bicchiere freddo contro il dorso della mano, ma aprì il pugno, tastandolo con le dita e prendendolo. "Grazie. Fa caldo…" portò il mix di frutti alla bocca.
" Se a te non importa, resto seduto qui. Cercavo un posto tranquillo e qui c'è meno confusione."
"Sei qui ad ammirare una custode resa inabile e completamente inutile." Livia appoggiò il bicchiere sul tessuto della maglietta che copriva il ventre; la voce era di nuovo infastidita.
Anthon rimase in silenzio diversi minuti, guardando la piscina e gli operativi Phénix che si rilassavano.
"Sei ancora qui?" La voce di Livia era bassa; la mano aveva posato il bicchiere sul tavolino e si spostava lentamente, cercando Anthon.
Lui sollevò la mano per interrompere la ricerca. "Sì, sono ancora qui. Ti guardo senza parlare, perché non lo vuoi." Era tranquillo mentre le sfiorava le dita con le proprie. "Aggiungo solo che non vedo una disabile, vedo un'operativa che si è presa una pausa dopo tanto lavoro."
Livia abbassò lentamente la mano. "Una pausa che potrebbe non avere mai fine." La voce era seria e girò la testa verso di lui. "Cosa vuoi dire a questa donna inutile? Ammesso che ti permetta di parlare." Abbozzò un leggero sorriso.
Anthon sospirò. "Non ti racconto storie." Sorrise. "Ci siamo già visti qui a Dumnon, solo di sfuggita. E ora che sei meno agile, ho deciso di avvicinarti… Mi facevi paura." Gli sfuggì una risata. "Insomma, ci sto provando con te."
Livia si mise a ridere. "Stai facendo lo stupido e mi stai prendendo in giro. Prova ad allungare una mano e sicuramente ci sarà qualcuno a metterti in riga, non sarò io, ma qualcuno lo farà."
Anthon allungò la mano verso di lei e sorrise vedendo la mano sinistra di Livia spostarsi rapidamente, afferrare il suo braccio e torcerlo fino a farlo cadere.
"Quando vuoi non sei proprio un derelitto. Se mi lasci, vado ad incassare la scommessa." Ridere in quella posizione non era facile, ma ci riuscì.
Livia lo lasciò. "Bastardo, mi state prendendo in giro." Livia spostò gli occhiali, rivelando gli occhi azzurri e alcune lacrime, che asciugò con la mano.
"Ti sto provocando. Non ho fatto scommesse. Volevo solo dimostrarti che un guerriero non smette di essere un guerriero." Anthon massaggiò il braccio indolenzito.
"Vattene! Cosa ti ho fatto, perché mi tratti così?" La voce di Livia era spezzata.
"A me non hai fatto niente. Hai fatto tante cose importanti per tutti noi e credo che nessuno ti abbia mai detto grazie." Anthon era serio. "Lascia solo che sia io a farlo. Grazie!"
Livia girò la testa dal lato opposto. "Vattene, ti prego… lasciami sola."
"Lo farò, ma prima devi esaudire un mio desiderio." Anthon era calmo, ora in piedi.
"Che favore! Devo farti nascondere una carta nel mazzo e trovarla?"
Anthon sorrise. "Vorrei sapere se sotto quella maglietta e quei bermuda hai un costume, perché dal primo giorno vorrei nuotare con te."
Livia corrugò la fronte, girandosi sulla sdraio e posando i piedi a terra, verso Anthon. Il braccio destro era vincolato al corpo da un'imbracatura, in una posizione innaturale.
"Potrei avere il costume o non averlo, potrei spogliarmi in entrambi i casi. Ma poi annegherei." La voce di Livia si era fatta distante. "Guardami bene… e non tormentarmi."
"Sono ore che ti guardo e lo sai." Era serio. "Qui tutti sappiamo che prima di questo avresti potuto sconfiggere ad occhi chiusi e con un braccio solo una intera Warband." Le sfiorò i capelli sulla fronte. "E ora cosa è cambiato? Posso essere il tuo salvagente e nel contempo la tua bussola, se tu vuoi esaudire il mio desiderio."
"Anthon, sono diversa, è tutto cambiato e il problema è più grande di quanto possa sembrare." Livia si alzò lentamente. "Lascia che senta la tua mano, mi serve per capire dove vado."
"Nessun problema per la mano, ma quale sarebbe il problema insormontabile?" Era perplesso.
"Che dovrai aiutarmi a spogliarmi." Livia si mise a ridere.
Anthon corrugò la fronte, iniziando a ridere per un lungo momento. "Questo lo vedo complicato, per togliere quell'aggeggio ci vuole il manuale."
"È molto più semplice, prendi un coltello e taglia i vestiti." Livia fece lentamente un passo avanti. "Qui in giro qualcuno ne avrà uno, ma attenzione a non tagliare il costume."
"Se sbagliassi e tagliassi il costume, qui sarebbero contenti in molti." Si guardò attorno. "Appoggiati allo schienale, torno subito."
Dopo pochi minuti Livia era ferma sul bordo della piscina, la punta delle dita sospesa nel vuoto sopra l'acqua, ma il volto era teso e il corpo rigido. "Non lo so, riportami alla sdraio."
Anthon era al suo fianco, tenendole delicatamente il braccio. "Come vuoi, ma sono contento di averti parlato e di averti vista ridere. Spero di poterti parlare ancora."
Livia annuì. "Sì, quando vuoi e grazie di avermi sopportata."
"Anthon, perché hai fatto muovere Livia? È ancora in convalescenza." L'assistente medico era irritato. "Sono passati due giorni dall'incidente, deve riposare."
Livia spostò leggermente la testa di lato, liberando il braccio da Anthon e spingendo l'assistente nella piscina; la testa si spostava piano e sentì il rumore dell'acqua mossa dalla caduta. Senza esitazione prese un respiro profondo e saltò in piedi nella piscina.
Affondò nell'acqua, ingoiandone una boccata, per poi spingersi verso l'alto con il movimento e tornare a sentire l'aria sulla pelle bagnata; cercava di restare in superficie, ma non sapeva dove spostarsi e dove fosse il sopra. Poi due mani si posarono sui fianchi e la voce la raggiunse da dietro. "Da quella parte, ti avevo detto che potevo essere la tua bussola."
L'acqua nascondeva le lacrime sul volto di Livia, che sorrideva. "Guidami e sostienimi, adesso voglio nuotare."
Anthon la sostenne per diversi minuti, vedendola muovere le gambe e il braccio sinistro e sorreggendola sotto il ventre. "Qualche giorno e potrai nuotare da sola, io sarò solo la bussola. Ora devo andare, ma c'è qui qualcuno che è meglio di me."
"Hana, sei tu?" Livia, con l'aiuto di Anthon, si raddrizzò.
"Sì, amore, sono io. Vedo che i migliori li trovi tutti tu, quando saliamo in camera te lo descrivo." Hana era allegra, mentre annuiva verso Anthon.
"Livia, se i miei turni e Hana lo permettono, domani vengo a cercarti." Anthon si allontanò uscendo dalla piscina.
"Hana, domani chiedi a Freja se mi insegna a maneggiare la spada? Lei usa la sinistra." Livia era eccitata.
"Questa sera a cena puoi chiederlo tu direttamente, è libera." Il volto di Hana non era convinto; una spada non era solo saperla usare cambiando mano e anche combattere era diverso. Seguì Anthon con lo sguardo fino alla borsa, dove prese la camicia e la borsa con le insegne del corpo medico della Phènix.
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Livia sentì il profumo del cibo, che annunciava la cena. Si era lasciata convincere a cenare nel salone e i suoni le davano sensazioni diverse, come i passi della ragazza che stava arrivando per prendere le ordinazioni, un suono a cui non aveva mai badato.
"Hana, siamo solo noi tre? Marco e gli altri?" Un velo di tristezza accompagnava le parole. "Non li vedo da quando ci siamo separati prima del confronto."
Freja era seduta di fronte a lei. "Marco e Arthur sono al Poggio, per valutare la costruzione della piattaforma per l'X-40. Arthur si è impuntato per capire se è possibile rifornirli sul posto senza rischi."
Hana era alla sua destra. "Sofia è dovuta rientrare a Volterra, ha detto che sarebbe andata e tornata."
"Capisco, effettivamente non possiamo fermarci e la questione del tradimento deve essere indagata. Quello che mi avete detto di Charlotte mi ha fatto pensare." Lo sguardo di Livia era fermo di fronte a sé. "Cosa mangiamo questa sera?"
"Buona sera, Livia." La ragazza di turno ai tavoli era dietro di lei. "Le solite cose fisse e poi i piatti delle nostre serre." Sorrise. "Sono di interesse?"
"Certo che sì!" rispose Livia, muovendo il naso. "Ciao Clarisse. Tutto bene al laboratorio di bioingegneria?"
"Benissimo, Livia. Stiamo facendo progressi e…" Clarisse sbuffò. "Adesso devo occuparmi dei tavoli e non della ricerca."
"La tua testa è sempre nei progetti, dicci cosa si mangia e magari più tardi vieni da noi." Hana la stava guardando e non aveva aperto il menù.
"Se non finiamo tardi salgo volentieri. Ma veniamo al dunque, qui c'è la mia eroina preferita che attende la cena." Fece scorrere le dita sullo schermo. "Antipasto: insalata di pomodori antichi, fragole, basilico e caprino fresco, pane rustico ai cereali con burro salato ed erbe aromatiche. Come primo: orzotto freddo con piselli, menta, fave e pecorino stagionato. Oppure una pasta fresca con zucchine, limone e mandorle tostate."
Freja corrugò la fronte. "Io mi fermerei qui, sempre troppa roba."
"Io invece no, su, continua." Livia la incalzò.
Restò un attimo in silenzio. "Il secondo propone: millefoglie di melanzane grigliate, mozzarella affumicata e pomodorini arrostiti. Oppure tortino di lenticchie e noci con salsa allo yogurt e alle erbe. Come contorno verdure dell'orto grigliate o insalata di cetrioli, finocchio e aneto."
"Livia, ti interessa anche il dessert?" Hana era divertita.
Clarisse rise. "A questo punto tanto vale finire la lista."
"Vedi? La ragazza capisce. E poi sono giorni che mangio da sola."
"Concludendo, come dessert: more, lamponi e panna montata leggera. Oppure una crostata ai frutti di bosco."
Livia spostò la testa verso Clarisse. "Per me tutto, devo recuperare."
"Ha ragione, prendo tutto anch'io." replicò Hana.
"Non posso sfigurare, tutto anche per me." Freja scrollò le spalle.
"Ehi, non dimenticatevi di me, comunque tutto anche per me." Elisa si sedette di fianco a Freja. "Scusate il ritardo, ho dovuto completare un rapporto. Livia, mi hanno detto che ti sei fatta una nuotata buttando in piscina un assistente." Si mise a ridere.
"Mi aveva scocciato con i suoi non può qui e non può là. Poi se l'è presa con Anthon ignorando che posso anche prendere delle decisioni." Sospirò. "Ho spostato il braccio ed è caduto, un incidente."
"E chi sarebbe questo Anthon?" Elisa era curiosa.
"Un tizio che mi ha avvicinata in piscina e stavo per mandare al diavolo, ma a quanto pare ho fatto bene a non farlo." Sorrise con ironia. "Poi Hana dice che è un gran figo, comunque Elisa voglio anche il tuo parere."
"Livia, hai forse dimenticato con chi dividi il tetto?" Hana era divertita.
"Sorella, lo divide sicuramente con te. Come divide ogni cosa. Ma a volte serve un po' di distrazione." Freja spostò lo sguardo. "Arrivano i viveri. Pronti al combattimento."
Livia sorrise. "Elisa, oggi origliavo in piscina." Si spostò leggermente per permettere di posare i piatti, come se li avesse visti. "Molti parlano della tua azione finale alla cartiera, qualcuno ti paragona a una fenice che scende dal cielo e stacca la testa del nemico."
"Hana mi ha accennato che vuoi allenarti con la spada." Freja infilò in bocca il pane rustico e i pomodori, masticando voracemente.
Elisa corrugò la fronte, perplessa, masticando con una calma apparente, ma con un ritmo più efficace di quello di Freja.
"Elisa, piantala, non sai ancora di cosa stia parlando." Livia replicò come se avesse visto l'espressione. "Comunque, pensavo che potresti aiutarmi con la spada o il pugnale, ora sono forzatamente mancina." Bevve un sorso di limonata. "Sono in grado di combattere con la sinistra, ma ora ho solo quella."
Hana ed Elisa si guardarono, per poi guardare Livia e continuare a mangiare.
Freja ingoiò, guardando i piatti indecisa. "Non sarà semplice, dovrai gestire un nuovo equilibrio del corpo, non solo per la mano sinistra."
"Ne sono consapevole, non voglio tornare sul campo domani, ma devo capire se riesco a gestire il mio corpo nelle attuali condizioni." Livia impilò l'antipasto tra due fette di pane, schiacciandole.
"Capisco. Arriva il primo." Freja sorrise. "Per quella valutazione non serve che ti metta in mano una spada da allenamento. Domani ci vediamo in campo e affronterai me, Elisa e Hana in un corpo a corpo."
"Siamo passate da una prova a un combattimento?" Livia era perplessa. "Arrivano le portate serie." Sorrise.
"Sì, e fortuna che Freja diceva che era troppa roba. Si è mangiata anche una parte del mio antipasto." Hana era divertita, ma interessata al discorso della sorella.
"Livia, credo che Freja stia parlando del capire se riesci a capire da dove arriva l'attacco, ma in particolare da quante persone." Elisa allungò il collo guardando i piatti di portata che scendevano sul tavolo.
"Senti." Freja toccò il braccio di Clarisse. "Il tavolo è grande, porta direttamente tutto quanto, così non ci pensi più. Quando abbiamo finito ti diamo una mano a portare i piatti in cucina."
"Freja, sai che non posso." Clarisse era in conflitto.
"Hmhm. Allora, se qualcuno fa storie, rispondi che è un ordine del comandante di Cerberis e del comandante della sua scorta." Freja chiuse un occhio e Hana sollevò il pollice.
"Ok." Clarisse si allontanò scuotendo il capo e ridendo.
Livia allungò il piatto sopra il tavolo. "Orzotto a destra e pasta a sinistra. Non voglio sentire il piatto sotto la forchetta." Spostò leggermente la testa per sentire i rumori delle posate. "Quindi domani vorreste mettermi in mezzo a un campo e pestarmi senza ritegno? Il realizzarsi di un sogno per voi."
Freja scosse il capo, girando il cucchiaio pieno sul piatto di Livia. "Non proprio, faremo qualcosa di più assurdo." Sorrise piegando un angolo della bocca. "Ti farò percorrere il campo di allenamento secondo uno schema, poi ti porterò nelle posizioni che occuperemo e per finire al tuo posto." Iniziò a riempire l'altra metà del piatto. "Combatteremo tutte bendate e sarà un tutte contro tutte. Il nostro equipaggiamento registrerà movimenti, colpi e parate."
Elisa masticava perplessa. "In sostanza un videogioco senza video?" Guardò per un attimo il carrello che si avvicinava al tavolo con il resto della cena. "Livia, che ne pensi?"
Livia ingoiò. "Non lo so, ma almeno torno a fare qualcosa. Non voglio pensarci adesso, costruendo castelli in aria, per poi magari restare delusa. Mangiamo!"
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La notte si era protratta fino a quasi mattina e, per la prima volta nella storia di Dumnon, la sicurezza era intervenuta per il troppo rumore; solo l'intervento di Hana aveva impedito che Clarisse finisse a rapporto. La mattina si presentò cupa. Raggiunsero il campo di allenamento sotto fitte nubi e il terreno era bagnato dalla pioggia della notte.
Freja ci aveva messo due ore a preparare Livia e la squadra, ma ora erano tutte al loro posto, con Livia al centro. "Mi avete messa in mezzo, così siete avvantaggiate." Sbottò.
"Le uniche avvantaggiate siete voi." rispose Freja infilando la benda sopra gli occhi. "Io sono l'unica a non avere doti da custode." Fece una pausa. "Combattimento!"
Il confronto durò mezz'ora, con la pioggia come presenza negli ultimi dieci minuti, una pioggia intensa caricata dal vento. Le lamentele di Elisa e Hana erano una presenza costante, tra buche, storte e colpi sui pali e sulle staccionate.
"Fermiamoci prima di annegare e facciamo il punto." Freja fermò il combattimento al trentesimo minuto esatto.
Hana scoprì gli occhi cercando di orientarsi, per poi raggiungere Livia, dove vide arrivare anche Elisa, frastornata.
"Venite sotto il tendone ad asciugarvi e bere qualcosa di caldo." La voce di Freja era tranquilla.
"Maledetta!" Hana strinse la mascella. Freja era seduta sotto il tendone all'esterno del campo, con in mano una tazza fumante.
"Sorella. Hai mai sentito dire che a volte per vincere basta non combattere?" Freja si mise a ridere.
"Ne riparleremo, sorella, ma non con le parole." Hana sorrise raggiungendo il tendone insieme alle altre.
"Freja, ringrazia che non avevo un pugnale o a questo punto saresti in viaggio per altri lidi." Elisa si stava passando l'asciugamano nei capelli.
Livia era seduta, i capelli attaccati al volto bagnato. "Certo che avete fatto un casino. Anche un sordo vi avrebbe sentite." Era incurante dell'acqua che la bagnava. "Non avevate capito che Freja non era nel campo?" Scosse il capo.
"Bene, ho chiamato una navetta che venga a prenderci. Vi dico solo il riassunto finale, ma questi dati terranno impegnati gli analisti tattici." Freja stava osservando il tablet. "I dati freddi, senza particolari confronti, dicono che Hana ha colpito dodici volte ed è stata colpita quattordici; Elisa diciotto e dodici." Fece una pausa. "Livia è stata colpita sette volte e ha colpito tre volte, ma i suoi colpi erano letali. Nonostante il suo stato, è uscita vincente."
"Ho avuto la meglio in questo contesto, sarebbe da ripetere con avversari che vedono e che non starnazzano come galline indicando la loro posizione." Livia era pensierosa, ma soddisfatta.
"Con avversari non bendati e non rumorosi, cosa che avremmo dovuto essere, forse sarebbe andata diversamente." Hana sistemò l'equipaggiamento nei contenitori, indossando degli abiti asciutti. "Tuttavia il vero risultato è che ci hai evitate, hai subito meno colpi, questo significa che senti la Rete e la usi come radar."
"Aggiungerei anche che portare dei colpi letali implica una percezione del bersaglio." Elisa si era rivestita e stava aiutando Livia a cambiarsi. "Tu parli di una prova con attaccanti che vedono, ma se vedessero in un bosco in piena notte? Le condizioni sarebbero molto simili a quelle di questo gioco."
Livia era in piedi, immobile. "Forse, ma in questo momento sei tu che mi stai togliendo i vestiti." Sbuffò. "Non è nel mio stile, ma appena rientriamo cambierò abbigliamento: solo gonne facili da togliere e magliette larghe che passano sopra il braccio." Sorrise. "Freja, spero tu abbia pensato allo spuntino, credo che sia quasi ora di andare al centro medico per me e mi deprime."
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Uscirono dall'ascensore al sottolivello due. Hana la stava accompagnando imbronciata; avevano discusso sull'abbigliamento, ma Livia aveva deciso che voleva essere provocante in modo buffo e complicare il lavoro dei medici, quindi aveva indossato un completo che la rendeva simile a una cheerleader.
Arrivarono alla porta dello studio e Livia si fermò. "Scusa Hana, vado da sola." Spostò la testa cercando un bacio.
"Sei sicura?" Hana si avvicinò baciandola.
Livia abbozzò un sorriso, spostando la mano sul ciondolo. "Sì, sono sicura, tu sei sempre con me."
"Anche tu." La mano di Hana strinse il proprio ciondolo.
Livia si girò, spostando la mano vicino alla porta, che si aprì con un fruscio, poi entrò.
"Livia, vieni avanti dritta."
"Paolo!" il sorriso le illuminò il volto. "Pensavo fossi in Corsica." Livia spostò la mano incontrando la sua.
"Ero lì, ma mi hanno chiesto di venire, Arthur è via e quindi, conoscendoti, ero lo pseudo medico più adatto, ma se ti prescrivo un'aspirina non fidarti." Il tono di Paolo era allegro. "Ma come ti sei combinata? E guarda i colori!"
"Non sapevo ci fossi tu, volevo infastidire i medici. Paolo, non sopporto più questo posto, voglio andarmene." Si fermò. "Chi altri c'è qui?"
"Ciao Livia, sono Clarisse." Si mise a ridere. "Mi hanno chiesto di valutare dei moduli che stiamo sperimentando, per verificare se possono aiutarti a muovere il braccio."
"Ciao, anche io sono una ricercatrice e non esattamente un medico. Mi chiamo Carla." La voce della donna era giovane. "Mi occupo di neuromeccanica."
"Paolo, sono diventata una macchina?" Il tono di Livia era abbattuto. "Se devo diventare la Custode bionica, preferisco restare quella che sono."
Paolo la abbracciò. "Livia, mi senti? Questa non è bionica, siamo due persone." Si staccò. "Abbiamo pensato di affiancare queste tecnologie per aiutarti nel recupero, non come sostituti." La accompagnò verso un lettino verticale.
"Cosa devo fare? Facciamolo e facciamo presto." Livia si lasciò guidare contro il lettino e sentì le cinghie lungo la vita e il torace, prima che il lettino si inclinasse.
La voce di Clarisse la raggiunse. "Le cinghie sono per evitare che cadi, se ti sposti sentirai che sono morbide." Fece una pausa. "Oggi applicheremo un piccolo esoscheletro al braccio, che sostituirà l'imbracatura. Manderà con regolarità dei leggeri impulsi elettrici al tuo sistema nervoso e nel contempo farà spostare il braccio stimolando i muscoli." La guardò. "Hai paura?"
Livia scosse il capo. "No, sono stanca di essere visitata e di scoprire che non ho niente, ma non funziono." Il volto era rassegnato.
Carla era dietro la testa. "Io ti applicherò una specie di trasmettitore sotto i capelli, non si vedrà ed è esterno, non richiede tagli. Serve per coordinare l'esoscheletro."
Paolo le accarezzò il volto. "Livia, sei pronta? Finito qui andiamo in piscina, non è il lago delle Tre Brecce, ma ci farà tornare sereni."
"Fate quello che dovete, non mi sembra di avere molte scelte." Livia sorrise.
Le donne iniziarono a muovere le dita sugli schermi, Paolo rimase al suo fianco. Per diversi minuti non accadde niente, poi l'esoscheletro iniziò a muovere il braccio di pochi millimetri.
"Livia, come ti senti?" Paolo era serio.
"Non lo so… cioè non sento dolore, ma non sento altro."
"Il braccio reagisce. C'è attività nervosa." disse Clarisse. "Aumento il movimento."
"Mi dà fastidio, sento qualcosa." La voce di Livia era bassa.
"Aumenta ancora." Paolo si mordeva il labbro.
"Leggo attività nei terminali di comando." Carla muoveva le dita rapidamente. "Ci sono reazioni di comando dal cervello. Aumenta ancora, se si aggancia passiamo al controllo diretto da parte di Livia."
"Paolo, fa male." Livia serrò la mascella e il pugno sinistro.
"Sospendete!" Paolo si spostò verso le console.
"No, è solo la transizione, poi avrà il controllo." Clarisse spostò il livello di sollecitazione e Carla quello dei neuroricettori.
Gli occhi di Livia cambiarono lentamente colore, diventando quasi dorati; il braccio destro si spostò di scatto, spaccando i collegamenti dell'esoscheletro, mentre il corpo teso spezzava le cinghie. Un urlo uscì dalle labbra, non era l'urlo di una persona, era un suono che riecheggiò per tutta Dumnon.
Le console di controllo si erano spente e Livia era distesa, gli occhi di nuovo azzurri e il braccio destro bloccato al fianco. Gli allarmi suonarono.
Carla raggiunse l'allarme medico, alzando la voce. "Codice blu!"
Codice blu, stanza 209.
Hana sentì l'urlo e, poco dopo, l'allarme nel corridoio. L'unità medica di emergenza era già alla porta; lei si lasciò scivolare lungo il muro, con le mani sul volto. Il livello due di Dumnon era entrato in stato di massima sicurezza.
© 2026 Emilio Polenghi - Racconto del ciclo I Custodi della Soglia.